Non ostante tutte le promesse e le dimostrazioni favorevoli, non vivevano coloro, che avevano in mano la somma delle cose in Venezia, senza qualche sospetto, però oltre i maneggi ed i denari, trattavano di unirsi strettamente alle città di terraferma, che, come abbiam narrato, molto ripugnavano al dominio Veneziano. Laonde operavano, che le principali mandassero deputati a Bassano per trattar dell'unione. Vi mandava Verona un Monga, Padova un Savonarola, Brescia un Beccalozzi: vi mandava Venezia Giuliani, perchè essendo natìo di Desenzano, si sperava, che potesse più facilmente conciliarsi ed accomunar i dissidenti. Non arrivavano i deputati di Udine, perchè Bernadotte, per umanità e sincerità, impediva che deputasse. Vi mandava Buonaparte, che in sembianza favoriva il disegno, Berthier, affinchè e presiedesse il congresso, e con arte distornasse il progetto d'unione. Vi furono molte parole e contenzioni. Verona voleva esser capo della terraferma, Padova andava alla medesima volta, i Bassanesi piuttosto ai Padovani aderivano che ai Veronesi, i Vicentini piuttosto ai Veronesi che ai Padovani, Treviso stava in favor dei Veneziani, i deputati d'Oltremincio propendevano verso la Cisalpina. Non ostante si vedeva tra mezzo a questi dispareri, che per la necessità del caso, i deputati sarebbero finalmente restati d'accordi sull'unione. Però Berthier, che non aveva potuto turbare il disegno con le arti, il rompeva con l'autorità, disciogliendo il congresso, e pubblicando, che circa l'unione i deputati non si erano potuti accordare; il che era vero, ma era colpa di lui, non di loro.

Riuscito vano questo tentativo, pensavano i Veneziani a ricercare il direttorio e Buonaparte della unione loro alla Cisalpina; ne facevano anche inchiesta formale al direttorio Cisalpino. Davano i primi buone parole; Battaglia e San Fermo le scrivevano ai municipali, confortando per tal modo i Veneziani con la speranza di aversene almeno a restar Italiani. Rispondeva il direttorio Cisalpino con ambagi e con superbia; barbaro, e stolido insulto alla compassionevole Venezia.

In questo mentre si era concluso il trattato di Campoformio; Buonaparte se ne tornava a Milano. Il suo parlar diverso, e le voci che già si levavano, atterrivano i popoli. Interrogato a Vicenza, qual fosse il destino dei Veneti, rispondeva, nè la Francia nè lui avere alcun diritto sopra di loro. Qui soggiungeva un Tiene Vicentino, che sarebbero pronti a spendere ogni più preziosa cosa per conservar l'indipendenza. Replicava, nulla ancora essere deciso; nè la Francia, nè egli non sarebbero mai per operare cosa alcuna contro di loro, nè per disporre di un popolo, sopra del quale non avevano nissun diritto. Ma giunto a Verona, già più vicino al suo sicuro nido di Milano, e perchè si credeva che la parte Austriaca vi fosse potente, interrogato delle Veneziane sorti da un De Angeli, presidente del governo, faceva sentire questo suono, che Verona era ceduta all'Austria. Dissegli allora il presidente, perchè non lasciarci piuttosto sotto i Veneziani? Perchè dopo tante promesse di libertà venderci all'Austria? A questo tratto rispondeva il capitano atroce a uomini, ai quali egli aveva tolte le armi: ebbene, difendetevi. Riprendeva il presidente le parole, e magnanimamente rispondendo, tuonava a questo modo: Vattene, traditore, e sgombra da queste terre: rendici le armi che ci hai tolte, e ci difenderemo. Taceva il barbaro a tale rincalzata attonito, e si ritirava non vergognoso, ma avvilito, in altra camera. Spargevasi intanto il grido; la città piena di dolore, di trepidazione e di spavento. Udiva le grida disperate dei cittadini dolenti il venditore; se ne partiva frettoloso per Milano.

L'ora estrema di Venezia era giunta. Scriveva da Milano Buonaparte a Villetard: pel trattato di pace essere i Francesi obbligati a vuotare la città di Venezia, e perciò potersene l'imperatore impadronire; ma non doverla vuotare che venti, o trenta giorni dopo le ratificazioni; potere tutti i patriotti, che volessero, spatriarsi, ricoverarsi nella repubblica Cisalpina, in cui godrebbero dei diritti di cittadinatico; avere facoltà per tre anni di vendere i beni loro; essere indispensabile, che si creasse un fondo, il quale potesse alimentare quelli fra i patriotti, che si risolvessero a lasciar il paese loro, e non avessero facoltà sufficienti per vivere; essere la repubblica Francese parata a soccorrergli, se ne avessero bisogno, con la vendita dei beni d'allodio che possedeva nella Cisalpina; esservi a Venezia molte munizioni navali, o di guerra, o di commercio, che appartenevano al governo Veneziano; essere indispensabile, che la congregazione di salute pubblica, (quest'era una congregazione di municipali), le trasportasse, più presto il meglio, a Ferrara, perchè quivi potessero essere vendute in pro dei fuorusciti; quanto fosse per esser utile alle opere navali di Tolone, tosto s'imbarcasse per Corfù, e se ne facesse stima, onde del ritratto si soccorressero i fuorusciti; i cannoni e le polveri si vendessero alla Cisalpina; accordassesi Villetard con un Roubault, e con un Forfait, e con la congregazione di salute pubblica per vedere a qual pro si potessero condurre una nave, ed una fregata recentemente disarmate, otto galeotte, sei cannoniere, un argano da inalberare, le piatte, il Bucintoro, e le barche dorate, i barconi, i palischermi grossi, e sei navi da guerra, sei fregate, sei brigantini, sei cannoniere, e tre galere sui cavalletti.

