Tal era la condizione di Genova, che il governo, composto la maggior parte di uomini buoni e savj, dipendeva da Buonaparte, anche serviva alle opinioni dei tempi; dal che nasceva, che voleva ordinare, non la libertà che si convenisse a Genova, ma quella che era foggiata a modo di Francia, come se nissun'altra forma buona di vivere libero potesse essere, se non quella dei forestieri. Era oltre a questo, una parte assai viva, che chiamavano dei patriotti, la quale non contenta ad un vivere moderato, avrebbe voluto, piuttosto, credo per imitazione servile, che per malvagità di natura, ma certamente per pensieri immoderati, non la forma ordinata in Francia col direttorio, ma la precedente. Erano costoro intoppo insuperabile ad ogni forma buona, siccome quelli, che ogni reggimento regolare libero o non libero, ma più se libero, laceravano con gl'improperj insidiavano con le congiure, assaltavano con le sollevazioni. Mescolavasi finalmente a questi umori la parte aristocratica vinta, la quale, impotente a far moto d'importanza a cagione della forza Francese presente, e del nome di Buonaparte, teneva non pertanto con le molte sue dipendenze gli animi di non pochi sospesi, ed avversi allo stato nuovo. Si accostavano a questa parte i più fra le genti di chiesa, che argomentando, da quello che si era fatto in Francia, a quello che si farebbe in Genova, o della religione, o dell'autorità, o dei beni loro temevano.
Come prima ebbero i nuovi magistrati preso l'ufficio, mandavano fuori un manifesto, ringraziando Buonaparte della benevolenza mostrata verso la repubblica, lodando i privilegiati della rinunziazione dei privilegi, commendando i preti dello aver usato l'autorità loro a stabilimento della libertà; invitavano i popoli della riviera ad unirsi, e ad affratellarsi con Genova; esortavano tutti a vivere quieti e concordi; allegavano, sperare, potere con l'ajuto divino rendere più felici le condizioni del popolo, e perchè il popolo potesse giudicare per se del buon animo loro, promettevano di palesare al pubblico le laboriose loro occupazioni. Venivano a congratularsi, ed a parlare encomj dell'acquistata libertà le città principali delle riviere; l'allegrezza si diffondeva; la fratellanza e la concordia fra le varie parti della dizione Genovese parevano pigliar radice. Accresceva l'allegrezza il sentire, che i feudi imperiali avevano fatto dedizione di se medesimi a Genova, e mandato deputati. Poi per esser odioso quel nome di feudi, gli chiamarono Monti Liguri. Erano volentieri accettati nella società Genovese, lodati, e ringraziati i deputati.
Ordinavasi intanto il corpo municipale di Genova, soggetto molto geloso, perchè i municipj delle metropoli, ad esempio di quello di Parigi, volevano far a gara, e contrastare di potenza coi governi. I capi dell'esercito repubblicano, talvolta per capriccio, talvolta per altri fini più reconditi, soffiavano su di queste faville: semi tutti di discordia, e di anarchìa. Prendevano i municipali il magistrato il dì primo di luglio con non mediocre apparato, e non mancavano i soliti discorsi. Un prete Cuneo, che procedeva con molto calore in queste faccende, ed era stato mescolato nei moti precedenti, diceva loro: «Oh, Bruto, mio caro Bruto, prestami, io te ne prego, prestami per un momento il tuo pugnale grondante ancora del sangue del tiranno, onde scriver possa sulle pareti di questa sala, sotto gli occhi del governo provvisorio, i nomi santi di libertà, e d'uguaglianza». Poscia il prete lodava i municipali. E' bisognerà bene che i leggitori d'oggidì mi comportino la libertà di dire tutto quello, che si disse, perchè l'intento mio è di scrivere storie, non tacere, nè parlare per adulazione.
