Queste mosse dei capitani della repubblica diedero che pensare ai generali dei due imperj, e gli fecero accorti, che era loro mestiero, se non volevano che l'Italia fuggisse loro dalle mani, di rannodarsi con molta prestezza; a tale strettezza erano condotte le cose, che un giorno solo d'indugio poteva aprir la occasione di una totale vittoria ai Francesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la oppugnazione in assedio, andava a porsi con diecimila soldati a Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Temeva, che Macdonald, passato improvvisamente, e con forze preponderanti il fiume, non gli guastasse le opere fatte contro la piazza, e la liberasse dall'assedio. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare spalla a Klenau, ed a Hohenzollern, che erano in pericolo di essere pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale Francese accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Francesi andava a ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor, con la sinistra, Otto; e tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma, che calpestati da tante genti, da paesi fioritissimi erano divenuti orridi per la fame e per la miseria. Il ducato di Parma principalmente si trovava molto consumato per le gravi esazioni commessevi da Otto. Ma i raccontati rimedj usati dagli alleati non erano bastanti per distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau, Hohenzollern, e Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.

Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di Suwarow, che insisteva in Piemonte. Se lo vide il generalissimo di Paolo, e volendo ricompensare con la celerità l'errore dell'aver troppo spartito le sue genti, si mise senza indugio a correre con prestissimi passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo, perchè il Francese non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali Austriaci. Pertanto marciando sulla destra del Po già si avvicinava ai campi famosi per antiche battaglie, e che del pari erano per diventar famosi per pruove di non minor valore date da nazioni venute anch'esse di lontano per ammazzarsi. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del Panaro. Il giorno dieci di maggio succedeva un grosso affronto tra i soldati armati alla leggiera delle due parti. Sulle prime i repubblicani caricarono con tanta forza gl'imperiali, che gli rincacciarono fin oltre Casino Brunetti. Ma trasportati dall'impeto, essendosi troppo inoltrati, furono sì aspramente assaliti ai due fianchi dalla cavallerìa Austriaca, che furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti, sforzandosi Olivier e Rusca di rompere la fronte del nemico per separare Hohenzollern da Otto. La cavallerìa repubblicana condotta dal generale Forest urtò con grande impeto il nemico, e già il faceva piegare, quando il generale Tedesco spinse avanti il reggimento dei fanti di Preiss, guidato da un colonnello molto valoroso, che aveva nome Wedenfels. Questo reggimento diè sì forte carica ai repubblicani, usando la bajonetta, che nol poterono sostenere, e si ritirarono verso le montagne, lasciando la terra di Sassuolo in poter dei Tedeschi. Non erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un ardore inestimabile di combattere in ambe le parti, che un evento terminativo di battaglie. Ma il dodici giugno fece Macdonald un motivo assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che sebbene meno grossi de' suoi il molestavano, e gl'impedivano il passo a' suoi disegni ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione, che Hohenzollern ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi. A questo fine, fatto calare la sua sinistra verso Reggio, le ordinava, urtasse il nemico, e si mettesse in mezzo tra Hohenzollern, e Otto; il che poteva agevolmente venir fatto, perchè le genti di Otto si trovavano sparse e lontane. Egli medesimo con la mezza contro Modena dirittamente difilandosi, voleva far opera di romperla, e d'impadronirsi della città. Al tempo stesso, passando con la destra il Panaro, si proponeva di spuntare da questa parte la sinistra degli Austriaci; e di separare per questa mossa Hohenzollern da Klenau. Ma perchè quest'ultimo non potesse accorrere in soccorso del compagno, il faceva assaltare da Montrichard, che già colle sue genti aveva liberato d'assedio il forte Urbano. Per questo Montrichard, muovendo due colonne, una da Bologna, l'altra dal forte Urbano, se ne giva per attaccare Klenau, che aveva le sue stanze a Castel San Giovanni.

