Arrivava Suwarow a fronte del nemico, e senza soprastare, si risolveva a combatterlo. Suo pensiero era stato, dappoichè aveva il freno dei collegati, d'insistere sulla destra verso i monti, piuttosto che seguitare il corso del Po, perchè desiderava di disgiungere i Francesi, che combattevano in Italia, da quelli che guerreggiavano nella Svizzera. Per la qual cosa andava radendo le falde dell'Alpi, ed amò meglio tentare il passo del fiume più verso il lago, che verso il Po. Divideva, come i Francesi, i suoi in tre parti: commetteva la prima che marciava a destra al generale Rosemberg, che aveva con se Wukassowich, guidatore dell'antiguardo. Questa parte aveva il carico di aprirsi il varco in qualche luogo vicino al lago. La seconda, cioè la mezzana guidata da Zopf e Ott, doveva far opera di passare in cospetto di Vaprio, e d'impadronirsi di questa terra. Finalmente la terza, che camminava a sinistra, commessa al valore del generalissimo Austriaco Melas, andava porsi a campo a Triviglio contro l'alloggiamento principale dei Francesi a Cassano. Francesi e Russi, nuovi nemici, eccitavano l'attenzion del mondo.

Serrurier, dopo di aver combattuto, e respinto con sommo valore i Russi condotti dal principe Bagrazione, che avevano assaltato la testa del ponte di Lecco, aveva, ritirandosi per ordine di Moreau verso il centro, lasciato alcune reliquie di un ponte di piatte rimpetto a Brivio, per cui egli si era trasferito oltre il fiume. La notte dei ventisei aprile Wukassowich di queste reliquie presentemente valendosi, ed avendo riattato il ponte, varcava, e s'insignoriva di Brivio, dove non trovava guardie di sorte alcuna. Nè noi possiamo restar capaci, come in tanta vicinanza del nemico, ed in tanto sospetto di una battaglia imminente, i Francesi non abbiano riguardato questo passo importante con un gagliardo presidio. Passato, correva Wukassowich la vicina contrada, e non trovava vestigia di nemico, se non se ad Agliate, ed a Carate. Ciò non ostante molto pericolava la sua squadra, se le altre non avessero passato nel medesimo tempo. Andava Suwarow accompagnato da Chasteler generale dell'imperator Francesco, capitano audacissimo e di molta sperienza, sopravvedendo i luoghi per trovar modo di passare all'incontro di Trezzo. Pareva anche agli ufficiali, che soprantendevano l'opera delle piatte, e del passare i fiumi, il varcare impossibile per la rapidità e profondità delle acque, e per la natura rotta e scoscesa delle grotte. Tuttavia non disperava dell'impresa Chasteler; però fatto lavorar sollecitamente i suoi soldati nel trasportar le piatte e le tavole necessarie, tanto s'ingegnò, che alle cinque della mattina del ventisette mandava a pigliar luogo sulla destra un corpo di corridori, che vi si appiattavano, senza che i Francesi se ne accorgessero, e poco poscia passava egli stesso con tutte le genti della mezza schiera armate alla leggiera. Parve cosa strana a Serrurier, il quale, udito del passo conseguito da Wukassowich, marciava per combatterlo, e si trovava a Vaprio. Ma da quell'uomo valente ch'egli era, raccolti subitamente i suoi, anche quelli che erano stati fugati da Trezzo, ingaggiava la battaglia col nemico, non ben ancor sicuro della possessione della destra riva. Piegava al durissimo incontro l'antiguardo dei confederati, e sarebbe stato intieramente sconfitto, se non arrivava subitamente al riscatto con tutta la sua schiera l'Austriaco Ott. Si rinfrescava la battaglia più aspra di prima tra Brivio e Pozzo. Mandava Victor alcuni reggimenti dei più presti in aiuto di Serrurier, il quale valorosissimamente instando, già era in punto di acquistare la vittoria, quando giungevano in soccorso di Ott le genti di Zopf, e facevano inclinar la fortuna in favor degli alleati; perchè dopo un sanguinoso affronto cacciarono i Francesi da Pozzo, e gli misero in fuga. Un colonnello Austriaco fu morto in questo combattimento, il generale Francese Baker fatto prigione. Ingegnossi Grenier di raccozzare a Vaprio le genti rotte, ma indarno, perchè assaltato dagli Austriaci e Russi fu rotto ancor esso, ed obbligato a ritirarsi frettolosamente. Era accorso Moreau in questo pericoloso punto, ma la sua presenza non valse a ristorare la fortuna della battaglia. Per questa fazione fu Serrurier respinto all'insù, ed intieramente separato dall'altre parti dell'esercito.

