Tal era la condizione del governo Napolitano che odiato dagli aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Francesi, non aveva modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un solo conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto, per quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi, ed a secondare gli sforzi di coloro, che più avevano in animo l'ordinare un buono stato, che il signoreggiarlo. Accadde, che il direttorio di Francia, il quale sapeva, che i guerrieri erano soliti a fare a modo loro, non a modo suo, aveva mandato a Napoli, per soprantendere ai frutti della conquista, una commissione civile, di cui era capo quel Faipoult, già mescolato nelle rivoluzioni Genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando, che, quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni, Championnet fosse stato troppo indulgente, pubblicava un editto, con cui dannando quanto il generale avea fatto, come se oltre i limiti della sua autorità fosse trascorso, affermava, che niun altro magistrato che la commissione civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse in tutt'altra cassa, che in quella della commissione, male pagherebbe. Ad atto tanto ardito contro un capitano vittorioso non si sarebbe mosso Faipoult, se non avesse saputo, che già il direttorio cominciava a portar mala volontà a Championnet. Poscia più oltre procedendo ordinava, che in proprietà di Francia erano caduti per diritto di conquista tutti i beni appartenenti alla famiglia reale, spiegando, che in esso diritto cadevano non solamente quanto il re possedeva, come palazzi, ville, cacce e simili, ma ancora i beni Farnesiani, che erano di proprietà privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i Costantiniani, i Gesuitici, quei destinati alle pubbliche scuole, i beni stessi dei banchi, che altro non erano che un deposito del denaro dei particolari, e tutte le casse pubbliche, e fino anche i decorsi delle contribuzioni. Così da Napoli si richiedeva un gran dispendio per l'esercito, e al tempo stesso gli si toglieva ogni fonte di rendita, per cui potesse supplire. Sdegnossi gravemente Championnet all'ardimento del commissario, e lo cacciava soldatescamente da Napoli. Era discordia tra i Francesi, discordia fra i Napolitani: tutti venivano in dispregio: il terrore delle armi solo sosteneva lo stato. Preparavasi in questo mentre un accidente molto grave contro i Napolitani. Era Championnet venuto in disgrazia del direttorio, perchè non contento allo aver rincacciato dallo stato Romano i Napolitani, avesse subitamente, non aspettati nuovi comandamenti, invaso il regno; le cose non essendo ancora rotte con l'Austria, e tenendosi ancora per gli Alemanni la fortezza di Ebrestein, forte propugnacolo di Alemagna, desiderava il direttorio di temporeggiare. A questa cagione dei tempi presenti se ne aggiungeva un'altra molto potente dei tempi futuri, ed era che Championnet si apparecchiava a fare una spedizione in Sicilia per torre al re quell'ultima parte de' suoi dominj; della qual cosa sperava poter venire facilmente a capo, sì per la poca forza che Ferdinando aveva in Sicilia, sì pel terrore impresso dalle sue armi, massime in su quel primo giungere, e sì finalmente per la efficacia delle opinioni, che credeva, che anche oltre il Faro si fossero introdotte. Le dimostrazioni di Championnet contro di quell'isola non erano segrete, e già aveva mandato soldati in Calabria sotto colore di combattere certe bande di regj, che scorrazzavano il paese. Questo intento toccava certi tasti molto reconditi. Il ministro Taleyrand voleva, che si facesse ai Borboni il minor male che si potesse. Fors'anche intrinsecamente nodriva il desiderio di vedergli ristorati in Francia. Alcuni suoi parenti, ricoverati in Sicilia, lo tenevano, siccome corse fama, con avvisi segreti bene edificato verso la famiglia reale di Napoli, ed instantemente gli raccomandavano il re Ferdinando. Per la qual cosa egli, che molto acconciamente sapeva far queste cose, accennando col direttorio in un luogo col pretendere il motivo, che bisognasse frenare quello spirito ambizioso di Championnet, e battendo veramente in un altro, aveva operato che il direttorio rivocasse il generale. A questa medesima risoluzione cooperarono i desiderj di Macdonald, che dopo l'invasione del regno, in cui aveva combattuto tanto egregiamente, ed acquistata principalmente Capua, se ne viveva in poca concordia col generalissimo; e siccome quegli, che uomo valoroso era, ambiva molto, e forse troppo di mostrarlo. Lasciate le sue squadre vincitrici, partiva Championnet libero da Napoli; ma, arrestato fra Napoli e Roma, fu condotto, prima nella cittadella di Torino, poi in Francia: il volevano processare sì per le anzidette cagioni, e sì per aver cacciato Faipoult. Prese Macdonald il governo supremo dei Francesi; tornò Faipoult in Napoli ad estenuare i miseri Partenopei.