L'affare più importante, che si esaminava nelle consulte Genovesi, era quello di formar il modello della nuova constituzione. Perlocchè, conformandosi ai patti di Montebello, creava il governo la congregazione, che questo modello dovesse ordinare. A questo fine si chiamavano e dalla città, e dalla riviera, e d'oltremonti uomini di riputato valore. Gottardo Solari, Benedetto Solari vescovo di Noli, Gian Carlo Serra, Tommaso Langlade, Giuseppe Cavagnaro, Sebastiano Biaggini, abbate Niccolò Mangini, Leonardo Benza, abbate Giuseppe Levreri, Gian Battista Rebecco, Filippo Busseti. S'adunavano bene spesso, ma servilmente procedendo modellavano alla Francese, e secondo i comandamenti di Buonaparte. Serra s'intendeva col generalissimo, ed aveva più dominio degli altri. N'era imputato dai patriotti, che incominciavano a mostrarsi mal soddisfatti di lui, chiamandolo aristocrata. Pure la sentiva bene e saviamente. Voleva, che non si offendesse la religione, che si allargasse il senato, come troppo poco numeroso, che si restringessero i consigli, come troppo numerosi; che non si perseguitasse nissuno nè in fatti, nè in parole per opinioni antiche, che gli esagerati si frenassero; che nissun ritrovo pubblico e politico si tollerasse, salvo il caso, in cui si volesse scuoter gli animi a congiungere in un sol corpo tutte le parti d'Italia; al quale fatto come cosa degna del suo gran nome esortava il generalissimo. Ma non se ne soddisfaceva Buonaparte, nemico, come il direttorio, dell'unione Italica. Gli piacevano gli altri pensieri di Serra, e come se fossero suoi, ne scriveva lettere al governo Genovese. Della qual cosa molto il lodava Serra stesso, desiderosissimo di scrivere la storia di Buonaparte; alla quale opera non gli mancava già l'ingegno, che anzi l'aveva molto capace, ma bene la libertà dell'animo; imperciocchè quella gloria Buonapartiana gliel'aveva offuscato.
Incominciavano a prepararsi i semi delle future discordie. Si faceva principio dalla religione, non che toccassero le opinioni dogmatiche, ma soltanto la disciplina. I popoli confondevano l'una cosa coll'altra, i cherici non che gli disingannassero, gli mantenevano nel falso concetto. Prevalevano i desiderj delle riforme Leopoldine, a ciò stimolando il Solari, vescovo di Noli, personaggio d'autorità pel grado, per la dottrina, pei costumi, e molto ardente nelle sentenze Pistojesi. Comandava il governo, che non fosse lecito ai vescovi di promuovere, senza sua licenza, alcuno agli ordini sacri, se non coloro, che già suddiaconi, o diaconi essendo, desiderassero ricevere il diaconato, od il pretato, e parimente senza suo beneplacito, nessuno potesse, o uomo o donna si fosse, vestir l'abito di nessuna regola di frati o di monache; ordinamenti certamente molto prudenti, ma presi in mala parte dai più, perchè la setta contraria al nuovo stato se ne prevaleva. Poi decretava, che ogni cherico o regolare, o secolare che si fosse, se forestiero, dovesse fra certo termine, e con certe condizioni uscire dai territorj. Parevano questi stanziamenti molto insoliti in tanto e sì lungo dominio delle potestà ecclesiastiche; ma bene più insolito e più strano appariva quell'altro precetto, che fu pensiero di Serra, col quale si ordinava, che uomini deputati dal governo a tempo, e dopo i divini ufficj, predicassero la democrazia alle genti. Fu questo un gran tentativo; non succedeva bene, perchè in molti luoghi i deputati non fecero frutto, in altri furono scherniti, in alcuni scacciati. Si sollevarono universalmente gli animi religiosi contro questa novità; i nemici dello stato crescevano: novello argomento, che nelle umane faccende chi vuol far troppo, fa poco.
