Ciò detto, si avventava con furiosissima pinta in mezzo ai barbari; seguitavanlo i compagni; Preveza vedeva una battaglia senza pari. Pochi uomini assaltavano una moltitudine innumerabile, nè solo l'assaltavano, ma la ributtavano, e la cacciavano piena di maraviglia e di spavento. Le contrade, le piazze, i portici di Preveza abbondavano di cadaveri, fumavano di sangue. Datosi dagli animi, che sono instancabili, quanto da loro si poteva dare, incominciavano a mancare i corpi, le cui forze lungamente non possono durare in isforzo estremo. La fame, la sete, la fatica, l'impeto stesso delle volontà avevano dato luogo alla estenuazione, e se non erano rotti gli animi, erano consumate le forze, nè più si combatteva pei repubblicani con tanto ardore. Accortisi i barbari dell'insperato cessamento, tornavano alla battaglia con grida spaventevoli: l'avidità della preda, la rabbia della vendetta gli stimolavano. Vinse la moltitudine fresca contro pochi e lassi. Chi non fu morto, fu preso, e chi non volle andar preso, a tale salse un coraggio indomabile, si uccise da se stesso con le armi tinte del sangue dei barbari; alcuni cercarono la morte, nell'avaro mare gittandosi. Degli ottanta, solo otto col capitano Tissot restarono superstiti, e questi furono tutti dal truculento vincitore dannati a vita tale, che di lei migliore è la morte. Veduti minacciosamente da Alì, erano mandati a strettissima prigione con quattrocento Prevezani, uomini e donne, presi nell'infelice patria loro. Per addolorargli, e per ispaventargli, conducevangli a riva il golfo, perchè quivi vedessero sul sanguinoso campo, dove avevano combattuto, le miserande reliquie dei loro compagni uccisi: cadaveri laceri, membra tronche, teste difformi, e bruttate di sangue, e di fango. Riconosceva, ciascuno con pianti e con querele chi aveva avuto o per parentela, o per amicizia più caro. Godevano i barbari, insultavano, minacciavano, il dolore stesso prendevano a scherno: peggiore governo di loro, affermavano, doversi fare di quello, che dei morti si era fatto; avere ad essere fra pochi momenti le teste loro vive pari a quelle degli ammazzati. Faceva Alì tormentare ed uccidere non pochi Prevezani in cospetto dei Francesi cattivi, ed ei se ne stava mirando, godendo, e compiacendosi delle miserabili grida dei tormentati e dei morienti. Condotti i vinti sulla piazza di Preveza, così ordinando il tiranno, un Albanese scotennava con rasojo le morte teste, poi le salava; poi comandava ai Francesi, che anch'essi così facessero. Ricusarono dapprima per onore e per orrore; ma battiture dolorosissime gli domavano; davansi a scotennare le teste degli uccisi compagni, spettacolo doloroso ed orribile. Gli atti nefandi a questo non si ristavano. I quattrocento Prevezani, legati, e sanguinosi dalle battiture furono condotti nell'isola Salagora, e quivi tutti senza pietade alcuna, nè con più riguardo verso l'un sesso che verso l'altro, nè verso la canuta che verso la verde età, crudelmente uccisi. Le compassionevoli preghiere per perdono, e per grazia di coloro, di cui si laceravano le membra, vieppiù inviperivano la ferocia di quell'aspra, e selvaggia gente, e chi si taceva, era l'ultimo chiamato a morte. Grondò Salagora di sangue umano a rivi, poi biancheggiò, e forse biancheggia ancora di ossa rotte, e di teschi ammaccati. Menavansi a Lorù, grossa terra poco lontana, i prigioni di Preveza e di Nicopoli; poi si avviavano verso l'Arta per alla via di Ianina. Viaggiando, quella torma di disumanati carnefici gli sforzava a portare a volta a volta le teste ancora stillanti sangue degli uccisi amici, e chi ricusava l'orrendo carico, era barbaramente tormentato. Gli Albanesi, quasi a modo di passatempo, straziavano a coda di cavallo Caravella Prevezano: straziato il lasciavano respirare, perchè raccogliesse nuova lena ad essere ritormentato, poi di nuovo sforzavano a corsa, flagellando, il cavallo, e così fra i tormenti ed i respiri il condussero, alzando essi al cielo festevoli grida, ad acerbissima morte. Arrivarono all'Arta, poi a Ianina; si offersero agli occhi loro le teste dei compagni conficcate sui merli dell'atroce reggia di Alì. Da Ianina per la Grecia, e per la Romanìa s'incamminavano a Constantinopoli. Dov'eran le strade più sassose e più aspre, toglievano loro i barbari per diletto le scarpe: dov'erano più assetati, e dove più scorrevano le acque fresche e chiare gli proibivano dal dissetarsi: chi non