Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio. Risolutosi Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad assaltare, muoveva alle undici della mattina del diecinove di giugno le sue genti contro l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima, che nei giorni precedenti. Ordinava nel suo pensiero il generalissimo di Francia di circuire, stando fermo sul mezzo, e dopo di aver passato il fiume, con le due ali estreme il nemico, cioè di spuntarlo e verso i monti, e verso il Po. Con singolare intrepidezza passarono i repubblicani la Trebbia, ancorchè aspramente fossero bersagliati dalle artiglierìe nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle che ferivano a scaglia. Rusca, e Dambrowski s'attaccarono sulla sinistra verso i monti con Bagrazione. Nissuno creda che maggior valore nelle più aspre battaglie si sia mostrato mai di quello, che in questa mostrarono e Francesi, e Polacchi, Russi, ed Austriaci. Pinsero Rusca, e Dambrowski con grandissimo impeto Bagrazione, e col medesimo impeto gli rispingeva Bagrazione, quanto era urtato riurtando. Cominciarono a balenare i soldati di Dambrowski; Rusca accorreva con un grosso di genti scelte in suo ajuto. Menò egli sì terribilmente le mani, che non solo il Russo piegava, ma ancora i Francesi, preso nuovo ardire, assaltavano Schweicuschi con tanta energìa, che lo conciarono per la peggio, tagliarono a pezzi un intiero reggimento, lo rispinsero lungo spazio, e lo cacciarono dalla terra di Casaliggio, della quale s'impadronirono. Lampeggiava in questo punto la speranza della vittoria pei Francesi, e l'avrebbero anche ottenuta, se non fosse venuto in soccorso delle schiere pericolanti di Russia il generale Austriaco Dalheim con un grosso rinforzo di genti Tedesche: efficacemente il secondava la cavallerìa Russa, che già si era riordinata. Si rinnovava la mischia più fiera di prima, nè questi cedevano, nè quelli; diè Dambrowski segni di disperato valore: due volte respinto, due volte tornò più animoso al combattere, nè si partì dalla battaglia, se non quando arrivò Rosemberg con un forte apparecchio d'artiglierìe leggeri, che fulminando i contrastanti, gli costrinsero, sebbene tuttavia combattenti, alla ritirata sulla destra riva del fiume. Fu questo affronto sanguinosissimo, e mortale per ambe le parti, la legione Polacca vi fu conquassata, e lacerata all'estremo. Ma se i repubblicani vi perdettero molta gente, gl'imperiali ve ne perdettero altrettanta.

Non era stata nè meno ostinata, nè meno sanguinosa la battaglia sui campi, che avvicinano il Po. Quivi contuttochè Melas si fosse molto affaticato con le artiglierìe per impedire ai repubblicani il passo della Trebbia, dalle quali avevano molto patito, erano ciò non ostante riusciti sulla sinistra del fiume, ed avevano principiato a dare esecuzione al disegno ordinato da Macdonald. Una colonna urtava di fronte Otto, mentre un grosso di cavallerìa difilandosi lungo il Po, s'ingegnava di riuscire oltre l'ala estrema degl'imperiali. Le fanterìe Tedesche già cedevano all'impeto delle Francesi, quando venne in soccorso loro con una gagliarda squadra di cavallerìa il principe di Lichtenstein. Diè la carica alle fanterìe Francesi, e le respinse: diè la carica alle cavallerìe accorse in ajuto delle fanterìe, e le respinse. Arrivava in questo dubbioso punto con la seconda squadra dei suoi fanti Olivier, e facendo uno spaventoso trarre di artiglierìe leggieri, disordinava i cavalli di Lichtenstein, e gli costringeva alla fuga. Fra la furia del rinculare percossero nel reggimento dei granatieri di Wowerman, e il disordinarono, e se le fanterìe di Francia si fossero fatte avanti per usare la occasione aperta dalle artiglierìe leggieri, sarebbe nato in questa parte qualche gran sinistro per gl'imperiali; ma esse, non so perchè, si sostarono. Intanto Lichtenstein, che era uomo prode, ed i granatieri di Wowermann, che erano uomini forti, ed esercitati nelle battaglie, si riordinarono, e tornarono al cimento: trassero con loro un grosso rinforzo del reggimento di Lobkowitz. Il rincalzo fatto da tutte queste genti unite, ed animate da Melas, da Froelich, e da Otto diventò sì forte, che Olivier disperando la vittoria, la lasciò in mano del nemico, sulla destra riva dell'insanguinata Trebbia ritirandosi. Salm, che co' suoi cavalli correva lungo il Po per circuire Otto, veduto che per la ritirata di Olivier restava solo esposto all'impeto di tutta la schiera vincitrice, velocemente correndo, si ritirava ancor esso agli alloggiamenti oltre il fiume.

