Fu accusato a quei tempi Brune dello aver suscitato questo moto per far rivoltare gli stati del re. Allegossi, avere lui a bella posta indugiato sino ai sei del mese a pubblicare i suoi ordini per la risoluzione delle masse dei sollevati, mentre a ciò fare già insin dal giorno dell'accordo fatto con San Marsano si era obbligato. Fu accusato Menard dell'avere incitato con promesse di aiuto delle sue genti i sollevati, poi dell'avergli traditi col rivelare al governo regio tutto ciò che macchinavano; cosa troppo enorme e non credibile, neanco di quei tempi, se si considera la natura di Menard. Certo è bene, che gli ufficiali, che stavano ai fianchi sì di Brune che di Menard, spendevano presso ai sollevati il nome loro per far credere, che questi due generali secondassero il movimento che si voleva fare. Quanto a Brune, egli è certo, che con parole forti e sdegnose risolutamente negava ogni partecipazione in questo tentativo. Fu accusato il governo regio dell'avere, dopo di aver per forza consentito all'indulto, in tale modo ordinato gli accidenti, che gli fosse fatto facoltà di versare a suo piacere il sangue a copia, ed affermossi, che il governator d'Alessandria Solaro l'abbia secondato in sì orribile proposito. Della qual cosa gli autori di sì perversa opinione pigliavano indizio da questo, che l'indulto pubblicato ai due in Torino, non fu pubblicato se non ai sei in Alessandria, quando già erano seguite le uccisioni; colpa, dicevano, del governatore, che aveva sete di sangue. Scrissene molto risentitamente Ginguené a Priocca. Rispondeva risolutamente il ministro, che anche alle orecchie sue erano pervenute certe cose pur troppo dolorose, le quali gli avevano dato a conoscere, perchè il picciol corpo dei sollevati si fosse con tanta confidenza condotto tanto avanti, e che se in questa faccenda vi era perfidia, certamente con era dalla parte degli agenti del re; parole terribili, e pregne di cose molto sinistre. Poscia aggiungeva, che troppo infame esorbitanza era quella di calunniare un uomo tanto savio, qual era il governator d'Alessandria, uomo del quale tanto si erano per le sue virtù lodati tutti i commissari Francesi; che pur troppo assurdo era l'imputargli l'indugio della pubblicazione dell'indulto in Alessandria, stantechè negli ordini del Piemonte ai governatori non s'appartiene il fare tali pubblicazioni; che l'unica e vera cagione dell'indugio era nello avere spedito da Torino il manifesto per lo spaccio ordinario, che partiva il mercoldì quattro del mese, giorno appunto precedente a quello, in cui i sollevati si erano mossi al tentativo; che del rimanente, e per certo non ignoravano essi l'indulto, del che si offeriva a dare pruove autentiche ed irrefragabili; che infine non poteva restar capace, come si potesse aver per male, che una popolazione fedele e minacciata d'aggressione avesse prese le armi per la difesa comune.

