Schipani mandato a combattere i sollevati, ed a sopire le cose di Calabria, non solo non vi fece frutto, ma ancora vi nocque, perchè e conflisse infelicemente, ed irritò con parole ed atti repubblicani molto estremi le popolazioni, non che troppo incrudelisse, ma perchè troppo provocasse. Prese sul primo impeto Rocca di Aspide e Sicignano; ma assaltata la terra di Castelluccio, forte pel sito, e per la pertinacia di chi la difendeva, ne fu risospinto con grave perdita di soldati e di riputazione. Per questo infelice caso non gli giovarono gli sforzi di Campagna, Albanella, Controne, Postiglione, e Capaccio, terre che parteggiavano fortemente per la repubblica, e fu costretto a ritirarsi. I sollevati di questa provincia ebbero facoltà di unirsi con le bande del cardinal Ruffo, sicchè, pochi luoghi eccettuati, le Calabrie e la terra di Bari sollevate a romore impugnavano coll'armi in mano la recente repubblica. Nè i Francesi potevano porvi rimedio, perchè non si fidando degli Abruzzi, nè della Campania, e nè anco della città stessa di Napoli, nè bastantemente forti di numero essendo, pensavano piuttosto a mantenersi nella capitale, che a conquistare le provincie. Schipani, tentate invano le Calabrie, se ne giva a far guerra contro i sollevati di Sarno, che più vicini a Napoli tumultuavano. Vi fece opere repubblicane secondo i tempi; esortava, confortava, esaltava il governo della repubblica, e per passatempo ardeva i ritratti del re e della regina dove gli capitavano alle mani. Ma fu lasciato dire, e i popoli gridando viva il re, lo combatterono per guisa che fu costretto ad andarsene. Vi si condussero i Francesi; saccheggiarono Lauro, poi se ne tornarono ancor essi, non vinti, ma più inviperiti i Sarnesi ed i Lavriani. Si unirono questi ai sollevati delle vicine contrade di Salerno, e di già una grandissima necessità stringeva la capitale del regno. Accresceva il pericolo l'avere gl'Inglesi occupato, non senza un valoroso fatto di Francesco Caracciolo, che gli combattè per molte ore, le isole d'Ischia e di Procida, che, per esser situate alle bocche del golfo di Napoli, ne danno la signorìa a chi le tiene. Così ardeva la sollevazione contro il governo nuovo nella maggior parte del regno, e s'incominciava a temere, che l'impresa di Championnet fosse stata più imprudente che audace. Opere di estrema barbarie furono commesse da ambe le parti alla Fratta ed a Castelforte, perchè prima i regj poscia i repubblicani vi uccisero spietatamente ogni corpo vivente, e le case, e gli edifizj tutti distrussero ed arsero. Guerra crudelissima era questa, siccome portava la qualità dei tempi, l'indole ardentissima degli abitatori e la natura sempre estrema delle opinioni politiche e religiose. Si vedevano padri combattere contro i figliuoli, figliuoli contro i padri, fratelli contro i fratelli, e perfino mariti contro le mogli, e mogli contro i mariti. Nè i preti si ristavano; perchè preti repubblicani, combattevano contro preti regj, preti regj contro preti repubblicani, e la croce, ed il vessillo di Cristo l'uno contro l'altro cozzavano nelle sanguinose battaglie. Pretendevano questi e quelli parole di vangelo alla impresa loro, gli uni chiamandolo pieno di precetti democratici, gli altri affermando, che quel dettato divino aveva statuito, niun'altra cosa essere al mondo, che chiesa e Cesare, e quello che della chiesa non è, essere, non del comune, ma di Cesare. Per atterrire chi atterriva, Macdonald mandava fuori addì quattro marzo un aspro e furioso decreto, nuovo esempio del quanto le rivoluzioni stravolgano gli uomini.