Bene, come si è veduto dalla narrazion nostra, fu combattuta questa battaglia dalle due ali dell'esercito Francese sul principio, male sulla fine; il che fu cagione, che, se esse si ritirarono intiere sulla destra della Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta. Avevano i Francesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla sponda sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma questi, bravamente resistendo, gli rincacciava. Venuta la seconda fila repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere di lontano, vennero tosto alle prese con le bajonette: fu quest'urto tanto micidiale sostenuto quinci e quindi con un valore inestimabile. Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle file, i viventi vi si gettavano, e facevano battaglia con le sciabole, e quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi morsi, e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio di duelli fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il primo a ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo in pendente, ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi condotto dal colonnello Lowneher, che diede animo ai Russi, lo scemò ai Francesi; caricando, e smagliando la cavallerìa, che fiancheggiava la schiera di Montrichard. Un reggimento di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente, cesse fuggendo disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta la schiera, nè Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgrado che se ne desse molto pensiero, e molto vi si sforzasse. La rotta di Montrichard fu cagione del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow accortosi della favorevole occasione, che la fortuna ed il valore de' suoi gli avevano aperta, si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col suo corpo di riserbo, ed assaliva il generale Francese per fianco. Pensò allora Victor al ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente, per quanto quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza dei repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera, e fieramente seguitata dalla cavallerìa nemica, si era ritirata a salvamento oltre quel fiume, che con tanta speranza di vittoria aveva poche ore prima passato. La Trebbia, funesto fiume per tante battaglie, non vide mai tanto sangue, quanto a questi giorni: il suo letto orrido pei mucchj dei cadaveri, massimamente più verso la sua foce nel Po, perchè quivi nel passare furono i Francesi terribilmente bersagliati dalle artiglierìe di Melas. Dei repubblicani in quelle tre giornate fu uno scempio di circa sei mila soldati morti, o feriti; tre mila prigionieri ornarono il trionfo dei vincitori. Non fu minore il numero degli uccisi dalla parte degli imperiali, e quasi niuno quello dei prigionieri. Alcune bandiere dei repubblicani furono conquistate dai confederati; pochi cannoni vennero in poter loro, perchè Macdonald per non essere ritardato dall'impedimento dell'artiglierìe più grosse, le aveva lasciate nello stato Romano, solo conducendo seco le leggieri.

Sopraggiunse la notte: era estrema la stanchezza dei combattenti; fuvvi riposo, se non d'animi, almeno di corpi. Pensava Suwarow, tosto che aggiornasse, di perseguitar il nemico, Macdonald di ritirarsi, quantunque a ciò di mala voglia, e costretto dal parere dei compagni, si risolvesse, perchè avrebbe desiderato di fare una quarta volta esperienza della fortuna; tanto si era ostinato in questa faccenda del combattere. Per la qual cosa, lasciato sulla sponda del fiume alcune genti delle più spedite per occultare al nemico la sua partita, s'incamminava celeremente col restante esercito, prima che la luce illustrasse l'Italiche contrade, alla volta di Parma. Dal canto suo Suwarow, come prima vide sorgere l'aurora, passava il fiume per dar l'assalto al nemico nei suoi proprj alloggiamenti. Nè avendolo trovato, ed accortosi della sua levata, si mise tosto a perseguitarlo, egli per la strada vicina ai monti, Melas per la prossimana al Po. Giunsero i Russi a Zema il retroguardo Francese governato da Victor, e l'assalirono con molto valore, e con ugual valore fu loro risposto dai Francesi, cosa maravigliosa dopo gl'infortuni recenti. La diciasettesima, postasi in un luogo forte, fece spalla al ritirarsi dei compagni, ma circondata finalmente da un nemico a molti doppj più grosso, fu costretta a deporre le armi, dandosi prigioniera in poter del vincitore. Dall'altro lato i Tedeschi arrivarono addosso ai Francesi presso a Piacenza, e ne fecero molti prigionieri, massime feriti, fra i quali notaronsi principalmente Rusca, Salm, e Cambray; quest'ultimo morì fra breve per le ferite avute nella battaglia. Rusca ebbe una gamba sconcia, Olivier una meno, entrambi guerrieri buoni, e di forme egregie di corpo. Avrebbe