Partiti i Francesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte, che Moreau passando per Torino aveva creato di quattro persone, Pelisseri, Russignoli, Capriata e Geymet, in surrogazione di Musset tornatosi in su quei primi romori, in Francia, andasse a far capo in Pinerolo, perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate da popoli quieti e nemici di ogni scandalo, davano un adito sicuro a ripararsi in Francia. Quivi concorrevano tutti i Piemontesi, ed altri Italiani, che avevano più speranza nella fuga, che nella benignità del vincitore. Le cose erano disperate: pure quest'uomini ingannati dalle solite fantasime, con grandissima acerbità sdegnati minacciavano ancora i nemici, ed incitavano i popoli ad armarsi in sostegno della repubblica. Per la partenza medesima dei soldati di Francia si moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La rabbia politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso ancora l'amore del sacco, e gli odj privati producevano questi effetti. Sorse ad accrescergli un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi dalle sue stanze di Voghera, il quale con parole aspre e minatorie spiegava le intenzioni imperiali: che gli eserciti vincitori mandati dall'Austria e dalla Russia in nome del legittimo sovrano del Piemonte verso il Piemonte volgevano il passo; che venivano per rimettere il re sul trono de' suoi augusti antenati, del quale per la perfidia loro l'avevano i suoi nemici detruso; che venivano, perchè la religione trionfasse, perchè il Piemonte da quel duro e tirannico giogo, al quale da' suoi oppressori era stato posto, si liberasse, perchè il mal costume, che essi in tutti i cuori andavano seminando, si spegnesse; che sapevano quale amore, quale fedeltà i Piemontesi portassero all'augusta casa di Savoja, la quale da tanti secoli con tanta gloria e sapienza gli aveva governati; gli esortavano pertanto ad armarsi per una causa nell'esito felice della quale tutta la felicità loro consisteva: pensassero ai loro antenati, quelle armi in mano di nuovo si recassero, che erano state sì spesso vittoriose contro il comune nemico; accorressero sotto le insegne dell'esercito vittorioso, ch'egli reggeva, si unissero, e sarebbero gl'impostori, che per opprimergli gli avevano ingannati, cacciati per sempre dalle terre loro; che alle armi gl'invitava solo pel sostegno della religione; che alle medesime gl'invitava solo per la conservazione delle proprietà: che i due imperatori, ed ei per loro, promettevano protezione, ed assistenza ai fedeli, perdono al deboli, castigo ai scellerati. Si armassero adunque, concludeva, si armassero, ed alle genti imperiali si accostassero: pensassero, quanto fosse pietoso il liberare il Piemonte dalla tirannide acerbissima dei giacobini; ciò da loro richiedere l'onore, ciò richiedere il dovere; non gli rattenessero le false promesse: solo valere il giuramento antico, non quello prestato ad un governo iniquo; le sublimi virtù dei due imperatori abbastanza dimostrare, che la fede sua nel promettere o benignità o castigo, viverebbe santa ed inviolata.