Mentre si travagliava con poco frutto nella capitale per la repubblica, moti di grandissima importanza accadevano nelle provincie. Non amavano i baroni il nuovo stato, manco ancora i Francesi, e siccome tutti avevano bande di bravi, che da loro dipendevano, uomini audacissimi, ed alcuni facinorosi, le spingevano a tentare rivoluzioni contro coloro che dominavano. Gli ecclesiastici, che non ignoravano, che sebbene fossero vezzeggiati in quei primi principj del governo, erano da lui veduti malvolentieri, con le maggiori persuasioni che potessero, promuovevano le inclinazioni contrarie. Molti soldati vecchi del re, non essendosi voluti accomodare al dominio dei nuovi signori, si erano ritirati nei luoghi più lontani ed inaccessi: quivi attendevano a fomentare discordie e sollevazioni. A questi si accostavano molti altri uffiziali e soldati dell'esercito regio, i quali dopo di essersi dimostrati pronti a servire i repubblicani, da loro non curati, o per necessità per la penuria dell'erario, o perchè non se ne fidassero, si erano sdegnosamente partiti, e condottisi nelle province, quivi con le parole incendevano, e con la presenza animavano le popolazioni ad insorgere. Tutti questi erano anche confortati da qualche corpo di gente armata, che dopo l'occupazione di Napoli, o si erano ritirati interi, od erano mandati dalla Sicilia appunto coll'intento di sostenere quei moti, che si manifestavano sulla terraferma in favore della potestà regia. A questi motivi tanto potenti si aggiungevano i romori che correvano delle armate Turche e Russe, che dovessero fra breve arrivare nell'Adriatico con grossi soccorsi di genti da sbarco in favore dei regj. Era vero infatti che, conclusa la pace tra la Russia e la Turchìa, aveva un'armata Russa passato i Dardanelli, e congiuntasi con quella del gran signore si era impadronita di tutte le isole Veneziane dell'Arcipelago o dell'Ionio, aveva posto assedio alla principale di Corfù, e principiava a mostrarsi sulle spiagge del regno. Questi ajuti parte veri, parte ancora esagerati dalla fama, mirabilmente infiammavano i popoli a proseguire i disegni, che già avevano concetti. Tanto era l'odio che si portava al nuovo stato, che popoli cattolici, condotti da vescovi e da preti, volonterosamente si univano a genti scismatiche e maomettane per ispegnerlo.

Dimostravano quanto fossero deboli nelle province i fondamenti del governo nuovo i successi avuti nelle terre d'Otranto e di Bari da alcuni fuorusciti Corsi, che sulle prime avevano maggior desiderio di fuggire, che di combattere; conciossiachè trovavansi eglino in Taranto ad aspettare un vento propizio per Corfù o per Trieste, quando vi fu bandita la repubblica e per timore se ne fuggirono per la strada di Monteasi alla volta di Brindisi. A Monteasi, detto ad una donna che gli alloggiava, per procurarsi miglior servizio, essere con loro il principe ereditario, spargevasene la voce, un Girunda contadino, uomo di seguito nella terra, gli secondava, la provincia si levava a romore, tutti gridavano; viva il re, muoja la repubblica. Arrivavano questi Corsi, piuttosto portati dalle spalle dei popoli, che da se, a Brindisi, dove il supposto principe dava ordini; i popoli gli obbedivano, come se principe fosse. S'imbarcava per la Sicilia, promettendo di andare dal re suo padre, perchè mandasse genti soccorritrici alle fedeli popolazioni. Lasciava, come esecutori de' suoi comandamenti, due suoi generali, come diceva, i quali altri non erano che due oscuri Corsi per nome Boccheciampe, e de Cesare. Si fermava il primo nella terra di Otranto, sottomessa la città principale di Lecce; se ne giva il secondo a far tumultuare la terra di Bari, soggiogate in sul correre Martina ed Acquaviva, terre, che si erano scoperte favorevoli alla repubblica. Insomma il moto fu d'importanza: accorrevano buoni, e cattivi, nobili, plebei, laici, ecclesiastici, e da un accidente fortuito nasceva un gran fondamento a far risorgere in quelle parti l'autorità del re.