Aggiungeva Buonaparte a Villetard, badasse bene a tre cose: la prima, lasciar nulla, che potesse servire all'imperatore per creare un navilio; la seconda, trasportar in Francia quanto fosse utile alla nazione; la terza, usare quanto si vendesse, nel miglior modo possibile, perchè più fosse profittevole ai fuorusciti: insomma ogni altra opera facesse, che il tempo e l'occorrenza richiedessero per assicurar le sorti dei Veneziani, che si volessero ricoverare in Cisalpina: finalmente fosse suo obbligo di pensare, di concerto con la congregazione di salute pubblica, e coi deputati delle città di terraferma, alla salute dei fuorusciti loro.

Avuto Villetard questo mandalo, duro per lui per essere stato autore della rivoluzione Veneziana, duro pei Veneziani per la perduta patria, nella sala delle adunanze recatosi, e ragionato prima delle condizioni dell'Europa, che, secondo lui, rendevano pericolosa alla Francia una nuova guerra sul continente, in cotale guisa ai municipali favellava: «Cittadini, voi già anteponeste all'interesse vostro l'interesse della patria: un altro maggiore sforzo, un altro più nobile sacrifizio vi resta a fare, e quest'è il dare l'interesse della vostra patria stessa all'interesse di tutta l'Europa. Già udiste le funeste voci sollecitamente sparse dai nemici vostri: esse risparmiano almeno ai vostri amici, che questo infausto mandato ricevuto hanno, il dolore di adempirlo con altro, che con lagrime. Ma, cittadini, i nemici vostri sono anche nemici nostri; essi calunniato hanno la Francia, come se ella trafficasse di carne umana, affinchè voi contro la libertà, e contro i difenditori suoi parte di quell'odio voltaste, che alla tirannide, ed a' suoi sostenitori portate. No, per Dio, no; che la Francese repubblica questa vendita infame lascia ai re: ella perseguita i re, ella protegge gli uomini liberi, ovunque gli trovi. Ma la sua protezione, e la sua vendetta là debbono terminarsi, dove nascerebbe la offesa dei suoi propri concittadini. I soldati della repubblica ora troppo sparsi, meglio fomenteranno ristretti nella Cisalpina, la novella libertà. I territorj Veneti, forse la città stessa di Venezia resteranno aperti alle imperiali genti, fors'elleno gli occuperanno. Alcuni fra di voi, come gli Ottomani fanno, sono pronti a piegar il collo al fato inesorabile. Altri, come i Veneti, gloriosi avoli loro, sonsi risoluti a lasciar le insensate mura per trasportar sulle navi la patria, ed ogni uomo libero con lei. Evvi finalmente chi elegge il morire sotto le mura diroccate piuttosto che lasciarle in mano degli strani. Non io presumerò di giudicare qual fia il meglio fra una rassegnanza stoica, fra una ritirata onorevole, fra un sacrificio generoso. Bene ho a dirvi, dopo di aver purgato la mia patria dal veleno della calunnia, ch'ella offre ricovero, ed asilo a coloro, che perduta l'antica Venezia vorranno fondarne una nuova su lidi inaccessi alla tirannide. La Cisalpina repubblica per intercessione della Francia, e per amore della libertà vi apre il grembo; ivi il titolo di cittadini avrete, ivi una sede alla novella Venezia, o che vi piaccia presso alle terre forti, o nelle popolose città, o sotto gli umili tuguri, dove abitano gli uomini virtuosi e liberi, fondarla: potrete i Veneziani beni con voi Veneziani trasportare, che così a favor vostro stipulava la potentissima repubblica. Per tale guisa la generosa Francia, non potendo in tanta lontananza assicurare il libero stato ai Veneziani in Venezia, assicurava almeno il viver libero a coloro, che preferiscono la libertà alle lagune!»