Queste parole atterrivano maravigliosamente gli uomini avversi, perchè sapevano, che Suwarow era uomo capace di fare più che non diceva. Dall'altro lato le genti stimolate si sollevavano: atroci fatti seguitavano parole incitatrici. Carmagnola, città vicina a Torino, si levava a romore, ed ammazzava i repubblicani che viaggiavano alla spicciolata: i repubblicani accorsi armatamente da Pinerolo ammazzavano i Carmagnolesi, ardevano le case loro, e davano inesorabilmente a morte i frati, autori della sommossa. Queste cose succedevano a ostro di Torino: a tramontana delle peggiori. Il Canavese, provincia dotata di popoli armigeri e fieri, vieppiù s'infiammava; vi sorgevano opere, parte da commedia, parte da tragedia. Un antico ufficiale in riposo d'Austria, che Branda-Lucioni aveva nome, giudicando che quello fosse tempo da prevalersene, si era fatto capo di villani armati, e già aveva corso sollevando, e depredando il Novarese ed il Vercellese, quando fermatosi in Canavese, pose la sua sede in Chivasso. Le turbe agresti che il seguitavano, erano andate, strada facendo, ingrossandosi: le chiamava masse cristiane. Questo Branda con le sue masse, quando arrivava in una terra, prima cosa, atterrava l'albero della libertà, e piantava in suo luogo una croce: quivi poscia s'inginocchiava, e stava un pezzo orando. Poi trovava il paroco, e si confessava e comunicava. Nè dimenticava la cura del corpo; perchè si dava al desinare, ed usava anche del vino immoderatamente: la massa cristiana vedeva spesso andar a onde il buon uomo. Nè gli importava, che due più che una volta le medesime cose nello stesso giorno facesse, perchè quanti villaggi visitava, tante le ripeteva. S'informava, se nella terra fossero giacobini, ed avveniva, che i giacobini erano sempre i più ricchi: erano messi o a taglia o a ruba. Chi non pagava, predato o carcerato, ma il pagar la taglia mezzo sicuro di riscatto. Due cappuccini aveva per segretari: preti, curati e frati l'accompagnavano con forche, picche, pistole e crocifissi. Frati erano d'ogni sorta e di ogni colore, ed armati in varie e strane guise: un curato accinto di pistole assai ben grosse, custodiva il passo della Stura. I villani seguitando facevano gesti e schiamazzi, parte ridicoli, parte tremendi. Il terrore dominava il Canavese. Non solo chi aveva opinione contraria, ma chi aveva o lite, o interesse contrario con alcuno di quest'uomini fanatici, era chiamato a strazi, a prigionìa, ed a morte. Nè preservava l'età, o la virtù, o l'innocenza; tutti erano da un incomposto furore lacerati. Sonsi vedute donne tratte, per opinioni o vere o supposte, alle ingiurie estreme da uomini sceleratissimi: sonsi veduti magistrati rispettabili legati con corde, e svillaneggiati con ogni obbrobrio da uomini facinorosi, che avevano anticamente, e sotto il governo regio chiamati a giustizia per commessi delitti: sonsi veduti vecchi infermi, o scempiati da queste masse furibonde, o fuggenti con istento la cieca rabbia, che gli perseguitava. Le matte cose, che questo Branda dava a credere alle sue masse, sono piuttosto di un altro mondo, che di questo; perchè diceva, che con bastoni e con pali avrebbe preso la cittadella di Torino, ed elle se lo credevano; che avrebbe preso Francia, e se lo credevano; che Gesù Cristo gli compariva, e se lo credevano; e preti e frati applaudivano, e più applaudivano, nelle meriggiane ore, che nelle mattutine. Credo, che scena simile a questa non sia stata al mondo mai. Intanto il buon uomo si prendeva le taglie, ed attendeva al vino. Infine, prima i preti timorosi, poi i villani sospettosi incominciarono a subodorar l'umore, e diedero mano al mormorare. Brevemente, vedendosi scoperto, si cansò, e temendo, che i generali Russi o Tedeschi, ai quali non piacevano le opere nefande, gli dessero premio secondo i meriti, andava domandando attestati di ben servito a questo ed a quello, massime ai preti: alcuni gliene diedero, o per compassione o per timore; i più gli ricusarono. Il vescovo, e la città di Novara sdegnosamente glieli negarono, fu posto pe' suoi portamenti in carcere a Milano, e vi stette tre mesi. Durerà lungo tempo la memoria di questo Branda in Canavese, come caso di credulità sciocca, e di furore pazzo. Ai tempi che seguirono, e quando i repubblicani tornarono in Piemonte, prevalse fra di loro l'uso, che chi parteggiava, o fosse creduto parteggiare pel governo regio, Branda da questo lepido capo si chiamasse. Intanto le masse sollevate continuavano, nè furono sciolte, se non quando i confederati, fatti più sicuri dalle vittorie, giudicarono, i moti composti essere migliori degl'incomposti.
Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornar all'antica obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il suo sito, molto accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierìe e delle munizioni, che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau, per la debolezza delle genti, che gli restavano, lasciar in Torino un presidio sufficiente, e dalla guarnigione della cittadella in fuori non vi era forza che potesse preservar la città quantunque fosse cinta di mura forti, ed ordinate, secondo l'arte, a difesa. Ad un recinto tanto largo appena avrebbe potuto bastare contro l'oppugnazione tutto l'esercito, che il generale di Francia aveva condotto oltre i sommi gioghi dei monti. Solo vi era dentro una guardia cittadina, che prima urbana, poscia nazionale chiamata, ed avendo oggimai a noja e le mutazioni e le guerre, e le grida di questo o di quello, intendeva solamente a conservare intatte le proprietà e le persone. Arrivava Wukassowich con genti regolari, e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva Fiorella, volersi difendere. L'Austriaco, occupato il monte dei Cappuccini, che dalla riva opposta del Po sopraggiudica la città, e piantatevi alcune artiglierìe, non grosse, ma da guerra sciolta, principiava da quel luogo rilevato a dar la batterìa; rispondevano, ma debolmente le artiglierìe della mura. Non facendo frutto con le palle, provò le bombe, perchè sapeva, che si resisteva piuttosto pel difetto delle armi, e delle genti necessarie ad espugnare, che per la sufficenza del presidio. S'accesero alcune case vicine alla porta di Po; il che fra quello strepito di artiglierìe accrebbe molto il terrore; già le menti commosse credevano approssimarsi l'estremo sterminio. In questo punto la guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori di Wukassovich; gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le turbe informi di Branda-Lucioni. Salvaronsi frettolosamente in cittadella i pochi soldati repubblicani, che alloggiavano in città, dei quali alcuni furono presi, altri uccisi. Già Torino non era più in poter di Francia, ma non era ancora del tutto in poter d'Austria, perchè su quel primo giungere le turbe contadinesche dominavano. Per primo fatto, ed in sul bell'entrare uccisero un Ghiliossi, ufficiale d'artiglierìa molto riputato, il quale, quantunque fosse in voce di amare il governo nuovo, si era mescolato, certo molto imprudentemente, coi circostanti per vedere passare quegli uomini arrabbiati. Scoperto, oh, ecco un giacobino, dissero, e tosto l'ammazzarono. Il suo cadavere fu lasciato giacere nel sangue lungo tempo, e ad esso con gli scherni e con gl'impropreri insultavano. Le feroci masse ebbre di rabbia e di vino, correvano le contrade, riempiendo l'aria di grida orribili; si promettevano il sacco. Un cavaliere Derossi, colla spada nuda in mano, gli guidava ed animava, e correndo con loro gridava, e faceva che gridassero Viva il re, viva la casa di Savoja, muojano i giacobini. In mezzo a queste grida la moltitudine sfrenata dava il sacco alle case Ferrero e Miroglio, ed al caffè di Scanz, a quelle come di giacobini, a questo per non so quale insegna repubblicana. Derossi faceva minacce a chi affacciatosi alle finestre, non gridasse: Viva il re. Mangiari di ogni sorta, e fiaschi di vino si calavano continuamente e so dire, molto volentieri, dalle finestre, perchè non era tempo da esitare. I villani gridavano senza posa, muojano i giacobini! dove sono questi giacobini? che ci si diano qua: che stiam facendo, che non gli ammazziamo tutti? Giacobini e non giacobini si nascondevano, perchè sapevano, qual discernimento abbia in simili casi il volgo. Insomma Torino pieno di spavento aspettava qualche gran ruina, e se i confederati non fossero stati presti ad accorrere, ed a frenare quegli uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che si temevano. Premevano gli animi di tutti i pensieri delle cose presenti e future.