Fecero egregiamente i Francesi l'opera del loro perito ed audace capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Francesi e dai Tedeschi, e durò molte ore: i cavalli massimamente andarono alle prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le fanterie vennero replicatamente alla pruova delle bajonette. Pure i repubblicani superavano pel numero, e se tutto il disegno di Macdonald avesse avuto il suo compimento, era già fin d'allora perduta la fortuna dei confederati in Italia: il che dimostra chiaramente l'errore di Suwarow dell'avere in sì fatta guisa spartito le sue genti. La sinistra ala dei repubblicani riusciva nell'intento; perchè cacciati i Tedeschi, ed occupata la strada, che dà a Reggio, s'intrometteva tra Hohenzollern e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale Tedesco, dove egli medesimo combatteva, animando i suoi, fu obbligata a piegare, e lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto questo corpo Austriaco, secondo il disegno ordito dal generale Francese, circondato e preso, se Montrichard avesse vinto sulla destra, come Macdonald aveva sulla mezza, e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i repubblicani, che si difilavano contro di lui da Bologna, sforzandogli a tornarsene sulla sponda destra della Samoggia. Poi si affrontò con l'altra schiera, che gli veniva incontro dal forte Urbano, e trovatala e combattutala a Sant'Agata, la costringeva alla ritirata. L'avrebbe anche condotta a peggior partito, se Macdonald vittorioso dalla sua parte non le avesse mandato genti in soccorso. La resistenza di Klenau fu la salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si ritirava alla Mirandola; poi non credendosi sicuro sulla destra del Po, venuto a San Benedetto, e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava sopra un ponte di barche a San Niccolò per andarsene ad aspettare sulla sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto, si condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù dilungandosi andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra breve per arrivare.

Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici centinaja di prigionieri, e forse pari numero tra morti e feriti. Dei Francesi mancarono tra morti e feriti circa un migliajo; pochi vennero in poter dei vinti. Fu morto il loro generale Forest, mentre virilmente combattendo con la cavallerìa, dava la carica al nemico. Macdonald fu ferito, non da Tedeschi, nè nella mischia, ma da Francesi dopo la vittoria. Militava sotto le insegne Austriache un reggimento di Francesi fuorusciti sotto il nome di cacciatori Bussy. Di questi, cinquanta, dopo di avere egregiamente combattuto, trovandosi separati dai compagni, con animosa risoluzione si deliberarono di aprirsi il varco con le armi in mano a traverso i nemici, che gli circondavano da ogni parte. Laonde impetuosamente urtando quanto loro si parava davanti, rotte le guardie, riuscirono all'alloggiamento di Macdonald, che co' suoi ufficiali, e con pochi soldati se ne stava securamente attendendo alle bisogne della vittoria. Fu forza, che la debole guardia di Macdonald, ed egli medesimo cacciassero mano alle spade per difendersi da un assalto tanto inopinato. Ne seguitava una furiosa baruffa, nella quale restò ferito il generalissimo di Francia. I fuorusciti, che avevano la mira al salvarsi, non al vincere, dando dappertutto segni di un valore incredibile, attraversato il campo dei repubblicani, attraversata Modena, che in mano dei repubblicani già era venuta, ridotti da cinquanta a sette, riuscirono all'alloggiamento Austriaco della Mirandola. Meritarono fra gli Austriaci principal lode di valore il reggimento di Preiss già sopra nominato, e quello di Klebeck, sopra i quali cadde il più grave pondo della battaglia: patirono gravemente i loro soldati.

Fu biasimato Macdonald, anche da uomini periti della guerra, del non avere dopo la vittoria, varcato il Po, corso contro Mantova, prese le artiglierìe, rovinato le opere degli assediatori, e fatto di modo che si levassero dalla piazza. È vero, che tutte queste cose gli potevano agevolmente venir fatte; anzi Kray, presentendo la tempesta, già aveva avviato verso Verona le artiglierìe più grosse del campo di Mantova. Ma la vittoria di Francia non consisteva nell'allargar l'assedio, e nell'impedire agl'imperiali la ricuperazione di questa piazza, bensì era posta nel vincere Suwarow; il qual fine non si poteva conseguire, se non coll'insistere sulla destra del Po, e con la congiunzione con Moreau. L'operare spartitamente sarebbe stata la ruina dei Francesi, come per poco stette, che il medesimo operare non fosse la ruina degli alleati. Per la qual cosa a noi pare, che Macdonald meriti di essere lodato, non che biasimato della risoluzione presa di correre, dopo la vittoria conseguita, piuttosto verso Parma che verso Mantova.

Era la sorte d'Italia in pendente, e doveva fra breve giudicarsi, se più potessero Moreau e Macdonald con le armi della repubblica, o Suwarow con quelle dei due imperi d'Austria e di Russia. Marciava celeremente Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava, come già fu per noi narrato, una squadra di Liguri sotto il governo di Lopoype a Bobbio, perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si apparecchiava a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta per andar all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi da Torino per trovare o Moreau, o Macdonald, innanzi che fra di loro si fossero congiunti.

Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern, passando per Reggio e Parma, d'onde il duca, temendo dei repubblicani, si era ritirato sulla sinistra del Po, condotto in Piacenza, nella quale era entrato il dì quindici di giugno. Quindi gli si era accostato Victor, che mandato da Moreau ad ingrossare l'esercito del compagno, varcati i monti Liguri per Sarzana e Pontremoli, e poscia calatosi per Borgo di Taro e per Fornuovo, era arrivato al suo destino. Macdonald, volendo prevenire il nemico, e romperlo prima che fosse fatto più grosso, nè forse sapendo, che Suwarow già fosse arrivato con l'esercito sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale tedesco Otto, come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone. In questo antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a passar il Tidone, ed a correre sino a Castel San Giovanni, inseguendolo passo passo i cavalleggieri della repubblica condotti dal generale Salm. Ma Otto, indietreggiando, aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow di arrivare correndo in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas, udito il pericolo di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di Froelich, che sostenne la impressione dei Francesi: poscia sopraggiunse opportunamente la vanguardia Russa, e tutte queste genti insieme unite fecero un tale sforzo, il principe Bagrazione coi suoi Cosacchi sulla dritta, il principe Korsakow con altri Cosacchi, e con soldati leggieri d'Austria sulla sinistra, e finalmente Otto spalleggiato da Froelich sul centro, che i repubblicani, quantunque con molta costanza contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone. Sopraggiunse la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni, e dalle ferite. Erano i due eserciti separati dal torrente Tidone. In questo momento s'incominciavano a vedere gli errori di Macdonald, dei quali resterà facilmente capace chi vorrà considerare quello, che si conveniva a Suwarow di fare. Molto importava al generale di Russia di venire subitamente alle mani col Francese, e di romperlo innanzi che Moreau scendesse per le valli della Trebbia e della Scrivia ad assalirlo sul fianco suo destro ed alle spalle; perchè, se non rompeva Macdonald prima che Moreau arrivasse, gli era necessità di retrocedere; il che apriva la strada ai due generali Francesi di congiungersi; o se avesse perseverato nel proposito di guerreggiare a Piacenza, con Macdonald tuttavia intero a fronte, e con Moreau alle spalle, al quale davano anche appoggio le due fortezze d'Alessandria e di Tortona, sarebbe stato condotto a qualche pessimo partito. Adunque se importava molto a Suwarow il venire incontanente alle mani con Macdonald, importava del pari a Macdonald il temporeggiare con Suwarow, perchè è impossibile che quello, che è utile ad una delle parti contrarie, non sia dannoso all'altra. Bene e lodevolmente fece Macdonald assaltando sul suo primo giunger Otto, ed oltre il Tidone cacciandolo, perchè allora, non sapendo che Suwarow fosse tanto vicino con tutte le sue genti, gli conveniva passare per accostarsi a Moreau: ma quando dalle novelle avute, ed ancor più dal duro rincalzo si era accorto, che non più con una piccola parte, ma con tutto l'esercito nemico aveva a fare, non solo più prudente, ma ancora necessario partito era l'astenersi, il temporeggiare, il ritirarsi lento e cauto, finchè avesse novelle certe di quanto portasse la guerra fra Novi e Tortona; e che Moreau venuto al piano, avesse assaltato il nemico. Ciò non di meno si deliberava a combattere, risoluzione più animosa che prudente, o che a ciò il muovesse una troppo viva speranza di vittoria, o il pensiero ambizioso di essere chiamato lui solo liberatore d'Italia, o la ripugnanza di congiungersi con Moreau, al quale per l'anzianità del grado avrebbe dovuto obbedire.

Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato, durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti ostinate alla vittoria, o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi, che venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero quartiere a nissuno, comandamento barbaro, e degno di eterno biasimo, e scannassero gridando urra, urra. Ma nel fatto i soldati mostrarono maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito repubblicano schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a questo fiume che al Tidone: il destro corno governato da Olivier si distendeva verso il Po, ed avea con lui la cavallerìa di Salm: nel sinistro si trovavano i Polacchi con Dambrowski, e con la schiera di Rusca; contenevano il mezzo i soldati di Montrichard, e di Victor. Dalla parte sua Suwarow aveva ordinato l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti, Otto a sinistra verso il Po, poi più su seguitando, prima Froelich, poi Forster, poi Rosemberg, poi Bagrazione, finalmente un Schweicuschi, Russo generale. Guidava le due prime schiere composte quasi totalmente di Austriaci, quale duce supremo, Melas, le due ultime composte per la maggior parte di Russi, Suwarow. Passato il giorno diciotto di giugno il Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati ad affrontare i repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto loro. Avevano i primi fatto pensiero di urtare principalmente la sinistra del nemico; Bagrazione guidava la vanguardia; ma essendo la campagna piena di fossi e di siepi, non arrivava se non tardi al cimento. I Francesi, vedutolo venire, impazienti di aspettarlo, si scagliarono furiosamente contro di lui. L'impeto loro fu tale che già i soldati del principe si crollavano, e sarebbero anche andati in rotta, s'ei non fosse stato presto a soccorrergli, ordinando una fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò, che non solo la fortuna della battaglia si ristorava dal canto degli alleati, ma ancora i Francesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti loro. Il quale accidente vedutosi da Macdonald, mandava alcuni reggimenti di Victor, che frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo piegare la fortuna in loro favore. In questo punto Rosemberg muoveva Schweicuschi in soccorso di Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si attaccava in questa parte un'asprissima battaglia, che durò molte ore. Al tempo stesso Forster con la sua vanguardia composta massimamente di Cosacchi, e di uno squadrone Austriaco si attaccava con la vanguardia repubblicana, e dopo un ostinato conflitto la sforzava a piegare. Sopravvenne il colonnello Lawarow con alcune compagnìe, ed urtando a forza la vanguardia Francese, che già si ritirava, la ruppe. L'impeto delle genti rotte, che disordinate urtarono nel centro dei repubblicani, lo scompigliarono, sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato, oltre la Trebbia.