voluto Suwarow seguitare più oltre i repubblicani; ma udiva ad un tratto, che Moreau, uscito dal suo sicuro nido di Genova, era sboccato dalla Bocchetta, e calando dai monti minacciava di trarre a mal partito Seckendorf, e Bellegarde, dei quali il primo stringeva Tortona, il secondo Alessandria; che anzi il capitano di Francia avrebbe potuto fare addosso al suo retroguardo qualche fazione di sinistro augurio. Deliberossi pertanto a tornarsene indietro, dando carico a Otto, a Hohenzollern, ed a Klenau, che perseguitando facessero a Macdonald tutto quel maggior male, che potessero. Ma prima ebbe mandato una presa di Cosacchi a disfare quella testa di Liguri, che sotto il governo di Lapoype stanziava a Bobbio; la qual cosa venne loro agevolmente fatta. Domandano molti, perchè Lapoype, invece di scendere ad ajutare Macdonald, se ne sia stato inoperoso in un momento, in cui la più efficace attività era richiesta: alcuni il tacciano di poco animo, altri di animo rotto per non aver saputo svilupparsi a tempo dai piaceri di Genova. Ma egli stava agli ordini di Moreau, non di Macdonald, e se il generalissimo non gli aveva comandato di calarsi, non si vede come il potesse fare da se. Pare poi cosa molto inverisimile, per non dir del tutto falsa, che Moreau gli desse il comandamento di scendere, perchè ei non poteva supporre, che Macdonald fosse, non so se mi debba dire o tanto imprudente, o tanto temerario, che volesse mettere da se solo a cimento sorti sì gravi quando temporeggiando solamente due giorni, le avrebbe potute mettere coi due eserciti uniti insieme. Da tutto questo si scorge, che se Suwarow avesse tardato ad arrivare solo due giorni, o Macdonald solo due giorni a combattere, vinceva, per quanto delle probabilità di guerra si può giudicare, la fortuna di Francia. Sonvi alcuni, che accusano Macdonald di essere arrivato troppo tardi, perchè tornando da Napoli giunse a Firenze il dì ventisei di maggio, e solo partinne il dì otto di giugno: pare cosa strana quell'avere accennato sì presto, e colpito sì tardi. Se avesse corso, affermano, difilato, con dare solamente alle sue genti i riposi necessari, sarebbe certamente giunto a Voghera, prima che Suwarow vi arrivasse, e la unione dei due eserciti stata certa, e sicura. Di questo noi non vogliamo giudicare, perchè non abbiamo scienza del marciare degli eserciti, nè dell'immenso viluppo, che a' nostri tempi e' si tirano dietro. Certo, se l'accusazione è vera, la posterità Francese avrà molto a dolersi di Macdonald.

Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera di Levante condurre le sue genti all'unione in Genova con quelle di Moreau. Ei ne venne ciò non ostante a capo con uguale e perizia e felicità. Ordinava a Victor, che salisse per la valle del Taro, e che, varcati i sommi gioghi dell'Apennino, calasse per quella della Magra nel Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga, ora sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamente e felicemente, più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoja. Disperse le genti leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare il viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che pose a grossa taglia, mandò presidj a Bologna ed al forte Urbano: poscia salendo s'internava nella valle del Panaro, ed arrivava al suo alloggiamento di Pistoja. Poco stettero Bologna, ed il forte ad arrendersi ai confederati. Nè il generale Francese voleva pei disegni avvenire, e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana. Perlochè, chiamate a se le guernigioni di Livorno, e dell'isola d'Elba, che avevano capitolato, la prima con un Inghirami, condottiere di Toscani sollevati, la seconda con Napolitani e Toscani misti d'Inglesi, e poste sulle navi per a Genova le artiglierìe e le bagaglie, si avviava per la strada di Lucca alla volta dei territorj Liguri, e quivi conduceva a salvamento i suoi stanchi soldati. Poi stanco egli stesso dalle fatiche e dalle ferite, se n'andava a Parigi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto, per lo smisurato valore dimostrato. Del resto mostrossi Macdonald in Italia uomo di generosa natura: fu anche umano, malgrado delle cose eccessive che pubblicò a Napoli, e che rinfrescò in Toscana: si astenne da quel d'altrui, abborriva i rubatori. Amava più la gloria che la repubblica e la libertà, come d'ordinario l'amano i soldati. Gli piacevano meglio i governi temperati, che gli sfrenati. Insomma ei fu in Italia personaggio commendevole, e sarebbe stato anche più se un amore smisurato di fama non l'avesse fatto errare. Ebbe i difetti degli animi generosi, e non fu poco in mezzo a tanti vizj di animi vili. Con l'esercito di Macdonald si ritirarono ancora le genti Francesi, che tenevano Firenze; tutta la Toscana tornava all'obbedienza di Ferdinando.

