Il popolo fedele al principe non si muoveva, perchè sorpreso a quell'accidente insolito non aveva ancor ripreso gli spiriti, e forse non credeva, che i sollevati volessero trascorrere agli estremi. Andando loro il moto a seconda, ardivano cose maggiori, ed orrende. Traevano alle prigioni della mal paga, sentina infame d'indebitati e di falliti, e rotte le porte non senza qualche violenza sanguinosa, e liberati ed armati i prigionieri, se gli facevano compagni ai disegni loro. Cresceva il furore: quel che dava la massima dell'esser lecito tutto per acquistar la libertà, secondava la natura sempre precipitosa del male al peggio. Impadronitisi della darsena, davano la libertà ai condannati, e poste loro le armi in mano correvano con l'infame satellizio di ladri, e d'assassini a disfare uno dei più illustri governi del mondo: tempi atroci, in cui la misera Genova era insidiata occultamente dai potenti dominatori d'Italia, ed impugnata apertamente dai suoi cittadini misti ai mancatori di fede, ed ai galeotti! esempio da piangersi eternamente che si sia cercata la libertà non solo coi rei propositi, ma ancora con operatori scelerati.

Tornando alle opere Morandiane, fatto i sollevati concorso sulla piazza, e preso maggior animo da quei primi successi, bandivano con allegria, e romore incredibile, essere spenta l'aristocrazìa, Genova libera, i poveri esenti dai tributi, cassi gli antichi magistrati, creati i nuovi. Ma ancora temevano le porte in mano del governo, ed i popoli del Bisagno e della Polcevera deditissimi al nome del principe ed all'antica repubblica. Però credendo non esser compiuta l'opera, se allo aver acquistato l'interno non aggiungevano l'assicurarsi delle porte delle mura, spedivano, a ciò consigliati da Morando e da Doria, i più audaci ed i meglio armati, ad occupar l'arsenale, il ponte reale, la lanterna, le porte di San Tommaso e di San Benigno. Il che veniva loro agevolmente fatto, sorpresi essendo e pochi i difensori.

Intanto s'era il senato raccolto timoroso, e non pari a tanto estremo. Consultavano discordi, statuivano spaventati. Mandavano legati a Faipoult, perchè lo pregassero, s'interponesse a concordia, ed offerissero riforme negli ordini antichi. Piaceva la profferta al Francese, per essergli aperta l'occasione, e condottosi al senato, con efficacissime parole esortava i padri, cedessero al tempo, s'accomodassero al secolo, riformassero lo stato, verso gli ordini democratici l'allargassero, questa sola via di salute restare. Stanziavano, poichè oggimai era tolto ogni modo di deliberare sanamente, si traessero quattro patrizi, i quali convenendo con quattro deputati del popolo, fra di loro accordassero come e quanto la forma antica dovesse scendere alla democrazìa. S'eleggevano i patrizi, gli eletti del popolo non comparivano; riuscì vano il tentativo. La massa dei novatori infuriata correva al ducale palazzo, e contro di lui piantava un cannone, sforzandosi di entrarvi; ma cessava vedutolo ben custodito. Risuonavano intanto le grida, viva la libertà, morte agli aristocrati; pareva ormai spenta l'antica repubblica. Trionfavano Vitaliani, Morando, Doria, nè pareva che vi fosse più rimedio per reprimere la ribellione.