Quasi al tempo stesso sbarcava con poche genti a Reggio di Calabria il cardinale Ruffo, al quale il re aveva dato facoltà amplissime, chiamandolo suo vicario. Il secondavano il preside della provincia Winspear, e l'uditor Fiore. Scrivono alcuni, che il cardinale desse anche a voce, che fosse fatto papa. Ciò dissero di lui, perchè lo credevano capace di dirlo. Questo debole principio in poco spazio di tempo cresceva a dismisura, e produceva un moto, che fu cagione di accidenti di grandissimo momento. Primieramente nella ulteriore Calabria, per le aderenze che la sua famiglia vi aveva, trovava il cardinale molto seguito: poi qualche nervo di truppa reale gli si aggiungeva, e finalmente chi voleva il re, o le vendette, o il sacco, a lui cupidamente si accostava. Guadagnò prima le campagne, poscia le terre aperte, finalmente le murate, e tanto crebbe la sua potenza, che presi Mileto, Monteleone e Catanzaro, riduceva in poter suo tutta la Calabria ulteriore. Il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, lo scomunicava, ed egli scomunicava l'arcivescovo. Nè contenendosi nelle parole, anzi seguitando il corso favorevole della fortuna, assaltava Cosenza, capitale della Calabria citeriore, e quantunque ella fosse una forte sede di repubblicani, dopo una battaglia assai feroce, se ne impadroniva. Prese, non senza una ostinata difesa, Rossano, prese Paola, bellissima città di Calabria, la prese, e l'arse per l'animoso contrasto fattovi dai repubblicani; quest'era la pessima delle guerre civili. Ruffo prevaleva; il terrore l'accompagnava, e gli dava in mano tutte le Calabrie insino a Matera. Quivi si congiunse con de Cesare, sommovitore della provincia di Bari.

Tumultuando le Calabrie, non si mostravano le province, anche le più vicine a Napoli, più quiete: gente sfrenata guidata da capi ancor più sfrenati commettevano, sotto specie di voler rinstaurare il governo regio, e difendere la religione, atti della più eccessiva barbarie. Uno Sciarpa antico soldato, uomo tanto audace, quanto feroce, aveva posto a romore le rive del Sele, tempestando fin sotto alle mura di Salerno, non che gl'importasse del re, ma, siccome quegli che si gettava volentieri ai partiti estremi, disprezzato dai repubblicani, ai quali si era offerto, si vendicava della repubblica sotto nome di affezione al governo regio. Fecero i Lucani quanto per loro si era potuto, per impedire la congiunzione di Sciarpa con Ruffo, ma si sforzarono indarno, perchè niun soccorso arrivava loro da Napoli; così le sommosse si dilatavano. Dalla parte della Campania era sorto in Sora un moto pericolosissimo, suscitato specialmente da un Mammone Gaetano, prima mulinaro, poi capo dei sollevati di Sora. Commise costui opere indegnissime. Uccise con palle soldatesche più di cento prigioni fatti in guerra, saccheggiò, ed incese più terre, che tutti gli altri capi delle sollevazioni insieme; aveva carceri orribili, inventava tormenti nuovi, e nuove fogge di morti: per avvezzarsi al sangue, come se bisogno ne avesse, beveva salassato il sangue proprio, si pasceva in cospetto di teschi sanguinosi, beveva in un cranio: si dilettava di lamenti d'uomini tormentati, purchè repubblicani fossero ed anche qualche volta, ancorchè repubblicani non fossero, e cercava pretesti per isfogare l'incredibile sua barbarie: questi erano gli stromenti, che ajutavano Ruffo a riporre in seggio il re. Dall'altra parte dell'Apennino incrudeliva Proni con le sue Abruzzesi bande, risorto a nuovo furore, perchè Duhesme e Lemoine si erano condotti sotto le mura di Capua e di Napoli. Ma la più pericolosa e più importante sommossa, dopo quella del cardinale, ardeva nella Puglia, sì perchè era molto grossa per se, sì perchè a lei si erano congiunti gli Abruzzesi, sì perchè alle Pugliesi rive avevano adito le armate Russe, Ottomane ed Inglesi, e sì finalmente perchè la Puglia per la feracità delle sue terre nodrisce la popolosa Napoli.