Quando i tumulti, che avevano conquassato il Piemonte, alcun poco restarono, entrava a guisa di trionfatore il generalissimo Suwarow. Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Fu ammesso molto volentieri al bacio della pace, ed alla celebrazione dei divini misteri dall'arcivescovo Buronzo, il quale, dopo di aver lodato alcuni giorni prima la repubblica, ora chiamava nelle sue nuove pastorali il generale Russo, inviato del Signore, novello Ciro. Nè si oppose al vedere certe immagini, che si andavano vendendo, e che il volgo ignaro osservava maravigliando, nelle quali la Russia, l'Austria e la Turchia erano rappresentate con gli attribuiti della Santissima Trinità. Queste cose io narro bene a mala voglia; pure son costretto a narrarle per amor della verità, e perchè i nostri nipoti sappiano, quanto noi siamo stati pazzi.
Intanto Fiorella, che governava la cittadella, traeva con le artiglierìe; i confederati traevano contro di lui: era vicino un altro sterminio; i miseri Torinesi tra Francesi, Russi, Austriaci, repubblicani, regj, dalle paure e dai dolori non potevano respirare. Infine le due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne andava in sobbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella dalla parte della città, ed i Francesi non infesterebbero la città dalla cittadella. Era Suwarow continuamente veduto, e corteggiato dai nobili; i più savi consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.
Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba, massime in queste faccende di stato, più volentieri udiva i primi che i secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo le parzialità del luogo, o i desiderj dì vendetta. Gli pareva, sebbene fosse venuto dall'Orsa, che fosse oggimai tempo di riordinare lo stato, piuttosto che di alterarlo con le acerbità, che generano nuove nimicizie e nuovi sdegni. Chiamava a se il marchese Thaon di Sant'Andrea, e gli dava carico di riordinare i reggimenti del re. Il marchese con un acconcio manifesto esortava i soldati Piemontesi a tornare sotto le antiche insegne, promettendo, che si sarebbero perdonate le trasgressioni, e si aprirebbe volentieri il grembo a tutti gli sviati, che per le difficoltà dei tempi si erano voltati a servire ai governi nuovi, e che prontamente si rimettessero nell'obbedienza: a queste parole senza tardità i soldati si raccoglievano. Poi Suwarow consigliandosi col marchese medesimo, e con gli altri capi del governo regio creava, per dar forma alle cose sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio supremo, insino al ritorno del re. Riputando poi a proposito di lui il dare la potestà ai più affezionati, vi chiamava il marchese, i capi delle tre segreterìe, i primi presidenti del senato e della camera dei conti, l'avvocato, ed il procurator generale, l'intendente generale delle finanze, il contador generale, ed il reggente il controllo generale; voleva, che i magistrati antichi riprendessero gli uffizi; ordinava, che il consiglio supremo fra le leggi emanate dopo la partenza del re, scegliesse quelle che si dovessero conservare. Grave peso era addossato al consiglio: le cose scomposte oltre ogni credere, massimamente le finanze. Oltre la voragine della guerra, e le molestie, le fraudi, e le rapine degli amministratori degli eserciti Russo ed Austriaco, certamente non più continenti dei repubblicani, quei biglietti di credito laceravano lo stato. Per liberarsene, decretava che si spendessero, e nei pagamenti si accettassero, non a valor di segno nè di editto, ma a valor di cambio, deliberazione giusta in se rispetto ai particolari tra di loro, non rispetto al governo. Parve decreto enorme: gravi risentimenti aveva prodotto la legge precedente, che aveva scemato dei due terzi il valore dei biglietti, ma questa del consiglio, sancita, come si disse, a petizione del conte Balbo, soprantendente le finanze, del valore che solo valessero a valor di cambio, ne