Il giorno medesimo, in cui Macdonald combatteva sulle rive del Tidone, Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta, e passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa di divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava, essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti. Il giorno diciotto al momento stesso, in cui Macdonald era alle mani con gli alleati fra il Tidone e la Trebbia, Moreau assaltava gli Austriaci nel campo loro sotto Tortona, e quantunque, condotti da Seckendorf e da Bellegarde, si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo i Francesi di numero, furono costretti a cedere e perdettero San Giuliano; perseguitati acerbamente dai repubblicani nel piano di Marengo, disordinati, e rotti si ritirarono oltre la Bormida.

Questa vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità a Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Da tutto questo chiaramente si vede, che se Macdonald fosse, come pare che potesse, arrivato più presto, o avesse combattuto più tardi, avrebbe la fortuna inclinato di nuovo a favor dei repubblicani: per un intervallo di ventiquattr'ore stette, che i vinti non fossero vincitori, e che l'Italia, in vece di essere Russa e Tedesca, fosse Francese. Scaramucciossi il giorno diecinove, ed il venti sulle rive della Bormida. Il ventuno, messosi Bellegarde all'ordine, raccolte quante genti potè dal campo sotto Alessandria, e da altre terre vicine, facendo stima non piccola di questo moto, nè volendo che Moreau si alloggiasse in quei luoghi, mandava Seckendorf con un grosso antiguardo ad assaltar i repubblicani sulla destra del fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy a San Giuliano, e dopo una dura zuffa lo sforzava a ritirarsi. Accorrendo con nuove genti Grenier in soccorso di Grouchy ristorava la battaglia: il generale Tedesco, che sulle prime aveva respinto, fu respinto. In questo mentre Bellegarde arrivava a fare spalla a Seckendorf con una forte squadra di genti fresche, ed entrato nella battaglia faceva piegare i Francesi: venivano in poter suo San Giuliano, e Spinetta; continuamente i Tedeschi guadagnavano del campo. Fu forza, che Moreau venisse in ajuto de' suoi, che si trovavano in gran pericolo. Divenne allora molto aspro il conflitto: da ambe le parti si facevano gli ultimi sforzi per uscirne con la vittoria. Alfine Grouchy, che in questo fatto si portò da soldato molto valoroso, radunati e riordinati i suoi, che erano stati disordinati e dispersi, dava dentro, serrandosi addosso con molto impeto agli Austriaci, gli rompeva, e gli sforzava ad andarsene frettolosamente a cercar ricovero sulla sponda sinistra della Bormida. Un loro retroguardo lasciato al Bosco, e circondato dai Francesi si liberò a furia di bajonette. L'estrema coda delle genti Austriache, deposte per la forza sopravvanzante degli avversarj le armi, si diede in poter dei vincitori. Perdettero gl'imperiali in questo fatto molta gente, ma non tanta, quanta pubblicarono i Francesi, nè tanto poca quanto pubblicarono i Tedeschi, certamente nel novero di due in tre mila soldati tra morti, feriti e prigionieri; nè è dubbio, che la vittoria non sia stata dalla parte dei repubblicani. Quivi ebbe Moreau le novelle dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo, che per allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che la sola strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito, era quella di ritirarlo prestamente là, dond'era venuto, condottosi con frettolosi passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i soldati nelle stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genova con un sufficiente presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure Tortonesi gli rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle. Oltre a ciò aveva per maggiore sicurezza ordinato un forte campo con trincee tra la Bocchetta e Serravalle, che aveva raccomandato alla fede del marchese Colli, assunto al grado di generale, ed a lui congiunto d'amicizia. Le altre valli dei monti Apennini, per le quali si aprono le strade delle pianure bagnate dalle acque del Po, furono anche dal generale di Francia fortificate, e munite con buoni presidj.

