Dall'opposta parte i più prudenti, che dannavano l'esporsi nella campagna aperta, argomentavano, farsi le guerre col valore, ma farsi ancora con l'arte; stolto consiglio essere il lasciare i consigli certi per abbracciare gl'incerti; essere il vincer certo, se in quei luoghi tanto forti, e quasi inaccessibili per natura, tanto fortificati per arte, il nemico si aspettasse; divenire il vincer dubbio, se nel piano si scendesse, dove un solo errore, dove uno spavento improvviso sarebbe, in tanta superiorità di forze nemiche, fatale all'esercito; conoscere il valor Francese, ma non doversi lui porre a sperimenti temerarj; essere stanche alcune squadre degli alleati, ma le altre fresche, e veterane tutte; combattere gli alleati con tutte le forze loro, perchè era arrivato Bellegarde colle genti vincitrici d'Alessandria, era arrivato Kray colle genti vincitrici di Mantova; non combattere i Francesi con tutte, perchè Championnet non era ancora giunto al luogo suo, ed ancora si aspettava. E quale temerità, quale stoltizia essere il combattere dimezzato, quando temporeggiando si può combattere intiero? Chi s'ardirà addossarsi un tanto carico? A chi non rifuggirà l'animo al pensare, che se l'esercito oggi è vinto, avrebbe potuto vincere domani? Volere il direttorio, che non s'indugiasse la battaglia, ma non avere comandato, che in questo preciso giorno si combattesse; nè essere da credere che meglio amasse, che l'esercito fosse vinto che vincitore: sempre vincere a tempo chi vince; qualche cosa ancora lasciare lui pure alla prudenza dei capitani, qualche cosa alle occasioni, qualche cosa alla necessità: se forti erano le fanterìe Francesi, non esser deboli le cavallerìe dei confederati, e quanto possano le cavallerìe nei luoghi sfogati e piani, nissuno essere che l'ignori: dovere chi vuol arrivare al fine de' suoi intenti con probabilità di evento, misurar le cose umane secondo l'ordinario, non essendo le geste eroiche, perchè queste geste qualche volta sorgono, e qualche volta no; e se qualche volta i fanti della repubblica avevano superato i cavalli dei re, qualche volta ancora esserne stati rotti: considerazione di capitani prudenti essere anche quella di pensare, prima d'ingaggiar battaglia, alle ritirate; or quale via di ritirata poter rimanere aperta ai soldati della repubblica, se al piano scendendo, quivi fossero sbaragliati e rotti? Non gli conquiderebbero, non gli pesterebbero, non fuori gli taglierebbero le imperiali cavallerìe? Con Serravalle in poter del nemico, con la riviera di Levante piena di soldati Austriaci, con la riviera di Ponente stretta da sentieri difficili, coi popoli nemici e tumultuanti, quale sicurezza, quale speranza di riuscire a salvamento? La disfazione totale dell'esercito seguiterebbe una temerità fatale: non rifiutarsi l'occasione di combattere, non abborrirsi dal romor dei cannoni, non temersi di guardar in viso il nemico, ma doversi rispondere alla patria con la ragione, non con l'imprudenza. Questi monti scoscesi, dicevano, a cui ci siamo riparati, questi fossi, con cui ci siam cinti, queste trincee, con cui ci siamo coperti, non poter essere indarno: a questo modo non doversi tentare la volubile e capricciosa fortuna. Con questi ragionamenti concludevano coloro, che questa sentenza mantenevano, che miglior partito era l'aspettar il nemico nei proprj alloggiamenti, che l'andarlo ad assaltare ne' suoi; ma che se tanto fosse temerario, che si attentasse di chiamare a cimento Francia, quando al valore dei soldati aveva congiunto la fortezza dei luoghi, allora con tutte le forze, e con tutto l'animo si combatterebbe, allora si mostrerebbe, che il non essere scesi i Francesi alla campagna dinotava non timore, ma arte; allora si vedrebbe quanto imprudentemente discorresse chi preponesse i soldati d'Austria e di Russia ai soldati di Francia. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a questa deliberazione di aspettare, che il nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.
Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello, che loro convenisse di fare. I generali Austriaci, non soliti a commettersi all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Consideravano, quanto fossero forti gli alloggiamenti dei Francesi; consiglio da non lodarsi essere, opinavano, il privarsi col combattere in quei gioghi montuosi, del vantaggio delle cavallerìe; doppia necessità sovrastare ai Francesi di venire prestamente ad una battaglia nel piano, la prima perchè loro importava di soccorrere Tortona già prossima a cadere, la seconda, perchè essendo i mari chiusi, la Liguria sterile, le pianure Piemontesi a divozione degli alleati, sarebbero loro fra breve mancate le vettovaglie: doversi usare il benefizio della fortuna dello aver un esercito più numeroso, e meglio provveduto di cavallerìe, non si dovere pareggiare le partite con fare, che la fortezza del luogo compensasse in favore dei Francesi il maggior nervo dell'esercito imperiale: non essere quel della guerra mestier tanto sicuro, anche con maggiori forze, che si dovesse rinunziar ai vantaggi offerti dalla condizion delle cose; stanche, e consumate essere le genti imperiali dal tanto e fresco marciare: non si dover temere di Championnet così presto, perchè l'esercito Francese dell'Alpi si trovava tuttavia debole e disordinato, i soldati nuovi condursi timidamente a lui, e solo legati a guisa di malfattori con corde: andarvi in quella pugna tutto l'imperio dell'imperatore Francesco in Italia pure testè e con tanta difficoltà ricuperato; un tale esperimento non doversi tentare con vantaggi dimezzati e tronchi, ma sì con tutti quelli che il tempo offeriva: non giuocarsi alla ventura gl'imperj: non rinunziare i capitani savi ad imprese certe per correr dietro ad imprese incerte; volentieri cimentare gli Austriaci la fortuna, e ristringersi nei pericoli, quando la necessità incalza, e rende ogni altro partito impossibile; di ciò averne dato grandi e manifeste pruove nelle precedenti battaglie; ma quando la necessità non corre, abborrir loro dai consigli pericolosi e dubbi. Infatti temevano di quell'audacia venturiera di Suwarow, e consideravano, che poca somma giuocavano i Russi lontani a comparazion di quella, che giuocavano gli Austriaci, non solo vicini, ma attigui all'incendio della guerra.
Queste ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con l'ardire, che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di se medesimo: opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire, che si fuggisse il combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Andava egli considerando, che l'indugiare la battaglia portava con se il lasciar ingrossar l'inimico, ed il lasciargli meglio ordinare i suoi disegni per assaltare, quando che fosse, gli eserciti imperiali da tutte le bande; che certamente non si doveva aver in dispregio il forte sito, a cui i Francesi si erano riparati; ma che questo vantaggio del nemico compensava soprabbondevolmente il più grosso numero dei soldati imperiali. Forse, aggiungeva, possonsi mettere i soldati Francesi a paragone dei nostri? Aver loro forse nervo da sostenere il pondo dell'esercito confederato? Non negare lui, essere i Francesi gente valorosa e di gran cuore; ma essere i loro migliori soldati morti a Legnago, a Verona, a Magnano, all'Adda, alla Trebbia, o starsene cattivi nella vincitrice Germania: fra i quarantamila, che stavano a fronte su quei colli, una terza parte comporsi d'uomini inesperti, e che, come nuovamente venuti alla milizia, tremerebbero al primo rimbombo delle artiglierìe. Per lo contrario essere gl'imperiali usi alle battaglie ed al sangue, nè fra di loro alcuno trovarsi, che non fosse stato presente o ad una qualche espugnazione di fortezze, o ad una qualche fortunata battaglia: tante vittorie spirar loro maggior coraggio, tante sconfitte all'incontro avere scemato l'animo dell'oste avversaria. Non avere forse quei soldati tante volte vincitori superato ostacoli maggiori di questi? Arresterebbero forse monti aperti da tante larghe strade coloro, cui nè l'Adige profondo, nè l'Adda impetuoso, nè le paludi pestilenti di Mantova, nè le mura maestrevoli di Torino e d'Alessandria non avevano potuto arrestare? non avere lui tale timore concetto da tanti segnalati fatti; quest'essere le speranze della vittoria; questi i segni della propizia fortuna: concludeva, doversi per onore, per debito, per sicurezza dar dentro, ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.