partorì dei più gravi. Oltrechè i possessori si trovarono offesi della differenza tra il valore edittale, e quel di cambio, la legge del governo istituito dai Francesi aveva offeso solamente gl'interessi privati, mentre questa offendeva gl'interessi privati ed il buon costume, ed aperse la porta ad abusi innumerabili; imperciocchè s'incominciò a far disegni, ed a negoziare sull'aggio, pessima corruttela dello stato sociale. Grande difficoltà era pure nel provvedere le vettovaglie necessarie alle popolazioni paesane, ed a tante genti forestiere; perchè la vernata essendo stata molto aspra, vi era estrema carestia; e siccome i più forti erano i primi a procacciarsele, così i vincitori, che si chiamavano amici ed alleati, se ne vivevano largamente, mentre gli uomini del paese pativano all'estremo dei cibi necessarj, ed erano tormentati dalle ultime necessità; alcuni se ne morirono di fame. I vincitori pascevano i cavalli coi granelli della saggina o sia meliga, che è il principal cibo dei contadini del paese, ed i Piemontesi affamati ne domandavano invano. Furon visti uomini costretti dalla estrema fame razzolare, crudo ed insolito spettacolo in Piemonte, nello stallatico dei cavalli, e pascersi dei granelli superstiti, miserabili reliquie. A questo si aggiungeva, che se i villani frenati dai capitani, avevano cessato, sebbene non intieramente, dal sacco e dalle persecuzioni, i Cosacchi, i Panduri, e non so qual altra peste di questa sorte, avevano principiato a far da loro. La parzialità pei Francesi era il pretesto, la cupidigia la cagione, la violenza il mezzo, il furto il fine. I Piemontesi non erano sicuri nè in casa, nè fuori; le case andavano in preda, o per forza o per inganno; le ingiurie per le strade, ed anche per le contrade della real Torino si moltiplicavano; varie erano le forme: alcuni rapivano gli orologi di tasca, dicendo, Jacob, Jacob, come dir giacobino; e gli rapivano ai giacobini, ed ai non giacobini ugualmente. Toccavano altri i capelli, credendo, che i giacobini gli avessero mozzi, e se venivano, gridavano Jacob, Jacob, e mettevano l'uomo per la peggiore: nelle campagne, veduto chi andasse per la strada ai fatti suoi, tosto gridavano Jacob, correvano dietro, ed era forza riscattarsi, quando non si poteva fuggire. Io ho conosciuto un repubblicano, che era fatto fuggire su pei monti da una stretta di Panduri, che gli teneva dietro, gridando fermati Jacob, fermati Jacob, che siam truppe dell'imperatore. Quella gente zotica si persuadeva, che perchè eran truppe dell'imperatore, il repubblicano dovesse fermarsi; ma ei si dileguava loro davanti con migliori gambe. Insomma la guerra è guerra, i vincitori sono vincitori, ed il ciel guardi gli stati deboli dagli alleati potenti. Non mai il Piemonte fu tanto squallido, quanto ai tempi della presenza degli Austriaci e dei Russi.
Non si fece sangue per giudizj civili nè sotto il governo di Joubert, nè sotto quello di Suwarow; ma dominando il Russo, molti partigiani del nuovo stato, fra i quali non pochi virtuosi uomini, furono carcerati, parte per odio, parte per assicurarsi di loro massimamente perchè i repubblicani innanzi che partissero, avevano arrestato, e condotto ostaggi in Francia per sicurezza dei compagni, i capi delle principali famiglie nobili del Piemonte. Il collegio dei nobili di Torino pieno di questi prigionieri di stato: eranvi il conte San Martino, il conte Galli, il conte Avogadro, l'avvocato Colla, il giudice Braida, e con molti altri quel Ranza, che al suono della rivoluzione del Piemonte sua patria, era prestamente accorso da Milano, dove secondo la sua disordinata natura, ma pure con sincerità d'animo, non contento di cosa che si facesse, o di anima che vivesse, scriveva contro tutti senza freno alcuno quanto gli suggeriva la mente sua torbida ed inquieta. Gli scherni che loro si facevano dal popolazzo erano gravi, le minacce ancor più gravi; le medesime carcerazioni nelle provincie.