poteva o per stracchezza, o per fame, o per sete, o per ferite seguitare, tirato a forza sulla sponda dei fossi, vi era inesorabilmente dai crudeli accompagnatori decapitato; i compagni sforzati a portar le teste sanguinose. Sopportarono i miseri Francesi, dico i superstiti, perchè i più perirono, con inenarrabile costanza tormenti tanto insopportabili, Lasalcette, e Hotte i primi. Quando io penso dall'un de' lati alla natura tanto sensitiva dell'uomo, e con quanto amore, e con quanta difficoltà si allevino i figliuoli per fargli adulti, d'altro allo strazio, che gli uomini fanno degli uomini, spesso per nonnulla, spessissimo per cagioni lievi, qualche volta con allegrezza, sempre senza dolore, sto in dubbio, se animali feroci, o uomini io me gli deggia chiamare; che anzi al tutto mi risolvo, ed in questo pensiero mi fermo, che piuttosto uomini, che animali feroci si debbano chiamare, perchè non vedo, che le tigri facciano delle tigri quello strazio, che gli uomini fanno degli uomini; e peggio, che quando essi non possono con le coltella, si lacerano con le lingue. Bene sto sempre in dubbio, a che cosa servono la ragione e la compassione, che solo sono date agli uomini. I lacerati giunti a Costantinopoli, furono, Lasalcette e Hotte, serrati nelle Sette Torri, gli ufficiali ed i gregarj posti al remo sull'Ottomane galere.

Intanto l'oppugnazione dell'isola di Corfù si continuava gagliardamente dai Russi e dagli Ottomani. Ogni dì più cresceva il numero degli assalitori: mandava Alì i suoi Albanesi, e genti Turche continuamente arrivavano. Per avere gli alleati occupato le eminenze del monte Oliveto e di San Pantaleone, erano gli assediati ristretti nei forti, e niuna via restava loro per allargarsi nell'isola. Il Mandruccio venuto in poter dei Russi, le Castrate spesso infestate dai Turchi e dagli Albanesi, che calavano dal vicino Pantaleone, San Salvatore venuto spesso in contesa, quantunque sempre valorosamente difeso dai repubblicani. L'assalto di Corfù tirava in lungo, l'oppugnazione diveniva assedio, perchè i Francesi difendevano la piazza virilmente, ed ella è molto forte, ed i Turchi, quantunque assai coraggiosi, non sanno condurre con arte le oppugnazioni delle fortezze. In questo l'ammiraglio di Russia Ocsacow, che governava con suprema autorità la guerra, pensava ad una fazione di non difficile esecuzione, e che di certo gli avrebbe dato la piazza in mano, se avesse avuto, come non dubitava, felice fine. Siede sul fianco della città, e della principale fortezza di Corfù verso tramontana una isoletta, o piuttosto scoglio, che gli uomini del paese chiamano di Vido, e che i Francesi chiamavano col nome d'isola della Pace. Era questo scoglio, siccome pieno di alberi verdissimi, quieto recesso a chi volesse ricoverarvisi a respirare dalle cure cittadine, e dolce prospetto a chi dalla città il rimirasse. Quest'amena sede di riposo e d'ombre aveva tosto ad essere turbata, e straziata dalla rabbia degli uomini. Avevano conosciuto i Francesi, che chi fosse padrone di questo scoglio, avrebbe potuto battere da vicino coll'artiglierìe la cortina della fortezza, e farvi presta breccia. Per la qual cosa, tagliati ed atterrati gli alberi, vi avevano fatto spianate a guisa di ridotti, munite d'artiglierìe sui cinque siti più importanti dello scoglio; perchè sporgendosi oltre il circuito dell'isola, facevano le veci di bastioni. Meglio di quattrocento buoni soldati sotto il governo del generale Piveron erano posti a guardia di questo principale propugnacolo di Corfù. Nondimeno, malgrado dei fatti apparecchi non era luogo, che si potesse tenere lungamente; perchè nè vi era ridotto trincerato, dove la guernigione potesse ritirarsi a contendere il possesso dell'isola, ove il nemico vi fosse sbarcato, nè le batterie erano chiuse di terrati, o di steccati; il perchè, quasi del tutto senza parapetti essendo, lasciavano i difensori esposti al bersaglio dei nemico, che da diverse parti si avvicinasse per andar all'assalto. Avevano anche i cannoni carretti da marina, e però più bassi, e più difficili a governarsi. Lo scoglio di Vido era luogo buono a tenersi da chi, come i Veneziani, essendo forte sull'armi di mare, poteva proibire, che il nemico sicuramente vi si avvicinasse: per questa ragione non l'avevano i Veneziani munito di fortificazioni: ma per colui, che come allora erano i Francesi, fosse privo di naviglio sufficiente, era Vido sito di molta debolezza.

