Persistettero Ginguené e Brune nel volere la cittadella, sebbene il ministro Taleyrand scrivesse di nuovo all'ambasciatore, che le condizioni non si dovevano aggravare, che la sana politica, la sicurezza, la gloria e gl'interessi del popolo Francese, stante le disposizioni d'animo dei potentati d'Europa verso la repubblica, ciò richiedevano dalla Francia; che per questa cagione, e per avere Sottin trasgredito questi ordini, l'aveva il direttorio richiamato da Genova, e soppresso la carica d'ambasciatore presso la repubblica Ligure. Infatti era stato Sottin richiamato per essersi mostrato troppo acceso nello spingere i Liguri alla guerra contro il re di Sardegna. Alla quale deliberazione del direttorio aveva non poco contribuito con le sue instanze e diligenze il conte Balbo a Parigi.

A così strana domanda, si commosse il governo Piemontese, e già certo del suo destino, elesse di favellare onoratamente, giacchè combattere felicemente non poteva contro una forza tanto soprabbondante. Mandò primieramente il marchese Colli a Milano, affinchè facesse opera con Brune, che rivocasse la superba domanda. Poscia Priocca scriveva all'ambasciador di Francia queste parole, che, siccome pare a noi, potrebbero servir d'esempio ai governi ridotti agli estremi casi da chi fa suo dritto la forza. Il terzo capitolo dell'indulto, enunziava, solo fare difficoltà; consentire il re a rinunziarvi, quantunque ei conoscesse essere necessario alla quiete del regno, ed alla sicurtà personale sua, ma rinunziandovi, richiedere il governo Francese, ed i suoi rappresentanti di giustizia; importare massimamente al re il soggetto presente; però richiedere la Francia di giustizia: volere la Francia procurar salute a coloro, ch'ella chiamava suoi amici; consentire il re alla salute loro, consentire anzi, che fossero liberi da ogni molestia: ma volere forse la Francia, che per le trame e macchinazioni di costoro fosse continuamente il Piemonte in pericolo di nuove turbazioni? Fosse la sicurezza del re, suo alleato, insidiata? Non potere volerlo senza ingiuria della giustizia, senza ingiuria della lealtà, senza ingiuria dell'interesse suo: non potere volerlo senza taccia di connivenza nelle opere criminose loro, cosa contraria a' suoi principj, alle sue promesse, ai patti giurati: non volere il re fare alcun male a coloro, che avevano voluto, e tuttavia volevano fargliene, ma dover assicurare la tranquillità del regno, la conservazione del suo governo; avere di ciò non solo dritto, ma dovere; quanto alla repubblica Francese, il vantaggio, ch'ella procurava a' suoi nemici, essere per lei un obbligo di più ad interdir loro in modo positivo ed efficace ogni tentativo ulteriore; volere e domandare, che il manifesto da pubblicarsi per ordine del direttorio da Brune fosse accompagnato da provvedimenti di tal sorte, che ne fossero il Piemonte ed il suo governo fatti sicuri delle loro macchinazioni. Circa il preliminare della cittadella, che l'ambasciador domandava per ordine di Brune, certamente dovere l'ambasciatore medesimo di per se pensare, quanto il re ne fosse stato maravigliato e commosso; sapere essergli questa domanda fatta senza ordine, e contro l'intenzione del direttorio; per questo l'ambasciadore medesimo avere appruovato, che il re mandasse un suo ufficiale appresso al generale della repubblica per farlo capace della falsità dei rapporti, per dimostrare la lealtà del governo Piemontese, per isvelare la perfidia de' suoi nemici; credere il ministro debito suo essere di osservare in poche parole all'ambasciadore di Francia, che l'armarsi delle campagne era falso, che qualche omicidio cagionato in parte dai disordini commessi dai soldati Francesi non pruovava un fanatismo micidiale contro i medesimi; che non conosceva il governo, sebbene attentamente vegliasse, ed ogni cosa sopravvedesse, un armarsi di fuorusciti, e manco ancora di nobili, cosa del rimanente del tutto assurda negli ordini attuali del Piemonte; che primo e principal suo desiderio era di conoscere, per raffrenarle, queste opere ancor più contrarie ai diritti del regno, ed alla quiete del paese, che alla sicurezza dei Francesi; che del resto crederebbe il re far torto a se medesimo, se giustificasse in cospetto del mondo per una condiscendenza tanto decisiva, e tanto eminente le calunnie tanto assurde, quanto atroci, con cui i malvagi il perseguitavano.

Brune, che fomentava le sollevazioni contro il re con pensiero di ridurlo agli estremi spaventi, perchè rimettesse in sua mano la cittadella di Torino, non voleva a modo niuno udire, che ella non gli si consegnasse: ed ora spaventando con minacce di nuove ribellioni, ed ora allettando con isperanza di quiete, se si acconsentisse alla sua domanda, perseverava tenacissimamente nel suo proposito. Invano rappresentavano instantemente in contrario i ministri, che in un caso tanto grave, ed in cui il generale non aveva avuto da Parigi comandamento alcuno, si rimetterebbero volentieri in arbitrio del direttorio. Si risolvettero finalmente a consentire, in ciò mostrando una debolezza inescusabile, a quella condizione, che toglieva al re le ultime reliquie della sua dignità, e della sua independenza. E perchè i posteri conoscano qual fosse la natura di quel governo repubblicano di Francia, dirò, che, non che biasimasse e castigasse Ginguené e Brune dello aver trasgredito in un caso di tanta importanza i suoi ordini, lodò, e si tenne cara la cittadella rapita con inganno evidente, e con disubbidienza formale a quanto aveva loro prescritto.

