I Napolitani, sottili estimatori, come gente Greca, delle cose, affermarono, essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli, dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse. Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet, come di accordo vile. Ma piacque il trattato, come riscatto e come insidia, a Championnet; perchè con quello e salvava l'esercito, e si procurava abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli, e convertirlo in repubblica. Infatti aveva con se alcuni fuorusciti Napolitani, il principale dei quali era il conte Ettore Caraffa, signor d'Andria e di Ruvo, giovane di spiriti ardenti, di pensieri vasti e smisurati, e strumento molto atto a turbare il regno. Questi incominciarono a tener pratiche segrete coi loro compagni di Napoli per modo che il generale Francese era per l'appunto informato di quanto alla giornata vi avvenisse. Non riposavano essi mai, godendone Championnet, repubblicano sincero, ora magnificando la potenza dei Francesi, e l'impotenza del resistere, ora preponendo la repubblica al regno, ora con vivi colori dipingendo la crudeltà di Carolina, la superbia di Acton, l'imbecillità, come la chiamavano, del re. Mali semi sorgevano; si aspettava la occasione. Pignatelli o non sapeva, o non poteva, o non voleva rimediare: un accidente grave e funesto era imminente. Una cagione, che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le acque mosse, ma in verso contrario: i vesuviani spiriti eran prossimi a prorompere. Un Arcambal, commissario Francese, era andato a Napoli per levarvi il denaro pattuito, e già i carri si apprestavano. Ciò venne a luce; il volgo se ne accorse. Spargevansi voci, che il popolo era tradito, che si voleva dar Napoli ai Francesi, le condizioni dell'accordo tenute a bella posta segrete, diventavano palesi: si accusava Mack, si accusava Pignatelli di tradimento: il mal umore nasceva in ogni parte. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a minacciare, si trascorse finalmente agli sdegni, e sorse in tutta la città fra i lazzaroni un tumulto, ed un rumore incredibile. Uscivano furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimulavano, tutti gridavano: muojano i traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re. Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal, e lo avrebbero anche fatto, se per opera di alcuni Napolitani affetti ai Francesi non avesse trovato modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli qualche provvisione per frenare quel cieco impeto per mezzo dei soldati, e della guardia urbana. Ma altra medicina era richiesta a tener i lazzaroni, ed il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo vieppiù inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore, chiamando a morte e Pignatelli, e Mack, e i soldati, e tutti che governavano. Nissuno pensi, che un'avviluppata simile a questa sia stata mai in alcuna città mossa a furore nelle faccende più gravi dello stato, e nelle più ardenti ire civili. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo, Sant'Elmo, e del Carmine: indi correvano all'armerìa, dove, prese e distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano a opere maggiori. Pignatelli e Mack pensarono, che quello non fosse più tempo da starsene a Napoli, e fuggirono il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito, che da Capua consegnata ai Francesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte sbandatosi, cercò ricovero in mezzo ai Francesi, parte sotto il governo del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa, gridando: viva la patria, viva Napoli, viva il re. Fatti più arditi dal numero e dall'impeto, assaltarono rabbiosamente la guardia Francese al ponte di Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnet per questo fatto, che i Napolitani avessero rotto la tregua, ed aperto l'adito all'ostilità, come se il tendere insidie, com'ei faceva, col tramare per mezzo dei novatori di far ribellare lo stato, e volgerlo a repubblica, non fosse peggior rompimento della tregua, che il violarla apertamente con le armi. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti, depredazioni, incendi, e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli, fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le minacce degli uccisori si udivano, cosa che ad ognuno recava maggior terrore, viva San Gennaro, viva la santa fede. Durò gran pezza il tumulto spaventevole.
