«Italiani, diceva egli, di qualunque paese, di qualunque condizione, di qualunque sesso voi siate, impugnate le armi: esse son pur quelle dei Scipioni, dei Fabj, dei Camilli; esse son pur quelle degli Sforza, degli Alviani, dei Castrucci: Italiani, impugnate le armi, impugnate le armi, e non le deponete, finchè questi barbari, di qualunque favella essi siano, non siano cacciati dalle dolci terre Italiane. Vedete lo strazio, che fanno di voi? Vedete che il danno a lor non basta? Vedete, che non son contenti, se non aggiungono lo scherno? I rubamenti non saziano questa gente avara; questa gente superba vuole gl'improperj, ed il vilipendio. Sonvi le querele imputate a delitto; evvi il silenzio imputato a congiura: o che serviate, o che non serviate, vi apprestano gl'insulti, o le mannaie, perchè il servire chiamano viltà, il resistere ribellione. Vi accusano di armi nascoste; vi chiamano gente traditrice, come se non fosse maggior viltà al più forte l'usare i fucili ed i cannoni contro i deboli, che ai deboli l'usare contro il più forte gli stili e le coltella! Adunque poichè di stili e di coltella vi accagionano, e poichè un risguardo di Dio, protettore degli oppressi, e l'insopportabile superbia loro vi hanno ora posto i fucili ed i cannoni in mano, usategli, usategli, e pruovate, che anche gl'Italiani petti sono forti contro i rimbombi, e le guerriere tempeste. Credete voi, che siano costoro invulnerabili? Credete voi, che siano più valorosi di voi? Per Dio, no, non abbiate sì falso pensiero: i valorosi non son perfidi, ed opera di perfidia sono i fatti recenti. Non sotto spezie di amicizia fu invasa Genova, insidiata Cavi, conculcato Livorno? Non sotto spezie di amicizia furono da lor prese le Veneziane fortezze? Non da loro si sommovono i popoli contro i governi, non da loro si usano i governi per tiranneggiare i popoli? Ma che parlo? Ricordatevi di Brescia, di Bergamo e di Crema fatte ribelli al loro signore dai tradimenti di costoro. Non avete voi testè letto i manifesti nimichevoli contro di voi mandati da quel Landrieux, primario insidiatore, sotto colore di amicizia, di quelle misere città? Non vedete voi qui il pubblicato scritto di un Lahoz, pagato da loro, perchè con mani Italiane versi sangue Italiano? Non vi muoveste pure or ora a sdegno nel leggere il manifesto inventato da loro, ed apposto al Battaglia, a quel Battaglia, che, Dio voglia, sia tanto puro, quanto la causa è santa? Vero, disse il manifesto, e nessuno il sa meglio che chi lo scrisse; ma vera ancora è l'infame fraude, non a liberare gli oppressi diretta, ma a dar cagione agli oppressori di tradire gli oppressi; caso veramente scelerato di sommuovere prima i popoli, poi di tradirgli per dargli in mano ad insolite tirannidi. Non ebbimo noi qui nell'innocente Verona i scelerati subornatori venuti per prezzo da Lonato, da Desenzano, da Brescia? Non abbiamo noi qui capitani vili, mandati espressamente da Buonaparte sotto pretesto di reggerla, a contaminar Verona? Non è Buonaparte stesso, non solo nido, ma covo d'infami fraudi? Vincitore insolente in palese, insidiatore scelerato in segreto? Sono questi i valorosi, che abbiano a farvi tremare? Tolga Dio questa credenza, che il valore è virtù, e la perfidia fa, non soldati valorosi, ma satelliti codardi. Fumano al cospetto vostro le campagne poc'anzi liete e dilettose della Brenta, ed ora consumate, ed arse dai barbari. Sono bruttati i tempii, sono spogliate le case, è ogni opera dell'Italiano ingegno, utile o magnifica, fatta preda di soldatesche sfrenate. Adunque pei barbari travagliarono i Raffaelli, i Tiziani, i Paoli? Adunque i Petrarca, gli Ariosti, i Tassi scrissero, perchè i