Rispondeva per bocca del doge il senato a Buonaparte: «Nella somma amaritudine che ha sentito il senato nel conoscere dalle vostre lettere, avere l'animo vostro concetto sinistre impressioni sulla ingenuità della nostra condotta, ci riesce di qualche conforto il vederci aperta la via di poterle pienamente dileguare con le pronte e precise nostre risposte. Vuole il senato, ed ha sempre voluto vivere in pace ed amicizia con la repubblica di Francia, e piacegli in questo punto ratificare solennemente questa sua risolutissima volontà. Nè potrebbe certamente una così aperta, e così solenne dichiarazione venir oscurata da accidenti, che con lei non hanno correlazione alcuna: poichè, sorta la fatale, e del tutto inaspettata rivoluzione nelle città nostre oltre Mincio, la fede e l'amore delle popolazioni le fece correre spontaneamente all'armi col solo intento di frenar la ribellione, e di respingere le violenze dei sollevati. A questo unico fine implorarono esse dal proprio governo assistenza, e presidj; che se in tanto turbamento di cose sorsero alcuni accidenti disgustosi, alla confusione inevitabile debbono unicamente, non alla volontà del governo attribuirsi. Tanto è alieno da essi il senato, che, per allontanare anche il più rimoto pericolo, ha con recente manifesto comandato ai sudditi, che contro i sollevati non istessero ad usar le armi, se non nel caso della propria difesa. Ma essendo noi su tale argomento disposti a secondare con le opportune risoluzioni i vostri desiderj, bene conoscerà la equità vostra, che al tempo medesimo diventa necessario che l'amore volontario delle popolazioni fedeli verso di noi, e la comune nostra tranquillità siano guarentite da insulti esterni, e da perturbazioni interne. Vuole, ed è pronto il senato a soddisfarvi dell'altra richiesta, per castigo e consegna di coloro che han commesso uccisioni sulle persone dei vostri soldati, e sarà per noi diligentemente ordinato, che siano conosciuti, arrestati e secondo i meriti loro castigati. Per conseguire più acconciamente, ed a contentezza d'ambe le parti tutti i raccontati effetti, mandiamo due legati a voi, dai quali intenderete la somma compiacenza nostra, e insieme quanto grato ci sarebbe, che voi interponeste l'efficace vostra autorità presso al vostro governo per ricondurre all'ordine, ed al primiero stato le città d'oltre Mincio, che si sono da noi allontanate. Con questo vi confermiamo di nuovo, e protestiamo la costanza, e la sincerità dei nostri sentimenti verso la vostra repubblica, in un con la molta osservanza, in cui abbiamo la vostra illustre e riputata persona».
Deputava il senato per alleggerire i sospetti, e per intrattenere Buonaparte dell'estremo fato della patria, Francesco Donato censore, e Leonardo Giustiniani, savio alla scrittura uscito. Intanto funeste novelle consentanee all'aspetto delle cose presenti, ed annunziatrici di ultima ruina, arrivavano da Vienna e da Parigi. Avvisava l'ambasciador Grimani, apparir segni che la repubblica avesse ad esser data in preda all'Austria; in questo adoperarsi la corte di Napoli per istornar la tempesta da lei; adoperarvisi la Spagna, adulatrice di Francia, e desiderosa che il duca di Parma acquistasse un incremento di territorio col titolo di re: avervi anche le mani mescolate il re di Sardegna, in cui rimaneva l'antica cupidità di allargarsi in Italia; affollarsi tutti intorno a Francia, adularla, prometterle, esortarla a male opere; non aver più amici la repubblica debole, esser fatta bersaglio alle potenze, bramose tutte di prendersi quel d'altrui; starsene cupa e silenziosa l'Austria; esser disposta ad accettare il prezzo; pure splendere ancora un raggio di speranza, se si mantenesse intero ed incorrotto l'antico governo; cambiarlo, aver ad essere la morte della repubblica. Così i potentati Italiani stessi, in preda ancor essi alla cupidigia del volere appropriarsi quel d'altrui, non giudicavano quanto fosse a proposito della salute d'Italia il non lasciar perire Venezia.