Questo quanto alla religione: si moltiplicavano per altre ragioni gli sdegni. Oltrechè con gl'incessabili discorsi e scritti non si lasciavano mai quietare i nobili, fu preso decreto, che si mandasse a Parigi, come ministro della repubblica, l'avvocato Boccardi, e si richiamasse Stefano Rivarola, si richiamasse ancora Cristoforo Spinola, ministro a Londra: se non obbedissero, i beni loro fossero posti al fisco; intanto si sequestrassero. Il motivo fu, che Rivarola e Spinola, in ciò gittando grida incredibili i patriotti, erano stimati agenti, e spie della spenta aristocrazìa; e di più si opponeva loro lo aver fatto stampare per mezzo di Lacretelle in un giornale di Parigi acerbe invettive contro i fatti accaduti in Genova nel giorno ventidue di maggio. L'atto rigoroso offendeva i nobili, vieppiù gli animi s'innasprivano. Questo era riprensibile, ma bene del tutto intollerabile fu un altro atto, con cui si ordinava, che i principali autori della convenzione fatta a Parigi da Vincenzo Spinola, per la quale la repubblica si era obbligata a pagare quattro milioni di tornesi alla Francia, fossero tenuti in solido a restituire la detta somma all'erario, e se non la restituissero, fossero i beni loro posti al fisco. Erano in questa faccenda interessate le principali famiglie, specialmente i Doria, i Pallavicini, i Durazzo, i Fieschi, i Gentili, i Carega, gli Spinola, i Lomellini, i Grimaldi, i Catanei, personaggi che tiravano con loro una dipendenza grandissima. Decreto fu questo veramente incomportabile, perchè chi aveva fatto, ed appruovato quella convenzione (perciocchè anche il minor consiglio l'aveva ratificata) aveva facoltà di farla, e quel far guardar la legge indietro è cosa contro ogni giustizia, e di pessimo esempio. Tant'è, che sebbene il decreto sia stato preso tardi, si vociferava nel pubblico, che si volesse prendere, e gli scapestrati democrati menavano un romore senza fine, perchè si prendesse. Ciò faceva maggiormente inviperire gli animi degli scontenti, i quali vedendo di non trovare dopo la mutazione alcun riposo nè per le sostanze, nè per le persone, pensavano a vendicarsi, non che si consigliassero di far congiure, e moti popolari, perchè troppo erano sbigottiti a voler ciò tentare, ma spargevano ad arte voci sinistre nel popolo, ed aspettavano le prime occasioni per insorgere. Mescolavano il falso col vero: vero era, che Buonaparte aveva domandato parecchi milioni pel vivere delle sue genti: questo anzi era stato uno dei principali motivi della mutazione. Il governo poi, trovandosi ancor debole in quei principj, e non avendo altre radici che i discorsi vani dei democrati, ed il patrocinio forestiero, andava lento alle tasse, e perciò aveva trovato il rimedio di quell'iniquo balzello. Genova per tal modo aveva pagato per comperar quiete quattro milioni, ed aveva trovato sovvertimento: poi si era fatto restituire da uomini privati i quattro milioni per comperar di nuovo quiete, poichè i primi a nulla erano valsi. Qual quiete poi si sia comperata questa seconda volta, diranlo a suo luogo le presenti storie.
A tutto questo si aggiungevano le rapine dei Barbareschi tanto più moleste, quanto più si aveva avuto la speranza data espressamente, che cambiato il reggimento, la Francia avrebbe tutelato dagli assalti dei Barbari le navigazioni dei Genovesi. A questo modo, sclamavano, la nuova repubblica vive? A questo modo preservano i Francesi Genova? Gonfie parole, ed esili fatti son dunque tutto, che si è acquistato? Francesi dentro, Algerini fuori! a che pro servire a Faipoult, a che pro servire a Buonaparte, se l'Africano ci assassina? Questi discorsi, che toccavano l'intimo delle sostanze Genovesi a cagione dell'interruzione del commercio, accrescevano ogni ora più la mala contentezza, e già, come suol avvenire, tornando indietro col pensiero, desideravano l'antico stato.
