Gl'Italiani ricoverati in Francia, dico quelli che si erano acquistato maggior credito nelle faccende, avevano persuaso a loro medesimi, che in tanta tempesta di fortuna grande mezzo a far risorgere l'Italia, e ad ajutare lo sforzo della Francia per ricuperarla, fosse il pretendere il disegno di unirla tutta in un solo stato; perchè non dubitavano, che a questa parola di unità Italica, gl'Italiani bramosamente non concorressero a procurarla. Per la qual cosa volendo trar frutto dall'occasione, si appresentarono, oltre le esortazioni non istampate, e presentate ai consigli legislativi, con una rimostranza stampata, e diretta al popolo Francese, ed a' suoi rappresentanti, la quale favellando della necessità di creare l'unità d'Italia, con queste parole incominciava: «Il tradimento e la perfidia hanno soli dato la vittoria ad un nemico barbaro e crudele. Chi con maggiore efficacia gli favoriva, reggeva allora la vostra Francia. Voi foste, come noi, ingannati, voi, come noi, traditi da coloro, che dell'assoluta potestà dilettandosi, volevano voi tutti in un con la libertà dei popoli precipitare in quell'abisso, che le empie mani loro avevano aperto. Per pochi giorni stette, che gli abbominevoli disegni loro, accompagnati da atroci delitti, non si compissero; per pochi giorni stette, che voi, come noi, più non aveste nè patria, nè leggi. Violando essi i vostri diritti più santi, vendettero a prezzo, come gli spietati padroni vendono gli schiavi loro, la libertà vostra, la libertà dei vostri alleati. Ma ora s'incomincia a sperare. Quanto dolce ai nostri cuori mostrossi la vera ed amichevole ospitalità, che in Francia trovammo, e quanto ella è diversa dalle avare vessazioni degli agenti, dei somministratori, delle compagnìe, che hanno spogliato l'Italia! Gli ajuti da quest'uomini vili non ci vennero, nè noi gli avressimo accettati. Il gittare i nostri liberi sguardi verso la patria nostra, mandare in dimenticanza, se fia possibile, la grandezza dei mali, che da tutte le tirannidi sofferto abbiamo, rintracciarne le cagioni, mostrarne i rimedj, collocare le speranze nella giustizia, nella lealtà dei Francesi, e nei principj che hanno manifestato, pruovare, che i popoli d'Italia debbono essere amici ed alleati naturali della Francia, mostrare che vogliono esser liberi, porre in chiaro finalmente, che l'unità d'Italia è necessaria alla felicità, ed alla prosperità dei due popoli, fia l'argomento dello scritto, che indirizziamo al popolo Francese, ed a' suoi rappresentanti».
Dette poscia molte altre cose parte vere, parte di poca entità sull'unità d'Italia, terminavano dicendo: «Se la repubblica Francese finalmente non dichiara l'unità d'Italia, essa non potrà mai purgarsi da quella opinione, in cui è venuta, quantunque ingiustamente, di perfidia nei negoziati, di fraude nei patti, alla quale il direttorio ha dato occasione di sorgere in tutta Europa per mezzo de' suoi agenti tanto perfidi, quanto corrotti. In nome della repubblica Francese osarono essi cacciare con le bajonette il popolo dalle assemblee primarie; in nome della repubblica Francese esclusero dai consigli legislativi i rappresentanti più fedeli, per sostituire ai luoghi loro gli agenti dell'aristocrazìa, i fautori dei tiranni; in nome della repubblica Francese obbligarono ad accettare trattati ingiusti, poi gli violarono; in nome suo il libero parlare, ed il libero scrivere fu spento, in nome suo cacciati dagli uffizj arbitrariamente gl'impiegati, in nome suo rotto, anche di nottetempo, l'asilo sacro dei cittadini, in nome suo tolto loro per forza le proprietà, confuse