Ma ciò, che non aveva fatto il senato senz'animo e senza forza, il faceva il popolo, parte per odio contro i novatori, parte per amore verso l'antico stato, parte per riverenza alla religione, perchè temevano lei aversi ad oltraggiare in Genova, come credevano esser stata oltraggiata in Francia. Si adunava, correndo da ogni lato, principalmente dal porto, una gran massa di popolo minuto, carbonari e facchini massimamente, ed opponendo all'improvviso grida a grida, nappe a nappe, armi ad armi, rendevano dubbia una vittoria, che già pareva certa. Facevano risuonare per tutta la città voci festose ad un tempo, e minacciose, gridando viva Maria, viva il principe, viva la religione, morte ai giacobini, che con questo nome chiamavano i novatori: rizzavano intanto sui cappelli per nappa una piccola immagine di Maria: per questo chiamava Buonaparte i preti genovesi vile e scelerata gente. Solo lodava l'arcivescovo. Gli amatori del governo antico, siccome quelli che avevano a combattere coi libertini bene armati, anche di artiglierìe a cagione della presa dell'arsenale, avvisavano d'impadronirsi dell'armerìa, nella quale essendo entrati, distribuite a ciascuno le armi, con ardore inestimabile si mettevano a correre contro la parte contraria. A loro si accostavano i soldati regolari rimasti fedeli alla repubblica, e fra questi alcuni, che sapevano maneggiar le artiglierìe. Infelice città, che vedeva rinnovarsi nel suo grembo, le spente da lungo tempo, e sempre feroci fazioni. Si attaccava una battaglia asprissima, dove i padri combattevano contro i figliuoli, i fratelli contro i fratelli; ed il suono delle armi civili, già da lungo tempo insolito, si udiva da lungi nei più secreti recessi dei liguri Apennini. Traevano le artiglierìe furiosamente, si mescolava l'archibuserìa; da vicino si ammazzavano coi ferri, e quando non avevano ferro, con le mani. Maggiore era la pressa nei luoghi occupati dai libertini, perchè gli avversari, essendo nella possessione di essi posta tutta l'importanza del fatto, gli volevano a tutta forza sloggiare, massime alle porte, all'arsenale, ed al ponte reale, dove Filippo Doria combatteva valorosissimamente. Durava la battaglia parecchie ore: prevaleva finalmente la parte del senato, ricuperati, non senza molta fatica e sangue, dagli uomini fedeli a lui tutti i posti. Il quale fatto saputosi dai Morandiani, era cagione che precipitosamente abbandonassero l'impresa. La maggior parte fuggirono, o nelle private case si nascosero: i più animosi ristrettisi insieme, si facevano sforzatamente strada al ponte reale, che si teneva ancora per loro mediante il valore di Filippo Doria. Gli seguitavano i vincitori, e s'accendeva a questo ponte una battaglia ostinatissima, combattendo dall'un de' lati la disperazione, dall'altro il furore, ed il numero ognor crescente delle genti. Erano finalmente oppressi i Morandiani con ferite, e morte di molti: morì Doria medesimo. Usavano i vincitori molta crudeltà, come nelle guerre civili. Il cadavere del Doria fu lunga pezza ludibrio a quegli uomini infieriti. Nacquero fra questo sanguinoso scompiglio fatti parte tremendi, parte ridicoli. Uno schiavo turco, che i novatori avevano liberato, quando si erano impadroniti della darsena, e condotto con loro, ed ammaestrato a gridar viva il popolo, incontratosi in una folla di carbonari, e non sapendo più oltre, diede tal grido, e ne fu malconcio orribilmente. Gli dissero, che bisognava gridar viva Maria, ed ei si mise a gridare, viva Maria; ma trovatosi di nuovo fra quel garbuglio in mezzo ad una truppa di novatori, questi, sentito il viva Maria, il maltrattarono per forma che per poco non l'amazzarono. Il pover uomo tutto pesto, nè sapendo connettere accidenti tanto strani, andava gridando, che i cristiani erano diventati matti, ed avea ragione. Perirono in mezzo a quella furia parecchi Francesi, parte mescolati coi sollevati, parte non mescolati, perchè avendo i Morandiani inalberato chi la nappa Francese, chi la Lombarda, di lontano simile alla Francese, erano tenuti complici, ed ammazzati dagli avversari tutti coloro che portavano le nappe tricolorite. Ciò fu in mal punto, perchè Buonaparte ne prese occasione per disfar il governo. Del resto i Morandiani fecero da se, e messi su dai forestieri; i carbonari da se, e solo spinti da odio e da fedeltà: ma più da odio che da fedeltà: nè nel fatto loro il senato ebbe ingerenza alcuna, salvato piuttosto dal popolo, che da se. Si vegliava la notte fra il dolore dei morti, il terrore dei vivi: s'accendevano i lumi alle case da chi per gioia, da chi per paura, perchè i carbonari minacciavano. Il senato vincitore per opera altrui, di nuovo s'adunava per consultare sulle turbate cose. Mostravasi Giacomo Brignole doge al popolo, da cui era veduto, e salutato con grandissimi segni di allegrezza. Faipoult, veduto che la forza dei novatori era stata indarno, tornava sull'esortare, e più accesamente di prima insisteva sulla necessità delle riforme.