Motivo potente di mal umore era altresì quello, che due generali Francesi, Casabianca e Duphot, fossero venuti a reggere, e ad ordinare i soldati, segno certo, essere perita la independenza. Ciò significava inoltre, che Buonaparte o non si fidava dei Genovesi, o gli stimava inabili alle cose militari; dal che nasceva, che chi pensava altamente, si teneva mal soddisfatto. I nemici degli ordini presenti se ne prevalevano, mostrando la patria perduta, e serva. Dava maggior forza alle insinuazioni loro l'essersi udito, che si voleva, si smantellassero le fortezze di Savona e di San Remo, soli propugnacoli dell'independenza verso Francia. Vedevano anche levarsi i cannoni dalle porte della metropoli, il che interpretavano come di voglia di aprir l'adito più facile, e più sicuro ai forestieri per invadere il cuore stesso della repubblica. Gridavano, doversi insorgere contro reggitori fatti servi dei forestieri. I nobili, i preti, e gli aderenti loro, che non erano pochi, fomentavano questi mali umori. Nel che tanto più alla sicura si adoperavano, quanto più si erano dati a credere, avere appoggio nel grembo stesso dell'autorità suprema; la qual opinione dall'un de' lati dava loro maggior ardire, dall'altro aumentava la debolezza di chi reggeva. Erano allora i reggitori divisi in due sette, dell'una delle quali compariva capo Serra, dell'altra Corvetto, Ruzza, e Carbonara. Amava Serra un reggimento più stretto, e pendente all'aristocrazìa, voleva, che meglio si rispettassero i preti, faceva professione di amatore ardente dell'indipendenza del paese, forse, come affermava la setta contraria, per ambizione, si mostrava avverso ai patriotti invasati di pensieri estremi, Faipoult nè corteggiava, nè amava, nè lodava, voleva tirar a se tutte le affezioni aristocratiche, ed aggiungervi quelle di una moderata libertà, sopra tutto amava Genova più che la Francia. Gli avversarj s'intendevano meglio con Faipoult, alcuni per ambizione, preferendo il dominare con l'appoggio dei forestieri alla libertà della patria, altri a buon fine credendo, che, poichè i cieli avevano destinato che i Francesi divenissero padroni di Genova, miglior partito era per arrivar a bene il vezzeggiargli, che l'aspreggiarli, perchè, volere o non volere, i Francesi dominavano. Ma la maggior dipendenza di questa parte verso Francia, dall'un canto la faceva odiosa, dall'altro la rendeva dipendente più che non sarebbe stato necessario, dai democrati più ardenti, i quali non amavano Serra, anzi il chiamavano tiranno, e nuovo duca d'Orleans. Questi semi pestiferi erano pullulati, ne prendevano animo i nemici della mutazione, e si apprestavano a far novità. Già si udivano sinistri suoni dalle valli di Bisagno, e di Polcevera. Era la cagione, od il pretesto la nuova constituzione, violatrice, come spargevano, della religione, e che, come si era data intenzione, si doveva accettare il dì quattordici settembre. Per far posar gli animi, annunziavano, essere prorogata l'accettazione, e si torrebbe quanto potesse offender la coscienza dei fedeli.
In questo mezzo tempo Corvetto e Ruzza erano stati mandati a Buonaparte per consultar con lui degli articoli, che avevano fatto adombrare i popoli. Ma gli umori popolari più presto si muovono, che s'arrestano. Dava loro l'ultima pinta l'essersi fatti arrestare tanto in città, quanto nel contado alcuni nobili, che si credevano pericolosi, cinque Durazzi, due Doria, due Pallavicini, tre Spinola, un Ferrari, uomini per nome e per ricchezze di molta dipendenza. Incominciavano il dì quattro settembre a tumultuare le popolazioni di Bisagno. Suonavano le campane a martello, i curati esortavano, e guidavano i sollevati, si facevano adunanze nelle ville dei nobili; poi crescendo il numero ed il furore, armati di armi diverse, ma con animi concordi fatta una gran massa, s'incamminavano infuriati verso la capitale. L'accidente portava con se molto pericolo, perchè si temeva, che avesse corrispondenza viva dentro le mura; non era tempo da starsi. Duphot con una squadra di Francesi e di democrati andava loro all'incontro: il principal nervo consisteva nelle artiglierìe, di cui i sollevati mancavano, ed esse compensavano il minor numero. Seguitava una mischia molto aspra in Albaro. Vi si perdevano di molte vite da ambe le parti, ma più da quella dei villici, perchè in loro era minore l'arte delle battaglie, e la scaglia gli straziava. Pure resistevano lungo tempo con molta rabbia; un frate Pezzuolo, ed un Marcantonio da Sori, giovane animosissimo, gli guidavano, ed incoraggivano. Quest'era guerra civile, e della peggiore spezie, perchè i forestieri vi si mescolavano. Prevalevano finalmente l'arte e la disciplina contro il numero ed il furore: andavano in fuga i sollevati; alcuni furono presi, altri in mezzo alla mescolata fuga crudelmente uccisi. Tornavano i soldati di Duphot in Genova vincitori, sanguinosi, e non senza preda.
