Cedevano i padri, perchè il contrastare era impossibile. Statuivano, si riformerebbe lo stato; la mutazione, quantunque in termini generali, al popolo si annunzierebbe. Mandavano poi legali a Buonaparte, con facoltà di accordare con lui la forma futura degli ordini politici, i nobili Michel Agnolo Cambiaso, Luigi Carbonara, Gerolamo Serra, i due primi amatori di un governo popolare più largo, l'ultimo di uno più stretto, ma uomini tutti di singolare ingegno, ed anche di natura buona e forte, se fati migliori avessero conceduto, che la bontà e la fortezza potessero giovare alla patria. Partivano i deputati per Montebello, alloggiamento di Buonaparte. Partivano anche, conseguito l'intento, alla volta medesima Faipoult e Lavallette, per informar il generale dell'adempimento delle commissioni loro, e per consigliarlo intorno alle persone, che per gl'interessi di Francia si convenisse introdurre nel nuovo reggimento.

Il doge, i governatori, ed i procuratori della repubblica avvertivano il pubblico, mandarsi legati a Buonaparte, perchè ai pericoli esterni, ed alle turbazioni interne di Genova provvedesse. Lodavano la lealtà di Faipoult, conforme, dicevano, a quella della gran nazione; sperare, con l'ajuto della divina provvidenza, poter facilmente compire un'opera conducente a conservazione della repubblica, ed a contentamento di tutti, e sulla quale a tempo debito si sarebbe chiamata a consiglio tutta la nazione: se ne vivessero intanto quieti, esortavano, e non corrompessero con moti inopportuni una occasione, dalla quale dipendevano il riposo, e la felicità di tutti.

Spedivano al tempo stesso il nobile Stefano Rivarola a Parigi, comandandogli, in una faccenda di tanto momento per la repubblica, s'ingegnasse con ogni possibil modo di fare, che la forma antica, il meno che fate si potesse, si alterasse, e la integrità dei territorj in sicuro si ponesse.

Il direttorio di Francia era per le cose d'Italia piuttosto servo, che padrone di Buonaparte, e però a Montebello piuttosto che a Parigi si doveva definire il destino di Genova. Combattevano a questo tempo in Buonaparte due diversi pensieri, la necessità delle cose, e la volontà di secondare, pe' suoi fini particolari, i desiderj dei principi. Il primo lo sforzava a far le rivoluzioni, perchè l'operare senza posa era per lui mezzo di non lasciar illanguidire la fama, che si era acquistata; il secondo lo spingeva a far sicure le monarchie, a rivoltar solo le repubbliche, e queste o spegnere, o lasciarle dare nella democrazìa meno che potesse. Questi consigli operando in lui efficacemente, erano cagione, che, cambiando gli antichi ordinamenti di Genova, non gli lasciasse scendere sino alla pura ed inquieta democrazìa, e che la somma delle cose confidasse, non a gente fanatica e spaventevole ai re, ma bensì a uomini temperati e savi, che o per necessità consentivano al cambiamento, o volevano la democrazìa mista e con leggi, non pura e senza leggi. Questi pensieri consuonavano con quelli dei legati, ed anche la volontà del vincitor Buonaparte non era contrastabile. Per la qual cosa non fu lungo il negoziare, e addì cinque giugno si concludeva un accordo per mezzo loro tra la repubblica di Francia, e quella di Genova, pei principali capitoli del quale si statuiva, che il governo rimettesse alla nazione, così richiedendo la felicità della medesima, il deposito della sovranità, che gli aveva confidato; ch'ei riconoscesse, la sovranità stare nell'universalità dei cittadini; che l'autorità legislativa si commettesse a due consigli rappresentativi, uno di trecento, l'altro di cencinquanta consiglieri; che la potestà esecutiva fosse investita in un senato di dodici, e a cui presiedesse un doge; il doge, ed i senatori dai consigli si eleggessero; ogni comune avesse ad esser retto da ufficiali municipali, ogni distretto da ufficiali distrettuali; le potestà giudiziali e militari, e così pure le divisioni dei territorj secondo il modello da farsi da una congregazione a posta si ordinassero, con ciò però, che la religione cattolica salva ed intera si serbasse; i debiti del pubblico si guarentissero; il porto franco, ed il banco di San Giorgio si conservassero; ai nobili poveri, per quanto possibil fosse, si provvedesse; che ogni privilegio per abolito si avesse; che intanto si creasse un reggimento temporaneo di ventidue, ed a cui il doge presiedesse; che questo reggimento prendesse il magistrato il dì quattordici di giugno. Statuisse delle indennità dei Francesi offesi nei giorni ventidue e ventitrè maggio; finalmente la repubblica Francese perdonasse a tutti, che l'avessero offesa nei giorni suddetti, e mantenesse l'integrità dei territorj della repubblica Genovese.