Mentre nel raccontato modo si combatteva fra le due schiere superiori, Melas più sotto non se n'era stato ozioso. Avevano i Francesi con forti trincee munito una testa di ponte sul canale Ritorto, pel quale avevano l'adito libero sulla riva sinistra. Melas, che sebbene fosse già molto innanzi con gli anni, era nondimeno uomo di gran cuore, assaltava col fiore de' suoi granatieri questa testa di ponte; ma vi trovava un duro intoppo, perchè con estremo valore ostarono i Francesi, ed anzi parecchie volte il ributtarono. Infine dopo molto sangue e molte morti, superava tutti gl'impedimenti, e si rendeva padrone del passo del canale Ritorto. Restava a superarsi, opera molto più difficile, la testa del ponte sull'Adda molto fortificata. Quivi fuvvi il medesimo furore per l'assalto, il medesimo valore per la resistenza. Ma crescevano ad ogni momento i soldati freschi ai confederati, per modo che spingendosi avanti sui cadaveri dei loro compagni, che quasi pareggiavano il parapetto, con le bajonette in canna superarono il passo, e fecero strage del nemico. Moreau, che in questa orribile mischia si era mescolato coi combattenti, comandava a' suoi, che, abbandonato e rotto il ponte, si ritirassero. Ciò mandarono ad effetto, aspramente seguitati dal nemico. Ebbero comodità di rompere, non tutto, ma solamente una parte del ponte: sulla opposta riva attendevano a riordinarsi. Ristorava prestamente Melas il ponte, ed una nuova, ed ugualmente aspra battaglia ingaggiava coi repubblicani, che animati dalla presenza e dai conforti del loro generalissimo virilmente si difendevano. Ma già la fortuna più poteva che il valore; già tutte le schiere superiori erano o separate, o volte in fuga, e già, oltre la schiera di Melas passata a Cassano, una novella squadra, che aveva varcato a San Gervasio, urtava i Francesi per fianco: già Moreau medesimo era in pericolo di esser preso dai vincitori, che il cingevano d'ogn'intorno.

Altro consiglio non gli restava se non quello di partirsi prestamente con tutte le sue genti, lasciando intieramente la vittoria in poter di coloro, che l'avevano acquistata. Ma questa risoluzione non era facile a condursi ad effetto, perchè gli Austriaci vincitori da ogni parte baldanzosamente instavano. Pure pel disperato valore de' suoi soldati, che amavano meglio perdere la vita, che il loro capitano, Moreau si riscattava da quel duro passo, e perduta intieramente la battaglia, e lasciato Milano sicura preda ai confederati, gli parve di condurre a presti passi l'esercito sulla destra sponda del Ticino. Melas e Suwarow si ricongiunsero a Gorgonzola. Da quanto si è fin qui raccontato si vede, che nissuna speranza di salute restava a Serrurier. Fu assaltato dai due corpi riuniti di Rosemberg e di Wukassowich. Si difendeva con un valore degno di lui e de' suoi soldati; e sebbene il combattimento fosse tanto disuguale pel numero, tanto fece, che si condusse intero a Verderia, e quivi affortificatosi con molta prestezza ed arte attendeva a difendersi. Ma essendosi finalmente accorto dal continuo ingrossar del nemico, dell'infelice successo della battaglia sulle altre parti, e tempestando da tutte le bande le artiglierìe nemiche sopra uno spazio assai ristretto, chiese i patti, e gli conseguì molto onorevoli. Gli ufficiali avessero la facoltà di tornarsene sotto fede in Francia, i soldati fossero i primi ad avere gli scambi. Combatterono in questo fatto con molta fede e valore i reggimenti Piemontesi condotti dal generale Fresia. Serrurier e Fresia furono trattati umanamente dai vincitori. Un presidio lasciato in Lecco sotto il colonnello Soyez, imbarcatosi sul lago, e giunto con prospera navigazione a Como, arrivava a salvamento sulle rive del Ticino; difficile, e coraggiosa impresa. Mancarono in questa battaglia di Cassano, che fu una delle più aspre e sanguinose che si siano vedute, dei Francesi meglio di due mila uccisi, ed altrettanti feriti: cinque mila prigioni vennero in poter del vincitore; tra questi Serrurier, Baker e Fresia. Furono scemati gl'imperiali di tre mila soldati o morti, o feriti. Molte armi e bandiere conquistate accrebbero l'allegrezza loro. Più di cento cannoni venuti in poter loro attestarono massimamente la grandezza della vittoria. Errarono, come è evidente, i Francesi in questa battaglia, prima per aver troppo disteso le ali loro, poi per negligenza nel sopravvedere: il che diè comodità a Wukassovich ed a Chasteler di passare a Brivio ed a Trezzo; del resto combatterono col solito valore. Debbonsi lodare i confederati di un valor pari, di molta destrezza, e di maggior audacia nell'aver passato. Tuttavia, se non era Chasteler, che prestamente accorse in ajuto dei passati con genti fresche, la cosa si sarebbe ridotta dal canto dei confederati in gravissimo pericolo, e probabilmente la loro audacia sarebbe stata stimata temerità.