L'occupazione della cittadella di Torino per parte delle genti repubblicane di Francia, che doveva, secondo i trattati e le promesse, essere cagione di concordia fra le due parti, e di sicurtà pel Piemonte, partorì al contrario maggiori sdegni, e per poco stette, ch'ella non facesse sorgere una sanguinosa battaglia tra i Francesi ed i Piemontesi nel grembo stesso della real Torino. Solevano i Francesi sul battere della diana vespertina suonare, accogliendosi sui bastioni di verso la città, ogni giorno le loro arie repubblicane, e non si astenevano neanco da quelle, che tutto il mondo conosceva essere state composte in ischerno, e derisione del re ai primi tempi della rivoluzione. Mescolavansi in mezzo a questi suoni, cosa più vera che credibile a chi non conoscesse i tempi, nella cittadella medesima voci, e motti ingiuriosi al re. Aveva il governo della fortezza l'aiutante generale Collin, il quale, siccome quegli che faceva professione di repubblicano vivo, e teneva pratiche coi novatori, che ad ogni ora lo infiammavano, si mostrava molto indulgente nel permettere a' suoi soldati queste intemperanti dimostrazioni. Ne nasceva, che ogni sera accorrevano da tutte le parti ad ascoltare quelle musiche strane i curiosi per scioperìo, i novatori per disegno, e si faceva calca presso alle mura della cittadella. Il governo, sforzato a provvedere alla quiete ed alla salute del regno, mandava soldati per prevenire ogni scandalo; ma essi, udendo il vilipendio che si faceva del loro sovrano, a grandissima rabbia si concitavano, ed a mala pena potevano frenar se stessi, che non venissero ai fatti. Così all'ire cittadine si mescolavano le ire soldatesche, ed un nembo funestissimo era vicino a scoppiare sul Piemonte. Il marchese Thaon di Sant'Andrea, governatore, aveva con iterate istanze pregato Collin, acciocchè si astenesse da usi tanto pericolosi. Rispondeva il repubblicano, ora negando parte dei fatti, ora allegando, che pure i repubblicani dovevano suonare le loro arie repubblicane, come i regj le regie. Le tresche continuavano, il pericolo cresceva. In questo estremo caso scriveva Priocca a Ginguené il dì quindici settembre, che la sera dei quattordici, oltre la solita musica, si eran fatte sentire parecchie volte dalla cittadella grida indecenti, ed ingiuriose alla persona del re; che il governo guarentiva la quiete di Torino, se non si provocasse il popolo; ma che, se con nuovi stimoli se gli stesse continuamente ai fianchi, se ogni sera se gli desse occasione di far calca, non poteva più promettere alcuna cosa, e l'ambasciadore sarebbe tenuto dei funesti accidenti che ne seguiterebbero.

Rispose l'ambasciadore, che non rifiutava il carico, ma che bene si maravigliava dello stile dello scritto; che del rimanente l'aveva comunicato a Collin. Dal che si vede, che i repubblicani di quei tempi, che con solenni scritture chiamavano quasi ogni giorno il governo Piemontese crudele, traditore e perfido, non potevano poi, per la superbia loro, sopportare, che il governo medesimo, le cose col proprio nome chiamando, gli avvertisse, e gli imputasse dei pericoli, ch'essi stessi evidentemente eccitavano.

L'intemperanza repubblicana non si rimaneva ai suoni ed ai canti: appunto il giorno dopo delle querele di Priocca, cioè il sedici settembre, o che fosse sola imprudenza giovanile, o disegno espresso, come si credè con maggior probabilità, dei novatori, massimamente di quei più arditi, che dipendevano dal fomite Cisalpino, si venne ad un fatto mostruoso, che riempì di terrore tutta la città, e poco mancò, che di uccisione ancora la riempisse. Verso le ore quattro meriggiane una vergognosa, e schifa mascherata usciva dalla cittadella. Era una tratta di tre carrozze, nelle quali si trovavano femmine vivandiere travestite alla foggia delle dame di corte, ed ufficiali ammascherati ancor essi alla cortigiana secondo gli usi di Torino, con abiti neri, con grandi parrucche, con borse nere ai cappelli, con lunghe spade con l'else d'acciaio, pure nere, e con piccoli capelli sotto braccio, tutto alla foggia della corte; dietro le carrozze lacchè abbigliati parimente all'uso del paese. Perchè poi lo scherno fosse ancor