le potestà civili e criminali: in nome suo dichiarati licenziosi e nemici della libertà coloro, che ancora avevano il coraggio di amare la virtù, e di opporsi ai loro scialacqui ed alle loro depredazioni, in nome suo rifiutarono le armi ai repubblicani, e chiarirono ribelli coloro, che volevano difendere le native sedi contro il tradimento di Scherer, in nome infine della repubblica Francese introdussero la oligarchìa, contaminarono con istudiate corruttele il retto costume, e per tale guisa prepararono le sollevazioni dei popoli sdegnati da tanta oppressione e licenza. La repubblica Francese, che va a gran destino, debbe dimostrare al mondo con fatti, che opera di lei non sono tanti mali prodotti, tanti delitti commessi, e cui ella è debitrice di ricorreggere. Dicelo il popolo Francese ne' suoi scritti indirizzati al corpo legislativo; diconlo aringando i rappresentanti suoi, pieni di sdegno alle disgrazie d'Italia: palesano questi scritti, palesano questi discorsi l'affezione, che si porta all'Italia. Nel loro giusto sperare i repubblicani d'Italia d'ogni ingiuria, e d'ogni danno dimenticandosi, nell'esiglio loro solo sono intenti a ristorare la patria loro, dalle immense sue ruine liberandola. Pruovarono, che la ragione eterna, che la naturale legge richieggono la libertà e la unità d'Italia, e si persuadono, che la giustizia e l'affezione dei Francesi, quello, che la natura vuole, con la volontà loro confermando, s'apprestino ad incamminare a tal destino questa bella, ed infelice parte d'Europa». Onorati e numerosi nomi sottoscritti davano autorità, e valore al discorso.
Gravi parole erano queste, e parte ancora vere, e parte ancora eccelse, ma mescolate ancora di non comportabile intemperanza; perchè, se era lodevole e generoso il richiedere dai Francesi la libertà e l'unità d'Italia, bene era da biasimarsi quel voler giudicare il governo Francese, quel volersi intromettere nelle faccende domestiche di Francia, quel chiamar traditore un capitano, a cui mancò piuttosto la fortuna, e forse l'animo in un solo fatto, che la rettitudine e la fede verso la patria. Il direttorio disprezzava queste improntitudini, perchè l'unità della nazione Italiana, come emola, ed essendogli molesta la sua potenza, non gli andava a grado. I rappresentanti anche i più vivi, e che si dimostravano più propensi agl'Italiani, abborrivano ugualmente dall'unità d'Italia, non avendo inclinazione alla sua grandezza; ma di queste cose si servivano nei discorsi ed orazioni loro, per isbattere la riputazione e la potenza del direttorio, ed aspreggiare i popoli contro di lui. Intanto le armi settentrionali viemaggiormente prevalevano; nè era conceduto dai cieli ai gridatori di Parigi, od ai capitani che allora tenevano il campo in Europa per la repubblica, di rintuzzarle, e di restituire alla Francia il dominio d'Italia.
LIBRO DECIMOSETTIMO
SOMMARIO
Guerra in Grecia, e suoi crudeli accidenti. Corfù, e le altre possessioni Ioniche di Venezia conquistate dai Russi e Turchi. Continuazione della guerra in Italia. Avvisamenti di Moreau per resistere ai confederati. Macdonald lascia Napoli per venir a congiungersi con esso lui nell'Italia superiore. Avvenimenti sanguinosi di Roma e di Toscana. Prime battaglie tra Macdonald e gli alleati nel Modenese: le tre battaglie della Trebbia tra Macdonald e Suwarow. Moreau scende al piano, poi si ritira di nuovo ai monti. Oppugnazione, e presa di Alessandria, Mantova e Serravalle. Battaglia di Novi con morte del generalissimo Joubert. Tortona si arrende ai confederati. Guerra nel Piemonte, e presa di Cuneo.