Incominciato con dire, sapere, che uomini prezzolati dagl'Inglesi, e dai furti di una corte infame e perfida, correvano le città e le campagne per traviare il popolo, e stimolarlo alla ribellione, e che preti fanatici ordinavano trame per ispegnere il governo, ed ammazzare i repubblicani, veniva ordinando, che ogni comune che si sollevasse, sarebbe tassato soldatescamente e soldatescamente trattato; che i cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i parochi, e tutti gli altri ministri della religione, fossero tenuti personalmente dei tumulti e delle ribellioni; che ogni ribelle preso coll'armi in mano fosse incontanente fatto passar per l'armi; che ogni prete, o ministro della religione che fosse arrestato in qualche unione di sollevati, fosse anch'egli fatto morire senza processo; che fosse autorizzato il governo ad arrestare i sospetti; che chi denunziasse, o facesse arrestare un fuoruscito Francese, od un agente dello scaduto re di Napoli, avesse una larga ricompensa, ed il suo nome non si palesasse; che similmente chi un magazzino segreto di armi sì da fuoco che bianche denunziasse, si ricompensasse; che quando battesse la raccolta, ognuno tostamente si ritirasse; che in caso di terrore improvviso le campane non si potessero suonare, e ne andasse la vita a chi le suonasse, ed essere a ciò tenuti tutt'insieme i preti, i religiosi, e le religiose; che chi spargesse false novelle, fosse punito come ribelle, e chi le propagasse, come sospetto si arrestasse e si esiliasse; che a chi fosse dannato a morte, si sequestrassero e confiscassero i beni sì mobili che stabili a benefizio delle repubbliche Francese e Napolitana; che ogni licenza di cacciare si intendesse abolita, e chi fosse trovato con un fucile da caccia, come ribelle fosse punito; che di nuovo egli protestava, e confessava di portar rispetto alla religione ad al culto, e prometteva, che sotto la protezione vivrebbero sì i suoi ministri, come le proprietà e le persone; che infine i magistrati eseguissero questi suoi comandamenti, ed i parochi gli leggessero dal pulpito. Nè contento a questo pubblicava il generalissimo Macdonald il dì nove del medesimo mese un manifesto molto eccessivo contro il re per animare i popoli a difendersi contro le truppe ed i sollevati regj; imperciocchè il re aveva fatto sapere, che fra breve sarebbe tornato nel regno.
Il pericolo delle sollevazioni popolari contro i governi repubblicani instituiti in Italia, e contro i Francesi, si accresceva vieppiù dalle sommosse, che nate ora in un luogo ed ora in un altro travagliavano lo stato Romano. Tumultuavano i popoli di Terni e dei luoghi vicini, ed impedivano le strade fra Terni e Spoleto, e quantunque il generale Grabruschi co' suoi Polacchi si affaticasse per sottomettergli, non poteva venirne a capo, perchè spenti in un luogo pullulavano in un altro, e già Rieti pericolava. Civitavecchia si era ribellata contro i nuovi signori; durò un pezzo il generale Merlin a sottometterla, ancorachè con palle infuocate la combattesse. Stroncone, e Alatri parimente romoreggiavano; Orvieto anch'esso aveva fatto mutazione, ed ostinatissimamente si difendeva contro i repubblicani. L'incendio si dilatava: ogni luogo era o mosso con le armi impugnate, o poco sicuro anche nella quiete.