Macdonald, che vedeva, che in questo fatto andava la fama propria, e la fortuna della battaglia, rannodò di nuovo i suoi, facendo in questo tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte. Congiunse con loro alcune compagnìe della schiera di Olivier, e gli mandava nuovamente a combattere sulla sinistra del fiume, gli animava quantunque fosse molto impedito dalla ferita avuta nel combattimento di Modena, con la voce, con la mano, e con l'esempio. Riempiva con arte eccellente i luoghi vacui fra gli squadroni dei soldati a piedi con drappelli di cavallerìa, affinchè potessero maggiormente allargarsi, e non fosse fatta facoltà al nemico di ficcarsi in mezzo. Così ordinato, e di nuovo confidente marciava al riscatto della battaglia. Ne sorse una mischia molto feroce: Forster era molto pressato, e sarebbe eziandio stato vinto, se Froelich, veduto il caso, non gli avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo avviso di Froelich ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la fortuna si pareggiava. Sulla destra dei Francesi, cioè verso il Po, si combatteva anche egregiamente per la repubblica, e per l'impero; perchè e Francesi ed Austriaci, memori gli uni e gli altri degli odj antichi, e delle recenti battaglie, mostravano una grandissima costanza, i primi incoraggiati da Olivier, e da Macdonald medesimo, che era accorso, i secondi da Otto, da Froelich, e da Melas; forti tutti, e periti capitani. Così durò lunga pezza la battaglia, succedendo molto strazio, e molte morti da ambe le parti. Vinse finalmente la fortuna dei confederati, che prevalevano di cavallerìe, e di artiglierìe. Fu rotto Dambrowski sulla sinistra, Macdonald sul centro, Olivier sulla destra: tutti furono obbligati a cercar ricovero straziati dalle ferite, e bruttati di sangue sulla destra della Trebbia. Era il campo di battaglia orrido e doloroso a vedersi: in ogni parte uomini e cavalli morti, o moribondi; in ogni parte gemiti e spaventi; in ogni parte armi e munizioni rotte e sparse; gli arbusti gocciavano, la Trebbia menava sangue. Sopraggiunse la notte, che rinvolse nelle sue ombre la miseranda strage, gli sdegni ancor vivi delle tre forti schiatte, e la cupidigia non ancora satolla d'umano sangue.

Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani innanzi che Moreau gli romoreggiasse alle spalle. Pensava medesimamente Macdonald per la sua pertinacia insolita ad esser vinta, od a piegarsi, di assaltare alla nuova luce quel nemico, che già per due volte aveva tentato con tanto danno de' suoi, e con sì poco frutto. Nel che come si possa scusare, noi non possiamo restar capaci; e se si può lodare di coraggio, certamente non si può di prudenza: perchè se dubbio era, che vincesse il diciotto, ancor più dubbio era per l'efficacia dei precedenti fatti, che potesse vincere il diecinove, e la rotta del suo esercito importava la ruina di quello di Moreau, e di tutte le cose Francesi in Italia. Solo stabile speranza poteva essere per lui l'essere ajutato da Moreau; ma che questi fosse per arrivare a combattere l'inimico nel momento stesso della battaglia, era cosa molto incerta, nè Macdonald la poteva sapere: che se dopo la medesima fosse arrivato, sarebbe stato il suo arrivare inutile, nè avrebbe potuto riguadagnare la battaglia perduta. Adunque pare a noi, che la ostinazione di Macdonald dell'aver voluto tornar al cimento non sia da lodarsi, e qualunque sia il biasimo, che Moreau abbia meritato per non essere venuto a tempo, Macdonald non può schivar quello di non lo aver aspettato.