A tali parole di quel vecchio risoluto, vittorioso e nutrito nelle armi e negli esercizj della guerra, s'acquetarono i generali Austriaci, e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno dei quindici agosto che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo ad ingaggiar la battaglia con l'ala sinistra dei Francesi, in cui il generalissimo della repubblica si trovava, e che aveva per modo con la voce, e con la presenza animato i suoi soldati, che le grida di viva la repubblica fila per fila risuonando si mescolavano terribilmente col rimbombo dei cannoni, e con l'eco delle vicine montagne. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia. Joubert, sotto speranza di rimettergli, si spingeva innanzi con le fanterìe, gridando con la voce, ed accennando col braccio, avanti, avanti. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore Tirolese, venne a por fine con una onorevol morte ad una delle vite più onorevoli, che siano state mai, ed a troncare le speranze degli amatori dell'independenza Italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e senza poter mettere altra voce, se ne morì. Recavasi Moreau, destinato dai cieli a salvare nelle più estreme fortune i soldati di Francia, in mano il governo dell'esercito, felice in questo dello aver trovato, in vece di un capitano forte e ardito, un capitano forte e prudente. Non isbigottiva il funesto caso i Francesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi aggiungendo a valore furore, e desiderio di vendetta, fecero pruove stupende, e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Francesi nel loro alloggiamento di Novi ma si sforzò in vano il principe, costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso, e vinto. Mandava Suwarow, che pure la voleva spuntare, in vece del generale respinto, ad assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden accompagnato da Miloradowich; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono, come il primo, ferocissimamente ributtati; tanta era la fortezza degli alloggiamenti Francesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in questa ostinata battaglia. Al primo sparare dell'artiglierìe e dell'archibuserìa di Francia, andarono a terra o morti, o rotti, più di mille soldati di Russia.
Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed anche pensava, ch'egli solo era stato pertinace a volere la battaglia. Si faceva adunque egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la battaglia tra Russi e Francesi più furiosa di prima: il coraggio era uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè i Francesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto. Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che puntando con le bajonette costrinsero a piegare una legione repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i Russi, che da questa loro animosa fazione non ritrassero altro che ferite, e morti. Animava Suwarow, anche con pericolo della vita, in sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli squadroni ordinati, e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Francesi; che anzi tanto più fieramente si difendevano, quanto più fieramente erano assaltati. Melas intanto con la sua sinistra schiera spintosi avanti era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i petti dei Francesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde a Derfelden, a Rosemberg, a Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, rannodassero le schiere, e sì di nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percuossero: furonne con orribile macello ributtati, e voltati in fuga manifesta. Già da più di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo disordinati, ed in volta. Non è senza forma di vero, e così credono uomini intendenti dell'arte, che se in questo momento di fortuna prospera fossero i Francesi usciti ad urtare a campo aperto i nemici, avrebbero conseguito una nobilissima vittoria. Perchè non l'abbiano fatto, io non lo so, nè pretendo giudicare, molto manco biasimare le operazioni di un capitano tanto grande, quanto fu veramente Moreau. Già si vedeva, che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con se, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo loro.
I generali Austriaci intanto, dei quali quest'accidente perturbava molto gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominj del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero, che compruovò, ch'egli era, non solo d'animo invitto a non lasciarsi sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancora di mente serena, e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow, sperando, che per arte altrui si salverebbe quello, che o per eccessiva imprudenza, o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas avviso, che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei repubblicani, e di riuscir loro alle spalle, al che dava facilità la possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandar ad effetto questo suo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei battaglioni di fanti, gli uni e gli altri Austriaci, sollecitamente marciava, sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il tentava, di far correre una piccola squadra sulla destra del fiume sino a Tortona, comandava al conte Nobili, che se ne andasse a Stazzano con una sufficiente squadra, e frenasse i Francesi. Già era Melas giunto tra Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne: diè carico alla prima, a cui presiedeva Froelich, e nella quale militava co' suoi granatieri Lusignano già tante volte combattente in queste Italiane guerre con molto valore, e con poca fortuna, che assaltasse la punta dell'ala destra dei Francesi. Ordinava alla seconda, condotta da Laudon, e che si trovava schierata alla sinistra della prima, che si sforzasse di spuntare, e di circuire quella estremità medesima dell'esercito repubblicano. Infine comandava alla terza, che era governata dal principe di Lichtenstein, e che aveva con se qualche drappello di cavallerìa, e più vicina alla Scrivia era ordinata, che girasse più alla larga, arrivasse alle spalle dei Francesi, e troncasse loro la strada da Novi a Gavi. Mentre gli Austriaci marciavano così ordinati, Suwarow, rannodate alla meglio che potè le sue genti disordinate, rinfrescava la battaglia. Attaccossi Lusignano con l'estremità dell'ala destra del nemico, e dopo un duro incontro la sforzava a piegare; ma sopraggiunto in questo mentre Moreau, mandata avanti una legione fresca, rincalzava i Tedeschi. In questa mischia, poichè si venne alle bajonette, Lusignano ferito di palla, e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di Froelich pericolava. Ma accorreva prontamente in suo soccorso Laudon, e rimettendo prima i Francesi ai luoghi loro, poscia cacciandonegli, recava in sua mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico. Questo fu il momento, ed il combattimento decisivo della giornata. Piegarono sempre più i Francesi: gli Austriaci, perseguitandogli, gli cacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte alloggiamento, che avevano sulle alture dietro ed a fianco di Novi. I fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata al tempo stesso questa città dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone, che atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele uccisione, facendo man bassa ugualmente su chi si arrendeva, e su chi non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la sua terza giunta sui gioghi di Monterosso, donde sorgono le acque dei torrenti Fornavo e Riasco, era riuscita sulla strada, che da Novi porta a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e per conseguente durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta l'ala destra, ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi alcun modo di ristorare la fortuna della giornata: però fece Moreau andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa per una ordinazione maestrevole del generale Austriaco, fu tolta ai Francesi la vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata, e terminativa battaglia.
