Avevano Buonaparte, ed i legati Veneziani, ai quali, come abbiam narrato, erano state ampliate le commissioni, in Milano le preste novelle degli accidenti di Venezia, specialmente della rinunzia fatta nel giorno dodici dai patrizi, e della dissoluzione dell'antico governo aristocratico. Evidente cosa era, che avendo cessato di sussistere chi aveva dato il mandato, non vi era più luogo nè a negoziati, nè a conclusione di trattato. Ciò non di meno le pratiche si continuarono, dal canto dei Veneziani, perchè pareva loro, che una solenne asseverazione di Buonaparte di voler confermare la repubblica non potesse essere senza qualche effetto, dal canto del generale, perchè paresse del tutto volontaria, anzi richiesta la occupazione di Venezia.

Adunque con questi due diversi fini si stipulava da ambe le parti il giorno sedici maggio in Milano un trattato di pace e d'amicizia, tra la repubblica Francese e la Veneziana; cessassero tra di loro tutte le offese; rinunziasse da parte sua il gran consiglio al suo diritto di sovranità, ordinasse l'annullazione dell'aristocrazìa ereditaria, riconoscesse la sovranità dello stato consistere nell'universalità dei cittadini: a tutte queste cose consentisse con patto che il nuovo governo guarentisse il debito pubblico, il vivere dei patrizi poveri, le provvisioni a vita: la repubblica Francese concedesse, siccome ne era stata richiesta, una schiera di soldati a Venezia, acciocchè vi conservasse intero l'ordine e la tranquillità, vi tutelasse le persone e le proprietà, procurasse la esecuzione delle prime risoluzioni del governo nuovo; questi soldati partissero da Venezia, tostochè il nuovo governo dichiarasse non averne più bisogno; le altre truppe Francesi sgombrassero gli altri territori Veneti, tostochè la pace del continente fosse conclusa: si facesse sollecitamente il processo agl'inquisitori di stato, ed al comandante del Lido; la repubblica Francese perdonasse ad ogni altro Veneziano. Questi erano i capitoli mostrabili: i segreti contenevano altri effetti importanti: si accorderebbero le due repubbliche pel cambio di territorj, la Veneziana pagasse alla Francese tre milioni di tornesi, somministrasse una valuta di altrettanti in arnesi di marinerìa, le desse tre navi di fila con due fregate fornite di tutto punto, consegnasse a' commissari a ciò destinati venti quadri, e cinquecento manoscritti a scelta del generalissimo: la repubblica Francese s'interponesse a pace comune tra la Veneziana, e la reggenza di Algeri.

Di tale forma furono i capitoli del trattato concluso in Milano tra Buonaparte, e i Veneziani. A loro fu aggiunto quest'altro, e ciò se ancora resta luogo alla maraviglia, farà certamente maravigliare il lettore, che le due parti ratificassero nel più breve spazio il trattato. Il ratificarono intatti i municipali di Venezia, persuadendosi, non si vede come, nè perchè, che tutta l'autorità della repubblica, e del maggior consiglio in loro fosse investita. Negava Buonaparte la ratificazione, allegando, essere da parte dei mandatari Veneziani cessato il mandato, perchè era estinto il mandatore, il che era vero. Ma siccome già sapeva, quando stipulava, che era spento il mandatore, fu il suo stipulare fraude, per fare che i Veneziani ammettessero in Venezia i suoi soldati. Ma questi già essendo entrati, e l'antico governo, col quale l'Austria aveva congiunzione di amicizia, già essendo spento, il che era l'importanza del tutto, ei rifiutò la ratifica per non legarsi a niuna obbligazione col nuovo.

LIBRO UNDECIMO

SOMMARIO

Insidie contro Genova. Grave sedizione in questa città per opera dei novatori. I carbonari, ed altra parte del popolo insorgono contro i novatori, e gli vincono. Sdegno, e risposte funeste di Buonaparte: manda generali, e soldati per intimorir il governo col fine di obbligarlo a cambiare l'antica forma dello stato. Si fa la mutazione: legati Genovesi vanno a trovar Buonaparte per accordare con lui il modo del nuovo reggimento. Si crea un governo temporaneo. Umori, e sette in Genova. Constituzione foggiata a modo di quella di Francia. Mala contentezza dei popoli: terribile sommossa nel Bisagno, e nella Polcevera. Condizioni del Piemonte. Il re fa nuove dimostrazioni d'amicizia verso la Francia. Astute insinuazioni, e progetti d'ordinazione politica dell'Italia fatti dall'ambasciador Piemontese a Parigi. Trattato di alleanza tra il re, e la repubblica Francese. Moti sediziosi, e supplizi in Piemonte: morte lagrimevole di Carlo Tenivelli, storico insigne: sue lodi.

