Damiano di Priocca andava a porsi in cittadella in potestà dei repubblicani. Ma quali fossero più degni di compassione del carcerato, o dei carceratori, giudicheranlo gli uomini diritti e dabbene. Scrivelo anche la storia, che, come la giustizia gl'innocenti dai rei, sebbene a passo lento, così i buoni dai tristi distingue, ed ai posteri secondo le opere loro raccomanda. Sarà Priocca, finchè fia in pregio la virtù fra gli uomini, lodato e celebrato, come esempio di quanto possano un animo forte, una mente sana, una sincerità singolare, ed una fede inalterabile. Sogliono le repubbliche o adulare, o calunniare, o uccidere i loro cittadini grandi. Sogliono le monarchìe, ogni cosa al re riferendo, soffocare la fama e le opere egregie dei servitori magnanimi. Ma non potranno tanto o una invidia consueta, o una prudenza ingrata, che non passi Priocca ai posteri, non solo lodato, ma ancora amato e riverito, come uno degli uomini, dei quali l'Italia e l'umanità più si debbono pregiare. Servì senza ambizione lo stato; tollerò senza abiezione il carcere e l'esiglio, e quel che più degno è di lode, questo è, che sopportò con equalità d'animo la calunnia; e mentre nei tempi che seguirono, i suoi persecutori corsero, per amor dell'oro e della potenza, agli allettamenti altrui, se ne visse e morì Priocca oscuro, modesto, temperato, e contento in Pisa, ancorchè fosse stato più volte chiamato alle ambizioni da chi tanto poteva, e tanto amava tirar dietro a se, come mezzo di potenza, gli uomini venerandi. Non fu da noi conosciuto Priocca nè per beneficio, nè per ingiuria, nè mai il volto suo vedemmo; ma bene abbiamo tanto conosciuto l'animo di lui, che l'essere nati nel medesimo paese, che egli, ci rechiamo a parte di gloria.

Abbandonava il re, abbandonavano i reali di Piemonte la gloriosa sede degli antenati loro. Era la notte fra le nove e le dieci della sera, oscura e piovosa; occupava la città un alto terrore: scendevano al lume dei doppieri le scale, ed usciti dalla porta, che dà nel giardino, e quivi in carrozza montati per l'altra porta, che è tra le due del palazzo e del Po, alla strada maestra di verso Italia pervenivano. Lasciava il re nelle abbandonate stanze per una continenza, che mai non si potrà abbastanza lodare, e per debito di religione, come protestava, le gioie preziose della corona, tutte le argenterie, e settecento mila lire in doppie d'oro in oro. Alcuni fra i principi piangevano; il re e la regina mostravano una grandissima costanza. Scortavangli ottanta soldati a cavallo Francesi, altrettanti Piemontesi: gli accompagnarono insino a Livorno, di Piemonte. Corse fama, e fu anche affermato, che o per timore volontariamente, o perchè fossero dai cieli serbati a tanta indegnità, a ciò costretti dai soldati repubblicani, acconciassero ai cappelli loro le nappe di tre colori; ma io non lo posso dir per certo; certo è bene, che i valletti, mentre la real famiglia scendeva le scale del palazzo, andarono cercando a tutta fretta le nominate nappe. Condussersi gli esuli principi in Parma, poi in Firenze: quivi furono accolti dal gran duca, come si conveniva al grado, alla parentela, ed alla disgrazia. Fu suggellato il palazzo reale dal commissario del direttorio Amelot, e dall'architetto Piacenza, architetto del re. Ma alcuni giorni dopo, rotti i suggelli da uomini rapacissimi, furono portate via le gioie, e le altre suppellettili preziose, alle quali Carlo Emanuele per la sua illibatezza e sincerità aveva, partendo, portato rispetto.

Così ruinò la casa reale di Savoja. Non so ora, se mi debba raccontare l'intimazione di guerra fatta il dì dodici decembre dal direttorio, quando già la guerra non solo era stata fatta, ma anche terminata con la distruzione dell'autorità regia in Piemonte. Accusò il direttorio con isfrenatissime parole le coltella, i veleni, gli assassinj; disse, che il re di Sardegna s'intendeva con quel di Napoli; tacciò di perfidia la corte per non avere, come affermava, pubblicato in tutti i suoi stati il trattato di pace; allegò che favorisse ed incitasse i fuorusciti, ed i preti non giurati a macchinare contro la repubblica; che con modi orribili ed immani facesse assassinare i Francesi con coltella e con stiletti; che facesse uccidere i Francesi implicati nel moto di Domodossola, dopo promesse di perdono; che il duca d'Aosta, qual altro vecchio della montagna ordinasse e pagasse sicari, acciocchè amazzassero i Francesi: che il governo del re facesse avvelenare i fonti a morte certa dei Francesi; che insultasse i Francesi; che imprigionasse gli amici della repubblica; che chiamasse all'armi i soldati provinciali quando Napoli assaltava Roma; che quasi assediasse la cittadella; che munisse d'artiglierie i monti, che la signoreggiano. Le quali furibonde querimonie in quale conto si debbano tenere, facilmente potrà giudicare chi attentamente avrà letto il presente libro di queste mie storie.