più evidente, precedevano altri uffiziali vestiti in farsetto bianco con bacchette di corrieri: scortavano tutta questa mascherata quattro ussari Francesi, comandati da un ufficiale. Erano fra gli ufficiali mascherati il vicegerente, ed il segretario di Collin. Andavano attorno per tutti i canti, poi si aggiravano su tutte le passeggiate: i corrieri con mazzate, gli ussari con piattonate si facevano sgombrar davanti le brigate. Comparve la mascherata avanti alla chiesa di San Salvario sulla passeggiata del Valentino all'ora in cui il popolo stava divotamente intento alla benedizione, essendo giorno di domenica. Gli ussari, crosciando nuove piattonate, sforzavano, non senza gran romore, i circostanti a scostarsi dalla chiesa: il popolo s'accendeva di sdegno. Posta in tale guisa ogni cosa a romore con uno scherno tanto indecente della corte, e dei costumi nazionali del Piemonte, le maschere imprudentissime ritornavano sotto i viali della cittadella, dov'era la solita passeggiata frequentissima di popolo. Quivi i mascherati a guisa di corrieri, da insolenze gravi ad insolenze ancor più gravi trascorrendo, con le mazze loro abbatterono per terra tre vecchie donne, affinchè fosse sgombrata prestamente la strada alle carrozze della mascherata: al tempo medesimo gli ussari menavano piattonate forti a tutti, che incontravano. La musica concitatrice nel tempo stesso dalla cittadella suonava, e risuonava. Allora non vi fu più modo al furore, che dal popolo passò ai soldati. Erano questi in grosso numero in Torino, o nelle vicinanze; perciocchè il re, per non essere del tutto a discrezione dei repubblicani, aveva raccolto i suoi intorno alla sua regia sede; il che come disegno sinistro gli fu poscia imputato dai repubblicani. Udironsi in questo mentre archibusate, prima rare, poi moltiplicate: il popolo spaventato con una calca incredibile fuggiva; i soldati Piemontesi, cui niun comandamento poteva più frenare, accorrevano a furore; alcuni soldati Francesi restarono uccisi. Lo spavento, il furore, la vendetta occupavano le menti d'ognuno. I Francesi, che alloggiavano nella cittadella, udito il romore delle armi, e dai fuggenti il pericolo dei compagni, precipitosamente già uscivano armati, e pronti a far battaglia contro i regj. Una estrema ruina sovrastava, presente il re, alla reale Torino.

In questo punto (tanto fu il cielo propizio in mezzo a quel furioso tumulto, ai fati del Piemonte) il generale Menard, che non per ufficio, ma per accidente si trovava a Torino, veduto, che se più oltre si procedesse, vi andava in quel fatto la salute dei Francesi, la salute dei Piemontesi, correva in mezzo a' suoi, comandava a Collin, che non si muovesse, e con le sue esortazioni, con le sue minacce, con l'autorità del suo grado tanto operava, che fece fermare, e tornare in cittadella i repubblicani, impedì che traessero, soppresse i suoni concitatori, e frenò un impeto, il cui fine, s'ei non fosse stato presente, sarebbe stato funestissimo. Il governatore non tralasciò ufficio, perchè il furore improvviso dei soldati Piemontesi si raffrenasse, e diede ordini, perchè se ne tornassero alle loro stanze. Così fu salvata la capitale del Piemonte dalla generosità di Menard, e dalla moderazione di Thaon di Sant'Andrea.

L'ambasciatore di Francia, che nell'ora del tumulto se ne stava villeggiando sopra la collina di Torino, ebbe subito avviso dell'accidente, prima da alcuni uomini fidati, poscia dal governatore, il quale già innanzi che da Menard a ciò fare fosse invitato, gli aveva mandato per sua sicurezza una banda di soldati. Il ministro Priocca il mandava pregando, che ritornasse tosto, della sicurtà di lui, e di tutta la sua famiglia promettendo. Tornato l'ambasciatore la sera del medesimo giorno, da quell'uomo diritto, e dabbene che egli era, quando non era sviato dai soliti fantasmi, si dimostrò molto sdegnato contro Collin, condannando con forti parole la sua condotta, e la schifosa mascherata. Poi per opera di lui fu Collin rimosso dal governo della cittadella, e surrogato Menard, non senza grande contentezza del governo Piemontese, che vedeva ad un uomo rotto e dipendente dai novatori, surrogato un