Sentì sdegnosamente l'ambasciadore questa mossa d'armi, e rescrivendo al ministro Priocca, intimava, facesse incontanente, se ancor fosse tempo, fermar le genti, che marciavano contro Carrosio, perciocchè non fosse possibile di assaltar questa terra senza violare il territorio Ligure; la quale violazione non poteva non portar con se gravi, e pericolosi accidenti. A questo modo l'ambasciatore presso ad una potenza, non solamente amica, ma ancora alleata, sofferiva pazientemente, che i ribelli di lei passassero pei territorj Liguri per andarla ad assaltare, e non tollerava, anzi si sdegnava, se essa potenza per riacquistare il suo toltole violentemente dai ribelli, attraversasse i medesimi territorj pei quali non avendo altra strada, le era necessità di passare.

Il re, stretto da tanti nemici, ed oppresso da chi doveva l'aiutare, non si perdeva d'animo, volendo, che il suo fine fosse, se non felice, almeno generoso. Rispose Priocca allegando la ragione, come se la ragione avesse che fare nel dominio della forza. Spiegava il regio ministro, che a norma dei principj del diritto pubblico, quando un principe è impossibilitato per impedimenti naturali a pervenire ad un territorio che gli appartiene, e che gli è stato tolto, se non col passare per quello, che da ogni parte il circonda, non vi poteva essere dubbio sulla legittimità del passo; e poichè la repubblica Ligure non aveva voluto nè rimuovere le cagioni, nè dare il passo, siccome dell'una e dell'altra cosa era stata richiesta, così a lei, non al re la violazione del territorio doveva imputarsi. I soldati regj, attraversato il territorio Ligure, cacciavano facilmente i repubblicani da Carrosio, e si facevano padroni della terra. Poscia, per maggior sicurezza, munirono di guardie tutte le alture circostanti.

A tale atto gli scrittori di gazzette in Genova ed in Milano si risentirono gravemente; le cose che scrissero, sono piuttosto pazze che stravaganti. Un Francesco Serra, figliuolo che fu di Giacomo, avanzò ogni altro con una scrittura tanto esorbitante, ed eccedente ogni modo di procedere civile, che se sola passasse ai posteri, non so con qual nome chiamerebbero l'età nostra. Ma Sottin non si ristava alle parole, anzi accesamente appresso al direttorio Ligure instando, operò di modo che finalmente lo spinse a chiarire il re di Sardegna nemico della repubblica, e ad intimargli la guerra. Brune si rallegrava, che le cose gli andassero a seconda, ed aprissero l'adito a' suoi disegni ulteriori. Non dubitava, che quanto più il re fosse stretto da difficoltà, e quanto più bassa la sua fortuna, tanto meno sarebbe renitente al consentire alla Francia quello, ch'egli aveva in animo di domandargli, e che era piuttosto di estrema, che di somma importanza; proponendosi in tale modo il generale della repubblica di tirare a benefizio di lei la guerra, che fomentava egli medesimo sottomano contro Carlo Emanuele.

Mentre Sottin spingeva la repubblica Ligure contro il Piemonte, Ginguené voleva impedire, che egli si difendesse da lei. Esortava con grandissima instanza Priocca a desistere dall'invasione, gravemente ammonendolo degli effetti di questa discordia. Al che il ministro rispondeva proponendo, a fine di prevenire il sangue, e di mostrar desiderio di pace, che Carrosio si sgombrasse dalle genti regie, e si depositasse in mano dei Francesi. Solo domandava, che la repubblica Ligure cessasse le ostilità, e non desse più ricetto a masse armate contro il Piemonte. Non dispiacque all'ambasciadore la proposta, e mandava il suo segretario a Milano per farne avvertito il generalissimo. Ma il governo Piemontese, non aspettate le intenzioni di Brune, volendo, o per amore di concordia, o per timore di Francia gratificare all'ambasciadore, aveva operato, che le truppe si ritirassero da Carrosio, e ritornassero nei dominj Piemontesi oltre i confini Liguri. Per la ritirata dei regj non cessavano le ostilità; anzi i Liguri venuti avanti coi novatori Piemontesi sotto la condotta del generale Siri s'impadronirono, dopo un violento contrasto, della fortezza di Serravalle. Da un'altra parte i Liguri guidati da due capi valorosi Ruffini e Mariotti si erano fatti signori di Loano. I soldati Piemontesi presi in questo fatto furono condotti dai vincitori a guisa di trionfo nel gran cortile del palazzo nazionale di Genova, dove sedevano i consigli legislativi. Sorsero molte allegrezze. Le solite imprecazioni contro i re, massime contro quel di Sardegna, montarono al colmo.