Il giorno primo di marzo, datosi il segno dalla nave dell'almirante Russo con due cannonate, tutta l'armata dei confederati si muoveva all'assalto dello scoglio di Vido. Al tempo stesso, per impedire che Chabot mandasse nuove genti a rinforzarne la guernigione, fulminavano contro la piazza con grandissimo fracasso le artiglierìe di San Pantaleone, e del monte Oliveto. Ciò nondimeno venne fatto al generale di Francia di mandare allo scoglio un soccorso di duecento soldati. S'attelavano, sprolungandosi col fianco d'orza da ponente a greco, venticinque navi tra vascelli di fila, caravelle Turche, e fregate contro l'isola, e tutte traevano furiosamente. Era un novero di ottocento bocche da fuoco, il rimbombo delle quali consentendo con quelle dell'isola, della piazza, di San Pantaleone, e del monte Oliveto, partorivano uno strepito tale, che e Corfù tutta ne era intronata, e le vicine coste dell'Epiro orribilmente echeggiavano. Erano i difensori di Vido lacerati dalle palle nemiche, e dalle schegge degli alberi rotti e fracassati. I cannonieri di Francia per essere nudamente esposti al fitto bersaglio del nemico, perchè i parapetti non erano sufficienti, pativano grandemente: i cannoni stessi, rotti i carretti, si trovavano scavalcati. Durò questa fierissima battaglia ben tre ore con danno gravissimo dei repubblicani, con grave degl'imperiali; perchè i primi traevano contro di loro a mira ferma. Finalmente, quando fu giudicato dai confederati, che il guasto fatto dalle artiglierìe nei soldati e nelle armi Francesi, avesse facilmente ad aprir loro l'adito ad un assalto di mano, posti prestamente tutti i palischermi in acqua, e riempitigli di gente, gli mandavano allo sbarco. Approdarono i Russi in numero di quindici centinaja sul destro fianco dello scoglio, che si volge verso la città; i Turchi con Albanesi misti, assai più numerosi dei Russi, sbarcarono sul sinistro, che risguardava verso la bocca settentrionale del porto. Nè così tosto furono sbarcati, che uccisi barbaramente i difensori di due vicine batterìe, se ne impadronirono. I Francesi, visto il nemico dentro, si ripararono ad alcune eminenze, non più per contrastar la vittoria, che già era in mano degli alleati, ma bensì per dar tempo, che quel primo furore degli Albanesi alquanto si calmasse. Gli Albanesi e medesimamente i Turchi, quanti Francesi venivano loro alle mani, a tanti tagliavano la testa, o che si fossero difesi, o che si fossero arresi. Le teste gettavano nei sacchi per portarle a Cadir Bey, vicealmirante delle navi Turche. I Russi per lo contrario si portarono molto umanamente; imperciocchè non solamente non uccisero nissuno fra quelli, che cedendo si erano arresi, ma ancora preservarono molti, che già venuti in mano dei Turchi pochi momenti avevano a restare in vita. Eransi i Russi raccolti, dopo la vittoria, in un grosso battaglione quadrato nel mezzo dell'isola, e quivi quanti Francesi accorsero, tanti salvarono. Furono visti ufficiali Russi, a riscatto di Francesi venuti in mano degli Ottomani, e vicini ad aver il capo tronco, dar denari del proprio ai barbari feroci ed avari. Un vicecolonnello di Russia, di cui la storia con sommo nostro rammarico tace il nome, dato tutto il suo denaro per salvar due Francesi, che i barbari già stavano pronti per decapitare, nè contentandosene essi, cavatosi di tasca l'orologio, il diede loro, e per tal modo scampò da morte inevitabile i due derelitti nemici. Nè in questa pietosa intercessione soli gli ufficiali di Russia si adoperarono, perchè e semplici soldati, e marinari con la generosità medesima ajutarono i Francesi. Videsi in questo fatto una estrema barbarie congiunta con una estrema civiltà, e giacchè guerra era, pensiero consolativo è, che la umanità vi avesse in qualche parte luogo. Piveron preso dai Russi, fu condotto in cospetto di Ocsacow, che molto cortesemente il trattò. Quasi tutto il presidio restò o morto, o preso.