A questo modo, non ostante la gloriosa vittoria di Championnet, da Napoli in fuori, e da alcune rare terre nelle provincie, in cui i repubblicani si difendevano piuttosto con valore smisurato, che con isperanza di vincere, tutto il paese si era commosso a favore dal re, quantunque i modi, che si usavano, non fossero degni nè del re, nè di alcun altro governo che sia al mondo. Pressavano massimamente le cose della Puglia per motivo delle vettovaglie. Inoltre diminuivano i Francesi per tanto ardimento dei popoli, continuamente di riputazione, ed ogni giorno più si rendeva necessario, che con qualche nuovo e segnalato fatto mostrassero, che non era cessato in loro per le delizie di Napoli il valore, e che da quella opinione si riscuotessero, in cui erano venuti, che se san bene resistere e vincere gli eserciti giusti ed ordinati, non sanno parimente resistere e vincere, quando vengono alle mani con popoli sollevati. Per la qual cosa erasi deliberato Championnet (queste cose accadevano prima della sua partenza), a fare due spedizioni, una contro la Puglia, massime contro San Severo e Trani, dove erano le adunate più forti dei sollevati, l'altra contro la Calabria, quella principalmente per vincere, questa per contenere. Commetteva la prima alla fede ed al pruovato valore di Duhesme, che era suo aderente molto affezionato, la seconda al generale Olivier, dedito a Macdonald, emolo di Championnet. Accompagnava Duhesme, da parte del governo Napolitano con una legione Napolitana, ma con le compagnie ancor non piene, il conte Ettore di Ruvo, che già sopra abbiam nominato, giovane d'incredibile ardire, d'animo feroce, e capace di tentare qualunque più difficile e pericolosa impresa. Già fin quando era ancora in Napoli lo stato regio, si era il conte Ettore mostrato amante di novità, e mescolato in varie congiure, ancorchè fosse maggiordomo del re, e suo padre primo maggiordomo di corte. Era nemicissimo di Medici, aveva fatto stampare in Napoli la constituzione di Robespierre. Scoperte le sue trame, le quali anche poco ascondeva, per la sua natura animosa e temeraria, fu carcerato in castel Sant'Elmo per opera di Medici; ma una fanciulla, figliuola di un ufficiale del presidio, innamoratasi di lui, il calava con corde per le mura del castello, poi pel monte molto dirupato. Ricoverossi in casa di alcuni suoi parenti in Portici; poi per sentieri rimoti ed ermi arrivava a salvamento in Milano. Quivi, siccome quegli che molto entrante era ed animoso, piacque ai Francesi, e venne in grazia con Joubert, che conosciuta l'indole del giovane, giudicò, che fosse stromento potente a turbare, quando che fosse, le cose di Napoli. Infatti quando Championnet si mosse alla spedizione, Joubert mandò con lui il conte Ettore, e per mezzo suo fu facilitata la conquista del regno, massimamente quella della capitale. Ora il governo Napolitano, conoscendo la natura indomabile e irrequieta di quest'uomo, che sempre pasceva l'animo di pensieri smisurati, e si mostrava più inclinato a comandare che ad obbedire, il mandava con Duhesme in Puglia, dove erano le sue terre, sotto colore che trovandosi in paese proprio, e pieno di parenti e d'amici, vi facesse gente. Fecevi gente in verità, e per pagarla, poichè ai mezzi non guardava, ma solo al fine, e neanco se questo fosse giusto o no, che ciò poco gl'importava, pose taglie, e fece depredazioni incredibili, non considerando nè come, nè contro chi, o repubblicani, o regii che si fossero: soldati e denaro per pagargli, questo solo voleva. Il governo aveva qualche sospetto di lui: eppure era egli il solo uomo capace di puntellare quello stato cadente: l'avrebbe anche fatto, ma forse per se, non per la repubblica. Pure da cosa nasce cosa, e primo pensiero dei repubblicani doveva esser quello di tener lontano il re.