Simili cose scriveva il nobile Querini da Parigi, ma come se velate da maggior dissimulazione alle orecchie sue pervenissero; perchè ora erano minacciose le parole del direttorio, ed ora dolci; ora accusava Venezia, ed ora la scusava, e da tante ambagi niuna cosa certa poteva ritrarre l'ambasciadore Veneto, se non se che si macchinava qualche gran trama contro la repubblica, e che era pericolo che l'Austria, per consentimento della Francia, se la rapisse. Ma perchè non mancasse alcuna lagrimevole condizione in così grave e così vicino pericolo, fu provato da gente vendereccia di sottrarle denaro sotto promessa di salute. Un certo Viscovich, di nazione Dalmata, si appresentava al nobile Querini, dicendo che era in mano sua il salvare la repubblica; che in quel punto stava deliberando il direttorio, se convenisse spegnere le rivoluzioni della terraferma con dar mano forte al senato, o di condurle a compimento con dare fomento ed ajuto ai ribelli; che due direttori erano in favore della repubblica, due contro, il quinto in pendente; che quello era il tempo di spendere per la salute comune; che ove il senato volesse dar sette milioni di franchi, Venezia sarebbe preservata; che di presente abbisognavano seicento mila franchi pel direttore titubante, con altri cento mila pei beveraggi agl'intromettitori. Rispondeva Querini, non avere autorità di obbligare il pubblico per tanta somma. E brevemente, pressato poi dal Viscovich, che la cosa era alle strette, che quello non era tempo da perdere, che se non prometteva, in quel giorno stesso si statuiva la morte della repubblica, si lasciava tirare a dir del sì per somma sua divozione verso la patria, e sottoscriveva biglietti per seicento mila franchi sopra Pallavicini di Genova, con patto che stessero in deposito, finchè non avesse in sua mano una lettera scritta dal direttorio a Buonaparte, intimatrice del dover frenare i faziosi della terraferma, e ridurre le città sotto il dominio. La lettera non potè avere Querini; bensì gli fu consegnata una carta col titolo in fronte, e colla marca del direttorio esecutivo, e sottoscrizione del segretario di Barras, per cui si affermava, che la lettera del descritto tenore era stata scritta dal direttorio a Buonaparte. Fu il trattato approvato dal governo a Venezia: mandavasi al console in Genova, s'intendesse con Pallavicini, perchè obbedisse le cambiali del Querini. Stava in aspettazione l'ambasciatore di quello che avesse a succedere; ma vedendo le cose della terraferma andar sempre di male in peggio, richiedeva Viscovich della restituzione dei biglietti. Negava il Dalmata la restituzione. Furono presentati a Querini nel mese di luglio in Venezia, dopo il cambiamento dello stato, acciocchè ne effettuasse il pagamento: gli protestava; fu carcerato, ed esaminato per ordine del direttorio per querela di aver voluto corrompere il governo Francese. Questa fu veramente un'arte cupa; perchè, se vi fu corruzione, e certamente in qualcheduno fu, ella non andò già da Querini ad altri, ma da altri a Querini.
Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte, accompagnato da una estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per l'importanza sua, e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle storie, era vicino a sorgere nella principale città della Veneta terraferma. Abbiamo già raccontato, come Buonaparte, perchè l'Austria accettasse da lui, in ricompensa dei Paesi Bassi, e del Milanese, lo stato Veneziano, si era messo in punto di farlo rivoltare contro il senato. Insidiò principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano alcuna cosa intentata, e la popolazione Veronese contaminavano con promesse agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostra di libertà, con abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato all'incontro avendo avuto sentore, anzi certezza delle trame di Verona, vi aveva mandato, come già abbiam raccontato, provveditori straordinari, uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti Schiavone. Vi arrivavano, oltre a ciò, i villani dei contorni, ai quali erano state messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano ambe le parti vigilanti, l'una per impedir gli effetti delle suggestioni e delle sommossioni d'oltre Mincio, l'altra per ajutarli. Gli animi infiammati dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti, si mostravano pronti, non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma ancora a prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un segno che uscisse, potevano partorire una generale commozione. In tanta concitazione reciproca le cagioni potevano nascere ugualmente dall'una e dall'altra parte. Da tutto questo conoscerà il lettore, che poco rileva il sapere, se si sia incominciato a far sangue dai Francesi, o dai Veronesi, perchè proposito dei capi Francesi era di far rivoluzione in Verona, proposito dei Veronesi d'impedirla: i primi volevano darla all'Austria, i secondi conservarla a Venezia; e so ben io ciò, che farebbero i Francesi, o gl'Inglesi, se qualche potenza forestiera vendesse ad un'altra Lione, o Birmingham.