La guerra, che insanguinava le terre Italiche, non risparmiava le Greche. Le isole del mare Ionio tolte sotto specie di amicizia dai repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, vennero per forza d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Dominavano i confederati l'Ionio con le armate loro, e già con molta felicità si erano impadroniti delle isole di Cerigo, Zante, Cefalonia, ed Itaca, delle prime con l'opera efficace degl'isolani mossi a tumulto dai nobili contro i Francesi, dell'ultima non senza grave rammarico degli abitatori, ai quali in quei grandi pericoli non rifuggì l'animo dal mostrarsi favorevoli ai repubblicani, e dall'accarezzargli con ogni segno di affezione insino all'ultimo. Bene e meritamente, come pare, fu biasimato dagli uomini periti di guerra il generale Chabot, che reggeva tutti quei paesi nuovamente acquistati alla Francia, del non avere, quando vide avvicinarsi un nemico più potente di lui, ristretto, abbandonando le altre isole, tutte le sue genti in Corfù; perchè all'ultimo a chi rimanesse l'imperio di quest'isola rimaneva quello delle possessioni Joniche. L'avere tenuto le sue forze spartite fu la cagione, che più di mille buoni soldati vennero in poter dei confederati nelle isole poco difendevoli, che abbiamo sopranominate, e Corfù non ebbe per la vastità delle fortificazioni presidio sufficiente al difendersi. Solo il castello di Santa Maura si difendè gagliardamente, e lungo tempo, ma finalmente fu costretto di cedere alla fortuna del vincitore con la prigionia della valorosa guernigione. Pel medesimo errore aveva Chabot munito con presidj i luoghi della terra ferma, che essendo di antico dominio veneziano, erano venuti in mano dei Francesi. Nè alcuno può restar capace, come egli sperasse di potervisi mantenere contro tutta la potenza di Alì, Pascià di Ianina, che già, meno per obbedire ai comandamenti della Porta Ottomana, che per ingrandire se stesso in quel rivolgimento di stati, si era risoluto a combattere i Francesi. Era Alì uomo di perfida e feroce natura: aveva vezzeggiato i Francesi, quando, trovandosi forti, pensava che la forza loro fosse per tornare in sua utilità propria. Ma ora, abbassatasi la fortuna, si era indotto a dar loro l'ultima pinta: o per inganno, o per forza, che sel facesse, non gl'importava. Aveva sperato che i Francesi, quando già erano minacciati, gli avrebbero dato in mano Corfù, perchè poteva spendere molto denaro, e misurava altrui da se stesso. Di ciò aveva anzi mosso parole con Chabot, il quale, siccome quegli che per integrità e per fede verso la sua patria non era a nissuno secondo, aveva sdegnosamente ricusato. Per questo Alì si era apprestato, avendo considerato che le fraudi non fruttavano, a combattere con tutte le forze i repubblicani, che tuttavia tenevano piede nel continente a Butintrò, a Parga, a Preveza, ed a Nicopoli. Ma già la guerra romoreggiava intorno a Corfù; Butintrò, combattuto aspramente dagli Albanesi e dai Turchi di Alì, era stato sgombrato da Chabot, non senza grave perdita di parecchi valorosi soldati. Fu ferito in questo fatto un Petit colonnello, uomo di squisitissimo valore. Fe' anche sgombrare Parga, del che non poco dolore sentirono i Parganiotti, che si erano affezionati ai Francesi, e temevano la ferocia di Alì. Ma già le cose si riducevano alle strette in Corfù, a Preveza, ed a Nicopoli: imperciocchè i confederati comparsi con l'armata nel braccio di mare, che separa l'isola dal vicino Epiro, impedivano i soccorsi, che da Ancona avrebbero i repubblicani potuto mandare, ed avendo sbarcato genti in sull'isola, e piantato artiglierìe sul monte Oliveto dall'una parte, sul monte Pantaleone ed alle Castrate dall'altra, avevano incominciato a battere la fortezza. Al tempo stesso parecchie sommosse sorte nell'isola, principalmente alle Benizze, luogo abbondante di acque chiare e dolci, ajutavano gli assalitori, e travagliavano gli assaliti. In queste sollevazioni si mescolavano volentieri i Corfiotti, accesi in questa disposizione da alcuni nobili, i quali poco amavano il nome Francese, e molto il Russo; nel che procedevano con maggiore affetto il conte Bulgari, personaggio di ottima natura, ricco, e di molta dipendenza nell'isola, e la famiglia dei Capo d'Istria. La religione anch'essa operava efficacemente in quei capi Greci tanto vivaci, e tanto facili a dar la volta. Hanno i Greci la medesima religione che i Russi, e pareva loro, che il dominio Russo importasse per loro il divenire da servi padroni. Fra tutti un grave tumulto contro i Francesi sorgeva nel Mandruccio, sobborgo della città posto sotto tutela del monte Oliveto, a frenare il quale spesero i Francesi molta fatica e molto sangue.