La vittoria di Vido portava con se quella di Corfù. Era impossibile, che la piazza fulminata da due parti potesse resistere più lungamente. Perciò Chabot, il quale, piccolo di corpo, ma grande di animo, aveva in tutto il corso della guerra Corcirese fatto pruova di non ordinario valore, sforzato alla dedizione, stipulava con Ocsacow e con Cadir, che Corfù si desse ai confederati con tutte le armi e munizioni; uscissene il presidio con gli onori di guerra; fosse a spese, e per opera dei confederati trasportato a Tolone; desse fede di non far guerra per diciotto mesi contro i confederati; la nave il Leandro, e la fregata la Bruna ai medesimi si consegnassero; Chabot, ed i suoi ufficiali ad elezione sua potessero essere trasportati o a Tolone, o ad Ancona, purchè fra un mese facessero la elezione. Entrarono i Russi per la porta di San Niccolò, ed in bell'ordine procedendo per la contrada principale, andarono a schierarsi sulla spianata, che sta in mezzo tra la città e la fortezza. Gridavano in questo mentre i Corfiotti viva Paolo primo, e sventolavano all'aura drappelli Moscoviti. Presidiarono i Russi le fortezze, i Turchi la città. Fuvvi qualche sacco di case di giacobini, ma subitamente represso dai confederati. Era a quei tempi un uomo nuovo, e di umore strano a Corfù, che ve ne sono molti di tal fatta in quei paesi, il quale in odore di santità, e quale eremita sucidamente vivendo in una celletta vicina alla chiesa di San Spiridione, protettore veneratissimo dell'isola, aveva più volte, quando le cose di Francia erano più in fiore, pronosticato, che i Francesi non farebbero lunga vita in quelle terre. Riuscito l'evento parve miracolo: il veneravano come profeta.

Il consiglio generale di Corfù convocato dai confederati secondo gli ordini antichi, decretava, che si ringraziasse San Spiridione, e con annua processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti Russo e Turco, e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero Paolo primo, Giorgio terzo, Selim terzo. Fu data la somma del governo non solo di Corfù, ma ancora di tutte le isole, e territorj Ionici, ad una delegazione di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù, finchè dai confederati vi fu ordinato un governo stabile di repubblica sotto tutela della Porta Ottomana. A questo modo per opera, prima dei Francesi, poi dei confederati, fu alienato per sempre dall'imperio d'Italia all'imperio degli oltramontani, o degli oltramarini, il dominio del mare Ionio, che Venezia aveva saputo conservare per tanti secoli contro tutte le forze dell'impero dei Turchi; il che dimostra quanto siano stati sconsiderati quegli Italiani, che tanto si rallegrarono della ruina dell'antica Venezia. Venuto Corfù in poter dei confederati, divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza dei repubblicani. Vennervi le principesse esuli di Francia; vennervi i cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi Gabrielli e Massimi, il cavaliere Ricci, e molti altri personaggi, a cui più piacevano l'ozio e la sicurezza di Grecia, che il partecipare delle fatiche e dei pericoli del cardinal Ruffo in Italia. Le flotte Russa e Turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel Mediterraneo, le quali siamo per raccontar nel progresso di queste storie.