La vittoria di Cassano, che compiva quelle di Verona e di Magnano, e faceva tanto crescere il nome imperiale in Italia, recò in poter degli alleati tutta la Lombardia, ed il Piemonte. In tanta disuguaglianza di forze militari, ajutate dalle inclinazioni dei popoli, non si comprende come i Francesi si siano risoluti a lasciare tanti presidj nelle fortezze dei paesi abbandonati, era evidente, che sarebbero stati costretti a capitolare, atteso massimamente che le più non erano difendevoli lungo tempo. Mantova sola poteva, e doveva guardarsi, perchè abile a sostenersi, e ad aspettare i sussidj di Francia, e quanto portassero i destini da Napoli per opera di Macdonald. Se dopo le rotte di Verona e di Magnano, si fossero chiamati i presidj a congiungersi colla parte principale avrebbero potuto combattere del pari, e tenere in pendente la fortuna. Ma avendo voluto combattere spartitamente, furono anche spartitamente debellati, colpa o di soverchia confidenza in se stessi, o di poca avvertenza dei loro generali.

Le genti Russe più affaticate delle Austriache per lungo viaggio, si riposarono dopo la battaglia. Fu perciò commessa la cura a Melas di condurre quelle dell'imperatore Francesco in Milano già vinto prima che occupato. Importava altresì, che un paese Austriaco fosse dagli Austriaci ritornato alla consueta obbedienza. Vivevasi in Milano con grandissima sospensione di animi, perchè i reggitori della repubblica, con tutti gli addetti ed aderenti loro, non avevano altra speranza in tanta mutazione di fortuna, che quella di salvarsi esulando in Francia. I partigiani del governo antico sollevavano gli animi a grandi speranze, e si promettevano nella depressione altrui l'esaltazione propria. Ognuno pensava od a fuggire la tempesta che sovrastava, od a farla fruttificare in suo pro. Gli amatori del governo imperiale buoni compassionavano i repubblicani, stimandogli piuttosto fanatici che malvagi, i cattivi gli volevano perseguitare, i pessimi denunziare, i profligati calunniare. Questi umori covavano. Era un gran fatto, che la sede di una repubblica riconosciuta dalla maggior parte dei potentati d'Europa, e che poc'anzi pareva, a tanti gloriosi gesti, ed alla forza dei Francesi appoggiandosi, che fosse per durare molti secoli, ora con tanto precipizio cadesse, ed al nulla si riducesse. Il pensare da una parte agli ordinamenti sì civili che militari, che vi regnavano, alle pompe che vi si spiegavano, ai discorsi che vi si facevano, agli scritti che vi si pubblicavano, ai trionfi che vi si menavano, alle imprese ed alla militare gloria di Buonaparte che vi risplendevano; dall'altra alla sembianza, ch'ella, non che fra pochi dì, fra poche ore avrebbe, dee soprapprendere con maraviglia e con istupore qualunque uomo, anche di quelli che più sono avvezzi a considerare queste umane vicissitudini. Sapevano i capi della repubblica, quale ruina sovrastasse, ma le cattive novelle si celavano al volgo, ed inorpellate cose si dicevano, ora di vittorie francesi, ora di alloggiamenti insuperabili da loro fatti, ora di fiumi impossibili a varcarsi, ora di mosse maestrevoli e sicure eseguite dai repubblicani, ora di una apprestata per arte, e prossima ruina di tutte le genti imperiali: questa fama nutricavano diligentemente, e con ogni studio. Con questo falso corrompevano il vero; i popoli si confondevano. In su questo, ecco arrivare a porta Orientale dalla parte di Cassano soldati repubblicani alla sbandata, carri di feriti, fastelli di munizioni e di bagaglie, armi sanguinose, ogni cosa retrograda. Principiava il popolo a fare discorsi ed adunanze; la sera cresceva il terrore degli uni, l'ansietà degli altri. Partivano; scortati da qualche squadra di cavalleria alla volta di Torino i direttori della repubblica Marescalchi, Sopransi, Vertemati-Franchi, e