Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista d'Alessandria dai collegati, e dai loro partigiani in Italia, che ebbero occasione d'un'altra maggiore prosperità per l'espugnazione di Mantova. Aveva Buonaparte due anni innanzi conquistato questa fortezza piuttosto col consumarla per carestìa di viveri che con lo sforzarla per oppugnazione. La domò Kray piuttosto per forza, che per assedio: perciocchè s'arresero i repubblicani alle armi imperiali, quando ancora avevano nelle conserve loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le mura sfasciate, ed il cinto della piazza rotto gli costrinsero in breve tempo a quella risoluzione, cui il fare ed il non fare, tanto importava a loro, ed agli alleati. Si era Kray, già fin quando Suwarow era arrivato al supremo governo dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma non si era fatto molto avanti con le trincee, e perchè non aveva forze sufficienti a circuire, ed a sforzare una piazza di tanta vastità, e difesa da una guernigione di diecimila soldati. Per la qual cosa aveva solamente applicato il pensiero al tenere impediti i luoghi, acciocchè nissuno ajuto di genti, o di vettovaglia vi si potesse introdurre; aveva anche fatto opera, posciachè Peschiera e Ferrara erano state soggiogate dalle armi dei confederati, che le barche imperiali, che avevano acquistato il dominio del lago di Garda, per le acque del Mincio calandosi, e così pure un'armata di navi sottili ascendendo pel Po, venissero fare spalla all'esercito terrestre, che stringeva la piazza. Infatti l'essere padrone di Peschiera e di Ferrara, che sono a destra ed a sinistra a guisa di opere esteriori di Mantova, dà maggior facilità a chi è al tempo stesso signore della campagna, di acquistare per fame o per forza quel baluardo principale d'Italia. Ma quando dopo le rotte di Macdonald, Suwarow fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti all'assedio, per forma che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava, il novero di quarantamila soldati, il generale Tedesco, nel quale non si poteva desiderare nè maggior animo, nè miglior arte, si accinse a voler fare quello, che fino allora aveva solamente accennato. Per facilitargli vieppiù l'impresa, gli mandava Suwarow alcuni pezzi d'artiglierìe ben grosse, trovate nelle armerìe di Torino. Con questo accostamento si trovò Kray in grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da fuoco. Alloggiava il più grosso nervo dell'esercito assediatore, la più parte Austriaco, per modo che incominciando sulla sinistra alla Certosa, e girando col mezzo alla Madonna, andava con la sinistra a terminarsi a Capilupo. Un altro corpo di genti Austriache si era posto a rincontro di San Giorgio. Eransi i Russi accampati oltre il canale di Sant'Antonio a destra, ed a sinistra della strada che va a Verona: carico loro era di battere la cittadella. Ma i corpi che avevano preso il campo e contro San Giorgio, e contro la cittadella, non avevano l'ufficio di farsi via per forza, o per rotture di mura nelle due fortezze: solo disegnavano d'impedire la campagna al nemico, e battendo con le artiglierìe dargli diversi riguardi, perchè meno fosse forte a difendersi in quella parte, che principalmente Kray aveva fatto pensiero di assaltare, e dove intendeva di far la breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il nemico ostinato oltre il dovere resistesse. Nè stette lungo tempo in dubbio circa la elezione, perchè la parte di porta Pradella gli si appresentò tostamente come la più debole, sì per esser dominata dall'eminenza di Belfiore, sì per non avere altra difesa esteriore, che un'opera a corno, nè altra difesa di fianco, che il bastione di Sant'Alessio molto lontano, una mezza luna a sinistra, ed il bastione di Luterana a destra, sì per essere tutte queste difese molto anguste, e perciò incapaci di molte artiglierìe, e di spandere i tiri alla larga, anzi capaci all'incontro di essere molestate con fitto bersaglio dal nemico, e sì finalmente per essere in questa parte il terreno manco paludoso, e però più atto a ricevere gli approcci. Ma a volere che gli approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per gli oppugnatori l'impadronirsi del torrione, e del molino di Ceresa. A questo fine tirando furiosamente contro i detti luoghi, sforzarono i difensori a ritirarsene; poi fattovi impeto con una mano di soldati animosi, vi entrarono, e vi si alloggiarono. Quindi senza starsene ad indugiare, alzarono le serrature del Paiolo; il che fu cagione, che le acque del canale di questo nome, trovando uno scolo più facile, si abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto abilità a Kray di spingersi avanti con le trincee contro la piazza. Spesseggiavano i Russi coi tiri contro la cittadella, gli Austriaci contro San Giorgio. Ma la principale tempesta veniva da Osteria alta, dai siti vicini alla strada per a Montanara, da Belfiore, da casa Rossa, da Paiolo, da Valle, e da Spanavera; quivi il generalissimo d'Austria aveva piantato le sue più grosse e più numerose artiglierìe, per battere o per diritto o per fianco l'opera a corno di porta Pradella, i bastioni della porta medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le fortificazioni dell'isola del T, e del Migliaretto.