Il suono dell'armi, e le grida dei tormentati richiamano l'animo nostro agli accidenti d'Italia. Come prima ebbe Moreau il governo supremo dell'esercito Italico, aveva applicato i suoi pensieri al far venire sul campo delle nuove battaglie le genti, che sotto l'imperio di Macdonald custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente mandato a Macdonald, che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui venisse prestamente a congiungersi. Nè del luogo, in cui avessero i due eserciti a raccozzarsi, stette lungo tempo in dubbio; perciocchè, sebbene per le rotte avute non fosse in grado di sostener la guerra in Piemonte, sperava, che conservandosi in potestà della repubblica le fortezze principali, avrebbe di nuovo acquistato facoltà, quando gli fossero giunti gli ajuti che aspettava di Francia, di mostrarsi nelle pianure Piemontesi; gli pareva, che i luoghi vicini alle fortezze di Alessandria e di Tortona, che tuttavia si tenevano per la Francia, fossero i più opportuni per tornare al cimento delle armi; poichè, oltre l'appoggio di quelle due piazze forti, erano molto propizj a ricevere chi venisse calando dalla Bocchetta, nè lontani a chi scendesse dalle valli della Trebbia e del Taro. Per tutte queste ragioni, già fin quando era passato per Torino per condursi alle stanze, prima di Alessandria, poi di Cuneo, si era totalmente fermato in questo pensiero, che la congiunzione dei due eserciti dovesse effettuarsi nei contorni di Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili, e da non dar passo alle artiglierìe, era necessitato a camminare fra l'Apennino, e la sponda destra del Po, e temendo che fosse troppo debole a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di cavallerìa, nelle pianure di Bologna e di Modena, aveva mandato Victor con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana, e del Genovesato. Partiva Macdonald, Abrial lo accompagnava, da Napoli, lasciati presidj Francesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli, e nelle fortezze di Gaeta, di Capua, e di Pescara. Grave e difficile carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in armi, e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle sponde del Garigliano, tumultuava lo stato Romano, e da Roma in fuori non vi era luogo che fosse sicuro ai Francesi. Tumultuava la Toscana molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli, sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli aveva cavallerìa bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie, a far vettovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio, che l'impresa di Macdonald non fosse delle più malagevoli ed ardue, che capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire. Da un altro lato gli si parava avanti la gloria dell'essere chiamato liberatore d'Italia, e vincitore delle genti Russe fin a quel tempo stimate invincibili. Nè animo gli mancava, nè mente per questo, nè desiderio vivacissimo di far il nome suo immortale. Le vittorie di Roma e di Napoli continuamente gli suonavano nella memoria, e sperava, che la fortuna nol guarderebbe con viso meno favorevole sulle rive del Po, che su quelle del Tevere e del Volturno.

Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava la destra guidata da Olivier accosto agli Apennini, coll'intento di riuscire per la strada di San Germano, Isola, Ferentino, Valmontone, e Frascati, verso Roma. La sinistra condotta da Macdonald seguitava verso la capitale medesima dello stato Romano la strada più facile della marina. Erano con questa le più grosse artiglierìe, e le principali bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue, parecchie volte per condursi al suo destino. San Germano si oppose con le armi, fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene armati: assaltarono i Francesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del passo, la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione, che un accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva il fine. All'ultimo cacciati di casa in casa a viva forza, si ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali sdegnati all'antica nimistà degl'Isolani, allo aver tratto al messo mandato avanti per trattare l'accordo del passo, ed alla tanto ostinata resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per forma che il furore della presente ebbrezza congiunto col furore della precedente battaglia gli fece trascorrere in opere abominevoli. Nè più davano retta ai loro ufficiali, o generali, che gli volevano frenare, che alla ragione od alla umanità. Sorse la notte: era una grande oscurità, pioveva a dirotta. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle, incesero la città, che in poco d'ora fu da se stessa tanto disforme, che non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine. Così Isola perì per furore, prima proprio, poi d'altrui. Passarono i Francesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì sedici maggio nelle sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse, e con discorsi di rammemorazione delle cose fatte dai repubblicani di Francia, lasciate, per marciare più spedito, le artiglierìe, e gl'impedimenti più gravi e guernite di presidj le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi, in cui i Francesi insistevano coi presidj, tutti gli altri si erano voltati in favor degli alleati, con gridare il nome di Ferdinando. Ma questa mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore, e con tanta ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che queste.