con loro quasi tutti coloro, che, o nei gradi fossero, o no, avevano maggiormente partecipato del governo repubblicano. Portò il direttorio con se denaro del pubblico, di cui una parte mandava a Novara: venne poco dopo in poter degli alleati. Rimase in Lombardìa Adelasio, uno dei quinqueviri, avendo trovato grazia appresso agl'imperiali per aver loro svelato i depositi dei denari, e degli archivj della repubblica. Degli altri repubblicani Italiani che fuggivano, e con loro le donne ed i figliuoli, che erano uno spettacolo compassionevole, i più se ne partivano poveri, perchè ai ladronecci avendo mostrato piuttosto sdegno che imitazione, potevano meglio essere accusati d'illusione che di vizj. Nè il duro dominio, di cui erano stati testimonj e vittime, nè le Tedesche grida che loro suonavano alle terga, gli svegliavano dal lusinghevole sonno; che anzi varcando miseri, esuli, e squallidi le Alpi durissime, andavano ancora sognando la loro felice repubblica, sì forte era la malattia, che gli occupava. Quanto a quelli che non avevano sognato, le stesse Alpi in cocchi dorati coi depredatori della patria loro varcavano.

Arrivava il vincitore Melas il dì ventotto aprile in cospetto della città. Gli andavano all'incontro sino a Cressenzano, l'arcivescovo, ed i municipali. Poco dopo entrava trionfando, accorrendo il popolo in folla, e con lietissime grida salutandolo. Udivansi le voci: Viva la religione, viva l'imperatore Francesco secondo. Cresceva ad ogni momento la calca; pareva, che tutta la città si versasse a vedere, ed a salutare i soldati, e le insegne dell'antico signore. La sera si accesero i lumi alle case, si fecero cantate, balli, fuochi d'allegrezza: dimostrazioni tutte, che si erano fatte per lo innanzi ad ogni novella di rotte Austriache. La bontà del popolo Milanese risplendette in questo importante fatto: non fece ingiuria, nè minaccia ad alcuno. Ma quando arrivò la gente del contado, s'incominciarono le persecuzioni contro i giacobini, o veri o supposti, e andò a sacco il palazzo del duca Serbelloni. Per frenar il furore di quest'uomini facinorosi in paese tanto riputato per la dolcezza degli abitatori, l'amministrazione temporanea, che si era creata, esortava il popolo ad astenersi da ogni ingiuria, ed a non contaminare con insolenze e persecuzioni l'allegrezza comune. Avvisava inoltre, che chi non obbedisse, sarebbe castigato. Volendo Melas, ed il commissario imperiale Cocastelli dare maggior nervo a queste esortazioni, avvertivano, che al governo solo s'apparteneva la punizione de' rei, e che chi s'arrogasse vendette private, o turbasse il pubblico, sarebbe senza remissione punito militarmente. A questo modo si frenarono in Milano le intemperanze popolari. Solo, poco tempo dopo, si udì il mal suono, che erano stati arrestati alcuni dei capi dello stato repubblicano, che poi si mandarono carcerati alle bocche di Cattaro. Fu questa, non so se cautela o castigo, cagione di grave dolore e terrore, perchè i presi erano uomini ragguardevoli per dottrina e per virtù. Si sentiva tosto un'altra voce sinistra, che le cedole del banco di Vienna avessero a spendersi come contante: parve enorme in quel fiorito paese, in cui era ignota la peste delle carte pecuniarie. Incominciossi a temere delle persone e degli averi: ciò contaminava l'allegrezza recente. Arrivava intanto Suwarow; il guardavano come un nuovo uomo: disse all'arcivescovo, essere venuto a rimettere la religione in fiore, il papa in seggio, i sovrani in onore. Si maravigliavano i popoli a tanto amor del papa: si taceva che fosse scismatico. Soggiunse ai municipali venuti a fargli riverenza, che gli vedeva volentieri; che solo desiderava, che come suonavano le parole loro, così avessero i sentimenti. Dal che si vede, che Suwarow vecchio se ne intendeva.

Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il consigliasse il procedere dell'avversario: quest'erano, o di premere a destra per disgiungere i Francesi d'Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare sulla stanca, passando il Po, per impedire la congiunzione di Macdonald con Moreau. Sulle prime, non ben certo della risoluzione del generale di Francia, accennava all'una parte ed all'altra, mandando dall'un lato Wukassowich grosso ad invadere il Novarese ed il Vercellese, dall'altro Rosemberg, grosso ancor esso a romoreggiare sul Vogherese. Così aspettava a pigliare deliberazioni più risolute, secondo che insegnassero gli andamenti del nemico.

Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a quindici mila combattenti, aveva considerato, che senza pericolo di estrema ruina, non poteva starsi a difendere la fronte del Ticino, siccome quella che era troppo estesa, e non corroborata da alcuna fortezza. Pertanto si era risoluto ad abbandonarla, portandosi più indietro. Ma a quale parte gli convenisse condursi, stava in dubbio; perchè o doveva ancor egli pensare al tenersi accosto all'Alpi per consentire con Massena, che continuava a combattere aspramente in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po per dar la mano a Macdonald, al quale aveva mandato ordine, che da Napoli partendo, e prestamente viaggiando venisse a congiungersi con esso lui sulle sponde della Trebbia. Elesse questo secondo partito, nè perchè non si sia deliberato a condursi direttamente a Genova, passando il Po tra Pavia e Voghera, a noi non appare, se forse non fu per dar animo con la sua propinquità ai comandanti delle fortezze assediate di sostentarsi. Per la qual cosa visitato Torino, e quivi informatosi diligentemente, se le strade da Genova a Piacenza fossero praticabili per le artiglierìe, nè temendo di essere seguitato così presto, perchè i grossi torrenti del Canavese si erano per le pioggie smisurate gonfiati strabocchevolmente dietro a lui, e le strade ne erano soffocate, conduceva l'esercito nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un sito molto forte. L'ala sua destra era assicurata da Alessandria e dal Tanaro, la sinistra da Valenza e dal Po. Per tal modo non abbandonava del tutto le pianure, e si teneva la strada aperta verso gli Apennini. Per la quale deliberazione del capitano di Francia fu necessitato Suwarow a fermare la guerra tra la destra del Po, e la catena di quei monti. Erano cinte d'assedio dagli alleati Peschiera, Pizzighettone, il castello di Milano, e Mantova. Ma non indugiarono lungo tempo ad arrendersi Peschiera ed il castello, fatto leggiere difese; Pizzighettone si tenne più lungamente, infine un caso fortuito di una conserva di polvere, che accesa da una bomba, aveva intronato tutta la terra, diè causa di dedizione ai difensori. Rimanevano in favor dei Francesi Mantova, intorno alla quale, siccome piazza di maggiore importanza, Kray si affaticava, e con Mantova tutte le fortezze del Piemonte. Ingrossati gli alleati dai corpi che avevano oppugnato le fortezze conquistate, e fatti arditi dalle sollevazioni dei popoli in loro favore, si accostavano a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza da quel forte nido, in cui si era ricoverato. Ma credendo, che egli fosse più debole, o i Francesi più perduti d'animo, in vece di andar all'incontro con forze grosse ed unite per venirne ad una battaglia giusta, giudicarono di poterlo snidare con dimostrazioni parziali, e con romoreggiarli all'intorno. Passarono i confederati, massimamente Russi, il dì undici maggio, il Po a Bassignana; i Francesi, essendo andati ad urtargli, gli ruppero, e tuffarono nel fiume. Ripassaronlo più grossi il giorno seguente, ed assaltarono virilmente i repubblicani; ma essi più virilmente ancora resistendo, rimasero superiori, ed uccisero gran numero d'imperiali; i superstiti cacciarono nel fiume. Nè quale utilità avessero questi assalti particolari, io non lo so vedere, perciocchè, quando puoi vincere con tutte le forze, non ti devi mettere a pericolo di perdere con una parte. Dall'altro lato Keim, acquistato Pizzighettone, era venuto ad ingrossare Rosemberg sulla destra del Po, e fatto forza contro Tortona, facilmente la recava in suo potere, essendosi i Francesi ritirati nel forte. Tentata invano l'ala sinistra di Moreau, avvisarono i confederati di far pruova, se minacciando sulla destra, il potessero sforzare alla ritirata. A questo fine si appresentarono molto grossi a San Giuliano, che accenna a Marengo, luogo vicino ad Alessandria. Ma Moreau, che conosceva l'arte, ed aveva penetrato l'intento del nemico, ricusava il combattere, difendendosi con la fortezza degli alloggiamenti. Ciò fu cagione, che Suwarow pensasse a fare il principale sforzo della guerra sulla sinistra del Po. Della qual cosa accortosi il generale di Francia, usciva, traversata la Bormida, dal suo campo, ed assaltava con impeto grandissimo Keim e Froelich, che avevano le stanze a San Giuliano, ed obbedivano a Lusignano. S'ingaggiava una battaglia molto viva, traendo i Francesi a scaglia, e caricando con la cavallerìa. Avrebbero anche vinto quella pugna, se per caso fortuito non sopraggiungeva con genti fresche Bagrazione, che entrando nella battaglia nel momento, in cui già i confederati piegavano, gli sostenne, ed obbligò Moreau a tirarsi indietro. Ritirossi infatti, ma intiero e minaccioso, tornando nel suo sicuro alloggiamento fra i due fiumi. Fu sanguinosa la zuffa da ambe le parti, ed ambedue si attribuirono la vittoria. Così Moreau dimostrava, che era ancor vivo, e che gl'infortunj presenti non gli avevano tolto nè la mente, nè la fortezza d'animo.