Mentre con tanto fracasso, e con sì viva tempesta fulminava Kray la parte più debole della piazza, tempesta, alla quale gagliardamente anche rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con le trincee dell'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di guastatori, di zappatori, e di palauoli ordinati a venire dalle campagne insistevano a scavare, e ad ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli assediati facessero ogni sforzo per isturbargli con le artiglierìe, giacchè con le sortite a cagione della forza prepotente degli assediatori non potevano, la prima circondazione o come ora dicono, parallella, che si distendeva dalla strada per a Bozzolo insino a fronte del bastione di Sant'Alessio; poi con gli approcci o con le traverse avvicinandosi, piantarono sei batterìe, delle quali la prima batteva il bastione di Luterana a canto la porta Pradella, le tre seguenti bersagliavano l'opera a corno, e la mezza luna della medesima porta, la quinta la cortina tra la porta medesima ed il bastione di Sant'Alessio, la sesta finalmente questo bastione. Già i confederati erano arrivati a compire la seconda parallella, e da questa con maggior furore scagliavano nella piazza il giorno palle, la notte bombe: era infinito il terrore della città. Per tale furioso nembo furono scavalcate quasi tutte le artiglierìe dei difensori: l'opera a corno, e le fortificazioni di porta Pradella lacere e quasi intieramente distrutte offerivano agli oppugnatori mezzo poco pericoloso di attaccare la piazza, e di entrarvi. Al tempo stesso un altro corpo di Austriaci assaltava il vico di Paiolo sito a rincontro di porta Ceresa, e dopo un ostinato combattimento se ne insignoriva. Il generale Austriaco Esnitz, che reggeva la schiera oppugnatrice di San Giorgio tempestò con sì gran romore in sembianza di volerne venire ad un assalto che i repubblicani pressati da tante altre parti, si deliberarono di abbandonare, lasciandola in potere degli Austriaci, questa parte delle fortificazioni di Mantova, che è divisa dal corpo della piazza per le acque del lago di mezzo, e dell'inferiore. Tutti questi assalti e questi vantaggi diedero abilità al corpo principale dell'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo stesso dello spalto degli Austriaci scavarono, ed alzarono la loro terza circondazione. Col nemico tanto vicino, con tutte le difese demolite o fracassate, non potevano più sperare i Francesi di conservare in possessione loro l'opera a corno, solo antemurale della porta Pradella, ancorchè il presidio dell'abbandonato San Giorgio fosse venuto a rinforzare i battaglioni che la difendevano. Pensarono adunque al ritirarsi, il che effettuarono non senza aver prima chiodato i cannoni, che non poterono trasportare. Accortisi gl'imperiali dell'accidente, entrarono, vi si alloggiarono, e voltando dal bastione acquistato come da luogo più vicino, l'artiglierìe contro la porta Pradella, se alcuna cosa ancora vi era rimasta intiera, questa disfecero e rovinarono: già battevano in breccia. La tempesta continuava da ogni lato: più di diecimila o palle, o bombe si lanciavano ogni giorno contro la straziata Mantova; non si era mai per lo innanzi veduta una oppugnazione tanto vigorosa, e tanto violenta.