Stipulavasi il dì ventotto giugno a Milano fra Brune da una parte, ed il marchese di San Marsano dall'altra un accordo, i principali capitoli del quale erano i seguenti: che i Francesi occupassero il dì tre di luglio la cittadella di Torino; che il presidio Francese di lei non potesse mai passare armato per la città; che il parroco si rispettasse, e liberamente, e quietamente potesse esercitare il suo officio, nè fosse lecito ad alcuno insultare, o cambiare quanto si appartenesse alla religione; che il governo Francese si obbligasse a cooperare alla quiete interna del Piemonte, e nè direttamente, nè indirettamente desse soccorso, o protezione a coloro, che volessero turbare il governo del re; che Brune con atto pubblico ordinasse, e procurasse con ogni mezzo, che in suo poter fosse, che le cose quietassero sulle frontiere del Piemonte; che infine usasse il generale tutta l'autorità, e tutti i mezzi suoi, perchè ogni ostilità da parte della repubblica Ligure cessasse, la Cisalpina da ogni aggressione si astenesse, e la buona vicinanza, e l'antico assetto di cose si rinstaurassero. Per tutto questo si obbligava il re a perdonare agli amici di Francia sollevati, a consentire, che ritornassero a vivere sotto le sue leggi; se a ciò non si risolvessero, potessero godere i loro beni, o disporne a loro talento; che farebbe finalmente ogni opera, perchè il viaggiar per le strade del Piemonte fosse a tutti libero, e sicuro.

Per condurre ad effetto l'accordo di Milano pubblicava il re patenti d'indulto a favore dei sollevati. Brune da Milano il dì sei di luglio pubblicava queste cose: che l'Europa conosceva gli accidenti sanguinosi d'Italia; che questa provincia libera dalla guerra esterna, era straziata dalla guerra civile; che le esortazioni del direttorio della repubblica Francese non avevano potuto frenar popolazioni pronte a correre alla discordia, ed al sangue le une contro le altre; che l'esercito Francese cinto da ogni parte da congiure e da guerre civili, aveva dovuto mettersi in guardia; che in tutto questo si vedeva chiaramente l'opera dei perfidi Inglesi, che con ogni delitto, e pur troppo spesso ancora con usare le generose passioni stesse intendevano continuamente a turbare la quiete del mondo; che vedeva la repubblica i suoi nemici, che vedeva ancora in compagnìa loro amici traviati; che voleva torre ai primi la facoltà di nuocere, tornare i secondi ad un quieto e felice vivere; che aveva il re di Sardegna, alleato della repubblica, ad instanza formale del direttorio, perdonato intieramente agli autori delle ultime turbazioni, e per la sicura fede delle sue promesse posto in mano di un presidio Francese la cittadella di Torino; che per tale modo dovevansi spegnere tutte le faci della civil guerra, e che la repubblica, sempre intenta alla pace d'Italia, non sarebbe per tollerare, che di nuovo a sacco ed a sangue questo bel paese si riducesse. Esortava pertanto, ed ammoniva tutti gli amici dei Francesi, che a ciò condotti dalle ingiurie, dalle minacce e dalle persecuzioni della parte contraria, avevano prese la armi per difendere la vita e l'onore, deponessero queste armi, e tornassero alle sedi loro, dove troverebbero sicura e quieta vita. Circa quelli poi, minacciava, che, tenute in niun conto queste solenni ed amichevoli esortazioni, si adunassero a far corpi armati, non dipendenti dagli ordini dell'esercito Francese, o dalle truppe dei governi d'Italia, gli chiarirebbe nemici della Francia, partigiani dell'Inghilterra, autori di sedizioni, e come gente di tal fatta gli perseguiterebbe.

Addì tre di luglio entravano i Francesi condotti da Kister nella cittadella di Torino, essendone uscito al tempo stesso il reggimento di Monferrato, che la presidiava. Fuvvi dolore pei fedeli, festa pei novatori, sdegno per chi abbominava le violenze e le fraudi. Le curiose donne, ed i galanti giovani concorrevano volontieri, essendo il tempo bellissimo, a vedere quest'ultimo sterminio della patria loro. Così contro la fede data, e contro ogni rispetto sì divino che umano, viveva il re di Sardegna sotto le bocche dei cannoni repubblicani di Francia.

Al fatto della cittadella i ministri di Russia e di Portogallo, e l'incaricato d'affari d'Inghilterra instarono appresso ai sovrani loro per aver licenza di ritirarsi da Torino, allegando essere Carlo Emanuele, non più re di Sardegna, ma servo di Francia, e l'ambasciator Francese, vero e reale sovrano del Piemonte.