Vedeva il consiglio, che per confermare lo stato del re, principalmente nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè non solamente ella era di sicurtà grande alle cose del Piemonte, ma non si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede stessa della podestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il giorno tredici giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso, ed alla trincea della prima circonvallazione, che si distendeva dalla strada di San Calvario a quella di Susa, ed era distante solamente a trecento passi dalla strada coperta. Non mancarono gli assediati a se medesimi nel voler impedire colle artiglierìe, che i nemici tirassero a perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed ajutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo ricusavano, apprestarono le batterìe, e la mattina del diciotto diedero mano a bersagliare la fortezza. Circa cento bocche da fuoco buttavano contro di lei, parte di punto in bianco, parte e molto più di rimbalzo; la quale ultima maniera di trarre fece nella piazza danni e rovine grandissime; perchè siccome lo spazio, per non essere la cittadella molto grande, in cui piovevano le palle, era angusto, così coi salti, coi ribalzi, e coi rimandi loro avevano rotto tutte le traverse, fracassato i carretti, ferito a morte un gran numero di cannonieri: il suolo si vedeva smosso, ed arato per ogni verso. Tiratori Piemontesi abilissimi dalle trincee con grosse carabine molto aggiustatamente traevano, ed imberciavano i cannonieri per le cannoniere: i parapetti in molte parti già squarciati e rotti. Faceva Keim, che da Suwarow aveva avuto carico di quest'oppugnazione, la intimata alla piazza: rispondeva Fiorella, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio rincominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del diecinove. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governatore Fiorella ardevano: una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi trapelata molt'acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior parte dei cannonieri, le batterìe scavalcate, i parapetti distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglierìe. Già la seconda circonvallazione si scavava a gittata di pistola dalla strada coperta, e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano vicini a sboccare nel fosso. Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità, che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono il dì venti i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i confederati fino agli scambj; Fiorella, e gli altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambj, condotti in Germania. Uscirono i vinti in numero di circa tremila. Entrarono i vincitori il dì ventidue. Trovarono trecentosettantaquattro cannoni, centoquarantatrè mortai, quaranta obici, trentamila fucili, polvere, ed altre munizioni da guerra in grande abbondanza; insigni spoglie conquistate in pochi giorni. In così breve spazio di tempo ebbe la sua perfezione l'opera di sforzare la cittadella di Torino, e fu costretta alla dedizione una fortezza, che in una guerra anteriore aveva per ben quattro mesi vinto la contesa contro un esercito assai grosso di Francia. Gli uffiziali d'artiglierìa, ed i cannonieri Piemontesi, che in questo fatto combatterono pel re, fecero opere di egregio valore. Dimostrossi massimamente singolare la virtù di un Ruffini, capitano di non mediocre perizia, e molto dedito all'antico governo. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove fatiche, e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili, militari, e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i regj felici augurj. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, o che era sdegnata per avere lui seguitato sino all'estremo la parte di Francia, attraversava questo disegno: singolare condizione di Carlo Emanuele, che la sua fede verso Francia tanto con lei non gli abbia giovato ch'ella nol rovinasse, e che la sua ruina operata dalla Francia tanto non abbia potuto coll'Austria, ch'ella il rintegrasse.