La forza aveva insidiato Venezia; le chimere di una libertà fallace le diedero il tracollo. La medesima forza, e le chimere medesime usando Buonaparte contro Genova, la tirava ancor essa all'ultimo eccidio. Vedevano, e sentivano il governo, ed il generale di Francia, che a voler diminuire l'autorità dell'Austria in Italia, era necessario il cambiare i governi antichi in nuovi; perchè giudicavano, che i primi avrebbero consuonato con Austria, i secondi con Francia. Tale necessità diveniva agli occhi loro tanto maggiore, quanto più, fatta l'Austria padrona dello stato Veneto, aveva modo d'ingerirsi, e di travagliare più efficacemente l'Italia. Poi a qualunque modo era sorto l'uso di sovvertir gli stati parte per capriccio, parte per ischerno, e parte anche, credo, per modo di trattenimento. Per tutte queste ragioni, non ancora terminata, ma già prossima a terminarsi la tragedia di Venezia, scriveva Buonaparte a Faipoult, ministro di Francia a Genova, ed operatore attivo dei disegni del generale, che la rovina di Venezia doveva partorire necessariamente la rovina dell'aristocrazìa di Genova; ma che ancora non era tempo di scoprirsi, usando in questo, secondo il suo solito, la natura della volpe prima di quella del lione. Sapeva, che il governo Genovese non avrebbe gagliardamente contrastato, quantunque in lui fosse più vigore, che in quello di Venezia, sì perchè alcuni fra i senatori erano abbacinati dai fantasmi dei tempi, e sì perchè nel ceto medio era molta opinione contraria, credendo molti, che la democrazìa fosse da anteporsi all'aristocrazìa, come se i modi di reggimento politico indotti in Italia a quei tempi fossero democratici. Aggiungevansi i capitali Genovesi investiti in gran parte in Francia, ed i traffichi tra Francia e Genova frequentissimi, cose molto tenere, e capaci a far calare i Genovesi ad un primo romore d'armi. Infine pei passi frequenti delle genti di Francia sulle riviere, erano sorte in esse le opinioni nuove. Savona titubava e per questo, e per le antiche emolazioni. Alcune fortezze, e molti siti del Genovesato erano in mano dei Buonapartiani. Nè a questo contenti il direttorio, e Buonaparte, avevano operato, che Rusca e Serrurier appoco appoco, e sotto altri colori le schiere loro accostassero a Genova, e che l'ammiraglio Brueys comparisse con navi grosse e sottili nelle acque delle riviere.