Non ostante i pericoli, che correvano, il direttorio di Francia, o non curandogli, o facendo sembianza di non curargli, si era risoluto a far mutazioni nel governo di Napoli. Sapeva, che il commissario Faipoult non era grato all'universale, e che Championnet sul suo primo giungere non aveva ordinato le cose per modo che nè per l'opinione nè per la forza potessero partorire quegli effetti ch'egli desiderava. Si aggiungeva, che le grida, le vociferazioni, le calunnie di coloro che ambivano le cariche, contro quelli che le avevano, e principalmente contro i membri del governo, avevano fatto perder loro, od almeno ai più, ogni riputazione. Tutto questo considerando il direttorio, aveva mandato a Napoli un uomo pratico e dabbene, acciocchè riordinasse ogni cosa, e con le virtù sue rattemperasse gli sdegni produtti dalle insolenze dei precedenti commissari ed agenti, rimedio buono, se fosse stato accompagnato dalla libertà, non in parole, ma in fatti, e se fossero stati lontani i pericoli. Arrivava in Napoli Abrial, commissario del direttorio, il quale prevalendosi dei buoni si sforzava di consolare gli uomini afflitti dai tempi tristi. Tentò riforme nelle finanze, e fecene delle lodevoli. Gli ordini giudiziali molto migliorava; gli ordini politici, non avendo il mandato libero, stabiliva a modo di Francia, non avuto alcun riguardo al modello della constituzione proposto dalla congregazione Napolitana, e di cui abbiamo sopra parlato. Creò fra gli altri un direttorio, imitazione servile. Ma quel che l'ordine aveva in se di cattivo correggeva con le persone. Chiamovvi Ercole d'Agnese, Ignazio Ciaia, Giuseppe Abbamonti, Giuseppe Albanese, e Melchior Delfico, uomini tutti migliori dei tempi, e di non ordinaria virtù. Certamente, se i fatti non fossero stati tanto contrari, e se una nuova piena non fosse venuta a sobbissare l'Italia dal settentrione, avrebbe questo buon Francese corretto in Napoli quanto il soldatesco furore, e la civile cupidigia vi avevano guasto e corrotto. Diede egli pruova notabile, tacendo le altre, dell'animo suo civile, quando Macdonald mandava i suoi soldati a ridurre agli ultimi casi Sorrento, patria di Torquato Tasso, che in quelle Sarniane e Salernitane rivoluzioni si era levata a romore contro i Francesi; imperciocchè operò col generale che la casa dei discendenti della sorella del poeta, quando la terra fosse presa d'assalto, salva ed intatta si conservasse. Diè molto volentieri Macdonald, ed a modo di generosa gara con Abrial, ordini accomodati al comandante della fazione, acciocchè l'effetto seguisse. Fra le uccisioni, gl'incendj e le ruine dell'infelice Sorrento, pruovarono i discendenti del cantore di Goffredo, quanto potessero in animi civili la memoria, ed il rispetto verso quel principal lume dell'Italiana poesia. Vollero riconoscere la conservata salute, offerendo a Macdonald, perchè non sapendo di Abrial, a lui la riferivano, il ritratto del Tasso dipinto dal vivo, come si crede, da Francesco Zuccaro. Il ricusava Macdonald, facendo certa la salvata stirpe dell'autore primo del benefizio, ed essa, l'immagine del poeta salvatore ad Abrial offerendo, pagava con segno di gratitudine unico al mondo un immenso beneficio. L'accettava di buon animo Abrial, e molto caro se lo serbava, e tuttavia serba, dolce e pietosa conquista; e volesse pure il cielo, che i repubblicani di Francia non altre conquiste che di questa sorte avessero mai fatte in Italia!
Il piacer non dura nello scrivere le storie dei nostri tempi. Restava, che i due fiori d'Italia, dico Lucca e Toscana, si guastassero. Di Lucca dirò adesso, di Toscana più sotto. Entrava sul principiar dell'anno in Lucca accompagnato da quattrocento cavalli Serrurier, che tornava dalla Toscana: tosto si pubblicava le solite lusinghe dell'esser venuto non per distruggere il governo, ma per fare, che si portasse rispetto alle persone, alle proprietà, ed alla religione, come se queste cose non si rispettassero in Lucca, e bisogno avessero di soldati forestieri, perchè si rispettassero. Il fine primo, ma non primario, dell'invasione Lucchese era il pretesto di due milioni di franchi, che dai Lucchesi si richiedeva, pei servigi dell'esercito: poi si voleva venire alla mutazione del governo, benchè le parole suonassero in contrario; nè pareva, nè era cosa possibile, che in mezzo a tante romorose democrazìe una quieta aristocrazìa si conservasse. Già Lucca era serva, poichè l'antico governo stesso non poteva più pubblicare ordine alcuno, se non appruovato da Serrurier: quest'era il rispetto che si portava all'independenza. Miollis succedeva a Serrurier; poi i repubblicani vi s'ingrossavano. Infine, stimolata dalla presenza loro, verso la metà di gennajo tumultuando la parte democratica, condotta da un Cotenna, addomandava l'abolizione della nobiltà e l'instituzione dello stato popolare; non v'era modo di resistere per le insidie cittadine e forestiere.