generale, che non amava le rivoluzioni, e non si dimostrava alieno dal favorire la sicurezza del paese. Queste cose faceva Ginguené sano; ma aggirato di nuovo dai novatori, tornò sul suo male, ed ingannandosi novellamente incolpava il governo regio di congiura per ammazzare tutti i Francesi il giorno stesso, che si era fatta la mascherata, come se ella, e le insolenze, e gl'insulti fatti dagli ussari e dai corrieri, che l'accompagnavano, fossero stati opera non di Francesi, ma di gente che gli volesse ammazzare. Ma a queste considerazioni non ristandosi, e trasportando le congiure da coloro che le facevano, in coloro contro i quali si facevano, e troppo facilmente condiscendendo ai desiderj di Brune, di nuovo tormentava Priocca. Addomandava con insolente instanza, che il re licenziasse tutti i suoi ministri, e nuovi ne creasse in luogo loro: voleva specialmente, che togliesse la carica a Thaon di Sant'Andrea, al conte Revello suo figliuolo, governatore d'Asti, l'uno e l'altro qualificando, come Nizzardi, di fuorusciti di Francia. Ancora voleva, che il re dismettesse il conte Castellengo, vicario di Torino, ed un David, impiegato di lui, uomini, secondo che allegava, autori di quella orribil trama di assassinamenti di Francesi. Tacque di Priocca, perchè parlava a lui. Lo sforzare un re non solo independente ma eziandio alleato, ad allontanare da se i suoi servitori più fedeli, con qualificargli anche di capi d'assassini, è un atto di cui solo si trovano esempi nei tempi sregolati, che sono il soggetto delle presenti storie. Essendo caso d'importanza, il ministro Priocca richiese l'ambasciatore di abboccamento; accordaronsi, si farebbe in casa di Francia. Il ministro vi si condusse: si confortava col pensiero di non mancare nè di fede, nè di costanza al suo signore. Incominciò a dire, che, quanto a lui, molto volentieri darebbe luogo, e la sua licenza chiederebbe, se credesse ciò aver a ridondare a soddisfazione dei Francesi, ed a quiete del regno, che a parte delle faccende pubbliche era venuto non richiedente, le abbandonerebbe non mormorante, che nissuno meglio di lui sapeva, quanto dolorosa cosa fosse il servire in quei tempi; che non ostante, non l'amarezza dell'ufficio, ma l'utile della sua patria, e la salute del regno, se ciò richiedessero, il farebbero ritrarre; che costanza aveva sufficiente per sopportar ogni peggior male pel sovrano, ambizione non sufficiente per volere star in carica contro gl'interessi del suo paese; che quanto alle domande d'esclusione, perchè potesse farne proposta, era necessario, che non generali parole, ma fatti precisi si adducessero. Ginguené rispondendo, tornava sulle coltella, sugli stiletti, sugli assassinj: insisteva massimamente sulla necessità di allontanare dai consigli, e dal Piemonte Thaon di Sant'Andrea, e tutti i suoi figliuoli, come fuorusciti di Francia. In questo punto successe un accidente, e fu, che Marivault segretario della legazione, improvvisamente uscendo da una porta segreta, e nella stanza, dove i due ministri Francese e Piemontese negoziavano, entrando con un gran viluppo in mano di coltelli e di stiletti, sulla tavola con irato piglio gittandolo, ed a Priocca rivolgendosi, guardate, disse, se non vi sono coltelli, e se non sono stati distribuiti; poi dite, che le accusazioni sono fondate in aria. A questo atto del quale, il minor male, che si possa dire, è, che fu una commedia molto ridicola, rise di disprezzo, e di sdegno Priocca: Ginguené prima vergognoso si tacque: poi a Marivault voltosi, gli disse, andatevene, e portatevene le coltella; che qui non si tratta di coltella. Portate via le coltella da Marivault, le quali come pruovassero, che il governo Piemontese facesse con ordini espressi ammazzare i Francesi con le coltella sulle strade, Dio solo il sa, ritornarono l'ambasciadore, ed il ministro sul negoziare. La somma fu, che non potè il primo allegare fatti precisi, o pruove del suo dire. Promise non ostante il secondo di farne rapporto; con temperate, ma efficaci parole dolendosi, che di continuo il governo regio, come instigatore, e pagatore di assassini, e la nazione Piemontese, come una banda di assassini si rappresentassero.