Era debole il presidio Francese in Verona, nè atto per se a tanta mole; perchè il generalissimo aveva avuto bisogno di tutte le sue forze contro l'Austria, ma si sperava nei maneggi secreti, e nell'opera dei novatori, ed oltre a ciò incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di Viotor mandata da Buonaparte a rivoltar lo stato nella terraferma. Si accostava inoltre Lahoz coi Lombardi, e Polacchi, accostavansi le masse repubblicane di Brescia e di Bergamo, ed il forte presidio di Mantova poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica, ma probo e religioso, vedendo il pericolo tratteneva ogni Francese che da Francia venisse, od in Francia ritornasse, per modo che riuscì a raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento Cisalpini, valorosa gente, capitanata in gran parte da Francesi, ed assai disposta a secondargli. Già segni annunziatori di quanto doveva succedere si spargevano per le campagne: erano in ogni luogo minacce, mischie, ed uccisioni. I sollevati dipendenti da Buonaparte uccidevano i sollevati, che gridavano San Marco; dall'altra parte dei Francesi isolati, coloro, che s'imbattevano in gente più moderata, erano o arrestati, od insultati; quei, che incontravano uomini più sfrenati, erano uccisi. Un prete, figliuolo del conte Malenza, postosi in agguato con una squadra di mila villani, infestava le strade tra Peschiera e Verona. Incessantemente si predicava, volere i Francesi fare una rivoluzione per impadronirsi delle sostanze dei popoli, e singolarmente del monte di pietà, dove erano grandissime ricchezze. Allegavano l'esempio del monte di pietà di Milano depredato contro le leggi del giusto e dell'onesto. Il fatto era pur troppo vero, e la ricordanza di lui produceva una rabbia incredibile in mezzo a quelle popolazioni già tanto concitate. Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minacce tra Francesi e Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra Francesi e Veronesi, ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Le nappe con l'impronta del Lione, insegna della repubblica di Venezia, davansi a chi ne bramava. Godeva il provveditore nel vedere animi sì pronti, e tante difese apprestate. Dava opera ad ordinarle; descriveva i villani accorsi, raccomandava l'ordine e la quiete, comandava, non offendessero persona; solo stessero armati, e pronti. Così l'agro Veronese suonava tutto all'intorno d'armi contrarie, ed armi contrarie erano in atto d'affrontarsi dentro le mura stesse di Verona. Preparavansi i magistrati a propulsare qualunque assalto, fatti accorti dai fatti di Bergamo, Brescia, Crema, ed ancor più dalle novelle certe delle intenzioni di Buonaparte. Il generale Balland surrogato a Kilmaine nel governo militare di Verona, sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al provveditore, esortandolo a provvedere, che i disordini cessassero. Rispondeva il Veneziano, che il farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma toccava rimproverando i maneggi degl'insidiatori, mandati a posta per sommuovere le province.