Essendo tagliato il ritorno per a Gavi da Lichtenstein, furono costretti i Francesi a ritirarsi, sprolungandosi sulla sinistra loro, per la strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente. Comandò Suwarow a Karacsay, gli perseguitasse alla coda, e quel maggior male loro facesse, che potesse. Un accidente inopinato cambiò subitamente l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Una presa di corridori Austriaci condotta da un maggiore Kees, arrivava a Pasturana, per donde era la strada ai repubblicani, e veduto che il castello di questa terra, pieno ed ingombro di feriti, non aveva difesa, facilmente se ne impadroniva, quando appunto il retroguardo Francese, e le artiglierìe della repubblica arrivavano per passare nella terra. Questi audaci Austriaci scendendo dal castello, ed assaltando quella immensa salmerìa, produssero un disordine, ed un'avviluppata inestrigabile. Al tempo stesso sopraggiungeva alla coda Karacsay, e fatto impeto, se qualche cosa era rimasta intera ed ordinata, questa rompeva e disordinava. Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per valorosi soldati si poteva, per rannodare le genti loro sconvolte e spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento, ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il consiglio gli portava. Furonne i generali suddetti feriti gravemente di arma bianca, massime Perignon e Grouchy, e tutti fatti prigionieri. I gregarj, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow tutti uccisi inesorabilmente dai Russi, macello orribile, il quale se si aggiunge a quel di Novi, si vedrà quale umanità, e quale religione fosse in coloro, che erano venuti dall'Orsa a predicare la umanità e la religione in Italia. Più di venti pezzi d'artiglierìe con le loro casse e munizioni, in questo solo fatto di Pasturana vennero in potestà del vincitore. Morirono, o furono feriti in questo piuttosto disperato conflitto che animosa battaglia, dei repubblicani circa sei mila, quattro mila cattivi ornarono il trionfo dei vincitori: perdettero trenta cannoni, casse, e munizioni in proporzione.
Dall'opposta parte mancarono a' Tedeschi circa sei mila soldati fra morti, e feriti: un maggior numero di Russi o uccisi o feriti dimostrarono con quanta ostinazione combattessero, e fossero combattuti. Pochi confederati restarono presi dai repubblicani; ma i repubblicani servendosi di loro, perchè le bestie mancavano, a trasporto delle bagaglie e dei feriti, giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle montagne Genovesi. Non tutti o repubblicani o imperiali morirono di ferite: molti mancarono per istanchezza, o per ambascia, alcuni per sete, altri pel calore, essendo la sferza del sole molto grande. Avevano tutti le piaghe nel petto; nissuno nelle spalle. Apparivano i volti dei cadaveri Russi e Tedeschi sedati, quei dei Francesi torvi, e minacciosi. Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso, quanto questo pel sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu l'aria infetta; l'orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinj, poscia contaminate dalle battaglie. Passavanvi, e continuamente passanvi, forse cantando per passatempo, o per allegrezza i viandanti non rammentando quanto furore, e quanto dolore abbiano quivi a nostra memoria signoreggiato. Il tempo coprirà queste cose; vivranno elleno più nella memoria che negli affetti degli uomini: infelice razza, che prima fa i mali per furore, poi gli passa per indifferenza.