Si stava intanto per la signorìa in grandissima apprensione del come l'avrebbe sentita Buonaparte; perciocchè presso a lui stando il dominio di tutta Italia, a volontà sua vivevano, o morivano gli stati. Gli scriveva il doge in nome del senato lettere molto sommesse di rammarico, e di scusa pei Francesi uccisi. Arrivavano, portate da Lavallette, aiutante del generalissimo, risposte funestissime: Buonaparte non era uomo da non usar bene la occasione; non potere, scriveva, la repubblica Francese tollerare gli assassinj, e le vie di fatto di ogni sorte commesse contro i Francesi in Genova da un popolo senza freno, suscitato da coloro, che avevano fatto ardere la Modesta, e maltrattare i cittadini Francesi; se fra ventiquattr'ore i carcerati non si liberassero, se coloro, che il popolo contro di loro avevano provocato, non si carcerassero, se la feccia di quel popolazzo non disarmasse, aver vissuto la Genovese aristocrazìa, e partirsi da Genova il ministro della repubblica: stare la vita dei senatori per quella dei Francesi in Genova, tutto lo stato per le proprietà loro. Con queste parole superbe ed oltraggiose parlava Buonaparte ad un governo venerabile per l'antichità, e capo di un popolo ingegnoso e forte. Ma i carbonari non avrebbero uccisi i Francesi, se i Morandiani, il capo dei quali era stato munito di patente Francese dal ministro di Francia, non avessero essi primieramente incominciato la ribellione e la uccisione degli uomini fedeli all'antico stato. Quel ritoccar poi della Modesta in questo fatto, era cosa del tutto insopportabile. Del resto, tale fu la forza della verità, che Faipoult attestava ed affermava a Buonaparte, che il governo Genovese aveva fatto in quell'accidente quanto per lui si era potuto, per evitar i disordini; che in facoltà sua non era di comandare a coloro, che, non che gli obbedissero, gli comandavano e li difendevano: che delle uccisioni dei Francesi i patriotti erano stati cagione per aver inalberato i tre colori; che senza questa insolenza democratica niun Francese avrebbe perduto la vita; che i democrati soli avevano messo in pericolo i Francesi; ch'essi avevano fatto oltraggio alla repubblica Francese per aver usurpato i suoi colori nazionali; ch'essi finalmente avevano operato pazzamente per l'impeto sregolato, infamemente per l'apertura delle carceri e delle galere. Da tutto questo si vede, che Genova era del tutto innocente del sangue Francese, e che la collera di Buonaparte, vera o finta che si fosse, per la morte dei Francesi, non contro di lei, ma contro quelli che avevano voluto fare la rivoluzione, avrebbe dovuto sfogarsi.