Oramai la guerra, che gli romoreggiava tutto all'intorno, lo sforzava a far nuove deliberazioni. Wukassowich, accompagnato da un principe di Roano, conquistato il Vercellese, si era fatto avanti sino alle prime terre del Canavese, e tutto vi metteva a romore. Keim ancor egli tempestava sulla destra del Po, per modo che il generale Francese si trovava spuntato da ambi i lati. Oltre a ciò i popoli del Canavese, condotti da preti e frati si erano levati a calca contro i repubblicani. Mondovì parimente si muoveva contro di loro; Fossano e Cherasco il seguitavano. Ceva incitata da un ufficiale Tedesco di singolare audacia, prese le armi, tumultuava. Alba si sommuoveva, e creato il suo vescovo Pio Vitale, comandante delle armi, si avventava contro i Francesi ed i democrati del paese. Si commisero sotto l'imperio del vescovo atti di grande crudeltà. Asti stesso tanto vicino al campo di Moreau, invaso da contadini armati, e stimolati da alcuni curati, di cui avevano le lettere, vide saccheggiarsi il palazzo municipale, e la chiesa del Carmine da questa plebe sfrenata, che gridava viva la fede, viva San Secondo! Il presidio Francese non penò poco a cacciargli: pure finalmente gli cacciò, uccidendone un centinajo. Poi venne il generale Meusnier saccheggiando il paese per punirgli, e ne fece per giudizj militari uccidere un altro centinajo. I compagni gli gridavano martiri. Le terre Astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau. Pensava egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che non era più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e Fossano, e lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi alle stanze di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle di Tenda, e per la valle dell'Argentera. Mandava una grossa banda a castigare Mondovì; come i sollevati a niuna cosa avevano perdonato, che fosse, o paresse, o si supponesse a loro contraria, nemmeno alle donne di coloro che chiamavano a morte, perciocchè crudelmente le svillaneggiavano e stupravano; così i repubblicani parimente a niuna cosa perdonarono, non salvando nemmeno l'onestà dei monasterj delle donne. Preti e frati, capi delle sommosse, dopo di aver ucciso crudelmente i repubblicani, furono essi medesimi uccisi soldatescamente dai repubblicani. In mezzo a questi atroci accidenti, di cui ambe le parti si rendevano ree, Buronzo del Signore, arcivescovo di Torino, mandava fuori, a petizione di Musset, commissario di Francia, lettere pastorali lodatrici del governo repubblicano, e pareggiatrici delle sue massime a quelle del Vangelo. Poi crescendo vieppiù la rabbia dei popoli, pubblicava una pastorale esortatoria, in cui molto amorevolmente citando frequenti passi delle sacre scritture, confortava i popoli a quietare, e ad obbedire ai magistrati. Questi erano veri ufficj di pastore delle anime; ma la rabbia, e la concitazione degli altri cherici erano più potenti delle amorevoli esortazioni dell'arcivescovo: dicevano, che le faceva per forza, e forse era vero; altri il chiamavano giacobino. Da Cuneo il generale della repubblica, lasciatovi un forte presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di genti, sul destro dorso degli Apennini.