Intanto Alì, radunato il suo esercito, in cui si noveravano meglio di undici migliaja di combattenti, la maggior parte a cavallo, si apparecchiava a dar l'assalto a Preveza, e massimamente a Nicopoli, dove era ridotto il maggior campo dei Francesi, circa settecento soldati, fra i quali sessanta Sullioti, e ducento Prevezani. Era questo campo fortificato con alcune trincee, ma ancora imperfette, ad al governo del generale Lasalcette, che udito il pericolo di Nicopoli, vi si era trasferito da Santa Maura, dove aveva le stanze, per non defraudare i suoi in quell'estremo accidente della sua presenza, e del suo esempio. Era fatale, che non pochi valorosi Francesi perissero in istranj lidi, non di buona, ma di barbara guerra, perchè fossero soddisfatti i desiderj smisurati di chi colà gli aveva mandati, ed all'ambizione di cui pareva, che il mondo non potesse bastare. Si avventava Muktar, figliuolo di Alì, contro i Nicopolitani alloggiamenti ferocemente, e più ferocemente ancora ne era dai difensori ributtato. Nasceva nelle barbare schiere uno schiamazzare orribile: gli uni stimolavano gli altri alla vendetta, perchè le armi repubblicane, massimamente la scaglia, avevano di loro fatto molta strage. Le grida e le imprecazioni atrocissime, e le minacce, e l'impeto nuovo, e gli squadroni grossi dei barbari spaventavano i capitani Prevezani, che con le loro genti tenevano il mezzo dell'esercito repubblicano; davansi alla fuga, e fuggendo traevano con se quasi tutti i soldati loro. Questo impensato accidente disgiunse le due ali estreme dei Francesi, e fu lasciato fra di esse uno spazio vuoto. Del quale favor di fortuna subitamente valendosi Muktar, ed Alì medesimo, che in su quel fatto con tutte le genti era sovraggiunto, mettendosi di mezzo, perchè Lasalcette, quantunque avesse voluto, non era stato a tempo di rannodarsi, inondarono tutto il campo, troncando ai loro nemici ogni speranza di salute. Vide quel Greco suolo, già tanto famoso per le battaglie di Augusto e d'Antonio, i medesimi miracoli di valore dall'un canto, maggior barbarie dall'altro; poichè non mai la virtù Francese nelle battaglie si mostrò tanto eminente, quanto in questa, nè mai una scelerata barbarie tanto infierì contro infelici e buoni guerrieri quanto in questo, e dopo questo miserando fatto. Rotti e scompigliati gli ordini dei Francesi dai barbari, che da ogni parte insultavano, era la battaglia ridotta in affronti particolari in cui venti combattevano contr'uno. Perivano i Francesi, ma dopo vendette a cento doppi fatte; perchè in loro quel che non poteva la forza naturale, poteva l'incredibile coraggio. Lasalcette medesimo, ed un Hotte, colonnello della sesta, con le mani loro si difendevano al pari dei gregarj. Combattevasi dai Francesi non per altra cagione che per morire onoratamente, e da uomini forti; ma anche in questo era la fortezza maggior di quel che appare; posciachè, che le generose opere loro venissero raccontate ai posteri, siccome quelle che in terre prive di ogni civiltà si commettevano, era nelle menti loro più che incerto. Adunque combattevano piuttosto per virtù propria, che per lode altrui. Infine fattosi dai Francesi, non quello, ma più di quello, che per la natura umana si può, piuttosto per stanchezza insuperabile, che per libera volontà, si diedero in poter dei vincitori, forse cento soldati, soli superstiti di sì grosso corpo. Lasalcette, e Hotte incontrarono la cattività medesima, nè non ignoravano, che quella gente barbara tra capi e subalterni non avrebbero fatto differenza.