Già le ordite trame erano vicine al compirsi, già per far calare il re a quello, che si voleva da lui, gli si facevano suonare intorno mille spaventi. Già Ginguené parlando con Priocca aveva tentato per ogni modo di spaventarlo. Affermava, che in ogni parte apparivano segni di una feroce congiura contro i Francesi in Italia; che già Napoli armava; che già l'imperatore empiva gli stati Veneti di soldati; che in ogni parte si fomentavano sedizioni; che in ogni parte con infiammative predicazioni si stimolavano i popoli contro i Francesi; che questo fuoco covava universalmente in Italia, e che chi l'attizzava, era l'Inghilterra. Non forse doveva muovere a sospetto la repubblica Francese il vedere nella corte di Torino, che si protestava alleata di Francia, non solamente un ministro di Russia, ma ancora un incaricato d'affari d'Inghilterra? che essi potevano dar denari al re, dei quali quale uso egli facesse, ben si sapeva; che i fuorusciti Francesi, che le macchinazioni dei preti, che la parzialità dei magistrati, che il parlare tanto aperto e tanto imprudente contro i Francesi della gente in ufficio non lasciava luogo a dubitare, che qualche gran macchina si ordisse contro Francia.

A così gravi accusazioni rispondeva il ministro, non per persuadere l'ambasciador di Francia, poichè sapeva che non era persuadevole, ma per purgare il suo signore delle note che gli si apponevano, che bene si maravigliava, che s'imputassero al re i preparamenti, o veri o immaginari, di Napoli o dell'Austria, poichè sua maestà non aveva alcuna intima congiunzione con Napoli, nissuna con Toscana; che assai freddamente se ne viveva coll'Austria; che di ciò poteva far testimonianza Bernadotte, ambasciatore di Francia a Vienna; che l'Austria aveva in Torino solamente un incaricato d'affari temporaneo, quasi senza carattere pubblico; che quanto alle congiunzioni recondite, e quanto ai corrieri, ed altri mandatari segreti, poteva con una sola parola rispondere, cioè che tutto era falso, e che sfidava l'ambasciador di Francia alle pruove; che ne seguitava, non essere in alcun modo il Piemonte partecipe di quanto accadesse negli stati monarcali d'Italia, ed essere del tutto assurdo, ch'ei partecipasse nelle cose del Nord; che non era mai stato obbligo di niuna potenza di derogare alle amicizie con altre potenze, nè di cacciare i loro agenti, solo perchè con una potenza amica di quella avevano guerra; che risultava dal trattato d'alleanza, avere il re facoltà di conservare appresso a se i ministri delle potenze nemiche della Francia; che la presenza loro in Torino era un mero cerimoniale senza importanza alcuna; che Stakelberg, ministro di Russia, che Jacson ministro d'Inghilterra non avevano forse due volte in un anno fatto ufficj al governo, e questi ancora per cose di nonnulla: che potevano pel Piemonte fare la Russia, e l'Inghilterra così lontane? «Che volesse pur il cielo, sclamava Priocca, che denaro ci potessero dare! che ci verrebbe ad un bel bisogno; il che Ginguené ottimamente sapeva; ma che bene l'Austria e la Russia avevano altri usi a fare del denaro loro, che quello di darlo a chi nulla poteva per loro». Che finalmente per favellare dei fuorusciti, dei preti, dei magistrati, degl'impiegati, o erano falsi i rapporti, od opere d'uomini privati, che siccome dal governo non procedevano, così non potevano ragionevolmente dar fondamento di giudicare sinistramente di lui, nè impedire, ch'ei potesse sostenere in cospetto d'Europa di aver sempre conservato fede inviolata ai trattati; che pertanto il governo regio si trovava innocente di tutti i carichi che gli si davano, non con altro fine, che con quello di perderlo. Concludeva il ministro, che sarebbe stato meglio, e più onorevole per la Francia lo spegnerlo, che il martirizzarlo.

Arrivavano per maggiore spavento lettere del ministro degli affari esteri di Francia a Ginguené, che manifestavano uno sdegno grandissimo pei rigori usati, come pensava, contro i sollevati: essere, scriveva il ministro, la crudeltà del governo Piemontese nel suo colmo; i mezzi di dolcezza e di persuasione non potersi più usare; voler riferire al direttorio lo stato del Piemonte; non dubitare, ch'egli fosse per abbracciare i consigli di Ginguené; voler proporre per condizione prima, che si allontanasse il conte Balbo, il quale col rendere sicuro il suo governo, il portava a commettere tutti i delitti, di cui era Ginguené testimonio, ed a credere che sarebbero impuniti. Pure il conte non fu mandato via; perchè o il ministro non propose, il che io credo, o il direttorio non accettò la risoluzione dell'allontanarlo, sicchè continuò a starsene in Parigi insino alla ruina totale del regno.