Era il dì diciasette aprile, secondo giorno di Pasqua del millesettecentonovantasette, quando alle ore quattro meridiane scoppiava ad un tratto la terribil sollevazione Veronese. Incominciava da insulti e da minori fatti dai soldati Veneziani e dai Veronesi armati, contro le guardie Francesi sparse in vari luoghi della città. Il comandante Carrere, veduto quanto il tempo fosse minaccioso, ristringeva i suoi sulla piazza d'armi, pronto a correre dove bisogna fosse. In cotal guisa stava armato e raccolto lo spazio di un'ora, quando Balland fece trarre, erano le cinque della sera, qual segno di guerra, cannonate dai castelli. A quel rimbombo si conduceva spacciatamente Carrere con la sua schiera nel Castel-Vecchio, contro il quale già combattevano i Veronesi dalle case vicine. Il romore inaspettato delle artiglierìe Francesi diè cagione di credere ai Veronesi già tanto infiammati, che fosse intenzione di Balland di trattare ostilmente Verona. Nè s'ingannarono punto; perchè poco dopo traeva furiosamente contro il palazzo pubblico, che ne fu lacero e guasto in molte parti. Diroccarono al primo trarre le creste del palazzo degli Scaligeri. Cambiavasi in un momento l'aspetto della città; perchè vi sorgeva una rabbia, un gridare, un correre contro i Francesi da non potersi raccontare degnamente con parole. Un suonare di campana a martello continuo e precipitoso accresceva terrore alla cosa. Dei Francesi, coloro che si trovavano più vicini ai castelli, massime al Castel-Vecchio, in loro si ricoveravano a tutta fretta: ma non fu senza pericolo, perchè rabbiosamente gli seguitava il popolo, che gli voleva ammazzare, e bersagliandogli dalle finestre con palle, con sassi, con ogni sorte d'armi faceva loro il ritirarsi difficile e mortale. Il furore aveva preso non solo gli uomini ed i forti, ma ancora i vecchi, le donne, i fanciulli, ognuno volendo ricompensare con un sangue odiato le ingiurie ed i patimenti. Molti dei Francesi in tal modo fuggenti restarono uccisi, plaudendo all'intorno il popolo inferocito. Chi non potè ripararsi a tempo nei castelli, cercava salvezza nei più segreti nascondigli delle case; ma non però tutte, anzi poche erano loro sicure; perciocchè non pochi, rottasi dai padroni la ospitalità, vi restarono miseramente uccisi. Alcuni furon gettati nei pozzi, altri trafitti dai pugnali, altri risospinti fuori delle porte, perchè fossero segno alla rabbia popolare, che tuttavia fra le grida orribili, fra il rimbombo delle artiglierìe dei castelli, fra i tocchi incessanti pel suonare a stormo andava crescendo. Molti amministratori dell'esercito, molte donne, molti fanciulli, molti ammalati erano in Verona, e questi furono, la maggior parte, condotti a miserabil morte da un popolo, che pagava con eccessiva crudeltà contro gl'innocenti le ingiurie, le ruberìe, le fraudi, i tradimenti usati da chi aveva contro di lui contaminato il nome di Francia. Era spettacolo pieno di compassione e di terrore il vedere malati languenti perseguitati da sicarj sanguinosi, donne atterrite da donne furibonde. Noi vedemmo un portico, tutto lurido e stillante ancora di sangue di Francesi ammaccati piuttosto che trafitti da un immenso furore; noi vedemmo spoglie sanguinose tratte da pozzi e da fogne; noi vedemmo miserabili vestimenta serbate a gloria dai violenti trucidatori. Ma la pressa, le minacce, la crudeltà, che il cielo serbi condegno castigo agli autori veri di tanto infinita barbarie, erano intorno all'ospedal militare. Degli ammalati alcuni furono uccisi, parecchi malconci e spogliati. Nè le preghiere, nè la debolezza, nè l'aspetto medesimo della morte già vicina in un ferocissimo morbo potevano piegare a misericordia questi uomini, nei quali null'altra cosa d'uomo restava che il volto. Nè veniva meno la crudeltà per la stanchezza, o per lo sfogo; che anzi sangue chiamava sangue, e le forze, che mancano spesso al ben fare, non mancavano al mal fare. Se per assenza di vittime pareva un poco acquetarsi il furore, tosto si