testi loro gissero in mano di coloro, che non gl'intendono? Adunque diè il povero l'obolo suo alla Casa santa di Loreto, perchè uomini già fatti ricchi da tanti rubamenti lo rapissero, ed in prezzo di meretrici, in prezzo di corruzione contro gl'Italiani stessi il convertissero? Adunque portò il povero per incorrotta fede nei monti di pietà il risparmiato frutto di tante veglie, perchè fosse involato da chi non veglia, che nei bagordi, nei giuochi, nelle fraudi? Ov'è l'Italia adesso? Il suo fiore è perduto. Dove i costumi? Contaminati da fogge forestiere. Dove le armi? Tradite pria, poscia disperse, o serve. Dove la lingua? Lordata da parlari strani. Dove l'arte dello scrivere, già sì famosa al mondo, e maestra di tanti? O tace, o adula, o imita. Scrittoruzzi da insegne, scrittoruzzi da giornali, scrittoruzzi da libercoletti son venuti ad insegnarci lo scrivere, ed il pensare! Oh, vergogna nostra sempiterna, se con l'armi non vendichiamo il perduto pregio dell'ingegno! Piangono le Pavesi madri, piangono le Veronesi madri i figli uccisi nelle battaglie contro i tiranni; piangono le Italiane madri le figlie, prima ingannate, poscia abbandonate dai vili seduttori, e si querelano indarno del contaminato onore. E voi ve ne starete? E voi non brandirete le armi? E voi non spenderete l'ultimo fiato per vendicare, per liberare Italia da tanto strazio! La vittoria vostra è vittoria comune, perchè a tutti puzza questo barbaro dominio, ed il primo messo apportatore delle Veronesi battaglie farà muovere a redenzione tutti i popoli. Sdegnata è Germania dell'oscurato valor militare, sdegnata Genova della perduta indipendenza, sdegnata Roma dell'offesa religione, sdegnata Toscana dell'oltraggiata amicizia, sdegnata Napoli dell'esser fatta stromento alla servitù d'Italia. Tutti aspettano un valor primo, tutti domandano una rizzata insegna; tutti agognan sorgere in aiuto della generosa Verona. La mole intera dell'Italica libertà nelle mani vostre sta: perchè molti combatteran contro pochi, virtuosi contro viziosi, oppressi contro oppressori, nè mai vano riesce l'ardor della libertà. Vinti i Francesi, qual altro barbaro s'ardirà d'affrontare la vincitrice Italia? Tutti saran cacciati; il sole Italiano non splenderà più che su fronti Italiane, l'aria non udirà più le ispide favelle; i solchi di questa terra, tanto ferace madre, non produrran più per altri, che per noi i dolci frutti loro; le spose intatte non daran più al mondo che forti, che sinceri, che liberi Italiani. Fu già Venezia ricovero ai liberi Italiani contro l'inondazione d'antichi barbari; fia Venezia nuova occasione ai liberi Italiani di cacciare i barbari moderni. Il valore libererà l'Italia, l'unione preserveralla, e già mi s'appresentano alla rallegrata mente nuovi secoli per quest'antica madre del mondo. Ma io vi veggio rossi di sangue! questo è sangue di barbari. Deh, fate voi, che sia seme di libertà. Ite, correte, uccidete quest'uomini truculenti: il sangue loro fia segno della salute nostra, nè mai senza sangue s'acquista la libertà. Ha il sommo Iddio, quando ordinò l'universo, voluto, o che i tiranni versassero il sangue degli oppressi, o che la libertà versasse il sangue degli oppressori. Ite, e scegliete tra le mannaie e gli sparsi fiori, tra la vita e la morte, tra la gloria, e l'ignominia, tra l'indipendenza e la servitù, tra la libertà e la tirannide. Il principe vostro, il cielo propizio, sorti fortunate, l'amore, il furore, le donne, i padri, i figli, l'incominciate battaglie, queste prime vittorie vi chiamano ad un'alta e non più udita impresa; e poichè la rotta pazienza vi fe' correre all'armi, fate che l'armi non siano impugnate indarno».