Mentre con tanto valore si combatteva alle trincee di Nicopoli, succedeva nella vicina Preveza un fatto non meno del raccontato maraviglioso, e che in se non ebbe nè minore crudeltà dall'un de' lati, nè minor valore dall'altro. Era al governo di Preveza un Tissot, capitano della sesta, con ottanta Francesi. Avendo egli inteso della fiera battaglia che ardeva a Nicopoli, lasciati alcuni de' suoi alla guardia, si era avviato coi restanti al soccorso dei compagni; ma già la fortuna aveva concluso la tragedia di Nicopoli, e già Lasalcette era venuto in poter dei barbari. Di ciò ebbe le novelle Tissot, e la forza del nemico, che d'ogni intorno correva la campagna, gliene dava anche manifesto argomento. Ritraeva il passo verso Preveza, continuamente assalito da torme innumerevoli di Albanesi a cavallo, dalle quali, ristretti i suoi in gomitolo, ed usando l'opportunità dei luoghi, con immenso valore si difendeva. Ma il nemico, che tanto abbondava di soldati corridori, si era condotto a Preveza, dove aspramente combattuta la piccola guernigione lasciatavi da Tissot, e combattuto anche aspramente da lei, si era impadronito di una parte della terra. Giunto il capitano Francese in Preveza tanto fece con la sua debole squadra, che, uccisi quanti Albanesi se gli pararono davanti, e calpestando i mucchi dei cadaveri loro, riusciva sul porto, donde poco lontano discopriva una nave bombardiera della repubblica, ed alcune barche venute da Santa Maura, che gli arrecavano qualche ajuto di genti e di munizioni. Sorgeva nuova speranza in coloro, ai quali niun'altra speranza era rimasta, se non quella di una morte onorata; perciocchè gli Albanesi raccolti a torme inondavano Preveza e le campagne, e troncavano ogni via di scampo. Ma la speranza non fu lunga: succedeva una disperazione tanto più dolorosa, quanto più la speranza era stata viva ed inaspettata. Un Prevezano affezionato a Tissot si offeriva per andar ad avvertire il capitano della nave del pericolo de' suoi compatriotti, acciocchè accorresse prestamente in soccorso, se non per vincere, che ciò era impossibile, almeno per iscampargli. Facevalo il Prevezano, non curando le armi dei barbari, che gli suonavano d'ogni intorno. Ma un Francese, tace la storia il nome di questo piuttosto mostro che uomo, messosi sulla barca del generoso Prevezano, e con questo condottosi alla nave, affermava, avere veduto con gli occhi suoi proprj l'uccisione di tutti i Francesi, nè restar loro altra salute, se non quella di allontanarsi tostamente da quei disumani e sanguinosi lidi. La crudele bugia allignava; la nave bombardiera con le barche Mauritane, voltate le vele, se ne tornava là dond'era venuta. Che cuore fosse di Tissot e dei compagni nel vedere le andantisi vele, non so in quale lingua, nè con quali parole dire adeguatamente si potrebbe. Fatto in quel mortale caso il capitano Francese maggiore di se medesimo, gridava: «Saran dunque, o compagni i nostri giuramenti indarno? Insulteremo noi, quai pusillanimi soldati, alle ombre dei nostri compagni eroicamente morti nelle presenti battaglie? No, noi morrem piuttosto, se vincere non possiamo, e la tomba accorrà coloro, che nel momento estremo hanno onorato la patria loro: lasciamo segni terribili del nostro valore, ed i nemici nostri all'udire le battaglie di Nicopoli e di Preveza, ed al rammentare il nome di Francia stupiscano di maraviglia, e tremino di terrore».