La sede principale della sollevazione erano Arezzo, e Cortona, le quali, siccome vicine allo stato Romano, avevano preso animo a far tentativi dai moti, che in lui poco innanzi erano sorti. Il sito le rendeva sicure, essendo poste sopra monti alti, ed erti. Arezzo si era con ogni miglior modo, che alle guerre tumultuarie si appartenga, fortificata; anzi ogni edifizio era fortezza: vedevansi feritoje aperte in ogni muro, i tetti la maggior parte levati, le sommità delle case appianate, acciocchè i difensori potessero insistervi a ferire il nemico; i capi delle contrade muniti di cannoni, ed assicurati con isbarre e con isteccati. Numerose squadre di gente venuta dal contado, e variamente armata custodivano le porte, e curiosamente, e diligentemente esaminavano chi entrava, e chi usciva. Uffizj divini si celebravano ogni giorno nella cattedrale dal vescovo, e dal clero in ringraziamento delle vittorie acquistate dagli alleati, e dai Toscani contro i Francesi. Stava appeso a guisa di trofeo alla volta della chiesa un cappello con gallone in oro, che era stato di un ajutante generale Polacco ucciso nelle vicinanze di Cortona con una coltellata per inganno da un prete, mentre era venuto a parlamento con lui. Muovevansi sospetti ad ogni tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, a ragione o a torto, di giacobino, e mal per chi non aveva i capelli in coda, e chi non gli aveva, gli metteva. Ad ogni tratto, e quando più l'ardor gli trasportava, si avventavano alle persone che conoscevano, gridando: «Giur'a Dio, se sapessi, che lei è giacobino, gli passerei il cuore con questo coltello». E sì brandivano il coltello, e facevano l'atto di ferire. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia quest'uomini tanto sfrenati contro i Francesi, e contro coloro che avevano o che parevano aver odore di essi, si mostravano obbedientissimi al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzo un magistrato supremo sotto titolo di suprema regia deputazione, in cui entravano preti, nobili, e notabili. Un cavaliere Angelo Guilichini presidente; uomini nè sfrenati, nè feroci, ma non potevano impedire il furore del popolo: solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Dì e notte sedevano per esser sempre pronti ai casi improvvisi. Facevano disegni di nuove sommosse in favor del gran duca continuamente; traevano a suo nome tutti i magistrati, mandavano ordini alle città tornate a divozione, mescolavano ai contadini sollevati le guardie urbane, ed alle guardie urbane i soldati regolari, che già avevano vestito l'abito, e le insegne del governo ducale; e poichè pensavano a far vera guerra, avevano calato certo numero di campane con intendimento di fonderle ad uso di cannoni. Delle nappe, e dei colori non parlo, perchè fra quelle turbe tumultuarie chi portava l'insegna di un santo, chi di un altro, chi della Madonna, chi del papa, chi dei Russi, chi degli Austriaci, chi del Gran Duca, chi tutte queste insieme; e chi era stato tinto nelle faccende precedenti, più ne portava, col fine di allontanar da se quel nembo tanto pericoloso. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale come quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si mettevano, perchè le cose dei Francesi erano ancora in essere, e potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono cagione, che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i confederati vi arrivassero; proponimento lodevole, ma bruttato da fatti scelerati. Fu Cortona messa a dura pruova. Polacchi venuti da Perugia accorrevano per tornarla a divozione di Francia. Seguì una fiera zuffa a Terontola, dove i Cortonesi erano andati ad incontrargli, poi a Campaccio a piè del monte, perchè i Polacchi prevalendo per arte di guerra, si erano fatti avanti. Infine venne il conflitto sulle mura stesse della città. Tentavano i soldati forestieri di sforzare le porte di San Domenico, e di Sant'Agostino, e di dare la scalata; ma quei di dentro si difesero sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero, avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna Francese molto forte, che era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto, che fossero salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.

Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva la intimazione. Mandò contro gli Aretini un bando terribile, che passerebbe a fil di spada, che darebbe la città al sacco ed alle fiamme, che rizzerebbe sulla piazza d'Arezzo una piramide con queste parole: Arezzo punita della sua ribellione. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il Francese non si accinse a domargli, lasciando pendenti le cose loro, perchè non era parata l'occasione di vendicarsi. Era Arezzo città forte, e fuor di strada, ed ei voleva camminar veloce alla impresa. Un Andrea Doria mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i Francesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andaronvi i Francesi, saccheggiarono, ed arsero la terra. Simili spaventi succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta, e sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non avesse intoppi di ammottinamenti di truppe per mancanza dei soldi, perciocchè da lungo tempo non erano espedite dei loro pagamenti, Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e Reinhard, come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor denaro. Ordinava Bertolio, con intervento del governo servo di Roma, una tassa sui domestici, sui cavalli, sulle botteghe, sulle porte, un'altra del due per centinajo sui capitali fidecommissarj dichiarati liberi, ed ambe dovessero pagarsi nel termine di dieci giorni; il che come fosse possibile, potranno facilmente giudicar coloro, che hanno conosciuto le ruine dei Romani. Reinhard comandava, che da tutte le chiese, monasteri, e conventi, e dalle sinagoghe, e da altri tempj, di qualsivoglia rito fossero, si togliessero le argenterie superflue, ed il ritratto s'investisse in benefizio dell'esercito. Già si erano espilati i monti di pietà, e solo quando vennero i pericoli estremi, e quando il restituire era paura, non generosità, si erano restituiti i pegni di valuta minore di dieci franchi. Erano a questo tempo le genti dei confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di Mantova: Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese, il principe Hohenzollern il Modenese, Otto stava sugli Apennini, massime a Pontremoli, Bellegarde venuto dai Grigioni, circondava d'assedio Alessandria e Tortona, Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar sesto al governo, per ridurre a divozione alcune valli dell'Alpi, e per osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni o verso Cuneo, o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau poteva tornare più grosso da Francia. E' pare anzi certo, che se i due generali Francesi si fossero meglio accordati fra di loro nell'esecuzione del disegno concetto da Moreau, qualche grande infortunio sarebbe venuto addosso ai confederati, e si vede meglio in Suwarow l'arte di ben condurre una battaglia, che di modellare pensieri larghi e lontani di guerra, della quale perizia massimamente debbonsi lodare gli eccellenti capitani. Infatti non fece egli motivo d'importanza per proibire il passo degli Apennini a Macdonald, nel che consisteva tutta la fortuna della guerra. Bastò, che la legione Polacca romoreggiasse intorno a Pontremoli, perchè il debole presidio, che vi stava a guardia, si ritirasse. Nè il generale Russo, avendo le popolazioni amiche, e molta cavallerìa, poteva temere, che i presidi delle fortezze, che ancora si tenevano pei Francesi, gli facessero qualche moto d'importanza alle spalle. Laonde ci poteva sicuramente stare grosso e rannodato per opprimere Moreau e Macdonald là dove si fossero mostrati, e chi vincesse la battaglia, avrebbe anche vinto le fortezze. Gli accidenti posteriori mostrarono, quanto abbia errato Suwarow nello alloggiare tanto spartito.

Moreau, dato voce che avesse avuto grossi rinforzi di Francia, e che maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel Mediterraneo una flotta Francese proveniente da Brest con qualche battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi speditamente marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow le poteva ignorare. Ciò nondimeno ei se ne stava a consumarsi intorno alle fortezze, ed alle montagne Piemontesi. Ma non istette lungo tempo ad accorgersi, che se per valore ei non era inferiore agli avversarj, gli avversarj lo avanzavano per arte, e che aveva a far con capitani, che per perizia nelle cose di guerra erano fra i primi del mondo. Già Victor camminando per la riviera di Levante, appariva vicino a congiugersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia si approssimavano al loro compimento. Macdonald, chiamate a se tutte le genti che stanziavano in Toscana, salvo le guernigioni di Firenze, di Livorno, e di alcuni altri luoghi forti sul littorale, s'incamminava alle accordate fazioni, per le quali si prometteva la liberazione d'Italia. L'ala sua dritta condotta da Montrichard pel passo di Lojano, che sempre era stato tenuto dai Francesi, marciava contro Bologna; la sinistra, conquistato prima dalla legione Polacca di Dambrowski il passo di Pontremoli, si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo alloggiamento in Fornuovo, luogo celebre per la vittoria di Carlo ottavo re di Francia sulle genti Italiane governate dal marchese di Mantova. Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald, varcato il sommo degli Apennini a Pieve di Pelago, per la strada che da Pistoia dà l'adito a Modena, si era calato col grosso dell'esercito per la valle del Panaro, ed impadronitosi di Venanzio, di Sassuolo, e di altri luoghi posti sul fiume, si era innoltrato per Casinalbo e Salicelta insino al Casino Brunetti a piccola distanza da Modena. Moreau dal suo lato si era ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Tortona ed Alessandria. Già aveva mandato per dar la mano più verso il piano, e più da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a Bobbio.