Mentre con maggiori dimostrazioni di fede e di amicizia era l'ambasciadore Balbo accarezzato da tutti i ministri, e massimamente da Taleyrand in Parigi, mandava il direttorio il generale Joubert in Italia con ordine di spegnere la potenza della casa di Savoja, e di far rivoluzione in Piemonte. Joubert sul suo primo arrivare, vedendo, che i tempi stringevano, non frappose indugio al mandar ad effetto ciò, che gli era stato commesso. Ma prima di venirne ad una deliberazione del tutto ostile, mandava a Torino l'aiutante generale Musnier con ordine di richiedere il re, che desse incontanente i diecimila soldati, ai quali era obbligato per trattato d'alleanza, e gli mandasse a congiungersi coi Francesi, ed oltre a ciò che rimettesse in mano di lui l'arsenale di Torino, domanda di estremo momento, per essere l'arsenale situato nella città stessa, e vicino alla cittadella.

Rispose, che darebbe incontanente i diecimila soldati: mandò il giorno stesso della richiesta gli ordini, perchè si adunassero; spedì un ufficiale a Milano, perchè consultasse col generalissimo intorno al modo del marciare dell'esercito Piemontese verso il Francese, e del vivere, e del servire insieme l'uno con l'altro. Quanto all'arsenale, si espresse, non poterlo consegnare, perchè la domanda non era conforme al trattato d'alleanza; avere spacciato a Parigi un uomo a posta, affinchè questo emergente si accordasse col direttorio.

Non contentandosi Joubert delle risposte, e di quali si sarebbe contentato non si vede, si risolveva a mandar ad esecuzione quello che gli era stato comandato. L'importanza del fatto in ciò consisteva che la possessione della cittadella si rendesse sicura in mano dei repubblicani. Perlocchè il generalissimo vi mandava a governarla il dì venzette novembre il generale Grouchy in iscambio di Menard, che era stimato od abborrente per natura da sì gravi ingiurie, o non alieno dal favorire gl'interessi del re. Aveva Grouchy da Joubert il mandato di fortificar vieppiù la cittadella, di fornirla di munizioni, di moltiplicar le artiglierie sulla fronte che guarda la città: sperava, che col terrore potrebbe indurre il governo Piemontese a venire a qualche accordo. Mirava il direttorio a far rinunziare il re di per se stesso, senza che si venisse all'esperimento delle armi. Ora che dirà la posterità di quello sdegno di Ginguenè, solo al pensare, quando addomandava la cittadella di Torino che il re potesse sospettare, che i Francesi fossero per abusare della possessione di lei contro di lui, e di quel gridare, e di quel lamentarsi che faceva, che un tale sospetto era un insulto fatto alla lealtà Francese? Non sapeva egli, che il direttorio non aveva fede, e che i Francesi obbedivano al direttorio? Perchè ingaggiar lealtà di Francia, quando la lealtà di Francia non dipendeva dai Francesi? Ma dubitando, che l'apparato della forza non bastasse a muovere l'animo di Carlo Emanuele, si usò anche l'astuzia. Per la qual cosa non sì tosto era Grouchy giunto a Torino, che con tutte le arti procurava di sapere per mezzo dei democrati del paese, e di quanti altri potesse adescare, quali fossero le intenzioni del re e del ministri, e sopratutto quali mezzi di difesa avessero. Nè abborrirono gli agenti del direttorio, sapendo quanto Carlo Emanuele fosse dedito alla religione, dal tentar mezzi insoliti di seduzione con volersi insinuare presso al suo confessore, affinchè l'esortasse alla rinunziazione. Nè solo l'abdicazione procuravano, ma volevano, che il re per l'atto stesso della rinunzia ordinasse ai Piemontesi, ed a' suoi soldati, che non si muovessero, ed obbedissero al governo temporaneo che sarebbe instituito. Riuscì il generale di Francia, che sul suo primo giungere si era tenuto nascosto, a procacciarsi segrete intelligenze con uomini di importanza, poichè a lui non solo concorrevano cupidamente gli amatori di cose nuove, ma ancora alcuni nobili che avevano cariche, si facevano rapportatori di quanto sapessero della corte, e dei ministri. Ma il tentativo della confessione non ebbe effetto per la rettitudine del confessore. I nobili subornati gettavano in corte parole dei pericoli che sovrastavano, delle minacce dei Francesi, dell'impossibilità del resistere, della necessità del venirne ad una risoluzione terminativa. Tutti questi maneggi erano indarno, perchè, se non altro, la religione confortava Carlo Emanuele. Moltiplicavansi intanto le bocche da fuoco contro la città: il terrore cresceva; chiamava il governo i reggimenti sparsi a difendere Torino, ed eglino con presti passi accorrevano: i fati sovrastavano; e chiamavano a rovina e la reggia, e i popoli, e Piemonte. Già i repubblicani ordinati da Joubert marciavano a distruggere un re tante volte assalito con ingiurie, di cui con fraude avevano occupato la fortezza difenditrice de' suoi tetti, e dei suoi penetrali stessi, ed al quale altro fondamento non restava, consolativo, ma insufficiente, che la fede del soldati, e la divozione dei popoli. Pubblicava Joubert il dì cinque decembre queste parole: «La corte di Torino ha colmo la misura, ed ha mandato giù la visiera: da lungo tempo gran delitti ha commessi; sangue di repubblicani Francesi, sangue di repubblicani Piemontesi fu versato in copia da questa corte perfida: sperava il governo Francese, amatore della pace, con mezzi di conciliazione rappacificarla, sperava ristorar i mali di una lunga guerra, sperava dar quiete al Piemonte con istinguere ogni giorno più la sua alleanza con lui: ma fu Francia vilmente ingannata delle sue speranze da una corte infedele ai trattati. Per la qual cosa ella comanda oggi al suo generale di non più prestar fede a gente perfida, di vendicar l'onore della grande nazione, e di portar pace, e felicità al Piemonte: per questi motivi l'esercito repubblicano corre ad occupare i dominj Piemontesi.»