Si restrinsero i nobili per consultare, piuttosto atterriti che deliberanti, e cedendo al tempo, stanziarono, che fosse abolita la nobiltà, che il popolo Lucchese riassumesse la sovranità, che dodici deputati si eleggessero per ordinare una constituzione democratica secondo il modello di quella, che reggeva Lucca prima della legge Martiniana. Furono eletti Giacomo Lucchesini, Paolo Garzoni, Cosimo Bernardini, Alessio Ottolini, Lelio Manzi, Vannucci, Pellegrino Frediani, Rustici, Pio Poggi, Paoli, Samminiati, Francesco Burlamacchi; la maggior parte nobili, che non erano alieni dal voler ritrarre lo stato ad una forma repubblicana più larga, ma conforme piuttosto agli ordini Lucchesi che ai Francesi. I democrati pazzi non vollero udire parole Italiche; però fecero accettare le forme Francesi. Nacquero adunque nella mutata Lucca, come in Francia, a Milano, a Genova, a Roma, i due consigli col direttorio. Incominciossi a dar mano a spogliar l'erario di denaro, le armerìe di armi, i granai di vettovaglie, in poco d'ora i frutti dell'antica e mirabile provvidenza Lucchese furono dissipati e guasti: le vettovaglie si mandarono in Corsica ad uso dei presidj, le artiglierìe, sopra tutt'altre bellissime, a far corpo con quelle dell'esercito Francese, massime ad assicurare il golfo della Spezia. Lucca serva principiò a parlare con lingua servile, e non so, se sappiano più di adulazione, o di sconcio di lingua Italiana gli atti del governo Lucchese di quei tempi. Quindi vi sorsero le parti, perchè chi voleva vivere Lucchese, e chi unito alla Cisalpina. Si arrosero le solite tribolazioni di dover vestire, pascere, alloggiare, pagare i soldati forestieri, che andavano, e venivano, o stanziavano, ora Liguri, ora Cisalpini, ora Francesi, con molte altre molestie, accompagnature insolenti del dominio militare. Brevemente la fiorita ed intemerata Lucca divenne sentina di mali, e ne fu desolata. Questo le fecero i repubblicani, prima per darla in preda a se stessi, poi per darla in preda ai re.
Instituitosi dal generale di Francia in Piemonte, dopo l'espulsione del re, un governo ch'io non so con qual nome chiamare, poichè nè monarcale nè aristocratico era, e manco ancora democratico, si conobbe tostamente, che le recenti mutazioni non erano a grado dei popoli. I soldati massimamente non vi si potevano accomodare, perchè ed erano avversi per le passate instigazioni ai soldati Francesi, e questi, in grado di vinti tenendogli, non gli trattavano di compagni. La qual cosa gli muoveva a sdegno grandissimo. Si aggiungevano le solite insolenze, che infiammavano a rabbia un popolo poco tollerante delle ingiurie. Vi era adunque in Piemonte quiete apparente, e sostanza minacciosa. Parve principalmente a tutti cosa enorme lo spoglio fatto, come già abbiam narrato, non da Piemontesi, del palazzo del re coll'averne rotto i suggelli. Venne il governo, per non aver potuto impedire un fatto sì grave, in voce di quello che era veramente, cioè di servo d'altri, e fu tolta fede alle sue parole. Il suo buon concetto diminuiva anche l'avere mandato in sul primo sorgere, i capi di famiglia della primaria nobiltà, come ostaggi, a Grenoble. Mandovvi fra gli altri Priocca, mandovvi quel Castellengo, vicario di polizia in Torino. Priocca se ne viveva molto modestamente nella capitale del Delfinato; Castellengo, per istinto, spiava ogni cosa, ed il bene ed il male, e più ancora il male che il bene, investigatore assiduo di mercati, di taverne, di bische e di ritrovi sì pubblici che privati; uomo veramente di abilità singolare nel conoscere gli uomini fu costui, ed i repubblicani ebbero torto a non vezzeggiarlo; ma essi erano meri partigiani, e dello stato non s'intendevano.