Stanco finalmente di far bottino e sangue, l'impazzato volgo s'avvedeva, che bisognava pensar ad altro, perchè il disordine ammazzava se, e l'ordine gli altri: s'avvisarono dunque di creare un capo, che gli ordinasse e difendesse. Elessero il principe Moliterni, figliuolo del principe di Marsiconuovo, giovane ardente, e che aveva dato segni di valore nelle fazioni di Capua contro i Francesi. Poichè fu eletto, gli facevano intorno le più pazze grida del mondo, ed ei se la godeva, perchè era ambizioso, ed aveva altre mire. Prima cosa, diede opera a piantar certe forche smisurate in parecchj luoghi con minaccia, che impiccherebbe chiunque si muovesse senza suo ordine. Poi creava ufficiali municipali, e capi del popolo, ed attendeva con manifesti e con bel comparire in pubblico a calmare quegli spiriti infieriti, e a dar qualche sesto alle cose. Ed ecco spargersi subitamente voce, marciare i Francesi contro Napoli; già essere giunti ad Aversa. Infatti Championnet, saputo il tumulto, ed i preparamenti fatti a' suoi disegni de' suoi partigiani, ed un altro accidente di tutti questi più efficace, che si racconterà poco appresso, non volendo trasandare la occasione, si avviava velocemente verso la commossa città. Fu Moliterni a parlamento con lui nei campi d'Aversa. Riportonne, che il generale di Francia non voleva udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in mano i castelli, e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato. Qui non è bisogno aggiunger parola, perchè per poco stette, che non facessero Moliterni a pezzi, e l'avrebbero anche fatto, se non si fosse schivato, gridandolo a furore assassino e traditore. Nè volendo più udire capo di sorta, meno ancora Moliterni, tornarono in sul saccheggiare, ed in sull'uccidere più fieramente che prima. Uccisero il duca della Torre, uccisero suo fratello, Clemente Filomarino, ambi rispettabili per ingegno e per virtù, maltrattarono con infami improperii Zurlo, ministro che era stato delle finanze. Nè più guardavano ai forestieri che ai nazionali: trucidarono un ufficiale di marina Inglese, trucidarono un fuoruscito Tolonese: facevansi della barbarie gioja. Un forestiero venuto loro in sospetto, alla porta di una bottega mani e piedi inchiodarono, e sì a colpi di scuri e di bajonette il martirizzarono. Lacombe San Michele, ambasciadore di Francia, essendo chiamato a morte dal popolo furioso, fu nascosto, e salvato da alcuni amatori del nome reale, che più risguardarono all'umanità che alle opinioni. I popoli sommossi penetrano bene la natura degli uomini, ai quali hanno dato il governo di se stessi, perciocchè il sospetto aguzza l'intelletto, e raddoppia l'attenzione. Certo è, che Moliterni non secondava più le intenzioni del popolo, tendendo i suoi andamenti ad affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio dei Francesi, verisimilmente perchè credeva, che quello fosse il solo modo di salute che restasse. Per arrivare a questo suo fine, poichè nell'abboccamento di Aversa Championnet gli aveva affermato, che non entrerebbe, se prima non gli fosse assicurata la possessione del castel Sant'Elmo, aveva introdotto in questa fortezza molti de' suoi aderenti, e molti ancora che parteggiavano per la repubblica; ed inoltre armandone quanti più gli venne fatto di armare, gli aveva distribuiti nei luoghi più opportuni. Trovo consegnato nei ricordi delle storie, che, essendosi di ciò prima indettato con Championnet, abbia propagato ad arte la opinione fra l'acceso volgo, che era necessario andare ad assaltar i Francesi che venivano contro Napoli, con dire, che il picciol numero loro sarebbe facilmente oppresso dalla sopravvanzante moltitudine del popolo. Avvisavano Championnet e Moliterni, che il vincere i lazzaroni in Napoli tanto numerosi, coraggiosi, ed arrabbiati sarebbe stato piuttosto impossibile che difficile; perchè ogni casa sarebbe diventata per loro una fortezza, ed il sapere le strade era per loro di grandissima importanza, e le città, e le abitazioni proprie sono più patria, e con maggiore animo si difendono, che le campagne e le abitazioni aliene. Il combattere poi in paese piano ed aperto faceva ai Francesi, quantunque fossero in picciol numero, le condizioni migliori, perchè avevano qualche nervo di cavallerìa, artiglierìe meglio ordinate, più perizia di battaglie. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva il popolo più impetuoso, che esperto di battaglie, a combattere contro i Francesi, che per la speranza di Sant'Elmo, e di trovare in Napoli una parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. S'affrontarono le due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda. Prevalevano i Francesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati eventi la battaglia. Le artiglierìe di Francia fulminando in quelle spesse squadre, vi menavano uno scempio orribile, ed atterravano le file intere. Rimettevansi i lazzaroni, e più aspramente di prima menavano le mani, cercando di avvicinarsi, e di venire alle strette col nemico, per fare con lui una battaglia manesca. Le artiglierìe gli guastavano da lontano, le bajonette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni ruppero parecchie volte i repubblicani; ma questi, come destri, e sperimentati soldati, tosto si rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più si udivano le grida dei combattenti, al bujo più si udivano quelle degli straziati; e pure neanche di notte si perdonava alle ferite ed alle morti. Accresceva il terrore, che in tutti i villaggi circonvicini un suonare di campana e martello spesseggiava senza intermissione, ed i contadini accorrevano in folla variamente armati in ajuto dei cittadini combattenti. Non era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto e dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra corpi grossi, o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti, e fra guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine; vi si aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite terre dell'Abruzzo, del Sannio, e della Campania, che la rabbia di guerra, e la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte. Nuovi vespri siciliani, e nuove vendette di vespri siciliani si agitavano. Un Proni assassino guidava le genti arrabbiate, i curati coi crocifissi le animavano; solito costume dei civili furori, e delle popolari guerre. Fumava Castelforte arso da Rey: mescolavavisi alle fiamme il Napolitano sangue sparso dal capitano Francese, perchè tal era stata la resistenza, e tale la ostinazione dei difensori, che gli abbisognò prender d'assalto non solamente le mura, ma le case ad una ad una, dalle quali piovevano palle, sassi, travi, acqua, ed olio bollenti. Grondava sangue l'egregia Isernia per opera di Monnier irritato pel valore più che umano, col quale i terrazzani, ajutati dalla gente venuta dal contado, l'avevano difesa; d'assalto presa, fu sottoposta a quanto di più crudele, e di più empio sogliono pruovare le infelici città prese d'assalto; ma qui le abbominevoli cose furono anche maggiori, perchè era una guerra tra gente stimata nemica di Dio, e tra gente stimata assassina: nascevano opere da una parte e dall'altra più che di barbari. Le Caudine Forche superate con singolar valore ed arte da Broussier, tiepide ancor esse di sangue paesano ed estero, attestavano le battaglie valorosamente combattute da ambe le parti, ma più felicemente, che nell'antichità, dagli esteri, più infelicemente dai paesani. In questa guisa travagliavano al tempo medesimo gli Abruzzi, il Sannio, la Campania, e la popolosa Napoli. Città incenerite, turbe uccise, superstiti addolorati, un calpestìo di guerra tremendo tra Capua e Napoli, e dove mancavano le forze, suppliva il furore. Non mai i Francesi si trovarono ridotti a sì duro passo, nè mai con tanta valenzìa sostennero un urto di guerra. Infine un buon consiglio fece sopravvanzare i repubblicani. Championnet mandava Lemoine, e Duhesme a ferire con truppe fresche, strigatesi testè dagl'impacci dei monti, il fianco destro dei combattenti lazzaroni, i quali, affievoliti dalla fatica e dalla strage, andarono in volta, sparsi e sanguinosi riparandosi in Napoli.
Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano, non solamente il castello di Sant'Elmo per mezzo de' suoi fidati, ma ancora quello dell'Uovo, vi aveva inalberato il vessillo tricolorito in segno di pace e di possessione verso Championnet. Spediva anzi a lui uomini a posta, perchè accordassero il modo di rimetter in poter suo la città. Tentò anche il castello del Carmine; gli fu sdegnosamente risposto dal presidio. Ma quando i lazzaroni superstiti alla passata uccisione videro sventolare su quei due forti le odiate insegne, tosto tornarono su i furori, e di nuovo prese le armi, si accingevano a voler impedire ai francesi la possessione. Facevano esortazioni, parte feroci, parte ridicole, ordinavano processioni di San Gennaro, si armavano, si rannodavano, s'incitavano: da capo ricominciarono a dire, che non temevano nè santi, nè diavoli, nè Francesi, e che non volevano repubblica, e che l'avrebbero veduta. Nè si rimasero alle minacce; perchè assaltato impetuosamente Capochino e Capodimonte, ne ebbero a viva forza cacciati i Francesi, che poi tornati più forti rincacciarono di bel nuovo i lazzaroni. A porta Capuana succedeva una battaglia asprissima, prima colla peggio dei Francesi, poi colla peggio dei Napolitani: magnifici edifizj incesi a bella posta per necessità dai Francesi. Facevano anche forza di entrare verso il palazzo reale per la protezione dei castelli Sant'Elmo, e dell'Uovo; ma i lazzaroni essendosene accorti, contrastavano con grandissima gagliardìa il passo. Pendeva tuttavìa in bilico la fortuna, quando ecco calare dai castelli Moliterni con le sue genti, ed assaltar alle spalle coloro, che loro capo l'avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento fra i popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del tutto gli avversarj, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora i Francesi, benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente fortificassero le strade con isteccati, e combattessero dalle case con ogni sorta d'armi, si fecero forzatamente strada sino al palazzo reale, e l'occuparono. Poco poscia un'altra squadra di Francesi preceduti da novatori del paese, s'introdussero per forza nella contrada principale di Toledo, e se ne fecero signori. Tuttavìa combattevano ancora sparsamente i lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio: il castel del Carmine appresentava un duro intoppo a superarsi. Per risparmiare il sangue, e terminar totalmente quelle moleste battaglie con altro che con armi, uomini astuti, per suggerimento dei novatori, insinuarono ai lazzaroni, che saria bene mandar a sacco il palazzo del re. A tale suono quegli uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da tante ferite ricevute in difesa del re (io narro cose strane ma vere) si calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda le reali spoglie. Alcuni dei Francesi fra i più perduti, che alla guardia del palazzo se ne stavano, si mescolarono coi rapitori Napolitani nella medesima infamia. Restava, che il castello del Carmine cedesse. Si venne all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo. Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro. Ma rimarrà eterna memoria dello sforzo fatto da un popolo forte, il quale, ancorchè fosse privo di capi, per poco non metteva a distruzione un esercito famoso per tante vittorie, e l'avrebbe anche fatto, se alla forza non si fossero congiunte le insidie.
Il generale della repubblica fatto sicuro dell'acquisto di Napoli per l'occupazione dei castelli, mandava al pubblico, ch'egli frenava i suoi soldati, desiderosi di vendicare il sangue dei compagni morti nelle battaglie combattute contro gente prezzolata; che sapeva, essere i Napolitani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli strazj sofferti da lui: però rientrassero in se stessi, esortava, deponessero le armi nel Castelnuovo, e con questo conserverebbe la religione, le proprietà, e le persone salve ed intatte: al tempo stesso arderebbe le case, e darebbe a morte coloro, che contro i Francesi usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il passato, e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì questo manifesto l'effetto, che Championnet se n'era promesso; Napoli fu ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono, chi per timore dei Francesi, e chi per timore del volgo. Ma siccome non bastava mettere in calma la metropoli, ma ancora abbisognava ordinare lo stato, seguendo Championnet il suo talento repubblicano, creava un governo, a cui chiamava venticinque persone, la più parte assai risplendenti o per dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità congiunte insieme. I più amavano la libertà con animo sincero e benevolo. Alcuni, essendosi mescolati nelle congiure precedenti, erano stati dannati dal governo regio o all'esilio, o al carcere, o forse più ancora odiavano l'antico stato che amassero la libertà. Del rimanente uomini tutti, dico i Napolitani, sinceri d'opinione, continenti da quel d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto inabili a governar la nave dello stato in tempi tanto tempestosi. Furono quest'essi: Abbamonti, Albanese, Baffi, Bassal Francese, Bisceglia, Bruno, Cestari, Ciaia, De Gennaro, De Filippis, De Rensis, Doria, Falcigni, Fasulo, Forges, Laubert, Logoteta, Manthoné, Pagano, Paribelli, Pignatelli-Vaglio, Porta, Riario, Rotondo. Partironsi, secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la potestà esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano la legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume servile, in undici spartimenti. Chiamaronsi della Pescara con Aquila capitale, del Garigliano con San Germano, del Volturno con Capua, del Vesuvio con Napoli, del Sangro con Lanciano, dell'Ofanto con Foggia, del Sele con Salerno, dell'Idro con Lecce, del Brendano con Matera, del Grati con Cosenza, della Sagra con Catanzaro. Fatti gli spartimenti, crearonsi i distretti, poscia i municipj, ogni cosa a norma delle fogge Francesi: tutto questo chiamossi repubblica Partenopea.