Per la conquista fatta dagli alleati dello stato di Milano, del Piemonte, e delle tre legazioni, ne seguitava, che una moltitudine quasi innumerevole di repubblicani italiani d'ogni sesso, d'ogni grado, e d'ogni età, che si erano scoperti per la repubblica, fuggendo la furia boreale che gli perseguitava, si erano ricoverati in Francia massimamente nei dipartimenti vicini del Montebianco, dell'Isero, delle Alpi alte, basse, marittime, e delle bocche del Rodano. Coloro che si trovavano in maggiori angustie, si fermarono in questi dipartimenti, sperando, che presto la Francia, dalla bassa fortuna in cui era caduta, riscuotendosi, avrebbe di nuovo aperto loro le strade per tornarsene nella patria. I più ricchi o i più ambiziosi, andarono ai piaceri ed alle ambizioni di Parigi. Erano fra tutti diversi umori. I più timidi, deplorando l'esiglio, che riusciva loro insopportabile, e stimando che fosse aver diletto di ingannarsi da loro medesimi il nutrire speranza che la Francia fosse per risorgere, perchè per le rotte d'Italia pareva loro impossibile fermare tanta rovina, considerato massimamente che le sinistre novelle ogni giorno più si moltiplicavano, desideravano di rappattumarsi coi vincitori. I più costanti volevano aspettare qualche tempo per vedere a qual cammino fossero per andare quelle acque così grosse. I più animosi, non dubitando che la vittoria potesse visitar di nuovo le insegne di Francia, facevano ogni opera per stimolarla a non lasciar cadere le cose d'Italia, e con ogni istanza sollecitavano una nuova passata dei repubblicani. Mettevano avanti la ricchezza del paese, l'importanza di lui per la repubblica, la gloria acquistata, le menti sdegnate alle enormità dei confederati, i desiderj rinnovellati di Francia; cose tutte, che accrescevano facilità alla vittoria. Promettevano, si offerivano, la potenza loro oltre ogni ragione magnificavano.
Intanto il tempo passava, l'esiglio si prolungava, le speranze scemavano, i bisogni crescevano, il forestiero aere diveniva loro ad ogni ora più grave e più nojoso. In tanto infortunio la Francia gli raccoglieva benignamente; conciossiachè, oltre qualche soccorso, col quale il governo alleggeriva la sventura loro, trovarono nella cortesìa dei Francesi ospitalità tale, che a loro tutte le cose erano in pronto, salvo quelle che la sola patria può dare. Nè in questo pietoso ufficio le opinioni operavano, perchè molti Francesi furono visti, ai quali era in odio la repubblica, avere sollecitamente cura dei fuorusciti, nelle case loro ricoverandogli, e con ogni più amorevole servimento consolandogli. Tutte le terre Francesi, alle quali lo spettacolo degli esuli era pervenuto, nel far loro benefizio emolavano le une alle altre. Chambery, Grenoble, e Marsiglia si dimostrarono per questi benigni risguardi piuttosto mirabili, che singolari. In mezzo al conforto ch'io provo nel raccontare questa Francese umanità, non so s'io mi debba dire una cosa orribile: pure per far conoscere l'età, io non sarò per tacerla, e questa è, che a questi sfortunati Italiani si dimostrarono duri, spietati, ed inesorabili la maggior parte di coloro, che erano carichi delle spoglie d'Italia. Costoro altri fra gl'Italiani non vedevano, se non quelli che avevano tenuto loro il sacco, e gli uni e gli altri in mezzo alle gozzoviglie, dell'Italia e della Francia ridevano. Avrebbero veduto con ciglia asciutte rovinare, e gir sottosopra il mondo, se del mondo pei loro male acquistati piaceri non avessero avuto bisogno. Così il ricco ed il povero, il repubblicano ed il regio, gli amatori e gli odiatori dell'impresa d'Italia davano sulla ospitale terra di Francia, quanto era in facoltà loro, ed amorevolissimamente ai miseri Italiani. Solo coloro che principale cagione erano, ch'eglino fossero caduti in quel caso estremo, e che dall'Italia solamente avevano acquistato quello, che gli metteva in grado di beneficare altrui, pane alcuno, neppure l'amaro, ai depredati offerivano. Che anzi non solamente dalle laute e lascive mense loro gli allontanavano, ma ancora dagli atrj, e perfino dalle porte crudelmente gli ributtavano. Così al tempo stesso si vedeva quanto la umanità ha di più tenero e di più generoso, e quanto l'avarizia ha di più duro e di più spietato: tanto è vero che un sol vizio gli tira a se tutti, ed una sola virtù tutte!