Abolivansi i fedecommessi, abolivansi le primogeniture, facendo di ciò vivissime istanze i cadetti delle famiglie nobili, ma la esecuzione fu sospesa dal direttorio di Francia per opera del conte Morozzo, che si era condotto espressamente a Parigi. Abolivansi anche i titoli di nobiltà, e furono arsi pubblicamente sulla piazza del castello.
Intanto le sette, per l'incertezza delle sorti Piemontesi, si moltiplicavano, e s'inasprivano. Chi voleva esser Francese, chi Italiano, chi Piemontese. I primi argomentavano dalla servitù delle repubbliche Italiane, dalla potenza della Francia, dalla vicinità dei luoghi; i secondi dalla bellezza del nome Italiano, dalla lingua, e dai costumi; i terzi dall'antichità, e dalla fama dello stato Piemontese, dagli ordini suoi tanto diversi da quei di Francia e d'Italia, dal suo esercito tanto valoroso, che si conveniva conservare col proprio nome. Si viveva in queste incertezze, quando arrivava da Parigi l'avvocato Carlo Bossi, uno degli eletti al governo. Risplendeva in Bossi una natura molto nobile, benevola, amica all'umanità. Per questo gli piaceva la libertà, perchè gli pareva, che al ben essere dell'umanità conferisse. Ciò nondimeno per la qualità dell'animo amava egli piuttosto il tirato. Aveva a vile la loquacità, e le sfrenatezze dei democrati di quei tempi, perchè s'accorgeva, siccome quegli che nelle faccende di stato era di giudizio finissimo, e forse unico al mondo, ch'esse non potevano condurre a niun governo buono, e manco ancora al libero. Del resto, quantunque alcuni amatori di libertà l'avessero per sospetto, parendo loro ch'egli amasse piuttosto il comandare che l'obbedire, se si vuol fare stima di lui, come uomo privato, nissuno amico più tenero de' suoi amici, nissun uomo più retto, o più generoso di lui si potrebbe immaginare. Non dirò del suo ingegno piuttosto mirabile che raro, perchè è noto a tutta Italia, e gli scritti suoi ne faranno ai posteri perpetua testimonianza. Egli adunque avendo avuto l'intesa da Joubert, da Taleyrand e da Rewbell, uno dei quinqueviri, di ciò che il direttorio voleva fare del Piemonte, e parendogli che miglior consiglio fosse l'essere congiunto con chi comandava, che con chi obbediva, si era deliberato a proporre in cospetto del governo il partito dell'unione colla Francia. Seguì tosto l'effetto, perchè avendo favellato con singolare eloquenza, e confermato il suo favellare con raziocinj speciosissimi, perciocchè nell'una e nell'altra parte valeva moltissimo, vinse facilmente il partito, non avendovi nissuno contraddetto, perchè alcuni non vollero, altri non seppero, stantechè la proposta era inaspettata. Accettatosi dal governo il partito dell'unione, furono tentati al medesimo fine i municipali di Torino. Vi aderirono volentieri. La deliberazione della capitale fu di grandissima importanza, perchè essendo conforme a quella del governo, facilmente tirava con se tutto il paese. Si mandarono commissari nelle province a far gli squittini per l'unione. I popoli non l'intendevano, e certamente ripugnavano. Ma l'autorità del governo, e la presenza dei Francesi facevano chiarire i magistrati in favore. I più sospetti di avversione allo stato presente si scopersero i primi favorevolmente: vescovi, abbati, canonici, preti, frati sottoscrissero la maggior parte per il sì: parve partito vinto generalmente. Mandavansi a Parigi per portar i suffragi Bossi, Botton di Castellamonte, e Sartoris, uomini di celebrato valore, e di gran fama in Piemonte; ma vissuti discordi in Parigi, produssero discordia nella patria loro.
Questa risoluzione del governo, lo scemò di riputazione, perchè il popolo non amava l'imperio dei forestieri; gl'Italiani si adoperavano per farlo vieppiù odioso. Fantoni, poeta celebre, che all'alito delle rivoluzioni sempre si calava, udito di quel moto Piemontese, si era tosto condotto nel paese, e quivi faceva un dimenare incredibile contro il governo, e contro la sua risoluzione, qualificandola di tradimento contro l'Italia. Insomma tanto disse e tanto fece, che fu forza cacciarlo in cittadella. Certamente Fantoni amava molto l'Italia, ma egli era un cervello così fatto, che se fosse stato lasciato fare, il manco che le sarebbe accaduto, fora stato l'andar tutta sottosopra.
La risoluzione di volersi unire a Francia fu, non cagione, ma occasione di un moto più feroce e ridicolo, che nobile e pericoloso nella provincia d'Acqui. Vi si spargevano voci, non già per ispirito Italico, ma per avversione allo stato nuovo, che unirsi a Francia era un perdere la religione, che grandi eserciti marciavano a liberare l'Italia dai Francesi, che in ogni lido seguivano sbarchi di gente nemica a Francia. Rivalta, terra piena d'uomini armigeri, si levava a romore, cacciava il commissario; per poco stette, che non l'uccidesse. Strevi seguitava con maggior furore, ed atterrato l'albero della libertà, ed oltraggiati i municipali, mostrava desiderio di cose nuove. Il comandante d'Acqui, Plaizat, con cencinquanta cacciatori, soldati nuovi ed inesperti, vi andava per frenar quel tumulto, e vi restava ucciso; i soldati disordinati si ritiravano. Vi andava per calmarlo Della Torre, vescovo di Acqui; i paesani lo volevano ammazzare. La ritirata dei soldati Francesi diede animo a quelle popolazioni non consideratrici del pericolo, al quale si mettevano; un medico Porta le instigava, Vigone, Riccaldone Alice, Moirano aiutavano i tumultuosi: una moltitudine disordinata, ed armata in varie e stravaganti forme, s'impadroniva di Acqui e del suo castello; creava a voce di popolo, e fra uno schiamazzo incredibile un intendente, un comandante ed i magistrati municipali. Arrestava i giacobini, ma, ricevuto denaro, gli liberava. Le più strane cose si dicevano da quelle genti ignare ed infiammate. La conquista di tutto il Piemonte, e la cacciata dei francesi pareva loro il manco che potessero fare. Ed ecco, che si ode uno fra di loro più impazzato degli altri gridare, doversi conquistar Alessandria. Porta, aiutato da un Laneri scritturale, scriveva lettere circolari ai comuni, affinchè per raccor gente suonassero campana a martello; onde il sinistro suono si udiva tutto all'intorno. L'arciprete Bruno, che non voleva, che nella sua parrocchia di Montechiaro a tal estremo si venisse, fu barbaramente ucciso da' suoi parrocchiani. Partiva quell'informe ammasso di gente male armata, e peggio disciplinata per all'impresa d'Alessandria. Strada facendo sollevava a romore i comuni; quei, che non si volevano levare, saccheggiava. Nizza della Paglia resistè, come terra più grossa, e non gli lasciava entrare. Comparivano otto in dieci mila sollevati sotto le mura d'Alessandria; il medico Porta precedeva senz'armi in atto di voler venire a parlamento, sperando che si facesse dentro dal popolo qualche movimento in suo favore. Ma il comandante della piazza, che aveva a tempo avuto notizia del fatto, a ciò esortato dal marchese Colli Alessandrino, capitano di molto valore, mandava fuori quaranta soldati Piemontesi, che primieramente arrestarono Porta; poi con le sciabole tirando di piatto e di taglio, ma più di piatto che di taglio, dissiparono fra breve tutta quella imbelle moltitudine, non assueta alle ordinanze, nè stabile in campagna. Intanto, mentre già l'impresa era perduta, si spargevano liete novelle fra i sollevati in Acqui: che Alessandria fosse presa, la cittadella conquistata, che tutto l'Alessandrino, che tutto il Tortonese in favor loro si muovevano. Suonavano le campane a festa, cantavano l'inno delle grazie: gridavano, viva Acqui, viva Strevi, viva la nostra faccia, e qualche volta, viva il re. Già pareva loro, che il mondo non gli potesse più capire, e si promettevano la mutazione di ogni cosa. Credutisi sicuri mettevano a ruba le case dei gallizzanti, o stimati tali, sotto pretesto di cercar armi nascoste. In questo mezzo, e quando più si persuadevano di essere in possessione della vittoria, un rumor cupo, poscia voci più aperte incominciavano a torre al falso l'apparenza del vero, ed al vero l'apparenza del falso. Chi lo disse il primo, fu messo per la peggiore. In fine, romoreggiando già le armi Francesi e Piemontesi da vicino, la verità si apriva l'adito: allora prevalendo nei sollevati il timore al furore, e vedutosi da loro, che quello non era tempo da aspettare, si sbandarono, non senza però aver dato una seconda mano di sacco alle case dei benestanti, massime degli ebrei. Arrivavano i soldati della repubblica, prima condotti da un Flavigny, comandante d'Asti; poi in numero più grosso da Grouchy. Flavigny incese Strevi; Grouchy accompagnato dall'avvocato Colla, commissario del governo, pose a taglia Acqui; arrestò gl'intinti ed i sospetti: ma non fe' sangue. Porta fu fatto morire col supplizio soldatesco in Alessandria. Mostrossi Grouchy continente; Colla ed Avogadro, cui il governo aveva dato carico di assestar le cose disordinate dalla sollevazione, continentissimi. Flavigny non ebbe risguardo, che Acqui già fosse stato saccheggiato dai sollevati: il suo nome sarà perpetuamente udito con isdegno in quella travagliata città. Così finì la informe abbaruffata degli alti Monferrini; dopo il fatto, tutti dicevano, non esservisi trovati.
Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia, che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli era divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di commissario politico e civile, affinchè ordinasse il paese alla foggia Francese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei si voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degl'Italici. Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali, i magistrati distrettuali e municipali, secondo gli ordini usati in Francia. Per riordinar le finanze tanto peggiorate chiamava a se Prina, che molto, ed anche troppo se ne intendeva. S'ingegnava di sopire le passioni accese, perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo grave; già nuovi nembi, che s'ingrossavano verso settentrione, dando nuovi timori, e svegliando nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le passioni già tanto accese.
Così come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte. Genova e Milano meglio si mantenevano per aver governi più ordinati, ma più la prima che il secondo, perchè l'amor dell'adulazione verso i forestieri vi era minore. Roma era straziata continuamente da uomini avari, e da importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano, per imprudenza, apparecchiate le occasioni alla tempesta che già si avvicinava ai confini d'Italia.
Le arti, le instigazioni e le offerte dell'Inghilterra, delle quali abbiamo parlato in uno dei precedenti libri, partorivano gli effetti che da loro si erano aspettati, e già tutta Europa novellamente si muoveva a' danni della Francia, e dei nuovi stati ch'ella aveva creato. Aveva l'Austria mandato un forte esercito in Italia, alloggiandolo sulle sponde dell'Adige e della Brenta. Al tempo stesso, maneggiandosi nascostamente, aveva operato che la parte, che nei Grigioni inclinava a suo favore, la chiamasse sotto colore di preservar il paese dall'invasione dei Francesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni per occupar quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si estendevano, da una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra sino a quei della Valtellina. Aveva dato motivo a questa deliberazione dell'imperatore e dei Grigioni l'occupazione fatta dai Francesi della Svizzera, dalla quale potevano facilmente, ove le ostilità si rinnovassero, correre contro il Tirolo, e gli stati ereditari da una parte, contro lo stato Veneto dall'altra. Possente freno a questo disegno pareva che fosse, ed era veramente il paese dei Grigioni, posto, come cittadella naturale, incontro agli Svizzeri, ed a difesa del Tirolo, e che accenna ugualmente in Italia. Omessi i generali vinti, commetteva l'imperatore Francesco il governo militare a pruovati capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a Melas in Italia: era con lui Kray, guerriero che si era acquistato buon nome nelle guerre Germaniche, e molto amato dai soldati. In tale guisa l'Austria si preparava alla guerra. Ma il fondamento principale di tutta l'impresa erano i soldati di Paolo imperatore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del Tanai, marciavano alla volta della Germania, ed erano destinati a fare cogli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso per l'incredibile suo ardimento a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli di guerra. A tutta questa mole, già di per se stessa tanto grave, si aggiungevano le forze marittime dell'Inghilterra, della Russia e della Turchìa, le quali l'Adriatico dominando, ed il Mediterraneo correndo, potevano effettuare sulle coste d'Italia subiti trasporti, e sbarchi, abili a disordinare i disegni dei capitani della repubblica. Nè, come abbiam veduto, era l'Italia sana rispetto ai Francesi, perchè infiniti sdegni vi erano raccolti sì per la contrarietà delle opinioni attinenti allo stato, od alla religione, e sì per le offese recate dal nuovo dominio.
Dall'altro lato era intento del direttorio di far la guerra con tre eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato il Reno, di assaltare la Baviera, che si era accostata alla lega, il secondo governato da Massena negli Svizzeri facesse opera di cacciare gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e camminando avanti, di dar la mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia. Era stato preposto alle genti Italiche il generale Scherer, vincitore di Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva, passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per conquistare gli stati ereditari, e Vienna capitale. Aveva con se congiunti i Piemontesi ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi generalissimo, e molto capace per l'ingegno, l'ardire, e l'esperienza, di governar questa guerra, amico a Championnet, e, come egli, nemico dei depredatori, scontento a non potergli frenare, aveva chiesto licenza. Il direttorio, che riteneva in tutte le cose le solite sospizioni, temendo di lui, e non ancora ben riavuto dalle buonapartiane apprensioni, molto volentieri gliel'aveva conceduta. La licenza di Joubert fe' cader l'animo agl'Italiani amatori degli stati nuovi, perchè si riposavano con intiera fede nel valore, nell'ingegno, e nell'integrità sua, e più ancora l'amavano, perchè il conoscevano amico all'Italia. Compariva Scherer, non senza Parigino fasto; il che rendeva più notabile la semplicità del vivere di Joubert, e lo squallore dei soldati. Ciò fece anche sospettare, che le opere del peculato avessero peggio che prima, a ricominciare; ognuno stava di mala voglia.
Non ostante le ostili dimostrazioni, la guerra non era ancor rotta fra le due parti, perchè il direttorio prima di risentirsi dell'avvicinarsi dei Russi aspettava che la fortezza di Erebrestein venisse in poter suo. L'Austria stava attendendo, per non trovarsi a combatter sola, mentre poteva combattere accompagnata, che le genti Russe alle sue si congiungessero. Finalmente dopo un lungo assedio, astretto dalla fame, Erebrestein si dava ai repubblicani. Insorse incontanente il direttorio, e mandò dicendo all'imperator d'Alemagna, che se i Russi non fermassero i passi contro Francia, e dagli stati imperiali non retrocedessero, l'avrebbe per segno di guerra: la corte imperiale diè risposte ambigue, e si temporeggiava per dar comodità ai soldati di Paolo di arrivare. Conobbe l'arte il direttorio, e però si determinava del tutto alla guerra, volendo prevenire quello, che l'Austria aspettava. Per la qual cosa Scherer altro non attendeva per dar principio alle ostilità, che l'udire, che Jourdan e Massena avessero fatto il debito loro sul dorso Germanico delle Alpi. Sentite le novelle del passo effettuato sul Reno dal primo, e dello aver combattuto il secondo prosperamente, non senza però sanguinosissime battaglie, nei Grigioni, sperando che Dessoles e Lecourbe con un corpo di repubblicani scendendo dalla Svizzera il seconderebbero di verso la Valtellina, si risolveva a non più porre tempo in mezzo per assaltar il nemico. Erano i due nemici schierati nella seguente guisa: aveva il generalissimo di Francia il suo alloggiamento principale in Mantova, dove aveva adunato gran copia di munizioni sì da guerra, che da bocca. Assicuravano la sua ala sinistra la fortezza di Peschiera, e la destra la città ed il castello di Ferrara. Erano con lui circa cinquanta mila combattenti, fra i quali i reggimenti Cisalpini e Piemontesi. Oltre a questo altre genti Francesi ed alleate occupavano, e guarentivano i passi situati alle spalle tra il Mincio e le Alpi.
Gli Alemanni si erano distesi ad alloggiare in linea parallella all'Adige dalle frontiere del Tirolo Italiano insino a Rovigo; trenta mila combattenti lungo l'Adige, altrettanti sulle sponde della Brenta. Sulla sinistra procurava loro sicurtà la fortezza di Legnago, sul mezzo la città di Verona con tutti i suoi forti: i villaggi di Santa Lucìa e di San Massimo, come antemurali di Verona, erano muniti di trincee e di presidj gagliardi. Quanto alla dritta, che portava maggior pericolo, perchè non vi era fortezza artefatta, e nella sua difesa consisteva l'esito felice di quella guerra, che già manifestamente incominciava ad apparire, conciossiachè, perduti quei luoghi, i Francesi si sarebbero introdotti fra gli stati ereditari e lo stato Veneto, l'aveva Kray fortificata con molte trincee provviste d'artiglierìe nel luogo di Pastrengo presso a Bussolengo. Avevano anche gli Austriaci posto, per facilitare i transiti, e munito quattro ponti sull'Adige, a Parona, a Pescantina, a Pastrengo, ed a Polo. Corpi assai grossi, e distribuiti nei loro alloggiamenti per modo che l'uno potesse facilmente accorrere a soccorrer l'altro, guernivano tutti questi luoghi, uno ad Arquà, terra celebre per esser quivi morto il Petrarca, un altro a Bevilacqua, cinque miglia sopra Legnago, un terzo tra Conselve ed Este, un quarto finalmente a Bussolengo.