Buonaparte, il quale tanto meno comportava di esser biasimato del male, quanto più amava di farlo, e parendogli, che fosse piuttosto pazzìa che altro il non voler rubare la propria patria, nè consegnarla in mano dei forestieri, rescriveva a Villetard queste rabbiose e barbare parole.

«Ebbi, cittadino, la vostra lettera dei tre annebbiatore; nulla compresi al suo contenuto. Forse non bene i miei concetti vi spiegai. Non ha la repubblica Francese vincolo alcuno di trattato, che ci obblighi di anteporre ai nostri interessi, ed ai nostri vantaggi quei della congregazione di salute pubblica, o di verun altro uomo di Venezia. Non mai la repubblica Francese fece la risoluzione di far la guerra per gli altri popoli. Vorrei sapere, qual sia il precetto o di filosofia, o di morale, che comandi, che si sacrifichino quarantamila Francesi contro il desiderio espresso della nazione, e l'interesse vero della repubblica Francese. So, e sento, che nulla costa ad un branco di ciarloni, che meglio contrassegnerei chiamandogli pazzi, di volere la repubblica universale. Vorrei, che questi signori facessero con me una guerra d'inverno. Inoltre la nazione Veneziana più non è. Divisi in tanti interessi, effeminati e corrotti, tanto codardi quanto ipocriti, i popoli d'Italia, e spezialmente il Veneziano, poco son fatti per la libertà. Se il Veneziano è in grado di pregiarla, la occasione gli è aperta per pruovarlo: ch'ei la difenda. Non ebbe nemmeno il coraggio di conquistarla contro alcuni vili oligarchi; non seppe per qualche tempo difenderla nella città di Zara, e forse, se in Alemagna fosse entrato l'esercito, noi avressimo veduto, se non rinnovellarsi le tragedie di Verona, almeno moltiplicarsi gli assassinj che sull'esercito i medesimi effetti partoriscono. Del rimanente la repubblica Francese non può dare, come par che si creda, gli stati Veneziani; non è già punto perchè questi stati per dritto di conquista non appartengono in realtà alla Francia, ma perchè non è massima del governo Francese di dare alcun popolo. Adunque allora quando l'esercito Francese sgombrerà il paese, potranno i diversi suoi governi fare quelle risoluzioni, che più crederanno utili alla patria loro. Vi diedi carico di conferire con la congregazione di salute pubblica intorno alla evacuazione, che è possibile, che l'esercito faccia, acciocchè potessero appigliarsi ai partiti più utili e pel paese, e per gl'individui che eleggessero ritirarsi nei paesi uniti alla repubblica Cisalpina, e riconosciuti, e guarentiti dalla Francese. Voi parimente avete lor fatto a sapere, che coloro, i quali amassero seguitare l'esercito Francese, avrebbero tutto il tempo necessario, perchè possano vendere i loro beni, qualunque abbia ad essere il destino del loro paese, e di più, ch'io sapeva, che era intento della repubblica Cisalpina di conferir loro il titolo di cittadini. Il mandato vostro là debbe terminarsi. Del resto, ei faranno a posta loro quanto vorran fare. Voi avete loro abbastanza detto, perchè sentano che tutto ancora non è perduto, che quanto accadeva era l'effetto di un gran disegno: che se gli eserciti Francesi continuassero a far la guerra prosperamente contro una potenza, che è stata il nervo ed il cofano di tutta la lega, forse Venezia col tempo potrebbe divenire unita alla Cisalpina. Ma veggo che son codardi, e che non san far altro che fuggire: ebbene, che e' fuggano; non ho bisogno di loro».

A questo modo parlava Buonaparte di coloro, che per cagione di lui perdevano un'antica e nobil patria, che per cagione di lui andavano raminghi ed esuli, che per cagione di lui avevano in tempi tanto sinistri accettato il doloroso carico di servire al paese loro ed alla Francia. A questo modo parlava di loro, solo perchè avevano rifiutato le offerte sue infami, ed abborrito dal contaminarsi le mani nella dazione, e nell'ultimo ladroneccio della infelice patria loro. Da tutto questo anche si vede, con quale sincerità abbia narrato questo accidente l'autore della recente storia Veneziana, poichè non al rifiuto di appropriarsi le spoglie della patria, e di consegnarla essi stessi in poter dell'imperatore, come avrebbe dovuto dichiarare apertamente, ma non so quale altra protestazione dei Veneziani, senza spiegare qual ella fosse, egli attribuisce la collera di Buonaparte. Quando non si adorano le opere generose, e non si ha un orror santo per le vili, non so perchè si scrivano storie.