Già porta Pradella era distrutta, le case vicine, o diroccavano, o ardevano: sorgevano incendi pericolosi in varie parti; le fiamme consumavano i magazzini a San Giovanni; straziato era il bastione di Sant'Alessio, le sue batterie smontate; medesimamente le batterie del T coi carretti rotti giacevano inutili al suolo, il Migliaretto sconcio e fracassato non faceva più difesa; ogni governo di artiglierìe era divenuto impossibile nella fronte della piazza opposta agli Austriaci, o perchè erano scavalcate, o perchè ne erano morti o fugati i cannonieri: niun parapetto intiero, niun muro non rovinato; i lavoratori di dentro ricusavano in quell'estremo pericolo, ed in mezzo a sì spaventevole fracasso l'opera loro; la piazza sfasciata, ed aperta da questo lato non aveva più nè difesa d'armi d'artiglierìa, nè difesa di ripari, nè modo di risarcirgli. Era la guernigione inabile al resistere con le armi, con cui si combatte da vicino, perchè assottigliata dalle stragi, indebolita dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro mila abili alla battaglia, non era più a gran pezza pari a tanta bisogna. Tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti, e perseverava nella difesa, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta delle genti Francesi sulla Trebbia, e l'essersi Moreau del tutto ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo, discrepando solamente un uffiziale Bouthon, comandante dell'artiglierìe, che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo addì ventotto di luglio, i capitoli di maggior momento furono i seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione, avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli scambi, il comandante e gli uffiziali, soggiornato tre mesi negli stati ereditarj, avessero facoltà di tornare nei paesi loro, i Cisalpini, Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Francesi a stimarsi, e come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e dei feriti, dessersi tre carri coperti al generale, due agli uffiziali, perdonerebbesi la vita ai disertori Austriaci. Entrarono i confederati il dì ventinove nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu dimostrato al mondo, che per viva forza ella si può espugnare in pochi giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Fecero i Mantovani molte feste per l'arrivo dei Tedeschi, come ne avevano fatte per l'arrivo dei Francesi. Di questi, chi si poteva reggere, sebbene si trovasse in estrema debolezza o per ferite, o per malattìa, accorreva, o da se o fattosi portare, ai compagni che se ne andavano, amando meglio perire in mezzo al nome di Francia, che andar salvo in mezzo ai Russi ed ai Tedeschi. Pure rimasero nella fortezza dodici centinaja di soldati malati, e due migliaja circa perirono o al tempo dell'assedio largo per malattìe, o al tempo dell'assedio stretto per ferite. I morti ed i feriti dalla parte dei confederati non arrivarono ai cinquecento. Fu accusato Latour-Foissac di poco animo, e di debole difesa da alcuni, da altri di esser aristocrata, di non amare la repubblica, di aver tenuta continuamente informata con lettere la contessa di Artesia di ogni cosa. Altri finalmente dissero anche parole peggiori, affermando che si fosse lasciato corrompere per un milione, e ottocentomila franchi dati, o promessi da Kray. Chi conosce lo stato, a cui era ridotta porta Pradella, crederà facilmente che il generale dell'Austria non aveva bisogno di dar denaro per entrare nella piazza, e che il generale di Francia non aveva bisogno di accettarlo per lasciarlo entrare. Accusollo il direttorio, accusollo Buonaparte messosi al luogo del direttorio; ma il mondo sincero e giusto, nè mosso dalla superbia, che si compiace dell'avvilimento altrui, ha giudicato, che Latour-Foissac abbia compito nella difesa di Mantova, senza sospetto di macula alcuna, tutti gli uffizj che si appartenevano a buono e leale capitano, e che l'arrendersi in quel punto fu per lui necessità, non viltà, nè cupidigia di denaro.

Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle. È Serravalle piccola fortezza di dizione Piemontese, posta sulla Scrivia, dove le falde degli Apennini incominciano a sollevarsi in quegli alti gioghi, che a grado a grado viemaggiormente innalzandosi, arrivano al sommo vertice della Bocchetta. Era questa fortezza venuta, prima, come abbiam narrato, in potere dei repubblicani Piemontesi, che facevano guerra al re, poi introdotto un presidio Francese, cesse intieramente in podestà della repubblica. Importava a Suwarow pe' suoi disegni contro Genova che s'impadronisse di lei, poi di Gavi, che posto in più alto sito, e sopra scoscesa rupe, è propugnacolo alla capitale della Liguria. Adunque contro la fortezza di Serravalle mandava Suwarow le sue genti, dando carico a Schwaicuschi di tenere il nemico a bada, a Dalheim di passare la Scrivia presso Cassano Spinola, a Mitruschi di accamparsi tra Novi e Gavi per mozzar le strade agli assediati. Aprironsi le trincee, piantaronsi le batterie, furono fracassate, e ridotte inutili le artiglierìe della piazza: il comandante richiesto di resa, negava: ricominciossi la batteria; fracassato il muro, restava la breccia aperta. Si arrendeva a discrezione il dì sette agosto. Trovarono i vincitori nella fortezza dieci cannoni, un mortajo, con qualche provvisione sì da bocca, che da guerra.

Le rotte d'Italia, e la presa di tante fortezze, massimamente quella di Mantova, intorno alla quale si era affaticato Buonaparte quattro mesi, avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano restar capaci, siccome quelli, che ancora avevano la memoria fresca di tante vittorie, del come soldati, sì sovente ed in tanti segnalati fatti superati dai repubblicani, fossero adesso, e tutto ad un tratto divenuti sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione, che tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i tradimenti per opinione. Fuvvi ancora chi disse solennemente orando in tribuna, che palle di legno ricoperte artifiziosamente di laminette di piombo fossero state date ai soldati repubblicani nelle battaglie. Si accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano: nè trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non si dava carico di tradimento a Moreau per corruzione di denaro, che in questo fu stimato sempre, ed era veramente di natura integerrima, gli si dava quello di repubblicano tiepido, e dell'amministrare la guerra non con quella vigorìa, che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi, pretessendo alle parole loro l'amore di libertà, accagionavano il direttorio delle calamità presenti, e facevano ogni opera per espugnarlo, conciossiachè i più fra coloro che gridavano libertà, non altro modo in Europa sapevano tenere per fondarla, che questo di disfare i governi per mettersi nei luoghi loro, ambizione pessima, che corrompe il buono, e fa venir ai governi certe voglie, che forse non avrebbero, ed a cui pure sono di per se stessi pur troppo inclinati. Insomma tanto si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col subillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro tre altri, che erano stimati repubblicani di più forte e più sincero conio. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi rincominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima, dicendo, che non valevano meglio degli scambiati. Tanto era impossibile il fondare un governo libero con quei cervelli pazzamente ambiziosi! In questi schiamazzi e vociferazioni tanto s'infuocarono, che produssero poco dopo, come si dirà, una nuova mutazione; ma a questa volta posero in seggio chi gli fece poi tacer tutti. Intanto su quei primi calori dei tre nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze, parendo, che un pensare più vivo in materia di repubblica avesse anche a dare armi più forti. Siccome poi niuna nazione è tanto capace di fornire imprese straordinarie, quanto la Francese, quando è usata in su questi rigogli, così i nuovi reggimenti si deliberarono di non mettere tempo in mezzo per dimostrare al mondo, quanto potesse quella Francia, quando ella si scuoteva, e quale urto fosse il suo, quando l'animo vivo fosse secondato da un governo vivo. Applicarono adunque l'animo a riscaldare l'affezione della repubblica, l'amore del nome Francese, la ricordanza dei gloriosi fatti. Per tal modo diveniva ogni giorno più la materia ben disposta; delle quali favorevoli inclinazioni valendosi, mandavano alle frontiere in Svizzera, in Savoja, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella Liguria quante genti regolari potevano risparmiare dei presidj interni. Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volentieri, perchè le sconfitte recenti e le vittorie passate con la necessità di mantener illibato il nome Francese con accesi colori si rappresentavano dalle gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi la barbarie dei Russi, la nimistà degli Austriaci, le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si dipingevano.