Parlato col re, rispondeva da parte sua Priocca, che il ministro Taleyrand, favellando col conte Balbo, ambasciatore a Parigi, aveva detto che il governo Francese non desiderava scambio nei capi del Piemontese; che del resto nè Sant'Andrea, nè i suoi figliuoli erano fuorusciti di Francia, e che gli altri magistrati, di cui si addomandava la rimozione, non solamente non erano colpevoli di quanto loro s'imputava, ma che ancora erano stati operatori, che fosse stata in Piemonte salvata la vita a molti Francesi: che perciò il re non voleva far cambiamenti, poichè non gli poteva fare con giustizia.

Dalle precedenti narrazioni si raccoglie, che le cose tra l'ambasciatore di Francia, ed il governo del Piemonte erano giunte al punto estremo, nè alcun termine di concordia si vedeva possibile. Continuamente instava Ginguené presso al direttorio per la rimozione del conte Balbo. Da un'altra parte il conte presso al direttorio medesimo continuamente instava, acciocchè chiamasse Ginguené. Questi chiamava Balbo spargitor d'oro, seminatore di corruttele, agente operosissimo, e pericoloso di tutta la lega Europea contro Francia. Balbo chiamava Ginguené uomo buono, e stimabile per le sue qualità private, ma cervello pieno di fantasmi lontani dal vero, corrivo al prestar fede alle folìe, ed alla calunnie dei novatori, accademico importuno, ambasciatore di penna intemperante, e di natura tale che non lasciasse pur respirare un momento quel governo, che avesse a fare con lui. Arrivarono in questo mentre le novelle della mascherata, e della domanda fatta da Ginguené della espulsione dei ministri. Si prevalse destramente, e con molta instanza Balbo dei due accidenti, come già si era prevalso della domanda della cittadella. Per la qual cosa giuntovi eziandio, che Taleyrand sapeva, che la nuova confederazione contro Francia si preparava, ma non era ancor matura, e però voleva allontanar le cagioni di nuovi scandali, prevalse l'ambasciador Piemontese. Fu Ginguené, per decreto del direttorio dei ventiquattro settembre, richiamato dalla sua carica d'ambasciatore. Gli fu sostituito d'Eymar, uomo piuttosto non senza lettere, che letterato, amatore dei letterati, e di natura dolcissima, ma non d'animo tale che si potesse maneggiare con la fermezza necessaria in tempi tanto tempestosi.

Desiderava Ginguené, prima di tornare in Francia, visitare l'Italia, perchè già insin d'allora pensava all'opera, che con sì bell'arte, e tanto plauso dei buoni scrisse poi della storia letteraria d'Italia. Brune, che in mezzo agli sdegni ed alle abitudini soldatesche, amava ed accarezzava i letterati, gli offeriva denaro per far il viaggio; ma poco tempo dopo, essendo stato scambiato con Joubert, non potè Ginguené mandar ad effetto il suo intendimento, e tornossene direttamente in Francia. Fu Ginguené uomo, non solo di probità apparente, la quale non è altro che ipocrisìa, ma di probità vera, austera e reale: aveva l'animo benevolo, e volto alla vera filosofia, amatrice degli uomini. La mente sua ornavano le lettere, non poche e superficiali, nè quali si trovano sulle lingue facili dei frequentatori delle compagnevoli brigate; ma vaste e profonde; nè in lui alcuna cosa lodevole, ed egregia si sarebbe desiderata, se in età meno pazza, ed in tempi meno strani fosse vissuto. Ma i tempi l'ingannarono, siccome tanti altri puri e sinceri uomini ingannarono, rimastisi al velame delle cose, non penetranti nella sostanza; imperciocchè amava Ginguené la vera e buona libertà, ma errò col credere che là fosse, dov'era il suo contrario; e siccome fra le altre sue qualità aveva la fantasìa ardente, e l'opinione tenacissima, non solo nell'error suo persisteva, ma in lui vieppiù sempre s'internava, credendo costanza quello, che era ostinazione. Certo, ei fu sincero nel suo inganno, e di esso si dee piuttosto compassionare, che rimproverare. Bene quest'inganno medesimo il fece trascorrere in termini molto biasimevoli contro il governo del re di Sardegna; ed io, che fui suo amico, e che dell'amicizia sua mi onoro e pregio, non ho nè potuto, nè voluto astenermi dal raccontar le azioni sue, come ambasciadore, non secondo l'affezione, ma secondo la verità. Bene altresì dico e protesto, che, se si eccettua la sua ambasciata di Piemonte, Ginguené fu uno degli uomini, dei quali più debbe l'età nostra ed onorata e fortunata tenersi.