Mandava Buonaparte questi capitoli al doge con lettere portatrici di dolci parole, mostrando molta affezione verso la repubblica, e consigliando, fossero savj, fossero uniti, e non dubitassero della protezione della Francia. Eleggeva al reggimento temporaneo Giacomo Brignole, doge, Carlo Cambiaso, Luigi Carbonara, Gian Carlo Serra, Francesco Cataneo, Giuseppe Assereto da Rapallo, Stefano Carega, Luca Gentile, Agostino Pareto, Luigi Corvetto, Francesco Maria Ruzza, Emanuele Balbi, Gian Battista Durand del porto Maurizio, capitano Ruffino di Ovada, Agostino Maglione, Gian Antonio Mongiardini, Francesco Pezzi, Bertuccioni, Gian Battista Rossi, Luigi Lupi, Gian Maria de Alberti, Bacigalupi, Marco Federici della Spezia.

Quando il generalissimo di Francia creava questa nuova signorìa, aveva in pensiero, non solamente di dare autorità a uomini prudenti, e lontani da voglie estreme, ma ancora mescolando uomini di diverse condizioni, di mostrare che la sovranità non cadeva più in pochi, ma bensì in tutti, cosa che avrebbe dovuto far quietare, contentando le ambizioni, molti umori. Ma nelle rivoluzioni le ambizioni sono incontentabili, e come se le faccende pubbliche potessero maneggiarsi continuamente dalla moltitudine, il restringerle in pochi magistrati era riputato aristocrazìa: gli esclusi gridavano tirannide, gente pericolosissima, perchè pretendeva parole di amore di patria.

Incominciava appena a farsi giorno, che già le piazze e le contrade erano piene di gente, accorrendo da una parte il popolo tratto dalla novità del caso, dall'altra i libertini portati dall'allegrezza, e dal desiderio di far certe dimostrazioni, che credevano libertà, ed erano vanità in se, scherno ad una parte dei loro concittadini, imitazione servile dei forestieri, segni di tirannide, semi di future discordie. Il popolo stesso, solito a seguitare così il bene come il male ad un posto segnale, se prima traeva per curiosità, dopo, e visto il giubbilar dei libertini, incominciava a trarre per allegrezza, ed era uno spettacolo mirabile il vedere tutta quella città mossa a gioia, che ancora non faceva un mese, si era veduta mossa a sangue. Viva la libertà, muoja l'aristocrazìa, viva Francia, viva Buonaparte, gridavano le Genovesi voci: gli alberi della libertà non solo sulle piazze e principali contrade, ma ancora sulle piazzuole e nei vicoli a tutta fretta si piantavano; i balli, canti, ed i discorsi che si facevano loro intorno, erano eccessivi. A questo, alcune donne, e non delle infime, certi berrettini di libertà, che così gli chiamavano, che avevano tessuti nascostamente, di tre colori nei giorni precedenti, distribuivano in pubblico, ed i libertini con molto romore se gli appiccavano sul petto. Le quali cose se abbiano mosso a riso Buonaparte tanto astuto conoscitore e tanto cupo sprezzatore dell'umana natura, non è da domandare: godeva in se del compito inganno. Morando era fuori di se dalla contentezza, sebbene non del tutto si soddisfacesse dei membri del governo temporaneo, parendogli aristocrati anzi che no. Vitaliani predicava, e per gridar forte che facesse il popolo, non gli pareva mai, che gridasse abbastanza. I nobili o si nascondevano nelle più segrete case, o fuggivano dalla città, e ne avevano ben anche il perchè; che ad un primo trarre, il popolo mosso, e stimolato dai novatori più vivi, gli avrebbe manomessi. In mezzo a tanto fracasso poteva nascer bene, come male, ma più facilmente male che bene. I patriotti scrivevano nel gergo gonfio, servile, e schifoso di quei tempi, che «superbo dei riacquistati diritti scorreva per le vie il genio della Liguria, e scrivea sulla fronte ai liberi cittadini la bella immagine di un fortunato avvenire». Ed ancora: «Oh, sublime maestoso spettacolo d'un popolo intero, che dopo aver trascorso dei secoli di servitù, curvo, ed umiliato sotto un giogo di ferro, si leva subitamente ritto sui piedi, e scosso l'infame peso delle irrugginite catene ne getta i rotti avanzi in faccia ai detronizzati tiranni!» Così parlavano: Buonaparte ne faceva le risa a Montebello, e gli chiamava pazzi da legare. Gian Carlo Serra, e suo fratello Gerolamo, che non erano uomini da riscaldarsi troppo, ed avevano l'animo piuttosto da storico che da poeta, s'erano lasciati ancor essi trasportare all'entusiasmo, e scrivevano cose di fuoco a Buonaparte.