Nel mentre che Joubert così parlava, Victor e Dessoles raunatisi colle schiere loro nelle vicinanze di Pavia, ad Abbiategrasso, ed a Buffalora, passato il Ticino, si avviavano a Novara, nella quale entrarono per uno stratagemma militare di soldati nascosti in certe carrette. Presa Novara, spingevano le prime squadre insino a Vercelli. L'aiutante generale Louis s'impadroniva di Susa, Casabianca di Cuneo, Montrichard di Alessandria, sorprendendo in ogni luogo i soldati regj, facendone prigionieri i governatori. Avuta Alessandria, Montrichard s'incamminava ad Asti, donde spingendosi più avanti, andò a piantar gli alloggiamenti sulla collina di Superga, che da levante signoreggia la capitale del regno. In questo mezzo tempo ordinava Grouchy, che gli ambasciadori di Francia e della Cisalpina si ricovrassero nella cittadella; il che tostamente eseguirono, tolte prima dalle loro case le insegne delle loro repubbliche. Poi penuriando la cittadella di munizioni, massimamente di proietti, poichè intenzione dei repubblicani era di voltar sottosopra, e d'incendiare Torino, se l'esercito francese fosse obbligato di rendersene padrone per forza, operarono di modo che si trasportassero di nascosto dall'arsenale nella fortezza armi e munizioni di ogni genere, procurandosi in tale modo le armi del re per combatterlo e distruggerlo. Era di non poca importanza pei repubblicani, che in loro potere recassero Chivasso, terra munita di un forte presidio, e per cui Victor doveva passare per venirsene da Vercelli a Torino. A questo fine, e per obbedire al generalissimo, mandava Grouchy segretamente una colonna di buoni soldati, i quali arrivati inopinatamente sopra Chivasso, ed aiutati dai soldati di nuova leva, che quivi per accidente alloggiavano, l'occuparono facilmente. Rovinava tutto ad un tratto, e per ogni parte lo stato del re, usando i repubblicani per sorpresa contro di lui gli estremi della guerra, quantunque ancora il governo loro non l'avesse dichiarata.

Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governatore di Torino assicurandolo, che quanto si faceva, solo si faceva per modo di cautela, e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un solo amatore di libertà, o Francese o Piemontese che si fosse, incendierebbero la città, e farebbero, che di lei pietra sopra pietra non restasse. Il governo pubblicava un manifesto, con cui esortava gli abitatori a starsene quieti, chiamava i francesi gli alleati più fedeli che si avesse, affermava che niuno niuna cosa aveva a temere da loro. Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle, che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie sorprese, ed assaltate all'impensata, erano state disarmate, e poste in condizione di prigioniere. Vide allora il re, che ogni speranza era spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno, che mille anni di dominio nella sua reale casa erano giunti al fine. Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che i posteri sapessero, che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il dì sette decembre quest'ultime parole: «Dopochè col manifesto di ieri, pubblicatosi dal governatore di questa città, si son fatte note al pubblico per ordine di Sua Maestà le dichiarazioni del generale Francese, comandante nella cittadella, e le intenzioni della Maestà Sua sempre pacifiche ed amichevoli verso i Francesi, è venuto a notizia di essa Maestà, che vari corpi di truppe Francesi siensi impadroniti di Chivasso, Novara, Alessandria e Susa, con aver fatto prigionieri gli rispettivi presidj di regia truppa. Sì fatto avvenimento non può ad altro attribuirsi, che ai sospetti calunniosamente insinuati dai nemici di Sua Maestà nell'animo dei Francesi, onde far loro concepire il vano timore, che declinando la Maestà Sua dalla fedeltà dovuta ai pubblici trattati, abbia potuto entrare in concerti opposti agl'interessi della repubblica Francese. Sua Maestà ha dato mai sempre al governo Francese le più autentiche e notorie pruove di esatta fede nell'osservanza dei patti con esso stabiliti. Guidata costantemente dalla mira di allontanare maggiori calamità dai suoi amatissimi sudditi, ha sempre mai aderito alle richieste della repubblica Francese, ora di tratte di generi, ora di vestiari, ora di munizioni per l'esercito d'Italia, sebbene oltrepassassero le sue obbligazioni, e riuscissero di sommo aggravio al regio erario: per assicurare la tranquillità dello stato, ha consentito a porre in mano dei Francesi la cittadella di Torino: invitata a fornire all'esercito Francese la parte di truppe stipulate nel trattato d'alleanza, vi si è dichiarata pronta nel giorno stesso della richiesta, ha dato senza ritardo gli ordini opportuni per la riunione della parte suddetta, ed ha spedito un ufficiale presso al generalissimo di Francia per concertare con lui intorno al modo di regolarne le mosse ed il servizio: nè ha tralasciato di spedire a Parigi per trattare colà sull'altra domanda statale pur fatta della rimessione dell'arsenale, a cui non credette di dover aderire, come non appoggiata al trattato d'alleanza, non meno che sopra vari altri oggetti di comune interesse. Mentre si aspetta l'esito dei negoziati presso il governo Francese, e presso il suo generale in Italia, si prendono dai Francesi stanzianti nella cittadella di Torino le più valide risoluzioni di difesa verso la città medesima, si ritira nella cittadella l'ambasciadore della repubblica, facendo togliere dal suo palazzo lo stemma della medesima, si arresta un regio corriere proveniente da Parigi con dispacci diretti alla legazione di Spagna, ed ai ministri di Sua Maestà; e finalmente si occupano colla forza le città di Novara, Alessandria, Chivasso e Susa. Sua Maestà vivamente commossa da sì inopinati eventi, ma sempre intenta ad allontanarne dei più funesti, non ha tralasciato di tentare ogni via di trattato coll'ambasciatore, sì per mezzo de' suoi ministri, sì col prevalersi dei buoni uffizi di una corte amica, ed ha perfino spedito un uffiziale al generalissimo, onde tentare ogni mezzo di arrestare i progressi delle calamità minacciate. Sua Maestà conscia a se stessa di non aver mancato ai sacri doveri di fedeltà verso gli amici, e di amore verso i suoi sudditi, vuole che sia a tutti nota la sua leale e sincera condotta, e la protesta che fa al cospetto di tutti, di non avere dato motivo alle disavventure, che sovrastano agli amati suoi sudditi, alla fedeltà ed all'affezione dei quali essa corrisponde mai sempre con affettuosa tenerezza».

Così parlava un re di Sardegna venuto in forza altrui, ma anche queste generose querele, e queste giuste difese gli vennero poco dopo interdette, ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della forza propria, ma ancora si sdegnava della ragione altrui.