Non era ancora del tutto spenta la sedizione di Bisagno, che un nuovo romore di guerra già si faceva sentire dalla Polcevera. Gli abitatori di questa valle, mossi dall'esempio dei Bisagnani, e dalle instigazioni di alcuni ecclesiastici, si levavano ancor essi in gran numero, e correvano contro la capitale. Poi a loro si accostavano non pochi fra coloro, che avanzati alle stragi di Bisagno, passando per luoghi montuosi, si erano condotti in Polcevera per ajutare quel secondo moto, che credevano aver a riuscire a miglior fine che il loro. Il pericolo appariva grave. Già la moltitudine armata, assai più numerosa di quella dei Bisagnani, accostatasi, s'impadroniva per una battaglia di mano del forte della Sperona, che posto in sito eminente signoreggia Genova, ed è come un freno parato contro di lei. Poi più avanti procedendo, occupava tutto il secondo cinto delle mura, restando solo esente la batterìa di San Benigno. Una prima squadra di soldati Liguri e Francesi mandata in quel primo tumulto contro di loro, vedutogli bene armati, e bene fortificati, se ne rimaneva, e tornavasene. Il timore assaliva chi reggeva, pareva vicina la dedizione; perchè anche dentro, essendovi poco presidio, principiavano a scoprirsi i segni della sedizione. Mandava il governo quattro legati ad intendere che cosa volessero, ed a trattar con loro di un accordo. Vi si arrogevano Gerolamo Durazzo, e Luigi Corvetto, personaggi di grande autorità presso i Polceveresi. L'arcivescovo eziandio ad esortazione dei capi dello stato, pubblicava una lettera pastorale, con la quale spiegava ai popoli, che a niun modo si aveva intenzione di offendere la religione o di pregiudicare ai preti. Furono i legati coi deputati eletti dai sollevati, e concludevano un accordo in tre capitoli, per cui si statuiva, che sarebbe la religione cattolica, apostolica e romana conservata, che si serberebbero intatti i beni della chiesa, che si perdonerebbe ogni offesa ai sollevati, che si rimetterebbero in libertà i carcerati: con questo promettevano i Polceverini di tornarsene quietamente alle case loro. Presa questa speranza, cessava il governo ogni apparato di guerra. Ma ecco che dai più ardenti Polceverini si spargeva, che i giacobini erano gente infida, e che solo avevano promesso il perdono per meglio far le vendette. Novellamente s'inferocivano e prese impetuosamente le armi, assaltavano il posto principalissimo di San Benigno. In questo punto Duphot, vincitore di Albaro, che per l'indugiarsi del trattato, aveva avuto tempo di raccorre, e di ordinare tutti i suoi, ajutato fortemente dal colonnello Seras, soldato molto animoso, traversava la città, e correva contro la turba degl'insorti. Seguitava una feroce mischia, come di guerra civile. Combattevano valorosamente Duphot e Seras, vecchi soldati: non resistevano meno valorosamente i paesani, nuovi soldati; durava quattr'ore la battaglia; furono non pochi i morti, non pochi i feriti: superava infine la veterana disciplina: i paesani cacciati dai posti, voltavano le spalle, e seguitati con molta pressa dai repubblicani perdevano gran gente. Cinquecento, essendo presi, empievano le carceri di Genova.