Partito il re da Livorno di Toscana in sull'entrare del novantanove, arrivava il dì tre di marzo in cospetto di Cagliari. Quivi vistosi in potestà propria, e considerato, che le deliberazioni generose, e magnanime nascono anche, e finalmente piene di comodità e di profitto, volle fare manifesto a ciascuno, e pubblicò solennemente, che l'onore della sua persona, l'interesse della sua famiglia e de' suoi successori, e così medesimamente le sue congiunzioni di amicizia con le potenze amiche, da lui, come di un debito sacro, richiedevano, che altamente, ed in cospetto di tutta Europa protestasse contro gli atti, per forza dei quali era stato costretto ad abbandonare i suoi territorj di terraferma, ed a rinunziare per un tempo all'esercizio della sua potenza. Dichiarava ed affermava, fede e parola di re, che non solamente non aveva mai violato, neanco menomamente i trattati fatti con la repubblica Francese, ma che anzi tutto al contrario, gli aveva con tale scrupolosità, e con tali dimostrazioni di amicizia e condiscendenza osservati, che di gran lunga aveva ecceduto gli obblighi contratti con la repubblica; che era notorio a ciascuno che egli ogni pensiero, ed ogni cura aveva continuamente posto, perchè ogni cittadino Francese, e principalmente i soldati, che o ne' suoi territorj stanziavano, o per loro passavano, fossero da tutti rispettati e sicuri, perchè coloro, che gl'insultassero, fossero frenati, e puniti, e perchè anzi si calmassero gli sdegni di coloro, che mossi da giusto risentimento per oltraggi ricevuti dai soldati licenziosi fossero trascorsi contro di loro ad atti violenti. Protestava medesimamente ed affermava, fede e parola di re, contro ogni scritto, ovunque fosse pubblicato, per cui venisse ad insinuarsi, che sua maestà avesse avuto intelligenze segrete con le potenze nemiche alla Francia; che in pruova di cotesto si riferiva, e con intiera fede si riposava, non solamente sui rapporti mandati al governo Francese, e su quanto i suoi generali avevano detto, e scritto più volte, ma eziandio sulle sincere testimonianze che i ministri, e i rappresentanti delle potenze, che sedevano in Torino, avevano mandato alle loro rispettive corti; che poteva vedere, e giudicare facilmente ognuno per se, e solo dai fatti noti a tutto il pubblico, che l'avere aderito a quanto gli fu imposto dalle superiori forze della repubblica, solo era temporaneo, ed altro fine non poteva avere, se non quello di allontanare dai suoi sudditi in Piemonte quelle calamità, che una giusta resistenza avrebbe partorito, essendo stato il re oppresso da un assalto improvviso, assalto, che non avrebbe mai dovuto aspettarsi da parte di una potenza sua alleata, e nel momento stesso, in cui per richiesta di lei aveva posto le proprie forze nel grado della più profonda pace. Mossa da tutti questi motivi si era sua maestà risoluta, tostochè in poter suo fosse, di far nota a tutte le potenze d'Europa l'ingiustizia del procedere dei generali ed agenti Francesi, e la nullità delle ragioni addotte nei manifesti loro, e d'invocare altresì al tempo stesso la sua rintegrazione nei dominj de' suoi maggiori.

Questi lamenti e proteste del re, quando il confessare l'intelligenze avute coi nemici della Francia, se fossero state vere, gli sarebbe stato utile, e conducevole alla rintegrazione, dimostrano, non solamente sincerità, ma ancora grandezza d'animo. Così acquistava lode nella disgrazia, mentre la prosperità fruttava infamia al direttorio.

Accoglievano i Sardi, come ben si conveniva, con dimostrazioni di rispetto e d'amore l'esule stirpe d'Emanuele Filiberto.

LIBRO DECIMOSESTO

SOMMARIO

Guerra nello stato Romano. I Napoletani cacciati da Championnet. Mack, generale dei regj, si ritira, e fa un suo principale alloggiamento a Capua. Il re Ferdinando si ritira in Sicilia. Le provincie tumultuano contro i Francesi, Napoli stessa si muove a furia di popolo contro di loro. Feroci battaglie tra i Francesi ed i lazzaroni. I Francesi entrano in Napoli. Continente condotta di Championnet: crea a Napoli un governo provvisorio; è richiamato dal direttorio, e perchè: gli vien surrogato Macdonald. I popoli delle province si muovono quasi universalmente contro i Francesi. Mossa importante del cardinal Ruffo. Guerra terribile, crudele, e sanguinosa. Rivoluzione di Lucca. Accidenti gravi del Piemonte: domanda la sua unione alla Francia. Scherer surrogato a Joubert nel supremo grado dell'esercito d'Italia, e perchè. Nuova guerra. Scherer vinto da Kray a Verona, poi a Magnano. I Russi sotto la condotta di Suwarow arrivano in Italia ad ingrossar gli Austriaci. Moreau subentra a Scherer, e combatte infelicemente a Cassano: si ritira prima ad Alessandria, poi sul territorio Ligure oltre gli Apennini. Milano in poter dei confederati. Moti incomposti dei Piemontesi. Suwarow arriva in Piemonte, e vi crea un governo provvisorio. Presa della cittadella di Torino. I repubblicani d'Italia o sono carcerati, o si ricoverano in Francia: benevolenza dei Francesi verso di loro.