Questi tentativi su quegli uomini pronti ed animosi efficacemente operavano, e già Francia si muoveva con animo confidente contro la lega Europea; moto certamente onorevole dopo tante disgrazie. Pensiero era, non certo di menti avvilite, di assaltare al tempo stesso e Svizzera e Piemonte, e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di gran fama. Già nella Svizzera Massena animosissimamente combatteva, spesso con evento pari, talvolta con prospero, contro l'arciduca Carlo. Restava, che agli eserciti, che dovevano far impeto contro il Piemonte e contro l'Italia, venissero preposti generali di nome, accetti ai soldati, accetti agl'Italiani. Nè in questo stette lungo tempo in dubbio il direttorio; perchè, trattone Buonaparte tanto lontano, in nissuno tutte queste condizioni maggiormente si lodavano, che in Championnet e Joubert. Entrambi conoscevano l'Italia, entrambi nell'Italiane guerre si erano mescolati, entrambi di vita continente, e nemici dei depredatori, cosa di grande importanza per voltare a se gli animi degl'Italiani; entrambi finalmente repubblicani sinceri, ed amici per indole e per massima dell'independenza altrui. Avevano anche voce l'uno e l'altro di amare il nome Italiano, perchè nè Joubert aveva voluto dar le mani ai disegni di Trouvè e di Rivaud contro il governo Cisalpino, nè Championnet tollerare l'imperio insolente e rapace dei commissarj a Napoli. La loro principale speranza avevano i repubblicani Italiani collocata in Joubert, perchè sapevano che suo intento era o volesse il governo Francese, o no, di ridurre l'Italia in una sola repubblica unita e independente, purchè fosse strettamente congiunta d'amicizia con la Francia. Conoscevano l'animo di lui ardito e forte, nè mai tanta inclinazione d'animi benevoli, ed attenti alle cose avvenire vi fu verso alcuno reggitore di popoli o d'eserciti, quanta fu questa degl'Italiani verso Joubert. Nè ignoravano, ch'egli era d'animo civile e temperato, nè temevano che quando avesse corso vittorioso l'Italia, fosse per sottometterla al giogo soldatescamente; perciocchè non era loro ignoto, che esortato da partigiani di diversa sorte in Francia, perchè, disfatto il governo, s'impadronisse della somma delle cose, aveva sdegnosamente rifiutato la proposta.

Quelli fra i repubblicani d'Italia, che cacciati dalla patria avevano cercato riparo in Francia, molto insistevano e con le parole, e con gli scritti, e con le opere in questo proposito dell'independenza, e dell'unità Italiana, persuadendosi, che con questo nome in fronte avessero i Francesi, e chi sentiva con loro, e far correre i popoli in loro favore.

Joubert secondava questi sforzi con volontà sincera. Gli secondava altresì, ma solo con qualche dimostrazione esteriore, e non coll'animo il direttorio desideroso di riacquistare il dominio d'Italia, e confidando che questo generoso ed alto proposito fosse per essere mezzo potente all'esecuzione. Due, come abbiamo scritto, erano gli eserciti, che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in Italia; il primo governato da Championnet, aveva carico di minacciar il Piemonte superiore, e preservare le fortezze di Cuneo e di Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio, e di combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano; il quale fatto per la sua grandezza avrebbe partorito ammirazione degli uomini, e terrore nuovo delle armi di Francia. Era desiderabile, che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero verso i luoghi, a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva ancor messo insieme tante genti, che fossero abbastanza a così grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati nuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva l'esercito pronto e capace di combattere: erano in lui i forti veterani di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della Vendea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo. Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini, ed infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidj necessari, perchè abbondavano di artiglierìe e di munizioni; solo si sarebbe desiderato un maggior nervo di cavallerìa. Si temeva che Tortona, che dopo la perdita di Alessandria era il solo forte, che potesse facilitar la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in battaglia campale il nemico, e se ciò non gli venisse fatto, sperava almeno, che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne doveva partire per andar al governo della guerra del Reno: «Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco, che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi, che restiate con noi, e che governiate le genti, come supremo duce, voi medesimo: ciò mi fia caro oltre modo. Sarommi il primo ad obbedirvi, e ad adoprarmi qual vostro primo ajutante». Tant'era la venerazione, che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza del suo animo! Ciò fu cagione che Moreau restasse, ed ajutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald, e l'antico esercito di Moreau si calavano la maggior parte per la Bocchetta: le venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Acqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che prevalendo di cavallerìa, voleva aspettare i repubblicani al piano. Entrarono questi in Acqui; il mandarono a sacco per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti Liguri. Non si era allora curato il capitano di Francia di vendicare i suoi, essendo obbligato a camminare velocemente: il che vedutosi dai villani sollevati fatti signori di Acqui, l'avevano attribuito a miracolo di San Guido protettore della città, comparso, come dicevano, sulle mura per dar terrore ai Francesi. Ne fece il vescovo della Torre, volendo ricoprire le sue parzialità precedenti pei repubblicani, o vere o finte che si fossero, raccorre le testimonianze; funne anche rogato l'atto solenne. Così restò, che San Guido fosse comparso; e chi sel credeva, ne parlava; e chi non sel credeva, ne parlava anche di più.