In questo forte sito, ed avendo frapposto fra di lui ed il nemico, come baluardo naturale e forte, tutto il concatenato giogo degli Apennini, se ne stava aspettando, che cosa portassero le sorti dalla parte di Francia, che ancora non voleva, malgrado di tante rotte, pazientemente sopportare, che l'imperio d'Italia le uscisse dalle mani. Tornato Suwarow dai campi tanto gloriosi per lui del Tidone e della Trebbia, andava a porsi ad alloggiamento sulle sponde dell'Orba per impedire ogni motivo, che i Francesi potessero fare a soccorso delle fortezze di Tortona e di Alessandria cinte, dopo il suo arrivo, di più stretto assedio, e che sperava avessero fra breve a cedere alle sue armi.

Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Francesi in Italia, che, non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto principio in quest'anno, perdute sette battaglie campali, e le fortezze di Peschiera, e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la cadente loro fortuna altro sostegno più non aveva, che i gioghi dei monti Liguri, ed alcune fortezze. Noveravansi fra queste principalmente i castelli di Napoli, il castel Sant'Angelo, Ancona, Mantova, e le fortezze Piemontesi di Alessandria, Tortona e Cuneo. Conoscevano gli alleati, che l'imperio d'Italia non si renderebbe in mano loro sicuro, se non quando tutte le anzidette fortezze conquistate avessero. Ma principale pensier loro era quello dell'acquisto di Mantova stimata il più forte antemurale d'Italia, se non di effetto, almeno di nome, e delle fortezze del Piemonte; conciossiachè il presidio di Mantova essendo grosso di circa diecimila soldati, poteva ajutare efficacemente una nuova calata di Francesi, se la fortuna divenisse loro più favorevole; le fortezze Piemontesi, per essere vicine a Francia, potevano facilmente servire di appoggio e di scala a nuove imprese dei repubblicani. Agevolavano agli alleati la conquista di tutti questi propugnacoli le vittorie conseguite, i popoli favorevoli, le armi Russe, Inglesi e Ottomane, che o già tenevano, o minacciavano l'inferiore Italia. Per la qual cosa non così tosto Moreau si era riparato nel suo sicuro seggio di Genova, che i confederati andarono col campo alla cittadella d'Alessandria con potentissimi apparecchj, sperando per l'efficacia del batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse forte per arte, ad essere sforzata alla dedizione.

Siede la cittadella d'Alessandria sulla riva sinistra del Tanaro, separata solamente per le acque del fiume dalla città, con la quale si congiunge per un ponte coperto a guisa di quello di Pavìa. Eravi dentro un presidio di circa tremila soldati sottomessi al generale Gardanne, soldato, che pel suo valore in quelle guerre Italiane, era tostamente salito dai minori gradi della milizia ai maggiori. Sebbene non gli fosse nascosto, che per le rotte toccate da' suoi poca speranza gli rimaneva di essere soccorso, tuttavia da quell'uomo forte, ch'egli era, si era risoluto a difendersi fino agli estremi, perchè dove non vi poteva più essere utilità per la sua patria, voleva almeno, che risplendesse incontaminato l'onor suo, e quello de' suoi soldati. Animava continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva ogni cosa, ordinava con somma diligenza quanto fosse necessario alla difesa. Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava, per venir a capo dell'espugnazione. Aveva con se ventimila soldati fra Austriaci e Russi, più di centotrenta pezzi di artiglierìe assai grosse, parte dell'esercito, parte condotte recentemente dalle armerìe di Torino, con obici e mortai in giusta proporzione. Venne per sopravvedere, ed incoraggire gli oppugnatori con la sua presenza il generalissimo dei due imperj. Essendo la fortezza nuova, edificata secondo l'arte, ed abbondante di caserme, e di casematte construtte a pruova di bomba, si bramava conoscere, quanto potesse nel contrastare alla forza di chi l'assaltava. Si convenne da ambe le parti, che gli alleati non molesterebbero la fortezza dal lato della città, e che ella la città in nissun modo offenderebbe. Scavata, ed alzata la prima trincea di circonvallazione, fece Bellegarde la chiamata a Gardanne. Rispose, essergli stato comandato, che difendesse la fortezza, e volerla difendere. La folgoravano con tiri spessissimi centotrentanove cannoni, quarantacinque obici, cinquantaquattro mortaj. Nè se ne stava Gardanne ozioso, fulminando ancor esso con tutto il pondo delle sue artiglierìe. Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu sì grande, che in poco d'ora, o per proprio colpo, o per riverberazione ruppe la maggior parte dei letti delle artiglierìe, sboccò le restanti, uccise non pochi cannonieri, arse una caserma, ed una conserva di polvere con orribile fracasso: tacque per un tempo, o debolmente trasse la piazza. Usarono gli assedianti l'accidente, e spintisi avanti con le zappe, e compite le traverse, arrivarono sino al circuito dello spalto, dove incominciarono a distendersi con il cavare, e con alzare la terra a destra ed a sinistra coll'intento di compire la seconda circondazione. Tentava Gardanne d'impedirgli, poco potendo con le artiglierìe, con l'archibuserìa, traendo furiosamente contro i lavoratori dalla strada coperta. Ciò non ostante condussero a perfezione la seconda; nè mettendo tempo in mezzo, e dell'oscurità della notte giovandosi, vi alzarono di molte batterìe. In questi bersagli si portarono egregiamente, e fecero maravigliosi progressi contro la piazza i cannonieri Piemontesi tornati ai servigi del re. Nè furono senza effetto le armi Francesi, perchè molti buoni soldati dei confederati restarono uccisi, o feriti. Morì un nipote del marchese di Castler, fu ferito gravissimamente il marchese medesimo con grande rammarico di Suwarow, che conosceva, quanto quel guerriero valesse. Era intendimento degl'imperiali, compita questa seconda circonvallazione, di far pruova di cacciar i repubblicani dalla strada coperta. In fatti tanto fecero coi cannoni, che spazzavano i bastioni, e con le bombe e con le granate, che rendevano pericoloso e mortale lo starvi, che i soldati di Francia l'abbandonarono, ritirandosi del tutto nel corpo della piazza. Sottentrarono gl'imperiali, vi fecero un alloggiamento stabile: poi con le zappe continuamente travagliandosi, assieparono gli angoli sporgenti della medesima strada coperta, e si condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina dedizione. Già erano alzate le batterìe per battere in breccia, già le scale pronte, già le artiglierìe della piazza più non rispondevano. Di tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente giorno si preparava, una presa di soldati fortissimi trascelti a questo mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe stato per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso i soldati; però, inclinando l'animo alla concordia, chiese, ed ottenne patti molto onorevoli il dì ventuno luglio. Uscisse il presidio con tutti i segni d'onore, che danno i vincitori ai vinti; si conducesse negli stati ereditarj, vi stesse fino agli scambi, avesse Gardanne facoltà di tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i confederati sino allo scambio. Fu assai bravo il contrasto fatto da questo generale di Francia; ciò nondimeno fu accusato dell'essersi arreso, prima che la breccia fosse aperta. Ma l'accusa non ebbe effetto, perchè vennero poco dopo tante dedizioni, che fu manifesto, che la forza insuperabile, non la codardia, od il tradimento avevano operato. Restarono uccisi di Francesi seicento, di Cisalpini ducento. Fuvvi anche molto sangue fra i confederati, perchè mancarono fra di loro in ugual numero i soldati. Trovarono i vincitori nella fortezza conquistata settemila fucili, più di cento cannoni, la maggior parte da risarcirsi, dieci mortai, polvere in abbondanza, e munizioni da bocca proporzionatamente. Fu celebrata la conquista di Alessandria con ogni maniera di pubblica dimostrazione. Poi, per metter terrore, e per isfogar l'odio, carcerarono i giacobini, come gli chiamavano; il che contaminò l'allegrezza, perchè molti fra di loro appartenevano alle famiglie principali del paese. Ma Suwarow voleva quel che voleva, ed anche il consiglio supremo il secondava volentieri.