Intanto, perchè si venisse a conclusione, si moltiplicavano le arti e gli spaventi: si parlava, che a nissun'altra condizione sarebbero i Francesi contenti, che all'abdicazione. Cedessi al fato, nè v'era modo di ostare, giacchè Carlo Emanuele era chiamato a distruzione dal suo alleato. L'atto di abdicazione fu accordato, e stipulato il dì nove di decembre in Torino, per parte della repubblica dal generale Clauzel, e per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo, obbligandolo a ritrattarsi pubblicamente del manifesto del giorno sette, ed a mandar Priocca in mano loro nella cittadella, come sicurtà di non resistenza, e come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro, e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si legge sul fine dell'atto, dopo il nome di Carlo Emanuele, quello di Vittorio Emanuele con queste parole: io prometto di non dare impedimento all'esecuzione di questo trattato. Fu in buon punto pel re, e per tutta la sua famiglia, che Grouchy, e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato, che fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute, non piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non imponendo la condizione della cattività dei reali. Dal che ne seguitò, che già avevano fatto la rinunzia, e già erano arrivati a Parma, quando pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta, come ostaggio per la osservanza dei patti, e qualche timore del suo nome, udite le rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu cagione, che il re il presentasse della celebre tavola di Gerardo Dow, in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.

Accordossi nell'atto dell'abdicazione, che il re rinunziava alla sua potestà, e comandava ai Piemontesi, che obbedissero al governo temporaneo da instituirsi dal generale di Francia: comandava altresì a' suoi soldati, che come parte dell'esercito Francese si sottomettessero al generale medesimo; che il re disdiceva il manifesto del giorno sette, e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella; che il governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e le proprietà; che i Piemontesi, che desiderassero spatriarsi, il potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile, e di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti, che volessero ripatriarsi, medesimamente il potessero fare, e ricuperassero tutti i diritti loro: potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia ritirarsi in Sardegna: finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti, e scorta mezza Francese, e mezza Piemontese; se il principe di Carignano eleggesse o di rimanersi in Piemonte, o di andarsene, sì liberamente il potesse fare, con godersi, o con disporre de' suoi beni; incontanente si suggellassero gli archivi, e le casse dell'erario: non si accettassero nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche alla Francia.

Creava Joubert governo, che per modo di provvisione, ed insino a tanto che i tempi permettessero un assetto definitivo, reggesse il Piemonte. Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono, Galli, Braida, Cavalli, Baudissone, Rossi, Sartoris; poi per un secondo Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate qualità, ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù, o per altezza di cariche, o per nobiltà di natali, e molti per tutte queste qualità insieme; nè erano certamente degni di governare in tempi sì miseri la patria loro ridotta in forestiera servitù. Che se l'ambizione guidava alcuno di loro, bene non indugiarono a conoscere, quanto fosse amaro il servire altrui; perciocchè in breve, non per colpa propria, ma dei tempi, perdettero presso i compatriotti loro la confidenza, presso i forestieri l'amicizia: tempi funestissimi, in cui si distruggevano i governi antichi per rabbia, si corrompeva l'onorato nome dei buoni per compagnìa.

Grouchy, conseguita una tanta mutazione, sforzava i soldati Piemontesi a giurare in nome della repubblica Francese: il che fecero piuttosto sbalorditi dal caso, che per volontà deliberata. Aggirati da accidenti tanto insoliti, e comandati dal loro signore, non si erano mossi ad alcuna impresa. Solo il reggimento dei cacciatori di Colli, che aveva le stanze al Parco, mezzo miglio lontano da Torino, voleva sdegnosamente correre a dar l'assalto alla cittadella, e l'avrebbe anche fatto, se i capi non avessero frenato quell'impeto più lodevole che considerato. Poco stante arrivava nella cittadella il generalissimo Joubert, il quale continentemente portandosi, non volle udire le proposte di regali, che i repubblicani erano venuti offerendogli. Bensì diedero trecento mila lire di Piemonte ad un certo Roccabruna, che era suo aiutante, repubblicano assai focoso, siccome ne faceva professione, ma che sotto quel titolo feudatario di Roccabruna altri non era, che un certo Matera Napolitano.