Dette queste parole il giovane Villetard, pallido, tremante e lagrimoso si tacque. Poi gli esortava, in nome anche di Buonaparte, che ordinassero quanto era necessario, perchè Venezia sottentrasse intera e salva al nuovo dominio. La rabbia, l'indegnazione, il furore agitavano il consenso. Ora era il silenzio, ora mormori di maledizione. Il buon Vidiman, che già il cuore funesto aveva per la morte del fratello, antico governatore delle isole, che non aveva potuto sopravvivere alle rapine Corciresi, visto accostarsi la morte della patria a quella del fratello, se ne stava un pezzo attonito e sbattuto. Poi ritrovando in se quella forza d'animo, che più gli uomini temperati hanno, che gli sfrenati, faceva risoluzione di andarsene all'esilio, non già per adular Buonaparte, o per correr dietro a nuove ambizioni, ma per viversene umile ed ignoto, là dove ancora virtù si pregiasse. Fortunato Veneziano, anche nelle disgrazie, poichè la virtù non solo consola, ma a gran misura felicità, da te impareranno i posteri, se avranno vita queste carte ch'io vergo, e divozione verso la patria, ed integrità di costume, ed amore della libertà, e costanza nell'esilio; e forse tempo verrà, che essi anteporranno l'esule ed umile Vidiman al glorioso Buonaparte, distruttore di patrie innocenti.

Riprendeva le parole Villetard, ed offeriva in nome del generalissimo, ed a scampo della loro vita nel vicino esilio, le Veneziane spoglie. A questa offerta veramente Buonapartiana la natura Italiana si scosse, e mostrossi intiera. Ritenessesi, rispondevano concordi, gl'infami doni; non essi aver consentito a governare un dì la patria loro in tempi infelicissimi per dividersene le spoglie; sapere, come si preferisca la povertà all'infamia, gli esempi che correvano, non avere fin là contaminato le anime Veneziane: poter esser traditi, perchè per tradire basta la potenza, ma non avviliti, perchè per non essere avvilito basta la virtù, intrinseco e durevol pregio, non esteriore e caduco, come la potenza; prendessesi pure la Francia le Veneziane spoglie, ma non cercasse di chiamar a parte del furto i Veneziani; aver essi perduto la patria, non voler anco perdere l'onore; se si pascevano i potenti delle rubate ricchezze, volere gli esuli pascersi della buona coscienza, nè non esser mai per consentire, che quelle mura e quelle acque, tante volte testimonj di virtuosi fatti, gli vedessero far fardelli di Veneziane ricchezze; sapere, per aver voluto servire alla Francia ed alla patria, aver incorso l'odio di molti compatriotti, ma sperare, che quest'ultimo atto della vita pubblica loro, gli purgherebbe, ed a tutti dimostrerebbe, che se furono troppo confidenti, non furono almeno colpevoli. Ciò detto, se ne stavano fremendo con segni di grandissima indegnazione.

Di questo sdegno, e di questo rifiuto scriveva Villetard a Buonaparte con la seguente lettera, la quale io sono, come un'altra scritta dal medesimo Villetard, obbligato di riferire alla distesa, perchè un recente autore di una storia di Venezia, badando piuttosto a scusare Buonaparte del fatto di Venezia, che a rendere a ciascuno il suo debito secondo il vizio o la virtù, le passò sotto silenzio, contentandosi di rapportare la lettera del generalissimo, la quale anche qui sotto si troverà trascritta. Della quale omissione io non posso restar capace, perchè, se desiderio dello storico era il non lodar Italiani di un fatto che dinotava magnanimità, mi pare, che almeno avrebbe dovuto lodare il Francese Villetard di un procedere, che se stesso e la Francia sua patria in sì brutto accidente onorava.

«E' bisogna, scriveva Villetard al generalissimo, ch'io avessi tanta fermezza stoica, quanto amor patrio, perchè io il doloroso carico, che mi deste, accettassi. Era presto, per quanto in me fosse, di adempirlo; ma bene io meco stesso mi rallegro almeno, di aver trovato nei municipali di Venezia animi troppo alti per voler cooperare a quello, che per mezzo mio loro avete proposto. Cercheranno eglino altrove una libera terra, ma preferiranno, se necessario fia, la povertà all'infamia. Non consentiranno, che altri possa dir di loro, che abbiano durante alcuni giorni, usurpato la sovranità della nazione loro per metterla in preda. Per un tal procedere pruoveranno almeno, che non meritano i ceppi che si stan loro preparando. Gemono, è vero, su cotesti ceppi, bestemmiano, è vero, la nazion Francese: un rifiuto unanime di volere nella ruina della loro patria mescolar le mani, seguitava i vostri comandamenti. Gemono, perchè otto anni di rivoluzione non ancora gli hanno assuefatti alle disgrazie, bestemmiano, perchè ancora non hanno imparato le dottrine Machiavelliche; non s'ardiscono, perchè ancora non sono tanto corrotti che non abbominino la sfrontatezza politica. Pure ed il titolo di cittadini della Cisalpina, ed i benefizj della nazione Francese recheransi ad onore; se non fia lor d'uopo comperargli per quello che a lor pare un delitto, e voi siete troppo grande per non fare giusta stima di questa loro scrupolosità. Non resta adunque, o generale, altro modo di giovar loro che di ordinare in Venezia il governo meramente militare, pel quale voi a nome della Francia richiederete quello, ch'eglino a nome della sovranità del popolo, che in loro aveva la sua fede posta, ricusano di fare».