Accompagnava Olivier per alla volta della Calabria uno Schipani, piuttosto repubblicano ardente, che buon soldato, e non di natura tale, che potesse star a fronte dell'audace Sciarpa, e dell'astuto ed animoso cardinale. Se le guerre con le parole si vincessero, avrebbe questo condottiere repubblicano potuto vincere; ma altro è parlare in aringa, altro veder in viso il nemico, non ch'ei non avesse animo, che anzi era coraggiosissimo, ma non conosceva le guerre. Partivano Duhesme ed il conte Ettore: marciavano cauti per paura d'agguati e d'assalti improvvisi in un paese sollevato: marciavano spigliati e divisi per ispazzare largamente il paese: con loro, e con ciascuna schiera marciavano le diete, o vogliam dire i consigli militari, sempre pronti a dannare a morte gli autori delle sollevazioni. Molti presi furono, ed incontanente uccisi. Così dall'un cauto Duhesme ed il conte Ettore incrudelivano coi supplizi contro i regj, dall'altro Sciarpa, Mammone e Ruffo incrudelivano anche coi supplizi contro i repubblicani. Le ire erano crudeli, le vendette terribili; le ire chiamavano le vendette, le vendette le ire. Era disegno del generale Francese, prima, di pacificar il paese tra Napoli e la Puglia, poi di andar a disfare quella testa grossa di regj a San Severo. Aveva con se preti e vescovi, che predicavano per la repubblica, gli avversari avevano preti e vescovi, che predicavano pel re: il fanatismo religioso si mescolava alla rabbia civile. Marciava Duhesme spartito in tre colonne, una per Avellino, Ariano e Bovino alla volta di foggia: l'altra per Arienzo, Benevento e Troia a Lucera: la terza, che era il retroguardo, per la strada di Arienzo, Benevento, Ariano e Bovino a Foggia. Troia, Lucera e Bovino, deposte le armi, si davano in potestà dei repubblicani. Foggia, che abbondava di repubblicani, lietissimamente riceveva i Francesi. Barletta e Manfredonia, che assaltate dai regj pericolavano, furono preservate. Ma tumultuavano tutti i popoli all'intorno per le speranze di San Severo, nè altre terre possedevano i repubblicani che quelle, in cui avevano le stanze. Perlocchè si deliberava Duhesme ad andare all'assalto di San Severo, perchè, distrutto quel nido principale, sperava, che gli altri si sottometterebbero. Erano i regj in San Severo grossi di dodici mila combattenti fra soldati vecchi, e gente collettizia. Prese le stanze sopra un monte fecondo di ulivi, dominavano tutta la pianura sottoposta, che avevano assicurata con cavalleria e cannoni piantati contro la stretta, che alla pianura medesima apriva l'adito. Accorgendosi i regj che i repubblicani si distendevano a sinistra per assaltargli di fianco ed alle spalle, si calarono con grandissimo ardire, ed attaccarono con loro una sanguinosissima battaglia. Da sì sfrenati sdegni credevano alcuni dover sorgere il governo regolato del re, ed il governo libero della repubblica. Durò lunga pezza la battaglia con grave uccisione da ambe le parti, perchè il valore era uguale nei due eserciti nemici, e se prevalevano i regj di numero, prevalevano i repubblicani di perizia. Infine andarono i primi in volta per lo scontro più efficace delle genti regolari, e già al punto stesso il generale Forest arrivava loro alle spalle. Allora fuvvi piuttosto carnificina che uccisione, perchè i regj avviluppati e rotti male si potevano difendere, ed i repubblicani con una rabbia incredibile intendevano ad ammazzare. Tre mila sollevati vi perdettero la vita: tutti, o la più parte, l'avrebbero perduta, se una moltitudine di donne e di fanciulli in abito squallido e lugubre, miserando spettacolo, non fosse venuta a chiedere umilmente ed instantemente al vincitore la vita dei padri, dei mariti e dei figliuoli loro. Piegavasi Duhesme a misericordia, quantunque fosse molto sdegnato, e comandava che cessassero le ferite e le morti. Senza questa pietà nuova, intenzione era di ardere San Severo, nel che aveva anche per confortatore il conte di Ruvo, perchè ed era San Severo sede principale della sollevazione, ed avevano i San Severini, per la rabbia delle opinioni, ucciso alcuni preti ed il vescovo stesso, perchè parteggiavano pei Francesi e per la repubblica; ma il fatto parve a Duhesme troppo orribile, essendo San Severo terra grossa e fiorita, però se ne rimase mosso anche dai pianti e dalle preghiere degli abitatori.