riaccendeva più fiero che prima, ove fosse scoperto un Francese; e di nuovo si dava mano alle stragi. Non in meno pericolosa condizione si ritrovavano i patriotti o Veronesi, o forestieri: che anzi maggiore contro di loro si mostrava la rabbia del popolo, che con più diligenza gli cercava, e quanti potè aver nelle mani, tanti uccise. Ma i più si erano ricoverati nei castelli, altri conficcati nel nascondigli passarono fra la speranza ed il timore parecchi giorni. Ma non tutto fu barbarie in questo lagrimevole accidente. Non pochi Veronesi, ed il conte Nogarola medesimo, quantunque fosse uno dei capi degl'insorti, conservarono, nascondendogli, a molti Francesi la vita, atto tanto più degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui correvano pericolo della propria; perchè non è da dubitare, che se il popolo si fosse accorto della pietà usata, avrebbe condotto all'ultima fine preservatori e preservati. Spargevasi intanto per le campagne il grido del caso di Verona: incominciavasi a toccar lo stormo; i villici accorrevano a torme armate nella tormentata città; e se il vecchio furore già languiva, l'accostamento del nuovo il rinfrescava. Le grida e le stragi rincominciavano, nè cessarono le uccisioni, se non quando non vi fu più uomo da uccidere. Mancata la materia dello ammazzare, si veniva in sul saccheggiare. Già il ghetto, essendo gli ebrei, oltre l'antico rancore, riputati partigiani di Francia, andava a ruba: già i fondachi del pubblico pericolavano, e non fu poco, che i provveditori potessero impedire, che coloro, i quali sì ferocemente combattevano per Venezia, le sostanze pubbliche di Venezia non rubassero. Tanto facilmente passano gli uomini infuriati dalle uccisioni ai latrocinj, dai latrocinj alle uccisioni. Correva il sangue per le case, correva per le contrade, i castelli tuonavano, gli Schiavoni infuriavano: anzi uniti al popolo volevano dar l'assalto a quei nidi, come dicevano, dove si erano confinati i tiranni d'Italia. Il maggior pericolo era pel Castel-Vecchio: posto essendo vicino alla città, potevano i soldati ed il popolo assaltarlo più facilmente; nè le sue difese erano forti, poichè dava adito al castello un ponte chiuso solamente da un cancello di ferro, e la porta di debol legno era anche priva di saracinesca.
Il provveditor Giovanelli, in mezzo a tanta confusione e tanti sdegni, avrebbe voluto, non far deporre le armi, perchè nè la tempera degli animi Veronesi, nè il trarre continuo dei castelli il permettevano, ma frenare la barbarie, ed introdurre ordine e misura, là dov'era solamente confusione e trascorso. Tanto si adoperava in questo lodevole pensiero, che per poco il popolo non l'aveva per sospetto, e si proponeva, posposta l'autorità di lui, di voler fare da se. Importava intanto l'impadronirsi, per aprir l'adito agli aiuti esterni, delle porte, che tuttavia si trovavano in possessione dei Francesi. Il maggior presidio era in quella di San Zeno. Il conte Francesco degli Emilj, che alloggiava nella terra di Castel-Nuovo con due pezzi di cannone, seicento Schiavoni, duemilacinquecento contadini, e fronteggiava un grosso corpo di Francesi e d'Italiani, affinchè non corressero contro Verona, udito il pericolo della sua patria, correva subitamente in suo aiuto, e dopo un sanguinoso conflitto, fatto prigioniero il presidio, recava in sua potestà la porta di San Zeno, entrando con tutti i suoi, il che dava nuovo animo ai cittadini. Facevano lo stesso della porta Vescovo il capitano Caldogno, e di quella di San Giorgio il conte Nogarola. Così gli abitatori del contado potevano entrare liberamente a soccorrere Verona. Giunto il rinforzo del conte degli Emilj, assalivano i Veronesi più fortemente i castelli, massimamente il vecchio, e più fortemente dentro di loro si difendevano i Francesi, certi essendo, che in tanta rabbia popolare, per cui già erano stati morti i non combattenti, da quella difesa non solo dipendeva la possessione dei luoghi, ma ancora la salute, e la vita loro.