Quando l'ala sinistra dei Francesi, di cui abbiam favellato, e che era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine, e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra, ordinava Joubert il suo esercito, ed il disponeva agli ulteriori disegni. La mezza obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore del generale San Cyr, che aveva con se Vatrin, Laboissière, e Dambrowski. Quest'ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale Polacco, il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezza alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze verso Basaluzzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa quarantamila soldati, si distendeva dalla Bormida fin'oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro e dell'Orba, del Lemmo e della Scrivia. Desiderava Joubert, premendogli di soccorrere Tortona, di fare un motivo sopra questa piazza; mandava a questo fine soldati corridori per Cassano Spinola sulla destra della Scrivia. Intanto non contento alla fortezza naturale di quei luoghi erti, e montuosi, con trincee, con fossi, e con batterìe di cannoni piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal modo i Francesi sovrastavano minacciosi dai monti alla sottoposta pianura.

Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua dritta, composta massimamente di quei Tedeschi, che Kray aveva condotto dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara; la mezza, a cui soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi tutta consisteva in soldati Russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri Austriaci, e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la recuperazione di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse: erano nel novero di circa sessantamila soldati. Apparivano l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva differirsi. Ardeva Joubert di desiderio di venir tosto alle mani, sì per ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che voleva, che non si stesse ad indugiare per far inclinar del tutto le sorti dall'un de' lati in quell'aspra guerra. Ma essendo cosa di grandissimo momento per Francia, si deliberò a consultare sopra la materia in una dieta militare convocata a posta: quivi pullulò una grande varietà di opinioni. Opinava Joubert, e con lui i più audaci de' suoi capitani, che si desse dentro subitamente. Allegavano gli ordini risoluti del direttorio per rinstaurar l'onore delle armi Francesi in Italia con un campale conflitto; essere quello il momento propizio di affrontar il nemico stanco dai freschi e lunghi viaggi, attonito al veder comparire di nuovo sul campo più forti di prima quei repubblicani, ch'ei credeva sbigottiti ed oppressi; doversi usare l'ardor Francese, quando più bolle; doversi temere la tiepidezza successiva; valere i Francesi nelle difese, ma ancor più valere negli assalti; mirassero quei volti, toccassero quelle destre, vedrebbero, toccherebbero segni di certa vittoria; per questo, e non per aspettare qual momento piacesse al nemico di combattere, essere venuti dalle lontane Calabrie, essere venuti dalla lontana Brettagna; l'aspetto che a fronte loro si scopriva delle Italiane campagne, rammentare tante vittorie col ferro, non coll'ozio acquistate; convenirsi il temporeggiare a quei freddi Russi, a quei pesanti Tedeschi, non ai vivi ed ardimentosi Francesi; sapere, prevaler di numero i confederati, ma quante volte avere i soldati della repubblica vinto eserciti più numerosi? Sapere, prevaler ancora di cavallerìa, e per questo avere qualche vantaggio nei luoghi agili e piani; ma le legioni della repubblica non avere mai temuto l'incontro delle cavallerìe; avere tante volte sostenuto, fiaccato, rotto l'impeto loro; non con le cavallerìe, ma con le fanterìe vincersi le moderne guerre; più poter le bajonette, che un nitrito vano, e colpi incerti: menassersi adunque incontanente i repubblicani alla battaglia, e tosto si vedrebbe, che se la fortuna ajuta gli audaci, in questo fatto massimamente gli ajuterebbe: subita pugna, concludevano, e l'Italia in premio.