Queste parole dette, e replicate più volte, destavano negli animi già tanto concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi gli uni gli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva in Venezia un caso pieno d'insolenza ad un tempo, e di crudele risentimento, e che se non fu espressamente ordinato da Buonaparte, come da alcuni fu scritto, servì però molto mirabilmente a' suoi disegni contro l'innocente repubblica. Aveva il senato comandato, seguendo un antichissimo instituto, ed a cagione dei romori presenti, che nissuna nave forestiera, che fosse armata, potesse entrare nell'estuario; il quale divieto era stato significato a tutti i ministri delle potenze estere residenti in Venezia, ed il Francese ne aveva, come tutti gli altri, avuto notizia. Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a tutti giusta e conveniente cosa, come era veramente, che non si dovesse turbare con la presenza di armi forestiere la sede del governo. Ma ecco la sera dei venti aprile, avvicinarsi al Lido di san Niccolò un legno armato in forma di corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto. Si scoverse legno Francese condotto dal capitano Laugier. Domenico Pizzamano, deputato alla custodia del Lido, gli mandava significando il divieto del senato, e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla quale l'Inghilterra medesima aveva obbedito. Il capitano o per insolenza propria, o per comandamento altrui, non curando le esortazioni del Pizzamano, e seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto, e vi poneva l'ancora con violazione manifesta di una legge Veneziana in Venezia. Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, i Veneziani narrano, per ingaggiar battaglia, il che non è nè vero, nè verisimile, ma bensì per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera Veneziana, pensiero veramente strano del volere con pubblica dimostrazione rendere onore ad una potenza nel momento stesso, in cui sotto gli occhi del suo principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una sua principalissima legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni Francesi, giunto alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere al comandante Veneziano, che si covasse qualche macchinazione o dentro o fuori. Perlocchè, allestiti ancor esso i suoi cannoni, traeva, rendendo fuoco per fuoco, contro il legno Francese. Insino a questo punto il torto essere stato dal canto del capitano Francese sarà confessato da tutti, eccettuato da quelli che credono, che i forestieri debbono esser padroni in casa altrui; e se i Veneziani fossero stati contenti all'arrestar il legno, e ad obbligarlo, senza fargli altro danno, ad uscir dal porto, nissun diritto uomo è, cred'io, che non fosse per istimare la condotta loro, non solo non biasimevole, ma ancora lodevole e necessaria. Ma le cose non si rimasero a queste prime dimostrazioni, nè poteva essere, ch'elleno più oltre non procedessero a cagione degl'incredibili sdegni, che allora passavano tra una nazione e l'altra; imperciocchè trovatosi Laugier tra legni di Schiavoni, gente avversa al nome di Francia, e devota a Venezia, giunto il trarre nimichevole tra il legno ed il forte Sant'Andrea, assaltavano con grandissima forza, e con arma bianca la nave del capitano Francese, nella quale sfogando troppo più che all'umanità si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di un'estrema ferocia. Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque Francesi, fra i quali il capitano medesimo. Otto restarono feriti; che anzi, se gli uffiziali degli Schiavoni non avessero frenato il furore dei soldati loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo uccisi. Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con pubblico decreto Pizzamano, e gli uffiziali; largiva di un caposoldo i gregari; mandava un sunto del fatto ai legati Donato, e Giustiniani, acciocchè il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione, che da altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il ministro di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato, che carcerasse Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi, risarcisse il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si soprassedè sino alla risposta di Buonaparte.