Genova pericolava; ma molte erano le insidie interne. Spargevansi artifiziosamente voci, che la Francia voleva dare la riviera di ponente al re di Sardegna, e si affermava, che una tale calamità solo si poteva allontanare con ridurre il governo a forma più consimile a quella di Francia. Queste voci Faipoult, magnificando la fede della sua repubblica, e quasi sdegnandosi, asseverava essere false e calunniose. Buonaparte ed egli richiedevano nuovi presti di parecchi milioni alla signorìa, consumata ed odiosa ai popoli, se gli concedesse, accusata d'inimicizia verso Francia, se gli negasse. Il farla vile fu anche parte dell'insidia; perchè un consiglio militare Francese adunatosi nella sede stessa della repubblica processava, e condannava al bando da tutti i territorj di Genova il marchese Agostino Spinola, come reo delle turbazioni sorte contro i Francesi nei feudi imperiali. Non era più sovranità dove un tribunale forestiero dannava un cittadino: mancava col buon concetto la forza dello stato. Nè l'opera dei novatori di dentro si trascurava. A questi erano capi alcuni Genovesi, alcuni forestieri. Fra i primi osservabile era massimamente lo speziale Morando, uomo precipitoso, e di estremi pensieri, e che credeva che ogni cosa fosse lecita per arrivare a quella libertà ch'ei si figurava in mente. Fra i secondi più vivo e più operativo si mostrava un Vitaliani da Napoli, il quale, sebbene non tanto veemente fosse, quanto Morando, era non pertanto assai più di lui pericoloso, perchè aveva facile favella alla Napolitana, efficacia a persuadere maravigliosa, bel porgere, e bella persona, ed era entrante molto e manieroso. Forestiero si mescolava nelle cose Genovesi a dissoluzione della repubblica, e con patente d'impiegato dell'ambascerìa di Francia tendeva agguati ad una potenza, a cui la Francia protestava amicizia. Erano costoro favoriti da Faipoult più nascostamente per la sua qualità pubblica, da Saliceti a questi fini venuto a Genova, più apertamente. Vociferava Saliceti, doversi, poichè l'aristocrazia di Venezia si era spenta, spegnere anche quella di Genova. I novatori sicuri omai dell'esito, s'adunavano, s'indettavano, s'accordavano, s'apprestavano; più il termine s'avvicinava, e più palesemente operavano. Incitamenti continui andavano dall'ambasciata di Francia a Morando, e solo si aspettava che Venezia fosse perita del tutto per far perir Genova. Avvertito il governo, creava inquisitori di stato con ampia facoltà, e per opera loro carcerava Vitaliani. Se ne risentiva gravemente Faipoult, richiedeva la sua indennità, come di Francese. Per tal modo non solamente si voleva che si macchinasse, ma ancora, che si macchinasse impunemente. La signorìa essendo sforzata, rimetteva il Napolitano in libertà. Vitaliani e Morando con somma attività si adoperavano. A loro si faceva compagno un Filippo Doria o per ambizione, o per opinione. Tutto era contaminato, l'esca apprestata, le occasioni si aspettavano. I giornali di Milano, comandando ciò, o permettendo Buonaparte, continuamente straziavano l'aristocrazìa Genovese, e con infiammate parole provocavano i popoli contro di lei. Di tanta mole era per chi tanto poteva, il distruggere la piccola repubblica di Genova. Si pruovava nell'estremo caso ad insorgere, gl'inquisitori di stato facevano carcerare due dei più audaci e temerari novatori, sperando, che il timore potesse frenare quella gente incitatrice. Fu indarno, poichè tanto favore l'ajutava dentro e fuori. Questa fu scintilla a suscitare ad incendio il fuoco che covava. Non così tosto giungeva ai congiurati la novella della carcerazione dei compagni, che furiosamente dato all'armi o proprie, od a questo fine apprestate in casa Morando ed avendo Morando medesimo con Vitaliani e con Filippo Doria a guida, facevano improvvisamente, era il giorno ventuno di maggio, un tumulto terribile. Si rallegrava Faipoult, che la rivoluzione nascesse in Genova per opera dei Genovesi, perchè in quella rivoluzione ei voleva ben essere, ma non parere. Essere, scriveva a Buonaparte, creato un filo a poter muovere facilmente i collegi, i consigli, e ad operare la riforma inevitabile di Genova più o meno prestamente, secondochè meglio o come a Buonaparte si convenisse, o per modo che il mondo vedesse, che la Francia, non ingerentesi nella constituzione politica di un popolo amico ed independente, non vi aveva posto mano che come protettrice della quiete di questo popolo stesso, e per allontanare da lui tutte le disgrazie di una rivoluzione. Venuti da Faipoult due legati del senato, Gian Luca Durazzo, e Francesco Cataneo, il pregavano, che facesse dimostrazione di non secondare i novatori, ed operasse, che la frenesìa dei giornali Milanesi contro Genova cessasse. Dava loro la volta sotto sulla prima richiesta, speranza per la seconda. Si metteva poscia sull'esortargli a riformare essi medesimi lo stato, ed a biasimargli dei tridui e delle novene, come di dimostrazioni dirette ad odio dei Francesi: cercava infine di temporeggiare, perchè gli accidenti di Venezia finissero. I congiurati con ischiamazzi orribili, e con grida spaventose, cantando a tratto tratto la marsigliese (fu questa una canzone con musica molto espressiva, che incitò potentemente in quell'età gli spiriti ad opere straordinarie) s'incamminavano al palazzo ducale. Aggiungevansi per istrada, come suole avvenire, nuovi congiurati, e fra il popolo i più tristi, e chi più ambiva il sangue o il sacco. A tanto romore si adunava una calca incredibile fra quelle strette vie di Genova; serravansi a furia le botteghe; i buoni fuggivano, od erano tratti dalla tempesta. La folla tumultuosa giunta al palazzo, dov'era raccolto il senato, con minacciose grida addomandava i carcerati. Rispondevano con molta costanza i padri, a buona ragione sostenersi, si farebbe giustizia, fra breve paleserebbero al popolo l'intento loro. I sollevati avrebbero voluto sforzare il palazzo; il vietavano le guardie; si rimanevano, perchè in quel primo impeto non avevano nè armi sufficienti, nè accordo, nè numero che bastasse. Traevano alle case del ministro di Francia, sperando che gli ajuterebbe. Gli confortava dicendo, s'interporrebbe, e le dimande loro al senato esporrebbe. Fatti più sicuri cambiavano il furore in allegrezza, e sparsi per le piazze, e nei ritrovi sì pubblici che privati, facevano grandi festeggiamenti. La sera, sforzato il teatro, vi commettevano remore, anche con oltraggi dei pacifici cittadini. Riscaldati dal vino e dalle cose fatte, passavano la notte, che era una delle estreme della loro antica e veneranda patria, fra l'allegrezza dei piaceri presenti, e la cupidigia dei tumulti avvenire.

Sorgeva ai ventidue l'alba, che doveva addurre a Genova un giorno funestissimo. Prorompevano dai ritrovi loro i congiurati, e ad ogni momento, e ad ogni passo ingrossandosi per l'accostamento di nuovi compagni, facevano una turba assai numerosa. S'aggiungevano ai Genovesi non pochi Lombardi, venuti ancor essi all'alito delle rivoluzioni; nè mancavano Francesi, ancorchè fossero in minor numero. Inalberavano, perchè non mancasse ai fatti anche il segno della ribellione, sui cappelli chi la nappa Lombarda, e chi la Francese, ambedue tricolorite, questa col turchino, quella col verde. Gridavano, viva il popolo, viva la libertà. S'avviavano al palazzo di Faipoult, dove ammassati diventavano più terribili per impeto, e per numero. Il senato senza difesa pel caso improvviso, si era perduto d'animo, ed aspettava, invece di operare.