Rispondeva il generoso Villetard alla lettera del furibondo Buonaparte queste nobili parole: «Non loquaci, non pazzi, non vili, o codardi uomini sono coloro, dei quali nell'ultima mia vi favellava; nè voglion essi che col sangue Francese si faccia loro una repubblica universale. Conosco, come voi, le frasi, conosco la politica, conosco il coraggio di questi sognatori di universali repubbliche: ma parecchi padri di famiglia sono, ma vecchi uomini sono, ma negozianti sono, che atterriti dalla novella della evacuazione del paese loro, e dell'invasione dei soldati dell'imperatore, che ne debbe seguitare, creduto hanno di non aver più diritto di governare quando governare più non potevano che a loro proprio profitto, e che di un'autorità temporanea, non confermata ancora dalla nazione, investiti solamente si conoscevano. Abbiate del resto per certo, che da radice di probità e di altezza d'animo, pur troppo a' nostri giorni rare, procede il rifiuto di espilare a profitto della parte democratica la Veneziana nazione».

Ma per toccare il fondo della risposta di Buonaparte, se non aveva la Francia nissun obbligo di trattato verso Venezia, non si vede perchè il generalissimo invocasse un trattato quando si trattava di rubarla; perchè, se non più onorevole, almeno più sincero sarebbe stato il chiamar rubare il rubare, e non chiamarlo pigliarsi le cose promesse dai trattati. Da un altro canto s'intende benissimo, che Buonaparte non era obbligato a far ammazzare quarantamila Francesi per conservar Venezia libera; ma s'intende anche benissimo, che non era colpa dei Veneziani, se la Francia voleva serbar per se i Paesi Bassi, e la sponda sinistra del Reno, e Magonza, e la Lombardìa Austriaca, e Mantova, e Corfù. Che Venezia pagasse per altri si vede, perchè pagò; ma che vi fosse obbligata, è argomento nuovo, e degno dei tempi. Taccio gl'incentivi dati ai Veneziani verso la libertà dal direttorio, da Buonaparte, e dai suoi generali, ed agenti, perchè sono vituperj a chi voleva dar Venezia in preda all'imperatore. Rivoltare per tradire era certamente opera nefanda.

In tanto precipizio dell'antica patria, pensarono i municipali, poichè la forza dominava, che la volontà almeno si esprimesse. Adunarono i popolari comizj, affinchè deliberassero, se i Veneziani volevano conservar la libertà. Nissun oratore parlò in cospetto del popolo; i soli desiderj spontanei operavano, soli sacerdoti raccolsero i voti: fu il voto per la libertà. I municipali deputavano Sordina, Carminati, Dandolo e Giuliani, acciocchè andassero a Parigi, portassero al direttorio il voto, e lo pregassero, che permettesse, che i Veneziani s'armassero per difendere la libertà. Coi medesimi fini mandavano un'altra deputazione a Buonaparte a Milano; ma ei fece arrestar in viaggio i deputati, orribile comandamento. Così, se i Veneziani non s'armavano, gli chiamava vili, se volevano armarsi, gli trattava da rei, e si vede di che fosse pregno quel capitolo inserito nel trattato di Campoformio, che la repubblica Francese consentiva, che l'imperatore d'Alemagna possedesse Venezia. Il dir consentire, quando si sforza, mi pare un'astuzia piuttosto ridicola e stomacosa, che altro.

Serrurier, non temendo di maculare lo splendore de' suoi fatti, accettata da Buonaparte la suprema autorità in Venezia, ed il mandato di fare la gran consegna, svaligiati prima, secondo i comandamenti avuti, i fondachi pubblici del sale, e del biscotto, spogliato avarissimamente l'arsenale, rotte o mutilate le statue bellissime, che in lui si miravano, fatto salpare le grosse navi, affondate le minori, rotte a suon di scuri le incominciate, arso in San Giorgio, a fine di cavarne le dorature, il Bucentoro, reliquia veneranda per la memoria dell'antiche cose, e per le opere eccellenti di scoltura che l'adornavano, rovinata e deserta ogni cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni, lietissimi di tanto maravigliosa conquista, la città di Venezia. Faceva il popolazzo qualche allegrezza, onde si accresceva il dolore universale; i democrati, o fuggiti, o nascosti; dei patrizi, i più piangevano, alcuni andavano alle ambizioni nuove. Francesco Pesaro, mi vergogno, e mi sento addolorare in dirlo per la contaminata fama di lui, riceveva, come commissario imperiale, i giuramenti.

Così perì Venezia. Ora, quando si dirà Venezia, s'intenderà di Venezia serva: e tempo verrà, e forse non è lontano, in cui, quando si dirà Venezia, s'intenderà di rottami e d'alghe marine, là dove sorgeva una città magnifica, maraviglia del mondo. Tali sono le opere Buonapartiane.

LIBRO DECIMOTERZO