La fama della vittoria di San Severo ridusse ad obbedienza le contrade vicine, il monte Gargano, i monti Liburni, Corvino e Lecce stessa: aperse anche le strade per Pescara, cosa di molta importanza pei Francesi. Restava in poter dei regj la città di Trani, con la quale ancora consentivano Andria e Molfetta. Le nimichevoli inclinazioni erano tenute vieppiù vive dalla vista delle navi Russe e Turche, che correvano l'Adriatico. Avrebbe desiderato Duhesme acquistare quelle terre alla repubblica; ma dappoichè licenziato Championnet, aveva Macdonald assunto il governo, non solo Duhesme era stato richiamato dalla Puglia, ma ancora gli fu comandato che ritirasse le genti appresso a Napoli. Le quali cose saputesi dai regj, inondavano di nuovo la provincia, e tagliavano le strade della Puglia a Napoli. Solo Foggia continuava a tenersi, per la forza dei repubblicani che vi erano dentro: pure era in pericolo di perdersi, se non si soccorreva. Fu ben forza allora, se non si voleva che Napoli affamasse, il pensare a riconquistar le terre perdute, ed a rompere quella testa di regj, che si era adunata in Trani. Era Trani, come anche Andria, munita con fortificazioni vecchie e nuove: le porte, eccetto una sola, murate, e chiuse con un fosso ed un parapetto, le contrade rotte, e serrate con fossi e con isteccati, le case merlate, le porte abbarrate, pieno tutto d'uomini armigeri, rabbiosi e risoluti al difendersi. S'incominciava l'assalto da Andria; in tale modo Broussier, al quale era commessa la cura di tutta questa impresa, l'ordinava. Doveva il conte Ettore, che era intento in questo fatto per esser Andria sua patria (le cose che fece, e che disse quest'uomo tremendo, secondo l'impeto delle sue cupidità, e tirato da fini smisurati, non si potrebbero raccontare così facilmente), assaltare con la sua legione, e con pochi Francesi la porta Comozza, Ordonneau quella di Barra, Broussier quella che accenna a Trani: ad estremo pericolo era per succedere estrema barbarie.

Incominciò la battaglia con furor civile da ambe le parti; gli assalitori combattevano con egregio valore, ma con non minor animo si difendevano gli assaliti; nè i primi facevano frutto di momento. Già venivano alle scale, cimento per essi molto pericoloso, quando il tirar di un obice atterrava la porta di Trani. Precipitaronvisi i Francesi condotti da Broussier; a loro si accostavano i Napolitani condotti dal conte Ettore, ed i soldati stessi di Ordonneau, che avevano fatto infelice pruova delle loro armi per la ostinata resistenza dei difensori alla porta di Barra; fattosi da tutti insieme un impeto, entrarono sforzatamente. Continuarono ciò non ostante a difendersi furiosamente da tutte le case i regj, scagliando dai tetti e dalle finestre ogni sorte di armi sopra gli odiati repubblicani. Ogni casa era fortezza, i difensori più che uomini. Non venne la città intieramente in poter dei repubblicani, se non dopo che tutte le case, le contrade, le piazze furono piene di cadaveri e di sangue. Nè tante morti, nè tanto sangue bastarono: non fu contento il destino, se non alla distruzione totale della misera terra. Irritati i vincitori dalla resistenza, dalle ferite proprie, e dalla morte di tanti compagni, fecero quello da che avrebbero dovuto abborrire, e che quantunque sia solito a vedersi nelle guerre civili, e nelle piazze prese d'assalto, non iscusa per questo, anzi accusa la barbarie degli uomini. Seimila Andriotti furono in poco d'ora mandati a fil di spada, la città intiera data alle fiamme; i vecchi, le donne, i fanciulli soli, e neanco tutti, furono risparmiati. Le ceneri e le ruine d'Andria attesteranno ai posteri, che gl'Italiani non son vili nelle battaglie, e che la umanità era del tutto sbandita dalle guerre civili di Napoli. Forestieri antichi, forestieri moderni, e talvolta i paesani stessi straziarono l'Italia, e se ella è ancor bella, certamente non è colpa degli uomini.