Comandava il direttorio ai Liguri, per mezzo di Belleville, incaricato d'affari a Genova, cessassero le ostilità: quando no, gli avrebbe per nemici. Obbedirono molto umilmente. Comandava al tempo stesso, per mezzo di Ginguené al re, sotto pena di guerra, cessasse dall'armi. Si uniformava Carlo Emanuele all'intento, non senza però lamentarsi, e protestare con forti e generose parole contro quella insolente imperiosità del direttorio. Cessò intanto la guerra sui confini, solo i regj fecero ancora alcune dimostrazioni per ricuperare Loano, ed altri paesi perduti nella contesa precedente; le quali raccontare sarebbe troppo minuta, e fastidiosa narrazione.

Mi accosto ora a raccontare un fatto orribile in se, orribile per le cagioni, e forse ancora più orribile per gli autori. Erano i Piemontesi, nemici del nome reale, tornati a stanziare, ed a far massa in Carrosio, dopochè il re, per gratificare alla repubblica, aveva ritirato le sue genti da quella terra. Quivi ebbero, non che sentore, certo avviso da quelli stessi, che più intimamente assistevano ai consigli segreti di Brune, dell'accordo, che si trattava tra Francia e Sardegna, per la rimessa della cittadella, e per la quiete del Piemonte. Nè parendo loro, che quello fosse tempo da perdere, perchè se seguiva l'accordo, ogni speranza di poter turbare il Piemonte diveniva vana per essere obbligati a risolvere le loro masse, si deliberarono di prevenir il divieto con fare un moto, il quale confidavano, avesse ad allagare, se non tutto, almeno parte considerabile del Piemonte. Era il fondamento di questa macchina, che i repubblicani di Carrosio si muovessero improvvisamente verso Alessandria; gli ufficiali del generale Menard, che comandava a tutte le truppe Francesi in Piemonte, avevano loro dato speranza, che le truppe repubblicane di Francia, che stanziavano in quella città, si accosterebbero loro ad impresa comune contro il re. Non dubitavano, che un moto di tanta importanza, accresciuto dalla fama della congiunzione delle armi di Francia, non voltasse sossopra tutte le province che bevono le acque del Tanaro; il che giunto all'occupazione della cittadella di Torino, persuadeva ai novatori, che anche le province del Po si leverebbero a cose nuove: una compiuta vittoria aspettavano di tutto il Piemonte. Era stato l'indulto pubblicato in Torino il lunedì secondo giorno di luglio, ed il giorno seguente erano i Francesi entrati nella cittadella.

La mattina del cinque molto per tempo uscivano i sollevati in numero circa di mille, e passando vicino a Tortona, senza che i Francesi, che presidiavano la piazza, facessero alcun motivo per impedirgli, marciavano alla volta di Alessandria, e già comparivano alla Spinetta alle ore cinque e mezzo della mattina. La fazione sarebbe stata molto pericolosa, se Solaro governatore di Alessandria, non avesse avuto avviso anticipato di quanto doveva seguire. Ma un prete Castellani, il quale per essere intervenuto nelle congreghe segrete dei novatori, era consapevole di ogni cosa, l'aveva fatto avvertito. Per la qual cosa Solaro, che era uomo da saper fare, aveva ordinato un'imboscata alla Spinetta, collocando circa cinquecento buoni e fedeli fanti, e cento cavalli tra la Spinetta e Marengo sotto la condotta del conte Alciati da Vercelli, capitano, siccome molto dedito al re, così anche molto avverso ai novatori. Ebbe il disegno del prudente governatore il suo effetto; imperciocchè uscendo i regj alla impensata dall'agguato, e con repentino remore assaltando ai fianchi ed alle spalle i repubblicani, che a tutt'altra cosa pensavano piuttosto che a questa, gli ruppero facilmente togliendo loro due cannoni, e bestie da soma cariche di non poche munizioni. I soldati regj, salvo nel primo impeto della battaglia, si portarono lodevolmente, non uccidendo gl'inermi e gli arrendentisi: ma si erano a loro mescolati gli abitatori della Fraschea, gente fiera di natura, ed avversa al nome Francese, ed a coloro che l'amavano. Costoro crudelmente procedendo, ammazzavano e spogliavano chiunque veniva loro alle mani. La crudeltà loro era venuta in abbominio agli ufficiali, ed ai soldati regj, che si sforzavano, sebbene con poco frutto, di moderare il loro furore. Nè la barbarie si ristette alla battaglia: nella sparsa e precipitosa fuga essendosi i vinti repubblicani nascosti, chi qua chi là per le selve, pei vigneti, e per le campagne feconde di biade, erano spietatamente ed alla spicciolata uccisi dai Frascheruoli. Ad ogni momento si udivano per quei luoghi folti, spari annunziatori della morte dei repubblicani. Durò ben due giorni questa piuttosto caccia, che battaglia, e piuttosto carnificina, che uccisione. Perirono seicento: morì fra loro uno Scala, giovane di natali onesti e di molta virtù, e che non ebbe altro difetto, se non di opinioni false, ed esagerate in materia di libertà.