Già altri fatti si apprestavano all'Italia. Non ignorava il direttorio, che di nuovo contro di lui si collegavano i principi, e si riforbivano le armi d'Europa. Tuttavia, avendo il suo miglior esercito, ed il miglior capitano in lidi lontani, le finanze in condizione povera e sregolata, l'esercito Italico pieno di mala contentezza, se ne andava temporeggiando, e migliori condizioni aspettando; che se di nuovo gli era necessità di correre all'armi, voleva almeno non far la parte di aggressore: aspettava, che lo assaltassero. Dal canto suo l'Austria attendeva, che arrivassero sui campi, in cui si doveva combattere, i soldati di Paolo imperatore. In questo stato dubbio venne ad accelerar le sorti la subita presa d'armi del re di Napoli. Da questo fatto non fu malagevole al direttorio l'accorgersi, che il terrore delle sue armi era molto intiepidito nella mente degli uomini, e che la gran macchina, che si andava apprestando contro di lui, era, più che non aveva creduto, vicina a scoppiare. Non gli pareva dubbio, che il re Ferdinando non si sarebbe deliberato ad affrontare tutta la mole della repubblica di Francia da se solo, se non avesse avuto speranza di pronti e grossi soccorsi. Adunque bene considerate tutte queste cose, e poichè non poteva non far guerra a Napoli, stantechè Napoli la faceva a lui, e dubitando di un subito assalto dell'Austria sulle rive dell'Adige e dell'Adda, perciocchè gli Austriaci occupavano il paese de' Grigioni, deliberossi di assicurarsi almeno alle spalle con impossessarsi del tutto del Piemonte, che fu sempre stimato dai Francesi scaglione opportunissimo a salire alla signoria d'Italia. Inoltre ei si era persuaso, che l'amicizia di Sardegna fosse mal sicura, e dubitava, che ove le genti repubblicane, o venissero alle mani con l'Austria sui territorj Veneti, o s'affrontassero coi Napolitani sullo stato Romano, il re, facendo una mutazione improvvisa desse, coll'accostarsi ai confederati, il crollo alla bilancia. Sapeva il direttorio le ingiurie fatte a Carlo Emanuele, sapeva l'oppressione, sotto la quale era stato tenuto, e il dolore del perseverare in tante molestie; perciò non dubitava, ch'ei non pensasse a risorgere ed a vendicarsi. Alla quale opinione tanto più volentieri si accostava, quanto più il re aveva perduto la speranza, per la forma definitiva data alle repubbliche Cisalpina e Ligure, e per la protezione di Spagna verso Parma, di essere ricompensato della Savoja e di Nizza. Che nel più intimo del cuore il re non amasse il governo di Francia, era cosa piuttosto certa che verisimile, ma che di fatto macchinasse contro di lui, che tutta la sua salute non avesse posta nell'amicizia di Francia, che non fosse fedele ai patti giurati con lei, che alla prima mossa d'arme non fosse per congiungere con debita fede le sue genti a quelle della repubblica, nissuno, che di sana mente sia, sarà mai per affermare. Dalle quali cose conseguita, che quand'anche cauta si potesse stimare la risoluzione, che fece il direttorio di dichiarar la guerra, e di torre lo stato al re di Sardegna, certamente non si potrà affermare, che non sia stata iniqua, perchè questo principe nè ruppe fede a Francia, nè era per romperla, nè nissuna congiunzione segreta aveva con Napoli; e manco ancora con l'Austria.