Trani tuttavìa si teneva pei regj, nè lo sterminio d'Andria l'intimoriva. Città con bastioni, con un forte, con ottomila difensori usi alle armi, ed accesi dalla rabbia civile e religiosa, pareva piuttosto atta a pigliarsi per assedio, che per assalto. Ma il tempo stringeva, ed i repubblicani, sì Francesi che Napolitani, erano pronti a qualunque più pericolosa fazione. Andavano all'assalto di Trani nel seguente modo ordinati da Broussier. I Napolitani da una parte, una banda di Francesi dall'altra facevano le viste di dare la batterìa sui fianchi, mentre Broussier conduceva i suoi a dare il vero assalto all'altra parte della terra. Ma i regj, essendosi accorti del disegno, si assembrarono grossi ad aspettarlo al luogo destinato. Ardeva la battaglia, e succedevano molte morti, senza frutto alcuno per l'esito del fatto, da ambe le parti. In questo mezzo tempo i difensori, tutt'intenti a tener lontani dalle mura gli assalitori, indebolirono le difese di un fortino situato a riva il mare: della quale occasione prevalendosi tosto i repubblicani, se n'impadronirono, e voltarono i suoi cannoni contro la città. Questo grave accidente sconcertò le difese: già i repubblicani, non senza però molto scempio loro, perchè si sforzavano contro una tempesta assai fitta di palle, saliti sulle mura facevano inchinar la fortuna a loro favore. Tuttavia i regj continuavano a difendersi ostinatamente, essendo, come in Andria, ogni casa ed ogni contrada fortezze. Sarebbe stata ancor lunga e sanguinosa la battaglia, se Broussier non avesse avvisato di far salire, rotte le porte delle prime case, i suoi sopra i terrazzi, che coronano per l'ordinario le case in quei paesi. Per tale modo di terrazzo in terrazzo andando, dall'alto all'imo combattendo, i repubblicani sforzavano i regj a sgombrare successivamente le case, e già da quei luoghi sublimi si avvicinavano al grosso forte di Trani. Come poi accosto a lui furono giunti, si attaccò fra di loro ed i difensori che dai luoghi superiori del forte combattevano, una battaglia strana e quasi aerea. Sparso molto sangue in una pertinacissima difesa, i regj, assaliti donde non aspettavano, abbandonavano il forte, e si davano a correre alle navi, che nel porto erano allestite, per fuggire. Ma nemmeno in questo trovarono scampo; poichè Broussier, avendo preveduto il caso, aveva armato alcune navi, che vietarono loro il passo. Alcune delle regie furono prese per assalto, altre andarono a traverso sulla spiaggia. Chi fuggiva sul lido era senza misericordia, e remissione alcuna ucciso dai trionfanti repubblicani. Fu la bella città di Trani, come Andria, data al sacco ed alle fiamme: de' suoi abitatori, quelli, che o portavano, o potevano portar armi, mandati a fil di spada; carnificina orribile di guerra civile, nè fia l'ultima che noi avremo a raccontare. Quietava, ma non del tutto, la Puglia per queste vittorie; nuove adunazioni di genti regie si facevano a Bitetto ed a Rutigliano, non molto minacciose pel presente, molto per l'avvenire.