La servile imitazione verso le tragicomedie della rivoluzione Francese dominava; ed ecco una calca di gente trarre con grida al ducale palazzo, i patriotti la guidavano, con animo di levarne il libro d'oro, infame catalogo, come dicevano, volume esecrato dell'antica aristocrazìa. Si custodiva il libro assai gelosamente in un luogo appartato del palazzo d'onde non si estraeva se non quando il nome di qualche nuova famiglia, chiamata a nobiltà, vi si scriveva. La plebe, rotte a forza le porte dell'archivio, se lo portava con incredibili scede e giullerìe sulla piazza dell'acquaverde, e quivi acceso un fuoco, lo ardeva, e le grida, e le risa, e gli scherni furono molti. Non pochi, perchè non mancassero neanche le puerilità, ferivano a punta di bajonetta o di sciabola l'odiato libro, e con questo si credevano di aver morto l'aristocrazìa: i circostanti applaudivano. Insomma il popolo mosso, se non fa tragedie, vuol comedie. Ardevano col libro d'oro anche la bussola del doge, e l'urna, dove s'imborsavano i nomi dei senatori per gli squittinj. Vi si arrosero altri stemmi gentilizj raccolti a furia di popolo da diversi luoghi; cose tutte, che si facevano piuttosto per ingiuria di persone, che per amore di libertà: poi piantavano sulle ceneri delle reliquie aristocratiche, come dicevano, il solito fusto, e gli applausi, e le musiche, e i discorsi andavano al colmo.

Arso il libro d'oro, trascorreva il popolo, anche i carbonari vi si mescolavano, ad un atto assai più biasimevole, e questo fu di rompere, ed atterrare la statua di Andrea Doria, che per memoria ed onore delle sue virtù, e de' suoi meriti verso la patria i Genovesi antichi avevano eretta nella corte del palazzo ducale; e se chi stava dentro a guardia fosse stato men pronto a serrare le porte contro l'invasata moltitudine, avrebbe rotto anche le altre statue del Doria, che si vedevano nella sala del gran consiglio. Che cosa poi pretendessero le ingiurie fatte ai morti illustri, ed il disprezzo di servigi eminenti fatti alla patria, ciascuno potrà da per se stesso giudicare, ed erano novatori noti solamente per parole ed incapricciti di certi governi geometrici non ancora pruovati, o pruovati soltanto per esilj, per persecuzioni, e per morti crudeli, che un Andrea Doria oltraggiavano.

Dalle ingiurie si trapassava ad insolenze criminose; perchè sospettando, che fossero ancora sostenuti nelle carceri alcuni fra coloro, che erano stati arrestati nei giorni ventidue e ventitrè maggio, vi correvano a folla, ed avendole sforzate, davano comodità di fuggirsi a parecchi malfattori, contaminando in questo modo il nuovo governo con lo stesso fatto, col quale avevano già assaltato l'antico; tristi principj di libertà, e di stato civile.