Terrore era in Venezia, e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima si avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione. Combattevano tuttavìa i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto perchè quest'ardore era estremo, si doveva temere, che non tardasse a raffreddarsi. Già i Francesi ingrossavano tutto all'intorno. S'accostava Kilmaine venuto da Mantova, Chabran compariva sotto le mura verso la porta di San Zeno, le prime squadre di Victor arrivavano in luogo, donde presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di Judenburgo toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque i provveditori a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo del colonnello Beaupoil: ma la pratica non ebbe perfezione, perchè il popolo non volle udire che avesse a depor le armi, e non fossero esclusi i Francesi dai castelli; poi con Chabran, col quale andava ad abboccarsi fuori della porta San Zeno il provveditore Giovanelli. Erano col primo il generale Chevalier, e Landrieux, col secondo il conte degli Emilj, il conte Giusti, ed un Merighi, personaggio molto amato dai San Zenati. Pervenivano intanto le novelle, che Lahoz con una banda di due mila soldati tra Italiani e Polacchi al soldo della repubblica Cisalpina, aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contro le leve campagnuole di quel distretto.
Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo Veneto contro i Francesi, quando stavano a fronte di un nemico potente; che per questo era stato costretto Buonaparte a fare la tregua, che i Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux, e qui lascio che il lettore pensi da se, che i rei disegni del senato contro i Francesi erano pruovati dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli allegando l'amicizia de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo essersi armati i sudditi per amore verso il principe, e per opporsi ai ribelli apertamente incitati, e protetti dai Francesi; l'intervenzione dei Francesi in tutti questi moti viemaggiormente dimostrarsi da ciò, che i turbatori della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale Balland, come in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere contro di lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per questo aver voluto i Veronesi difendere le sedi loro, e vendicare il loro principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai risentimenti ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran sdegnato minacciava, che entrerebbe per forza, arderebbe, e saccheggerebbe Verona. Già s'impadroniva di San Leonardo, con che assicurava il castello San Felice: già batteva fortemente la porta di San Zeno, dove solo il fosso il separava dal corpo della piazza. Instavano al tempo medesimo i castelli contro la porta di San Giorgio; e dal Castel-Vecchio uscivano spesso i Francesi con gran terrore e ruina dei cittadini. Kilmaine si approssimava da Mantova, sbaragliando le turbe armate, che gli contrastavano il passo. Già il romore della Victoriana schiera ormai vicina si udiva nella desolata città. I primi corridori di Lahoz si facevano vedere alle porte esteriori del Castel-Vecchio, e niuna cosa poteva impedire che vi entrassero.
Ebbersi in quel momento le novelle dei preliminari di pace; il quale accidente faceva abilità a Buonaparte di correre con tutto il suo esercito contro lo stato Veneziano. Accresceva il terrore la sconfitta delle genti stanziali governate dal Maffei, e che poste alla Croce Bianca, ed a San Massimo vietavano da quella parte il passo al nemico. Da tutto questo si vedeva, che era già vinta Verona, quando ancora combatteva. Perlochè i provveditori pensarono ad accordarsi ad ogni modo. Convenivasi delle seguenti condizioni: deponessero i villani le armi, e sgombrassero da Verona; i Francesi la occupassero; tutte le armi e munizioni si dessero in mano loro: fossero consegnati in castello, come ostaggi per la sicurtà dei patti, Giovanelli, Erizzo, Giuliari, Emilj, il vescovo, Maffei, i quattro fratelli Miniscalchi, Filiberi, i due fratelli Carlotti, San Fermo, e Garavetta: eseguiti i capitoli, si rendessero gli ostaggi. Volevano i provveditori aggiungere il capitolo, che fossero salve le vite e le proprietà dei Veronesi, delle truppe, e dei capi loro; ma Kilmaine, che era sopraggiunto, non volle ratificarlo. E però, sebbene fossero accettati gli altri capitoli, si rendeva Verona quasi a discrezione. La qual cosa vedutasi dai provveditori, si deliberarono di ritirarsi a Padova, lasciando che i magistrati municipali, quanto fosse in poter loro, alla salute di lei provvedessero. Fu grande in questi negoziati il dolore, e lo spavento dei provveditori; perchè non solamente vedevano una popolazione fedele al nome Veneziano abbandonata a discrezione di un nemico offeso, ma udivano anche parole espresse, e funeste della vicina distruzione della repubblica; perciocchè Beaupoil, dalle solite ambagi uscendo, ed almeno più sincerità degli altri mostrando, disse apertamente, che la repubblica di Venezia aveva sussistito bastantemente per quattordici secoli, e che conveniva adattarsi ai tempi, che l'assistenza prestata alle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia non poteva derivare dal solo arbitrio dei comandanti Francesi, ma bensì da un espresso comando del generale Buonaparte.