Grande scapito poi alla riputazione di chi reggeva aveva recato la faccenda dei biglietti di credito, perchè prima promise di non risecarne il valore, poi il risecava dei due terzi, il che fu grave ferita a coloro che gli possedevano. Bene, e necessario era il farlo; poichè il debito dello stato era tanto enorme, che lo spegnerlo, o diminuirlo in altro modo, si vedeva impossibile: ma quell'aver detto di non voler fare quello, che pochi giorni dopo fece, il rendè disprezzabile. Questi biglietti erano una perpetua molestia, perchè scapitando sempre del loro valore, anche ridotto, la fede dei contratti si contaminava, le casse dell'erario accettandogli al valor legale, ne venivano a scapitare della differenza. Per ajutarsi dei beni ecclesiastici a spegner questi biglietti, il governo gli vendeva, ma il mezzo non bastava per ritornare questa molesta carta all'intera riputazione, e sempre disavanzava. Non si omisero, ma indarno, vari altri rimedi: infine si voltarono, come lettere di cambio, ai ricchi, massime a quelli che si erano dimostrati più accesi in favore dell'antico stato, ed essi erano per legge obbligati ad obbedirgli con pagarne la valuta, e si compensassero coi beni della nazione. Riuscì di qualche efficacia il temperamento, ma sopravvennero nuove mutazioni, e non ebbe se non debole effetto. Sobbissava il Piemonte pei debiti, nè poteva bastar alle spese. S'aggiunse la voragine intollerabile dei soldi, del vestito, del cibo, delle stanze, dei passi pei soldati forestieri. Rovinava a precipizio lo stato: in tre mesi, sebbene si estremassero le spese pei servigi Piemontesi, si spesero tra in pecunia numerata ed in sostanze, meglio di trentaquattro milioni. A qual fine si andasse, nissuno il sapeva; il mancar di fede era inevitabile: si prevedeva, che altro fra breve non sarebbe rimasto ai Piemontesi, se non le terre, e queste ancora incolte; se non le case, e queste ancora guaste. La desolazione e la solitudine erano imminenti.
Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già abbiamo detto in parte ciò, che rendeva il governo poco accetto. Seguitava, che i municipali di Torino, imitando in questo quei di Parigi ai tempi della rivoluzione, l'emolavano, e traevano con se molto seguito. A questo erano stimolati da alcuni repubblicani Francesi in grado, i quali si lamentavano di non aver avuto dal governo Piemontese quelle ricompense, che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.
I musei intanto, e le librerìe si spogliavano: rapivasi la tavola Isiaca, rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio, e quanto si credeva poter ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In mezzo a tutto questo mandava il governo l'avvocato Rocci, ed il conte Laville deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della data libertà, il tenessero bene edificato, ed esplorassero qual fosse il suo pensiero intorno alle sorti future del Piemonte. S'appresentarono anche per mandato espresso al conte Balbo, perchè si era udito dei denari mandati dal re al suo ambasciadore, del conto del ricevuto denaro richiedendolo. Rispose, al re solo potere e volere render conto; nè volle riconoscere le mutazioni fatte in Piemonte. Fu l'intromessione del conte Balbo molto utile al re in Parigi, nè bisogna giudicare dell'operato dall'evento; perchè i tempi troppo furono contrari, e se corruppe alcuno con denari, il che non è da lodarsi, maggior biasimo meritano coloro, che si lasciarono corrompere. Non era alieno il conte dall'amare un reggimento più largo, ma più per ragione che per indole, perchè per questa amava piuttosto i reggimenti stretti: non credeva una moderata libertà biasimevole, ma detestava con tutti i buoni il modo, col quale in Francia si era voluto recare ad effetto. Del resto uomo d'ingegno non mediocre, letterato di valore, dotto anche in materie scientifiche, affezionato alle lettere Italiane, amico ai letterati, amatore del giusto, conoscitore della natura umana, erano in lui tutte le parti, che in chi s'ingerisce nello stato si richieggono, se non forse una grande pertinacia non le guastava, quando però non si voglia credere, ch'ella, come spesso la sperienza dimostra, sia anche una delle buone. Questa tenacità medesima usava nella comune vita, e perciò le sue affezioni, come le avversioni, fondate o no, erano indomabili.