In mezzo a tanti terrori erano Priocca e Ginguené venuti alle strette per negoziare sulle condizioni dell'indulto, che il direttorio per pacificare il Piemonte voleva, che si concedesse ai sediziosi. Avrebbe l'ambasciator di Francia desiderato maggiore larghezza. Ma Priocca, che aveva avuto avviso dal Balbo da Parigi di quanto il governo Francese esigesse, non volle mai consentire ad allargarsi, e convenne con Ginguené nelle seguenti condizioni: che il perdono comprendesse solamente i delitti politici anteriori, e non gli estranei alla sedizione; non guardasse nel futuro, ed in modo alcuno non impedisse il governo di usare la sua potenza a mantenimento della quiete; che in terzo luogo i perdonati si allontanassero dal Piemonte con aver tempo due anni a vendere i loro beni, ed in nissun modo, nè con pretesto alcuno ripigliassero le armi contro il re.

Brune, al quale Ginguené aveva annunziato le condizioni dell'indulto, e che evidentemente mirava più oltre, che alla servitù del re verso Francia, non si mostrò contento; che anzi le medesime aggravando, voleva, che si domandasse la consegnazione, quale deposito, in mano dei Francesi, della cittadella di Torino. Voleva inoltre, che il re licenziasse i suoi ministri, che si negoziasse per lo scambio di Carrosio, e pei compensi dovuti alla repubblica Ligure. Quanto alla cittadella, domandassela Ginguené, e se la domanda gli ripugnasse, domanderebbela egli. Per tal modo a quel soldato repubblicano pareva, che lo spogliare il sovrano del Piemonte dell'ultima fortezza, che gli fosse rimasta, che il voltar le bocche dei cannoni della repubblica contro la sua stessa reale sede, che il torgli per forza i servitori più fedeli, che lo sforzarlo a dare un compenso alla repubblica Ligure per avere, lei fomentato i suoi nemici, e corso armatamente contro di lui, fossero cose di poco momento, e da domandarsi con un girar di discorso.

Non abborrì l'animo di Ginguené da sì insolente proposta, dalla quale nondimeno avrebbe potuto facilmente esimersi, stantechè il generale, si offriva a far da se. A questa moderazione avrebbe dovuto tanto più volentieri attenersi quanto più gli era pervenuto comandamento espresso da Parigi di non aggravar le condizioni, e di stipularle tali quali il governo gliele aveva mandate. Ma siccome aveva molta fede in Brune, ed era continuamente aggirato dai democrati, consentì a quello, da che ed il carattere suo d'ambasciadore, e la sua qualità d'uomo civile lo avrebbero dovuto stornare. Insistè adunque con apposita scrittura appresso al ministro Priocca notificando, che Brune si era risoluto a non accettar le condizioni. Aggiunse di proprio capo, che i Liguri gridavano vendetta per le ingiurie sì recenti che antiche; che i Cisalpini erano pronti ancor essi a correre ai risentimenti; che dai Liguri e dai Cisalpini avevano i sediziosi soccorsi di consiglio, d'armi e di denaro; che già cresciuti di numero e di forze minacciavano il cuore del Piemonte; che le campagne erano in armi, che il fanatismo spingeva i contadini ad ammazzare i Francesi; che i fuorusciti di Francia, ed i nobili del Piemonte ammassavano genti per correre contro i Francesi, che ogni cosa vestiva sembianza da nemico, ogni cosa mostrava odio irreconciliabile, ogni cosa prenunziava la guerra; che in tale condizione di tempi, e per sicurezza sì del presente che dell'avvenire una sicurtà era necessaria, e quest'era la cittadella di Torino; che questo gran preliminare desiderava la Francia dal Piemonte, utile per ogni lato, dannoso per nissuno; che questa fede del Piemonte appianerebbe la strada a buona concordia; che i democrati armati deporrebbero le armi, vedendo l'indulto guarentito da tale atto; poserebbero la Cisalpina e la Ligure repubblica, e sarebbe la quiete dello stato stabilmente confermata. Quale difficoltà, quale timore potrebbe opporsi a sì sana risoluzione? Forse il timore, che i Francesi di questa nuova condizione fossero per abusare, per non adempire i patti dell'alleanza fin'allora tanto scrupolosamente da loro osservati? Avere testè salvo ed incolume il Piemonte, un grosso esercito repubblicano attraversato questo paese: temere, che i Francesi vogliano abusare della possessione della cittadella contro il governo Piemontese sarebbe far ingiuria alla repubblica Francese; che se i Francesi nodrissero tali pensieri, non avrebbero, per mandargli ad esecuzione, bisogno della cittadella; sperare pertanto, concludeva, sperare l'ambasciatore, sperare il generale, che per l'amore e per la stabilità della pace consentirebbe il re alla consegnazione della cittadella; dal quale atto ne seguiterebbe incontanente, ch'egli con ogni più efficace mezzo, e con intatta fede procurerebbe la pace, e la quiete del Piemonte.