Quest'era la condizione di Genova. Il senato sbigottito, e servo della moltitudine, e diviso per le opinioni, perchè la parte Francese, che desiderava le riforme, aveva acquistato maggior favore per gli accidenti presenti. Inoltre ei si trovava tra il non poter inveire contro il popolo, perchè lo avea salvato, ed il dover inveire, perchè gli agenti del direttorio gridavano vendetta. La moltitudine armata, fatta la buona opera di redimere il principe, prorompeva, come suole, in opere ree, oltraggiando e manomettendo gli onesti cittadini, solo perchè gli aveva per sospetti. Taccio, che la casa di Morando spogliarono da capo in fondo; ma già incominciavano a spogliar le case, non solo degl'innocenti, ma ancora dei benemeriti; ogni cosa piena di terrore. Insisteva più acerbo che mai Faipoult, perchè si scarcerassero i Francesi, si arrestassero gli uccisori, si dichiarasse, non aver i Francesi avuto parte nella ribellione. Temendo poi che solo si punissero gl'infimi assenti, e si salvassero i capi presenti, richiedeva con imperio insolente dal senato, forse non ricordandosi, o fors'anche ricordandosi di avere scritto a Buonaparte, che era innocente, carcerasse, e ad arbitrio di Buonaparte serbasse Francesco Maria Spinola, Francesco Grimaldi, inquisitori di stato, e Niccolò Cataneo patrizio, per avere provocato, secondo le allegazioni di Lavallette, in ogni possibil modo gli atroci fatti contro i Francesi, e per essere stati autori principali delle risoluzioni prese negli ultimi tempi; sconce ambagi, che coloro, cui Faipoult aveva dichiarato un giorno prima innocenti, fossero dichiarati un giorno dopo rei. Certamente erano Spinola, Grimaldi e Cataneo rei, non d'alcuna morte di Francesi, ma bene dell'amare la patria loro, e del volerla preservare dalla tirannide forestiera. Infuriava Lavallette, e secondava Faipoult. Affermava, che i carbonari erano stati pagati, perchè uccidessero i Francesi, e che i Francesi per ordine espresso erano stati assassinati. La qual cosa se fosse tanto vera, quanto è falsa, pruoverebbe, che gl'inquisitori di Genova fossero piuttosto pazzi, che feroci; perchè in tanta potenza della Francia in tutta Europa, principalmente in Italia, non si vede che cosa importasse la morte di cinque o sei Francesi isolati ed inermi, se non a far sobbissar Genova. Il versar sangue poi solo pel piacere di versarlo, s'imparava solamente alla scuola di Buonaparte. Orrore, dolore, terrore prendeva i senatori alla richiesta. Resistevano in prima, poi spinti dall'ultima necessità, arrendendosi facilmente quei della parte Francese, a loro malgrado consentirono.

Dell'altra richiesta dei prigioni fu soddisfatto senza molto contrasto a Buonaparte; liberavansi i Francesi. Ma più cedeva Genova, e più Faipoult moltiplicava le domande: ottenuta la libertà dei compatriotti, addomandava quella dei Lombardi, non per altro venuti, che per sovvertire lo stato, e presi con le armi in mano mescolati coi ribelli. Consentiva per forza il senato: portarongli i compagni a trionfo per quella città, che testè avevano bruttato di sangue. Del disarmamento, faccenda tanto necessaria, quanto difficile, consentiva facilmente, e dava anche un premio di due lire a chi portasse le armi all'armerìa del pubblico. Restava, che a petizione di Faipoult pubblicamente dichiarasse, non essere stati i Francesi mescolati nella ribellione; al che non si lasciava piegare. Bene mandava fuori un manifesto esortatorio ai popoli, acciocchè avessero i Francesi in grado di amici, affermando, che la salute di Genova dall'amicizia di Francia si poteva solo, ed unicamente aspettare. La quale esortazione dispiacque oltre modo al popolo, che soltanto vedeva le trame, e non conosceva il modo di passarle per la politica.