Entravano i Francesi nella sanguinosa Verona. Io non so, se mi debba raccontare un fatto orribile, e quest'è, che i patriotti Italiani, che pretendevano parole di libertà, e d'indipendenza alle imprese loro, cercavano diligentemente, secondando il furore dei capi repubblicani di Francia, per le case gli autori della resistenza Veronese, e trovati, gli davano loro in mano, perchè fossero percossi coll'ultimo supplizio. Scoprivano fra gli altri il frate cappuccino, e lo consegnavano ai percussori. Gli trovavano in casa la predica, la quale, siccome pareva scritta in istile più pulito, che a cappuccino si appartenesse, veniva attribuita al vescovo di Parma Turchi, che era allora in grido di predicatore eccellente. Creossi un consiglio militare per giudicarlo. Sostenne il frate in cospetto de' suoi giudici la medesima sentenza. Condannato nel capo, incontrò la morte con quella medesima costanza, con la quale aveva vissuto. Conservò la storia il nome di questo forte Italiano, quantunque per la malvagità dei tempi sia stata la sua morte piuttosto apposta ad ignominia, che ad onore. Si chiamava frate Luigi Colloredo, e dopo la venuta dei Tedeschi gli fu posta nella sua chiesa dei cappuccini una lapida tramandatrice ai posteri della sua eroica costanza. Furono con lui condotti a morte i conti Francesco degli Emilj, Verità, e Malenza con alcuni altri di minor nome. Tale fu l'esito della Veronese sollevazione: la chiamarono le pasque Veronesi a confronto dei vespri Siciliani; ma se ugualmente crudi ne furono gli effetti, bene le cagioni ne furono peggiori; perchè a Verona s'aggiunse la perfidia alla tirannide.
Era la città esposta alla vendetta del vincitore. Le si toglievano le armi, seguitavano minacce crudeli, e fatti peggiori; si viveva dai soldati a discrezione; fu espilato il monte di pietà; le più preziose gioie mandate al generalissimo. Gridavano i popoli a fatti tanto sacrileghi; Buonaparte ordinava, si restituissero i pegni di minor prezzo; ma fu indarno, perchè i più erano involati, e chi fu preposto alla bisogna, per render meno, ne accoppiava due in uno: nè si perdonava alle doti delle figliuole povere, perchè anche queste furono preda dei rapitori. Il commissario di guerra Bouquet, eletto commissario sopra il monte, fu carcerato, e condotto in Francia per essere processato, ma non si udì mai di pena, o perchè fosse innocente, o perchè avesse operato per ordine di chi poteva più di lui. Decretava Buonaparte, pagasse Verona centoventimila zecchini, e di più cinquantamila per caposoldo ai soldati dei castelli, risarcisse i danni dei soldati e degli ospedali, i cavalli dei Veronesi si dessero alle artiglierie ed alla cavallerìa; ancora desse Verona nel più breve spazio fornimenti da vestire i soldati in quantità considerabile; gli ori e gli argenti sì delle chiese, che del pubblico si confiscassero in pro della repubblica; i quadri, gli erbari, i musei tanto del pubblico, quanto dei particolari fossero ancor essi posti al fisco della repubblica; i privati, che meritassero di esser fatti indenni, si compensassero coi beni dei condannati.