Pare ad alcuni, che questa vittoria non abbia avuto seguito uguale al fatto, perchè Genova non fu tratta a pericolo; rimase anzi ai Francesi l'imperio quasi intiero della Liguria. Ciò non ostante egli è manifesto, che per lei fu conservata ai confederati l'Italia, la quale sarebbe tornata in potere di Francia, se i repubblicani avessero vinto. Del rimanente vinsero gli alleati per aver conquistato il campo di battaglia, non per minor numero di morti e di feriti. Per la qual cosa poca abilità restava a Suwarow di tentare imprese d'importanza sul Genovesato. Oltre a ciò Championnet incominciava a comparire sulle sboccature delle valli che danno nella pianura del Piemonte, e conveniva arrestarlo, affinchè non conducesse a qualche mal termine i confederati in questo paese. Nè non operava efficacemente nella mente del generalissimo di Russia il considerare, che per lui si era fatto, che da Tortona in fuori prossima a cadere, tutti gli stati Italiani del re di Sardegna, al quale egli e per inclinazione propria, e per comandamento di Paolo portava grandissimo affetto, fossero ritornati in potestà dell'antico signore, se non di fatto, almeno di nome; nè a lui importava ugualmente il conquistare il Genovesato, che il Piemonte. Non ignorava altresì, che sarebbe fra breve chiamato ad altre fazioni in Svizzera, dove per l'ardire e valore di Massena declinavano le faccende degli alleati, e Lecourbe, scendendo dal San Gottardo, aveva rotto il colonnello Strauch, che guardava quei luoghi donde minacciava Bellinzona, Lugano, e Domodossola. Nè voleva Suwarow consumare i soldati sui monti Liguri, alla conquista dei quali gli pareva, che bastassero le forze degli Austriaci per terra, e quelle degli Inglesi per mare. Da un'altra parte Moreau, quantunque necessitato al ritirarsi, e ad abbandonare le pianure d'Italia a chi aveva potuto più di lui, era tuttavia potente, massime ajutato, come egli era, dall'asprezza dei luoghi, ed aveva, con singolare arte movendo le sue genti assicurato il passo tanto importante della Bocchetta; imperciocchè San Cyr comparso di nuovo grosso ed ordinato nei contorni di Gavi, si era recato in mano le alture ed i passi di Monterosso. Suwarow per essere in grado di combattere Championnet, e per render sicuro l'alto Novarese da Lecourbe, andava a posarsi nell'alloggiamento di Asti, stendendo l'ala dritta verso il Piemonte sino a Torino, e con l'ala sinistra insistendo su quelle medesime rive della Bormida, e della Scrivia, dond'era partito per avventarsi contro i Francesi a Novi. Un grosso corpo investiva Tortona, e gagliardamente con ogni maniera di arte e di stromenti d'espugnazione la pressava. Mandava al tempo stesso Kray verso Novara a sicurezza di Domodossola. Ma non essendo stati i motivi di Lecourbe nella Leventina di quella importanza che si temeva, richiamava a se il generale Tedesco, lasciando solamente a Novara la minor parte de' suoi soldati.
L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo che i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o necessità di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al suo fine. Il forte di Tortona edificato per volontà di Vittorio Amedeo terzo, re di Sardegna, e con le fortificazioni indirizzate dal conte Pinto, siede sopra un monte, che sta a sopraccapo della città di questo nome. Forte piuttosto pel sito, e per la natura sassosa del monte, che per le opere d'arte, se si eccettuano le casematte sodissime, ella può resistere lungo tempo, quando sia bene munita di difensori, e bene provveduta di viveri. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due mila Francesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di luglio si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo Veneziano ai servigi d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno soprantendendo ai lavori della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi giorni d'agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva poco frutto contro la piazza, perchè stante il suo sito eminente, piuttosto con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde continuando a lavorare indefessamente gli oppugnatori tanto fecero, che vennero a capo di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono di numero grande di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo Gast, perchè ed era uomo di gran cuore, e le casematte construtte di grosse e triplicate vôlte, non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non ostante un guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri, e nelle artiglierìe della fortezza. I Francesi con arte e costanza somma le riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori. Si vedeva, che molta fatica, e molto sangue bisognava ancora spendere per espugnare Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza di poter più allungare la difesa, convenne d'arrendersi, se infra un certo tempo non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì ventidue agosto fra le due parti un accordo, pel quale si sospesero le offese per venti giorni, obbligandosi il Francese a dare la piazza, se nel detto termine l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe al tempo pattuito la guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la più breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro gli alleati per quattro mesi. Il dì undici settembre, non essendo comparso ajuto da parte nissuna, uscivano i repubblicani dalla fortezza, entravanvi gl'imperiali. Vi trovarono più di ottanta bocche da fuoco, munizioni da guerra molte, da bocca poche. Furono i malati ed i feriti trattati con ogni cura dai vincitori. Dodici centinaja di Francesi superstiti tornarono in Francia. Narrano i ricordi dei tempi, che fra questi fossero molti soldati del presidio di Peschiera, i quali, fatti prigionieri dai Tedeschi, avevano promesso di non servire contro i soldati della lega; brutta violazione della fede, nè commessa dai soli repubblicani.