Il fine principale a cui miravano tante arti, spaventi e minacce, non era punto nè la liberazione di pochi carcerati, nè l'incarcerazione di pochi magistrati, cose tutte nè stimate da Buonaparte d'importanza, nè usate se non per mezzi. Bensì ei voleva la mutazione, affinchè dalla nuova forma fossero esclusi gli amatori dell'indipendenza, e gli aderenti dell'Austria, ed inclusi i partigiani di Francia. Perlochè, vintesi dagli agenti del generalissimo le prime domande, insorgevano con maggior calore, richiedendo il senato, riducesse lo stato a forma più democratica, e facesse abilità ai legati che si volevano mandar al generalissimo, di accordar con lui il cambiamento che si desiderava. Rappresentavano, non altro modo esservi di quietare gli spiriti, se non quello di chiamare anche i popolari al dominio; considerassero, con quanta fatica e quanto sangue s'era poc'anzi l'antica forma potuta conservare, solo perchè non era più consentanea alle opinioni dei più; doversi dare sfogo a questi nuovi umori, se non si voleva che inondassero con rovina della repubblica; per questo solo atto acquisterebbe il senato nella liberata Italia somma autorità, e loderebbe Milano Genova, quel Milano, che allora la scherniva; con questo solo atto si renderebbe sicura la integrità della repubblica, che allora era dubbia; ciò desiderare la repubblica Francese, ciò volere Buonaparte; ciò fatto, sperimenterebbegli Genova così facili ed amichevoli, come allora gli trovava ritrosi ed avversi; divenuti essere odiosi i privilegi; il rinunziarvi, e l'accomunarsi esser da savio, perciocchè altro non era che perdere una chimera con acquistare una realtà; parecchie volte aver Genova mutato modo nel corso dei secoli, ora allargandolo al popolare, ora restrignendolo all'aristocratico secondo i tempi; che ora tornasse al popolare, essere non solo necessario, ma ancora non insolito: cedessero adunque, ed in quella sola risoluzione vedessero la salute della repubblica.

Queste esortazioni fortissime in se stesse, operavano gagliardamente. Pure trovavano non poca difficoltà; perchè molti dei senatori vedevano in quei reggimenti democratici non amore, nè gratitudine per la rinunziazione dei privilegi, ma scherni e persecuzione, nè cambiando era andare dall'aristocrazìa alla democrazìa, ma bensì dal dominio consueto al dominio di una parte prepotente. Atterriva anche l'esempio di Venezia, che già si vedeva passare, pel cambiamento fatto, non alla libertà ed alla concordia, ma prima alla servitù di una parte, poi alla servitù forestiera. Così si stava in pendente, e, come accade nei casi dubbj e pericolosi, si amava lo stare, solo perchè lo stare era consueto.

Mentre si deliberava nel piccolo consiglio di quanto si dovesse fare in quella occorrenza di suprema, anzi di unica importanza per la patria, comparivano le prime squadre di Rusca, le quali, sparsesi prima per la Polcevera, si distendevano poscia insino alle porte di Genova. Si udiva eziandìo, che Serrurier poco lontano succedeva con le sue, e che da Cremona si muovevano nuovi soldati per dar rinforzo a Rusca ed a Serrurier, ove da per se non bastassero. Erasi appresentata alcuni giorni innanzi alla bocca del porto l'armata di Brueys; ma per la istanza del senato, e per la tempera del popolo, che non l'avrebbe lasciata entrare quietamente, aveva Faipoult operato, che l'ammiraglio se ne tornasse verso Tolone; del che, qual debole e timoroso, fu poscia aspramente biasimato da Buonaparte. Sebbene però l'armata Francese si fosse ritirata, si sapeva, che andava volteggiandosi ora a vista, ed ora poco lontana dalla riviera di ponente, e poteva dar animo, e fare spalla facilmente ai novatori della riviera, ed a quei della metropoli. Nè fu l'esito diverso dal prevedere; perchè tra la presenza di Rusca nella Polcevera, alcune squadre di soldati Francesi sparsi nella riviera, e la prossimità di Brueys, si tumultuava in vari luoghi, non senza sangue; gli abitatori delle ville e delle montagne combattevano acremente i novatori. Ciò non ostante questi ultimi erano rimasti superiori in Savona, città principale in quelle piagge, e già in ella, e nel Finale, e nel porto Maurizio avevano piantato l'albero, che chiamavano della libertà. Il senato minacciato da una setta potente nella sua sede medesima, attorniato da soldati forestieri, lacerato dalla guerra civile, stretto continuamente dagli agenti di Francia, che sempre parlavano dello sdegno del direttorio, e di Buonaparte, non aveva più libertà di deliberare.