Ma già la espilazione, prima che si eseguisse per ordine, era stata mandata ad effetto per disordine. Scriveva Augereau, la confusione dei poteri, l'esercizio abusivo fattone da parecchi ufficiali superiori avere colmo l'anarchia e la dissipazione; infatti il monte di pietà di Verona, in cui erano più di cinquanta milioni di preziose suppellettili, e così ancora quel di Vicenza (Lahoz aveva fatto rivoltar Vicenza) essere stati con tale prestezza vuotati, che gli espilatori impazienti all'indugio dello aprir le porte, le avevano sforzate: e vero fu, quantunque Augereau non lo scriva, che vi entrarono con le scuri, e coi sacchi. Sapere, continuava a scrivere, che Victor aveva fatto arrestare il commissario Bouquet, autore di questo dilapidare; non dubitare, che se si venisse a processo contro di lui, non mettesse in compromesso cittadini, che erano nei superiori gradi dell'esercito; non essere le campagne in miglior condizione della città; gl'incendj, i furti, le rapine generali, e particolari fatte d'arbitrio, e senza legale autorità avere spopolato parecchi villaggi, e ridotto famiglie ad errare disperatamente alla ventura; giunta essere a tal colmo questa peste, che ufficiali adescati dall'amor del sacco si erano fatti comandanti di piazza da se medesimi, ed avevano commesso atti, cui la giustizia, l'onore, e la severità della disciplina militare condannavano; gli arbitrj di Verona essere ancora più orribili: tolte sforzate esservi state fatte per iscritto sino a franchi sessantamila, e negate le ricevute; rubatevi per otto giorni interi le botteghe; regnarvi il terrore; esservi cessato ogni commercio, essere Verona deserta; alcuni ufficiali essersi impadroniti di merci spettanti a' negozianti, sotto colore che calasser per l'Adige; le migliori case saccheggiate attestare il furore dei saccheggiatori. Nissuno più di lui, continuava Augereau, odiare i Veneziani, nissuno più di lui bramar di vendicare il sangue Francese, ma nissuno più di lui odiare l'ingiustizia e la persecuzione; se i Francesi erano stati rei d'ingiustizia e di persecuzione a lui toccare il consolare i Veneziani, a lui toccar fare, ch'essi dimenticassero, ch'erano obbligati di una parte dei loro mali a' suoi compatriotti. Fatte queste querele richiedeva Augereau da Buonaparte, moderasse le contribuzioni, ne rendesse il contado partecipe.
Da chi avrà attentamente considerato le cose fin qui da noi raccontate, sarà facilmente scorto, che nissuno buon partito restava a pigliarsi alla repubblica di Venezia, se alcuno restava, era quello dell'armi. Forse i Veneziani, armando vieppiù fortemente l'estuario, e difendendo Venezia con quell'istessa costanza, colla quale i loro maggiori avevano una volta difeso Padova contro l'imperator Massimiliano, avrebbero ancor potuto far sorgere in Europa qualche spiraglio di salute; perchè ancora l'Inghilterra era intera, e l'imperatore consentiva per forza ai patti di Leoben, non che non gli piacesse l'acquisto degli stati Veneziani, ma perchè abbominava i principj sovvertitori di ogni vecchio stato, sui quali si fondava la repubblica di Francia. Ma qualunque fosse l'evento, era più onorevole partito per Venezia il perire con l'armi in mano, che con negoziati già conosciuti inutili prima che s'intavolassero.
Giunte a Buonaparte le novelle di Verona e del Lido, fingeva un grandissimo sdegno con acerbissime parole lamentandosi del sangue Francese sparso, e protestando volerne aver vendetta. Adunque vedendo, che era venuto il tempo prefisso, e con tant'arte preparato, scriveva al ministro Lallemand queste furibonde parole: «S'insultano a Venezia i colori nazionali, e voi vi siete ancora! Pubblicamente vi si assassinano i Francesi, e voi vi siete ancora! Per me, io dichiaro, e protesto non voler udire proposta di conciliazione, se prima non sono arrestati i tre inquisitori di stato, ed il comandante del Lido: si carcerino, e poi venite a trovarmi».