Sono i Napolitani, siccome Greci, di natura molto acuta, trascorrenti nelle astrazioni, e misuratori delle cose secondo l'immaginazione, non secondo la realtà. Se si aggiunge la qualità molto favellatrice, sarà facile far concetto in quante reti ed andirivieni s'inretino e s'impaccino, sì che vogliano il bene, e sì che vogliano il male. Il persuadergli ed il ravviargli non è cosa agevole; perchè più ciò fare t'ingegni, e più si ravviluppano nelle astrattezze, e nel loicare, e finiscono con avvilupparvi anche te. Ora pensi il lettore, se sottilizzassero, e se oltre portassero quei principj politici di filosofia Francese, i quali starian forse bene fra uomini migliori di noi, ma in questa età, sono, pur troppo, come bei colori su legni fradici. Compiacevano a se stessi con immagini lusinghevolissime: la repubblica di Platone pareva loro non solo possibile, ma ancora non sufficiente; una maggior perfezione sognavano, e si promettevano. In queste chimere i migliori, ed i più sapienti avevano più capriccio degli altri. Cirillo, Conforti, Logoteta, Russo, e più di tutti Mario Pagano, dei quali e di molti altri compagni loro non si potrà mai tanto ammirare la virtù, nè piangere la fine, che non meritino molto più, erano nel sognare queste felicità singolarissimi. Nè le donne si rimanevano: la virtuosa, dotta, e sventurata Eleonora Fonseca Pimentelli risplendeva fra le prime, e, siccome donna, spandeva attorno di se raggi più soavi dell'amorevolezza comune. I più belli, i più cortesi, i più colti spiriti con esso lei conversavano, e già virtuosi, a maggiore virtù per le esortazioni ed esempio suo si accendevano. Platone dominava: dolcissimi affetti da sì copiosi fonti in ogni parte scorrevano e s'insinuavano. Io mi sento muovere ad una compassione grandissima pensando, che un sì felice immaginare, un sì pietoso desiderare, un sì giocondo ammaestrare s'abbattessero in un campo pieno di ire tanto sfrenate, di strazi tanto crudeli, di latrocinj tanto violenti, di uccisioni tanto disumanate. Parmi, quanto l'esile creatura umana immaginar può, che Dio avrebbe dovuto fare i buoni esenti dal contatto dei malvagi, e lasciar questi straziarsi da se: certo la funesta mescolanza mi spaventa. Sognava nella sanguinosa Napoli Pagano misero la felicissima repubblica: i lazzaroni intanto saccheggiavano, e gli Abruzzesi con le armi, con le mani, e perfino coi denti i Francesi laceravano, e con pari furore i Francesi gli Abruzzesi straziavano. Nè i romori tanto detestabili, che d'ogni intorno risuonavano di tradimenti, di morti e di rapine, potevano svegliare dal dolce sonno quegli uomini benevoli. Argomentavano sottilmente del bene e del meglio, quando il male ed il peggio signoreggiavano, e più s'accendevano nelle speranze, quando e più vi era luogo a disperazione. Non s'avvedevano, che il predominio era dei ladri e dei tiranni, e che i ladri ed i tiranni, gridando libertà, di loro e della libertà si ridevano. Ed essi pure con la mente occupata, come di malattia dolce ed incurabile, non se ne accorgevano, e traevano dietro alle utopìe. Età strana e feroce, che produsse i buoni per perdergli, i tristi per fargli trionfare. Queste cose abbiamo vedute in tutte le parti della desolata Italia, ma nella gigantesca Napoli più che in tutte. Là più santi corpi si ruppero, là più grossi rivi di sangue scorsero. La posterità ne avrà pietade e spavento insieme: gli uomini odierni o non sentono, o ridono, od applaudono, e pazzo chi vuol seminar fra di loro semi salutiferi. I frutti soavi son diventati veleni per l'infausta terra. Così il gridare virtù fia creduto bugia, il gridare vizio fia creduto verità, e la scorza civile, che ci copre, ben cela schifosi aspetti. Se un benigno risguardo del cielo non ci salva, il dispotismo fia stimato rimedio, perchè non si è saputo nè ordinare, nè usare, nè sopportare la libertà, ed a questo dolce fiore concorsero in troppo gran numero insetti pestiferi.