Il maggior propugnacolo che avessero, era il castello montano di San Felice. Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto un grosso alloggiamento a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a battere quel castello; che anzi più oltre procedendo, avevano piantato due cannoni in san Leonardo, donde, per essere il sito sopraeminente al castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Francesi uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivanne stragi, incendj e ruine. Ardeva parte della città, perchè da castel San Felice, Balland fulminava, anche con palle roventi; ardevano le vicine ville intorno, e la tanto florida un tempo, ed ora infelice Verona, pareva avvicinarsi ad un estremo sterminio. Intanto i villici, che tanto più s'infierivano, quanto più largo sangue vedevano, non confidando intieramente nei rimedj, che potessero fare da se medesimi, avevano di volontà propria spedito corrieri al generale Austriaco Laudon, che, come abbiam narrato, dopo le vittorie acquistate nel Tirolo, era sceso a mettere a romore l'alto Bresciano, pregandolo, si calasse subitamente in soccorso loro. Balland non ometteva di provveder all'avvenire, conoscendo di quanta importanza fosse all'esercito il conservare in potestà di Francia quell'alloggiamento. Però aveva dato avviso a Chabran in Brescia, ed a Kilmaine in Mantova, pregandogli, mandassero sollecitamente gente soccorritrice al presidio pericolante. Victor medesimo era stato avvertito da Balland del pericolo. Anche da Bologna s'accostava una schiera per istringere la città combattente. Giovanelli, considerato il nembo che da ogni parte gli veniva addosso, quantunque Erizzo fosse per arrivare con un rinforzo di genti Schiavone, di armi e di munizioni, aveva aperto una pratica d'accordo con Balland, la quale però non ebbe effetto, perchè il generale di Francia richiedeva, per prima ed indispensabile condizione, che i villani deponessero le armi, si riaprissero le strade alle comunicazioni dell'esercito, il presidio Veneziano alle poche genti di prima si riducesse. Non erano alieni i magistrati della repubblica dall'accettar queste condizioni; ma le turbe di campagna, tuttavia infiammate, non volevano a patto nessuno udire, che avessero a depor le armi: viemaggiormente s'infuriavano.
Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa, che rappresentavano, essere mescolata con la causa dello stato la causa della religione. Rammentassero, dicevano, l'oppressione di Roma, gli scherni di Milano, le abbominazioni di Parigi: osservassero con gli occhi loro medesimi i preti fuorusciti di Francia, ridotti esuli e poveri da gente incredula e sfrenata, per non aver voluto contaminare con ispergiuri e con bestemmie la fede loro: questa medesima sfrenata ed orribil gente volere adesso fondar l'imperio loro nell'incorrotta Italia: per questo ingannare gli spiriti, per questo pervertire i cuori, per questo subornare i magistrati, per questo tradire i governi, per questo finalmente avere testè conculcato la dignità della sedia apostolica, primo splendore d'Italia, e principalissimo fondamento della religione: guardassero qual fosse il seguito dell'irreligiosa gente; uomini malvagi aiutarla con gli spìamenti, con le parole, con le armi, con le aderenze; uomini tutti nemici alla religione, perchè senza fede; nemici alle buone costumanze, perchè senza buoni costumi; nemici ai governi provvidi, perchè impazienti di ogni freno, che gli rattenga nelle male passioni loro. Perciò, sclamavano, difendessero fino coll'ultimo sangue, ove d'uopo fosse, la religione protettrice degli oppressi, i governi protettori della religione, ed aspettassero per opera sì pia la gloria del mondo caduco, i premj del mondo sempiterno.
Generavano questi discorsi effetti incredibili; il furore diveniva zelo, che altro non è che un furore meno fugace. Stupivano massimamente, e s'infiammavano le genti ad uno spettacolo maraviglioso, che sorse in mezzo a quella tanto avviluppata tempesta, e questo fu di un frate cappuccino, che predicava ogni giorno sulla piazza, stando attentissimo il popolo affollato ad ascoltarlo. Non desumeva questo frate i suoi argomenti da motivi di religione, ma piuttosto da quanto havvi nella nazionale indipendenza di più dolce, di più nobile, di più generoso; e sebbene le sue parole fossero principalmente dirette contro i Francesi, erano non ostante generali, e chiamando, secondo l'uso antico, barbari tutti i forestieri, predicava contro di loro guerra, cacciamento e morte. Preso per testo l'antico adagio, patientia laesa fit furor: