Credeva il direttorio, avvicinandosi la guerra contro l'Austria, non si poter fidare del gran duca Ferdinando di Toscana, e perciò si era risoluto a cacciarlo da' suoi stati. A questo fine, toccato prima, che avesse dato asilo al papa, e passo ai Napolitani, ed affermato che s'intendesse segretamente coi confederati a' danni della repubblica, Scherer ordinava, che il dominio di Francia s'introducesse in Toscana. Così il direttorio stringeva nelle sue mani tutta l'Italia a quel momento stesso, in cui era vicino a perderla tutta. Partitosi inaspettatamente il generale Gaultier da Bologna, dove aveva le sue stanze, entrava nella felice Toscana, e il dì venticinque di marzo, conducendo con se un grosso corpo di cavallerìa con qualche nervo di fanterìa, e col solito corredo di artiglierìe e di salmerìe, faceva, qual trionfatore, il suo ingresso armato per la porta di San Gallo nella pacifica città di Firenze. Così la sede di civiltà venne occupata da insolite e forestiere soldatesche. I trionfatori disarmavano i soldati Toscani, s'impadronivano delle fortezze, del corpo di guardia del palazzo vecchio, e delle porte. Al tempo medesimo Miollis, assaltata ed occupata Pisa, se ne andava a Livorno, e quivi, disarmate le truppe del gran duca, poneva presidio nei forti, guardie sul porto, mano sui magazzini Inglesi e Napolitani. Un Reinhard, commissario del direttorio, recava in sua potestà la somma delle cose, ed ordinava che i magistrati continuassero a fare gli uffizi in nome della repubblica Francese. Disfatto dai repubblicani il governo Toscano, partiva per Vienna con tutta la sua famiglia il gran duca, e gli fu dato facoltà dagli occupatori del suo stato di portar con se parte del mobile del palazzo Pitti, e alcuni capi di pittura e di scoltura notabili. Il caso strano mosse, non tutti, ma parte dei Toscani: piantarono i soliti alberi sulle piazze, fecero discorsi, gridarono libertà. Pure non si fecero tanti schiamazzi, come altrove.
Il dominio dei Francesi in Toscana cominciò da opere spietate. Gli esuli Francesi, o preti o laici che fossero, che sotto il placido dominio di Ferdinando si erano ricoverati, furonne senza remissione cacciati. Restava papa Pio, che vecchio, infermo, ed oramai vicino all'ultimo termine della vita se ne stava assai riposatamente nella Certosa di Firenze. Quest'ultima quiete gli turbarono i repubblicani, sforzandolo a partire alla volta di Parma, poi fin oltre in Francia al tempo stesso della partenza di Ferdinando. Tanto era il timore, che avevano di un'opinione! Partiva il canuto e cadente pontefice, poco conscio di se per l'infermità e per la disgrazia, molto salutato dalle pietose e meste popolazioni. Strada facendo era chiuso nelle fortezze, poi venne serrato in Brianzone, finalmente trasportato in Valenza di Delfinato: quivi concluse nell'esilio una vita, che con tanto apparato di maestà e di potenza aveva incominciato. L'accompagnò sempre lo Spina, che fu poi cardinale, dolce e pietoso officio. Da questo esempio imparino i popoli, quanto siano flusse, e labili queste umane sorti, e che se la libertà può nascere qualche volta dalle guerre, non può mai dal disprezzo delle cose tenute rispettabili per lunga età da popoli intieri.
Ad uno spettacolo compassionevole succedeva uno spettacolo orrendo. I Francesi partiti in tre schiere affrontavano valorosamente il dì ventisei di marzo i Tedeschi sulle sponde dell'Adige. Montrichard con la destra faceva forza d'impadronirsi di Legnago; Victor e Hatry con la mezzana, assaltate le terre di Santa Lucìa e di San Massimo, difese esteriori di Verona, si sforzavano di aprirsi il passo a questa città; Moreau finalmente, con cui militavano Delmas, Grenier e Serrurier, aveva carico di vincere, e questo era il principale sforzo, Pastrengo, e Bussolengo, di passar l'Adige, e di riuscire minaccioso sul fianco di Verona, e degl'imperiali. Ad un punto prese tutte le tre schiere andavano alla fazione loro, e già la battaglia ardeva con molta uccisione per ambe le parti da Legnago fin oltre Bussolengo. Al primo romore delle armi era corso il presidio di Legnago governato dal colonnello Skal ad occupar le mura e la strada coperta; le guardie esteriori già si urtavano coi Francesi, ai quali davano favore i fossi, le siepi, e gli alberi che ingombravano il terreno. Si combatteva con grandissimo valore dai Francesi e dai Tedeschi sotto le mura di Legnago, presso Anghiari, ed a San Pietro per alla strada di Mantova. Combatterono i repubblicani felicemente a San Pietro, infelicemente ad Anghiari, con fortuna pari a Legnago; ma la fortezza del luogo sosteneva gli avversarj. Kray, che si era alloggiato con una grossa banda a Bevilacqua, come prima ebbe udito il pericolo, spediva il tenente maresciallo Froelich per soccorrerlo. Urtarono queste genti fresche i Francesi in parecchj luoghi, ma principalmente a San Pietro, dove erano più forti e già vittoriosi, e superata finalmente la forte ed ostinata resistenza loro, gli costrinsero a piegare, ed a ritirarsi oltre Anghiari e Cerea verso il Tartaro. Vinto Montrichard a Legnago con perdita di circa due mila soldati, gli Alemanni si mettevano in punto di perseguitarlo. Ma sopraggiungevano a Kray le novelle, che Victor e Hatry, battute aspramente le terre di Santa Lucia e di San Massimo, si erano impadroniti della prima, e si sforzavano di occupare fermamente la seconda, dalla quale, entrati a viva forza già sette volte, altrettante erano stati risospinti. Restarono feriti in questa ostinata mischia i due generali Austriaci Liptay e Minkwitz. Soprantendeva alla difesa di questi luoghi, e di Verona stessa il tenente maresciallo Keim, buono e valoroso soldato. Così in questa parte stava la battaglia in pendente per l'acquisto di Santa Lucìa dall'un de' lati, e per la conservazione di San Massimo dall'altro. Tuttavia vi si continuava a combattere: un terrore profondo occupava Verona, non sapendo i Veronesi qual fine fosse per avere quel lungo ed aspro combattimento, e molto temendo dei Francesi per le ingiurie antiche e nuove. A questo stato dubbio sotto le mura di Verona s'aggiunse la rotta toccata dalle genti Alemanne sull'ala loro destra, governata dai generali Gottesheim ed Esnitz; il che fece fare nuovi pensieri a Kray, distogliendolo del tutto dal seguitare i repubblicani oltre l'Adige verso Mantova. Era, come abbiam detto, il sito di Pastrengo e Bussolengo munitissimo per molte fortificazioni, che consistevano in ventidue ridotti, in frecce, trincee di campagna, e teste di ponti. Urtarono i Francesi condotti da Delmas e da Grenier, con tanto impeto tutte queste opere, che sebbene gli Austriaci vi si difendessero virilmente, le sforzarono. Il caso fu tanto subito, che questi ultimi non poterono rompere i ponti di Pastrengo e di Polo, per modo che i repubblicani acquistarono facoltà di passar l'Adige, e di correre per la sinistra sua sponda contro Verona, e quella parte degl'imperiali, che aveva le stanze sulla strada verso Vicenza. Al tempo stesso in cui Delmas e Grenier vincevano a Bussolengo, Serrurier più oltre, e più su distendendosi a stanca, aveva cacciato i Tedeschi dai monti di Lazise, in ciò ajutato efficacemente dal capitano di fregata Sibilla, e dal luogotenente Pons colle navi sottili, con le quali custodivano il lago di Garda. Perdettero gli Austriaci in questi fatti cinquemila soldati tra morti e feriti, con mille prigionieri, e sette cannoni. Mentre si combatteva sull'Adige, i Francesi assaltavano Wukassowich sulle frontiere del Tirolo sopra il lago di Garda. Già si erano fatti signori di Lodrone, ed avevano guadagnato molto spazio oltre i laghi d'Iseo e d'Idro. Ma infine vennero in ogni parte respinti, perchè Wukassowich era uomo di valore, conosceva i luoghi, ed in quella proporzione più forza acquistava, che più negli stati ereditarj s'internava. Non così tosto ebbe Kray inteso la rotta della sua ala destra, che, lasciato un presidio sufficiente in Legnago, s'incamminava a presti passi, malgrado della stanchezza de' suoi soldati, a Verona, per preservarla dal gravissimo pericolo che le sovrastava. Vi arrivava il venzette e ventotto, e l'assicurava. Nè contento a questo, mandava Froelich più oltre in ajuto dell'ala sua destra, che pericolava a cagione del passo acquistato dai Francesi sull'Adige. Ma Scherer, forse intimorito per le rotte di Legnago e di Lodrone, se ne ristette, e non fece più alcun movimento d'importanza per usare la vittoria di Bussolengo. I due eserciti stanchi dal lungo combattere, pieni di morti e di feriti, convennero di sospendere le offese un giorno per dar sepoltura ai primi, e cura ai secondi. Continuavano i Francesi in possessione della sinistra riva dell'Adige, ed era forza, o che i Tedeschi ne gli cacciassero, o ch'essi cacciassero i Tedeschi di Verona. Se cadeva Verona, era vinta la guerra pei primi, e Suwarow avrebbe potuto arrivare senza frutto. Se i Francesi erano cacciati dalla riva sinistra, era vinta la guerra per gli Austriaci. Sovrastava adunque agli uni ed agli altri la necessità del combattere, ma più ai repubblicani che ai loro avversarj, perchè se gl'imperiali reggevano contro l'impeto loro insino al giungere dei Russi, ogni probabilità persuadeva, che l'aggiunta di una forza tanto potente renderebbe preponderanti le partite in favor dei confederati.
Adunque alle dieci della mattina del trenta marzo, i Francesi condotti da Serrurier, passato sugli acquistati ponti il fiume in grosso numero, assaltarono Esnitz e Gottesheim, ai quali già si era congiunto con genti fresche Froelich. Un'altra parte di repubblicani condotta da Victor si innoltrava verso i luoghi superiori della valle, ed in Montebaldo verso la Chiusa e Rivole, coll'intento di occupare i monti ai quali si appoggiavano i Tedeschi, e di guadagnare la strada di Vicenza. Avevano i Francesi del Serrurier, assaltando con un impeto grandissimo, guadagnato molto campo, e già insistevano sopra Parona, luogo distante ad un miglio e mezzo da Verona. In questo pericoloso momento, Kray mandava fuori ottomila soldati, e partitigli in tre colonne, gli sospingeva ad urtare i Francesi. La prima gli assaliva dalla parte di Parona, la seconda per la strada del Tirolo verso Rivole, la terza lungo le montagne di Mantico. Ne sorse un combattimento molto fiero, in fin del quale prevalsero gli Austriaci, ed i Francesi pensarono al ritirarsi, non senza qualche dissoluzione nelle ordinanze. In questo fatto per frenare l'impeto del vincitore, e dar campo ai vinti di ritirarsi, prestò opera egregia la cavallerìa Piemontese. Restava che si potesse ripassare a salvamento il fiume; una parte passò; ma Kray, avendo occupato i ponti con la cavallerìa, e rottogli per mezzo dei granatieri di Korber, Fiquelmont e Weber, tagliò la strada ai superstiti, che, deposte le armi, vennero in suo potere. Quasi tutta la parte che era salita ai monti, fu in questa guisa superata e presa. Noverarono i Francesi mille soldati tra morti e feriti: dodici centinaja venuti sani in poter delle genti imperiali ornarono il trionfo di Kray. Non conquistarono i Tedeschi alcuna artiglierìa, perchè un solo pezzo aveva con se condotto Serrurier. Perdettero gli Austriaci poca gente, sì per le buone mosse ordinate dal generale loro, e sì per l'ardore inestimabile, col quale andarono all'assalto, e che sopraffece in breve tempo il nemico.
Dalle raccontate fazioni si vede, che Scherer aveva con arte lodevole ordinato la battaglia di Verona, ma che fece errore nel non seguitare subitamente l'aura favorevole della fortuna sull'ala sinistra, che era nel primo fatto rimasta vittoriosa; poichè se il giorno medesimo della battaglia, cioè il ventisei, od almeno il ventisette avesse fatto passar il fiume a tutta l'ala medesima, e l'avesse spinta gagliardamente contro il fianco di Verona, se ogni probabilità non inganna, avrebbe rotto Keim, che solo si sarebbe trovato a combattere, ed acquistato la città, innanzi che Kray arrivasse in ajuto con le genti vincitrici di Legnago. Ognuno vede, quali effetti avrebbe partoriti la presa di una città così nobile, e di sito tanto importante, con la sconfitta di due ali degl'imperiali. Non errò dunque Scherer per difetto di arte, ma bensì per mancanza d'ardire tanto più da condannarsi, quanto più quello fu il solo adito, che la fortuna in tutta questa guerra gli abbia aperto alla vittoria. Narrasi, che Moreau lo confortasse al raccontato partito, ma che non vi si volle risolvere.
Risultava dalle due battaglie di Verona, che gli Austriaci passavano l'Adige a portar guerra sulla sua destra sponda. Dal canto suo Scherer si era accampato dietro il Tartaro, tra Villafranca e l'Isola della Scala, attendendo a fortificarsi ed a riordinare i suoi: aveva fermato il suo campo principale a Magnano. Ma le sue condizioni divenivano ogni ora peggiori; perchè il nemico incominciava a romoreggiarli sui fianchi ed alle spalle con truppe armate alla leggiera. Wukassowich, sceso dal Tirolo tra il lago di Garda e l'Iseo, minacciava Brescia, oltrechè il colonnello San Giuliano mandato da Wukassowich aveva spazzato tutto il campo tra la destra dell'Adige ed il lago di Garda, per modo che il navilio, che i Francesi avevano sul lago, era stato costretto a cercar ricovero sotto le mura di Peschiera. Da un'altra parte Klenau, partitosi dall'ala sinistra Austriaca con soldati corridori, era comparso sul Po, aveva messo a romore le due sponde, precipitato in fondo le navi Francesi, e costretto i repubblicani a rifuggirsi o in Ferrara, o in Ostiglia. Si trovava adunque il generalissimo di Francia in grave pericolo, ed aveva tanto più forte cagione di temere, quanto il suo esercito scemato per le perdite fatte nelle giornate precedenti, era divenuto di numero inferiore a quello d'Austria. Oltre a tutto questo non isfuggiva a Scherer, che a Suwarow, ritardato solamente dalle piogge insolite, che avevano fatto gonfiare oltre modo i fiumi ed i torrenti, si accostava: il che avrebbe del tutto fatto prevalere il nemico se prima dell'arrivare del Russo non ristorava la fortuna cadente. Ricordavasi delle antiche vittorie, considerava esser quei medesimi Francesi, vincitori di tante guerre, avvertiva, quelle terre medesime, sulle quali insisteva essere state poco tempo innanzi testimonio di tante e sì gloriose loro fazioni. Mosso da tutto questo, nè mancando anche d'animo per se medesimo, si risolveva a cimentarsi di nuovo col nemico, sperando che Magnano avrebbe restituito le cose perdute a Verona. Dall'altro lato il generale Austriaco, non fuggendo il tentar la fortuna da se solo, agognava ancor esso la battaglia, perchè non voleva dar tempo al nemico di riordinarsi, e riaversi dall'impressione delle rotte precedenti, nè lasciar raffreddare l'impeto de' suoi tanto più imbaldanziti dalle vittorie recenti, quanto più le avevano acquistate, mentre era ancor fresca la memoria di tante loro sconfitte. Forse ancora Kray nel più interno del suo animo desiderava una nuova battaglia per operare, che per suo mezzo la guerra fosse del tutto vinta innanzi che arrivassero il generalissimo Melas, ed il forte maresciallo di Paolo. Se tale fu il suo pensiero, come è da credersi, e' bisognerà confessare, ch'egli avesse una gran fede in se medesimo, e nissun dubbio della vittoria; perchè se perdeva coi possenti ajuti tanto vicini, avrebbe meritamente incorso molta riprensione per aversi commesso colle sole armi Austriache alla fortuna. Ivano all'affronto i due nemici divisi in tre schiere, il dì cinque aprile. La destra dei repubblicani guidata da Victor e Grenier marciava all'assalto di San Giacomo: la mezzana governata da Montrichard e Hatry, sotto guida suprema di Moreau, doveva sloggiare l'inimico da' suoi posti tra Villafranca e Verona. La sinistra sotto la condotta di Serrurier aveva il mandato d'impadronirsi di Villafranca e di andarsi approssimando all'Adige. Delmas, soldato animoso, e molto arrischiato, accennava con un po' di antiguardo a Dossobono per fare spalla alla mezzana. Il generale Austriaco col fine di superare il campo di Magnano, e di cacciare i Francesi oltre il Tartaro ed il Mincio, aveva ordinato i suoi per modo che il generale Zopf guidasse la destra, Keim la mezzana, ed il generale Mercatin la sinistra: un antiguardo condotto da Hohenzollern assicurava Zopf, ed un grosso retroguardo di tredici battaglioni sotto guida di Lusignano, non obbligandosi a luogo alcuno, era presto per accorrere ai casi improvvisi, e soccorrere quella parte che inclinasse. Al tempo stesso Kray aveva comandato al presidio di Legnago, che uscisse a percuotere nel fianco destro del nemico, ed a Klenau, che turbasse viemaggiormente le rive del Po. Sorgeva una fierissima battaglia; benchè i Francesi fossero inferiori di numero guadagnavano nondimeno, valorosissimamente combattendo, del campo, e facevano piegar l'inimico. Si vedeva in tutto questo ed il valore solito dei soldati repubblicani, e la perizia dei loro capitani. Serrurier, risospinto prima ferocemente da Villafranca, fatto un nuovo sforzo, e riordinati i suoi, se ne impadroniva. Delmas si spingeva ancor esso avanti; Moreau il seguitava con eguale prudenza e valore. Victor e Grenier sforzavano San Giacomo, e vi si alloggiavano.
Volle Kray rompere Moreau con aver fatto girar un grosso corpo a fine di attaccar il Francese alle spalle, ed al tempo medesimo urtava impetuosamente Delmas. Questa mossa ottimamente pensata poteva trarre a duro partito Moreau, s'ei non fosse stato quell'esperto capitano ch'egli era. Ma risolutosi incontanente su quanto gli restava a fare in sì pericoloso accidente, invece di camminare dirittamente, si voltava con grandissima audacia a destra, ed assaltava sul destro fianco coloro, che disegnavano di assaltarlo alle spalle. Per questa tanto bene ordinata mossa gli Austriaci furono rotti, e fugati verso Verona, a cui si accostavano Delmas e Moreau con le altre due schiere compagne: già il terrore assaliva la città. Pareva in questo punto disperata la battaglia pei Tedeschi: ma Kray ordinava a nove battaglioni del retroguardo, che si spingessero avanti, condotti dal generale Lattermann, ed urtassero il nemico, tre da fronte a sinistra, cinque di fianco. Fu questo urto dato con tanto ordine ed impeto, che i Francesi, svelta per forza la vittoria dalle loro mani, se ne andarono rotti in fuga. Così chi aveva vinto con sommo valore, era stato vinto con pari valore. A questo decisivo passo ordinarono Scherer e Moreau un po' di retroguardo, che loro restava, quest'era l'ultima posta, e mandatolo contro il nemico insultante, non solamente ristoravano la fortuna della battaglia, ma ancora rompevano del tutto la mezzana schiera degl'imperali, e fugavano Keim fin quasi sotto alle mura di Verona. Restava un ultimo rimedio a Kray; quest'erano i restanti battaglioni del retroguardo. Se essi fallivano, la fortuna Austriaca era vinta, ed i trionfi dei Francesi ricominciavano su quelle terre già tanto famose per le segnalate fatiche loro. Serraronsi i freschi battaglioni Alemanni, adoperandosi virilmente Lusignano sui Francesi con un incredibile furore. Non piegarono i repubblicani, ma s'arrestarono: nasceva un urtare, un riurtare tale, che pareva che più che uomini tra di loro combattessero. Stette lungo spazio dubbia la vittoria, e già, checchè la fortuna apparecchiasse ad una delle parti, era per ambedue salvo l'onore. Finalmente la tenacità Tedesca prevaleva all'impeto Francese; i repubblicani furono piuttosto che cacciati, svelti dal campo di battaglia. Rotto l'argine, precipitaronsi impetuosamente contro i vinti i vincitori, e ne fecero una strage grandissima. La schiera di Serrurier, che si era conservata intiera, e tuttavia teneva Villafranca, fu costretta a mostrar le spalle al nemico, non senza scompiglio nelle ordinanze, pel caso improvviso, lasciando il fardaggio, le artiglierìe, ed i feriti in poter del vincitore. Non fu fatto fine al perseguitare, se non quando sopraggiunse la notte. Perdettero i repubblicani più di quattromila soldati tra morti e feriti, con tremila prigionieri: rimasero in preda al vincitore diciasette pezzi d'artiglierìa, con salmerìe, munizioni e bagaglie in quantità. Noveraronsi fra i feriti Beaumont, Dalesme, Pigeon e Delmas. Nè fu la vittoria senza sangue per gl'imperiali, perchè desiderarono circa tremila soldati tra uccisi e feriti. Quasi un ugual numero erano venuti come prigionieri in mano dei Francesi, ma la più parte furono riscattati durante la rotta. Mercantin, capitano in molta stima presso gli Austriaci sì pel suo valore, come per la dolcezza della sua natura, fu tra gli uccisi. Morirono altri uffiziali di grado e di nome, fra i quali il maggiore Voggiasi, che avendo combattuto valorosamente nel precedente fatto di Legnago, si era meritato la croce di Maria Teresa. Durò la battaglia dalle ore sei della mattina sino alle sei della sera. Il valore vi fu uguale da ambe le parti, la vittoria utilissima alle armi imperiali. Spianò Kray col suo valore la strada alle vittorie di Melas e di Suwarow.
Scherer, scemato il numero de' suoi, e scemato altresì l'animo loro per le sconfitte, dopo di aver fatto alcune dimostrazioni, come se volesse fermarsi sul Mincio, si deliberava a ritirarsi sulla sponda destra dell'Adda, per ivi fare opera, se ancora possibil fosse, di arrestar l'inimico, e difendere la capitale della Cisalpina. A questa deliberazione, piuttosto inevitabile che volontaria, dava motivo la grande superiorità del nemico, accresciuto dalle forze Russe per guisa che sommava a sessantamila combattenti, non noverati quei di Wukassowich e di Klenau, che romoreggiavano sui corni estremi, mentre il suo, tolti i pressidj, ch'era obbligato a lasciare in Mantova ed in Peschiera, ed in altre fortezze di minor importanza, non passava i ventimila. La medesima deliberazione rendevano necessaria i progressi fatti, e che tuttavia facevano Wukassowich e Klenau, il primo verso i monti sulla sinistra dei repubblicani, il secondo sulle rive del Po, dove metteva ogni cosa a romore. Si levavano i popoli a calca al suono delle vittorie Tedesche, e dell'arrivo dei Russi, gente strana, e riputata d'invincibile valore, non considerando, se il dominio Austriaco e Russo avesse a mostrare maggiore benignità, che quello che volevano levarsi dal collo. Ma il presente sempre noja i popoli, mentre il futuro gli alletta, perchè giudicano del primo col senso, del secondo coll'immaginazione.
Bene è da condannarsi, che i comandanti Russi ed Austriaci queste mosse popolari in paesi estranei a loro con parole, con iscritti e con fatti suscitassero e fomentassero. Perciocchè nelle sollevazioni dei popoli, e nelle guerre civili ogni più peggior male si contiene, ed ai forestieri; che non possono vincere con le sole armi, l'umanità prescrive che se ne astengano, e che lascino riposare altrui. Le guerre bisogna lasciarle fare a chi ha il carico di farle, non a chi ha il carico di pagarle. Oltre a ciò, siccome gli eventi delle guerre sono sempre dubbj, poco umana cosa è il sollevare i popoli contro coloro, che possono tornare a vendicarsi. Queste sommosse molto ajutavano gl'imperiali, perchè intimorivano gli avversarj, tagliavano le strade, e davano spiatori utilissimi ai nuovi conquistatori. Esse erano più o meno forti, secondo le varie inclinazioni dei luoghi, ma molto romorose nel Polesine e nel Ferrarese. Grandi tempeste ancora si levavano contro i Francesi nel Bresciano e nel Bergamasco: Wukassowich vi trovava molto seguito.
Arrivati i Francesi sulle sponde dell'Adda, fiume assai più grosso, e di rive più dirupate che il Mincio e l'Oglio non sono, nel seguente modo vi il alloggiavano. Serrurier con la sinistra custodiva le parti superiori del fiume, stanziando a Lecco sul lago, dove aveva una testa di ponte fortificata, a Imbezzago ed a Trezzo. In quest'ultima terra si congiungeva con la battaglia, o mezzana schiera, alla quale erano preposti Victor e Grenier, e che, sprolungandosi a destra, si distendeva sino a Cassano. Possedeva sulla destra del fiume una testa di ponte con trincee munite di artiglierìe, ed oltracciò le artiglierìe del castello dominavano questa parte. Un grosso di cavalleria (perchè essendo Cassano posto sulla strada maestra per a Milano, i repubblicani presumevano che i confederati avrebbero fatto impeto contro di questa terra), stava pronto, alloggiato essendo dietro a Cassano, ad accorrere, ove d'uopo ne fosse. La destra sotto la condotta di Delmas, si sprolungava lungo l'Adda, con assicurare Lodi e Pizzighettone. Quest'era l'alloggiamento preso dai Francesi sulle rive dell'Adda, in cui giudicarono poter arrestare il corso alla fortuna del vincitore. Intanto una grande mutazione si era fatta nel governo supremo dell'esercito. I soldati repubblicani stimandosi invincibili, perchè non soliti ad esser vinti, avevano concetto un grandissimo sdegno contro Scherer, di tutte le loro disgrazie accagionandolo. I meno coraggiosi si erano anche perduti d'animo, e questo sbigottimento di mano in mano si propagava: l'immagine di Francia già s'appresentava alla mente dei più, e quelle terre Italiane diventavano loro odiose. Le subite ed estreme mutazioni dei Francesi davano a temere ai capi per modo, che dubitavano aver presto a contrastare non solamente col nemico, ma ancora con la cattiva disposizione dei propri soldati. Già si mormorava contro Scherer, ed il meno che dicessero di lui, era, che non sapeva la guerra. Certo, essendo tanto declinato del suo credito, ei non poteva più oltre governar con frutto, e la confidenza ed il coraggio dei soldati per nissun altro modo potevano riaccendersi, che con quello di mutar il capo, e di surrogargli un generale amato da loro e famoso per vittorie. Videsi Scherer queste cose, e conformandosi al tempo, rinunziò al grado, con rimetterlo in mano di Moreau, e con pregare il direttorio, che commettesse in luogo di lui la guerra al capitano famoso per le Renane cose. Piacque lo scambio: Scherer, confidate le sorti Francesi al suo successore, se ne partiva alla volta di Francia. I repubblicani intolleranti di disgrazie l'accusarono in varie guise; ma se la disciplina non era buona, ciò dai cattivi esempi precedenti si doveva riconoscere. Quanto alla perizia nell'arte della guerra, non si vede di quale altro fatto si possa biasimare, se non di non aver corso gagliardamente, e senza posa contro Verona nella giornata dei ventisei, quando, rotta l'ala destra Austriaca, si era fatto signore del passo del fiume. Del rimanente il disegno principale di questo stesso fatto dei ventisei, e così quello dell'asprissima battaglia di Magnano, non sono se non da lodarsi, nè la sua ritirata dall'Adige all'Adda in circostanze tanto sinistre mostra un capitano di poco valore: ma l'aver fatto guerra infelice in Italia in memoria tanto fresca di Buonaparte nocque alla sua fama, ed accrebbe l'impazienza dei repubblicani. Da un altro lato non si debbe defraudare della debita lode Moreau per aver consentito al recarsi in mano il governo di genti vinte, e quando già poca o niuna speranza restava di vincere. Sapeva egli, che il difendere lungo tempo le rive dell'Adda contro un nemico tanto potente, non era possibile: ma andò considerando, che il cedere senza un nuovo esperimento la capitale della Cisalpina, che aveva i suoi soldati congiunti co' suoi, e che era alleata della Francia, gli sarebbe stato di poco onore, ed oltre a ciò voleva, con ottenere qualche indugio, dar tempo al munire di provvisioni le fortezze del Piemonte. In questo mezzo arrivavano alcuni ajuti venuti di Francia, dal Piemonte, e dalla Cisalpina. Per tutto questo deliberossi di voltar il viso al nemico, e di provare se la fortuna fosse più favorevole alla repubblica sulle sponde dell'Adda, che su quelle dell'Adige.