Di tale benevolenza, e di tali errori furono segnate le operazioni del governo nuovo di Napoli. Ma prima di raccontar le cose da lui fatte, necessario è per noi il descrivere, come Championnet operasse per solidare l'impresa nel regno. Era egli uomo dabbene, il che è qualche cosa più che uomo ingegnoso; perciocchè l'ingegno suo era piuttosto sufficiente che grande; ma come buono si rimetteva facilmente nell'opinione dei buoni, o di coloro che buoni riputava. Laonde, volendo far di Napoli altro che quello, che si era fatto di Roma, intendeva non solo a fondare la nuova repubblica, ma ancora a farle sostegno, non della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a parlamento nella chiesa di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome del governo Francese, e della grande nazione la libertà e l'independenza degli stati Napolitani, rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo si riservava la facoltà di mettere per una volta tanto una contribuzione militare per dare a' suoi soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la contribuzione di settantacinque milioni, compresi dieci per la sola città di Napoli e contado; taglia assai grave, ma che avrebbero i popoli portato volentieri, se non fossero al tempo stesso stati costretti a dare il vitto ed il vestito a quei medesimi soldati, che già pagavano. Sapendo poi, quanto importassero in quei popoli ardenti le opinioni attinenti a religione, mandava una guardia d'onore a San Gennaro, e detto a chi l'aveva in custodia, ch'ei desiderava, che il santo facesse il miracolo, il santo il faceva, e i lazzaroni applaudivano, sclamando, non esser poi vero, che i Francesi fossero empj, come la corte aveva fatto spargere; nè mai si sarebbero risoluti a credere, che la volontà di Dio non fosse, che i Francesi stanziassero in Napoli, poichè in presenza loro si scioglieva il sangue del santo. Non ometteva il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di confortare con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove potestà, la libertà e l'egualità, come conformi ai precetti del vangelo, lodando e raccomandando. Queste cose mitigavano le opinioni contrarie, e vieppiù confermavano la quiete. Championnet mostrava in tutti i suoi discorsi, ed in tutti gli atti desiderio di alleggerire ai Napolitani il peso del forestiero dominio, e di fondare nel regno una repubblica libera e indipendente.
Aboliva il governo i diritti feudatari, ed i fidecommessi, e preparava per mezzo della congregazione legislativa la constituzione, che avesse a reggere la repubblica. Fu questa constituzione opera principalmente di Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di Francia vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza, e di utilità evidente. Fuvvi principalmente la potestà censoria commessa ad un tribunale di cinque, il cui carico fosse di vegliare, acciocchè i cattivi costumi si correggessero, i buoni si conservassero; fuvvi anche l'eforato, a cui doveva appartenersi la facoltà di veder, che la constituzione in tutte le sue parti salva ed intatta si conservasse, che i magistrati oltre i limiti delle potestà concedute dalla constituzione non trascorressero, quelli che trascorressero alla debita moderazione richiamasse, e gli atti oltre i limiti da loro emanati annullasse, che le riforme della constituzione dimostrate necessarie dall'esperienza al senato proponesse; di modo che l'atto annullato per decreto degli efori, quand'anche fosse legge promulgata dal corpo legislativo, nissuno più obbligasse, ed il corpo legislativo stesso obbedisse; gli efori solo quindici giorni all'anno sedessero, ed il seder di più fosse caso di stato; niun altro maestrato esercitar potessero; stessero in grado solo un anno; fossero eletti dal popolo in ogni spartimento della repubblica, ed uno per ispartimento, e non più si eleggesse. Potessero essere eletti all'arcontato, che era la potestà suprema per l'esecuzione delle leggi, se non dopo cinque anni, dappoichè erano usciti dall'eforato; al corpo legislativo, se non dopo tre: usciti, il titolo di eforo mai non portassero. Sono questi ordini dell'eforato degni di molta lode, ed atti ad impedire nelle repubbliche, ed anche nei governi regj, che hanno qualche parte di repubblica, molte gare e sovvertimenti civili. Certamente, ove fossero confermati dall'autorità del tempo, potrebbero arrecar grande giovamento agli stati liberi. Degni anche di commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche, i quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente accettarsi anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel suo ingegno; il resto, il copiava dalla constituzione Francese, dando in tal modo a conoscere e la capacità della sua mente, e la servilità dei tempi. Nè debbe essere passato sotto silenzio il ragionamento, che si leggeva preposto al modello della constituzione; opera in cui tutto l'acume dei Greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare principj astratti con astrattezze maggiori.
Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano; colpa, parte di Championnet, parte del governo, parte dei tempi. Era Championnet come abbiamo narrato, di natura buona, ma non aveva nervo tale, che potesse frenare i suoi, già avvezzi alla licenza negli stati Romani e Cisalpini: onde gl'insulti alle persone, anche ai magistrati, massime municipali, e le tolte violente erano frequenti. I popoli si sdegnavano. A questo si aggiungevano le intemperanze dei democrati più ardenti.
I baroni, come aristocrati, siccome gli chiamavano, erano scherniti con dileggi aminti, o provocati con ingiurie, il che gl'inimicava, e siccome quelli che avevano una grande dipendenza sì per le loro ricchezze, e sì per l'effetto degli antichi ordini feudatari, procuravano con arti e con istigazioni nemici potenti e numerosi alla nuova repubblica. Nè solo con inconvenienti dicerie si provocarono i baroni, ma nelle tasse sforzate, che per soddisfare ai conquistatori il governo metteva, erano con brutti arbitrj aggravati, come se la opinione, e non le sostanze si dovessero tassare. Nè altra libertà di stampa vi era, se non quella d'inveire contro gli aristocrati. Aveva il governo mandato nelle provincie per far capaci le popolazioni dei vantaggi del nuovo stato, gli amatori più vivi. Questi per leggerezza, e per fissazione conforme alla stagione, trascorrevano pur troppo in ischerni ed in minacce contro gli aristocrati, e contro i preti. Spesso ancora, stimando che nei casi straordinarj le facoltà straordinarie si dovessero usare, commettevano atti arbitrarj, ora privando altrui degl'impieghi, ora della libertà, cose tutte da far rovinare facilmente ogni più forte stato, non che uno tanto tenero sui principj come era il Napolitano. Seguitava a tutte queste un'altra peste, ed era quella dei ritrovi politici, in cui giovani Infiammatissimi, ed invasati delle nuove opinioni, si adunavano a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo stato. Nè i mali prodotti in Francia da simili ritrovi gli rendevano savi, perchè con la medesima veemenza parlavano.
Bene ogni speranza di salute è spenta, ed il fondare uno stato buono impossibile, quando i cittadini son giunti a tale che l'amore della patria collocano nelle esagerazioni; perciocchè la natura delle cose è inflessibile e resiste, e se si può vincere, solo si può col vezzeggiarla, non con l'assaltarla. Ne seguitava, che, per le immoderate cose che si dicevano in quei ritrovi, i popoli si alienavano. Peggio poi, che non era cosa che gli energumeni, violenti in tutti i paesi, violentissimi in Napoli, non dicessero, per stravagante ed eccessiva che si fosse, contro il governo proprio, e contro coloro che il componevano. Il che toglieva agli uomini dello stato con la riputazione anche la potenza. Eppure era vero, che eglino erano per dottrina, per virtù, e per amore di patria dei più ragguardevoli del regno. Adunque queste moleste e brutte improntitudini dimostravano, il che non solamente si vide in Napoli, ma ancora in tutta Italia, che non l'amore della libertà, ma l'amore della potenza muoveva coloro che le facevano. Fatto il moto contro il governo antico per ambizione, volevano anche fare il moto contro il nuovo per l'ambizione medesima, e dove questa ambizione cupidissima fosse per arrestarsi, non si può affermare, se non forse là dove un solo di questi uomini sfrenati, spenti tutti gli altri, acquistasse il dominio. Quando prevale il costume che gli uomini più eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo perchè occupano le cariche dello stato e tengono i magistrati, ogni libertà diviene impossibile, e lo stato è preda degli ambiziosi. Questa è stata la principale infezione della moderna Europa, e che fu ed è cagione che la libertà non vi si possa fondare, e non so, se i posteri più rideranno di lei per le sue pazzìe, o più la compatiranno per le sue disgrazie.