Durante l'assedio, ma prima della fine ultima, una libbra di riso si pagava lire sette, una di vitello quattro, una di cavallo soldi trentadue, una di farina lire dieci, o dodici, le uova lire quattordici la serqua, la crusca, soldi trenta ciascuna libbra. Poi venendo maggiore la stretta, una fava si vendeva due soldi, un pane biscotto di once tre dodici franchi, e non se ne trovava. Maggiori agevolezze dei particolari non vollero Massena, nè gli altri generali: apparecchiavano come i plebei; lodevole fatto, e molto efficace a fare star forti gli altri a tanta sventura. Poco cacio, legumi rari erano quanto nutrimento si dava a chi languiva per malattie o per ferite negli ospedali. Uomini e donne tormentate dalle ultime angoscie della fame e della disperazione, empievano l'aria dei loro gemiti e delle loro strida. Talvolta così gridando, e le fameliche viscere con le rabbiose mani di lacerare tentando, morti per le contrade cadevano. Nissuno gli ajutava, perchè ognuno pensava a se: nissuno anche a loro abbadava, perchè la frequenza aveva tolto orrore al fatto. Pure alcuni fra gli spasimi e stridi spaventevoli, e con scosse e contorte membra davano l'ultimo sospiro in mezzo alle popolari folle. Fanciulli abbandonati da parenti morti, o da parenti disperati imploravano con atti, con pianti, e con voci miserabili la pietà di chi passava. Nissuno gli ajutava, ed aveva loro compassione, perchè il dolore proprio aveva spento il compassionare l'altrui. Razzolavano quell'innocenti creature bramosamente nei rivoletti delle contrade, nelle fogne, negli sfoghi de' lavatoj, per vedere se qualche rimasuglio di bestia morta, o qualche avanzo di pasto di bestia vi si trovasse, e trovatone, se gli mangiavano. Spesso chi si corcava vivo la sera, era trovato morto la mattina, i fanciulli più frequentemente degli attempati. Accusavano i padri la tarda morte, ed alcuni con le proprie mani violentemente se la davano. Ciò facevano i cittadini, ciò facevano i soldati. Dei Francesi alcuni, anteponendo la morte alla fame, da per se stessi si ammazzavano, altri le armi a terra sdegnosamente gettavano protestando non più esser abili, per la perduta forza, a portarle. Altri una disperata dimora abbandonando, nel nemico campo se ne andavano, Inglesi ed Austriaci di quella pietà, e di quei cibi richiedendo, che tra Francesi e Genovesi più non ritrovavano. Crudo poi, ed oltre ogni dire orribile spettacolo era quello dei prigionieri di guerra Tedeschi ditenuti su certe barcacce sorte nel porto; perchè la necessità ultima delle cose aveva operato che ad essi nutrimento di sorte alcuna già da alcuni giorni non si compartisse. Mangiarono le scarpe loro, mangiarono le pelli dei soldateschi zaini; già con occhi torvi guardavano, se non avessero a mangiarsi i loro compagni. Si venne a tale che si tolsero loro le guardie Francesi, perchè si temette, che sforzati dal famelico furore non si avventassero contro a loro, e sbranatele, non se le divorassero. Tanta era la disperazion loro, che tentarono di forar le barche per andar a fondo, amando meglio perire affogati dalle acque, che straziati dalla fame. S'aggiunse, come accadde, alla orrenda fame la mortalità pestilenziale. Febbri pessime le genti all'altra vita con morti spessissime si portavano sì negli ospedali del pubblico, sì negli ultimi casolari dei poveri, e sì nei superbi palazzi dei ricchi. Mescolavansi sotto il medesimo tetto i generi delle morti: chi moriva arrabbiato dalla fame, chi stupido dalla febbre, chi pallido per difetto di nutritiva sostanza, chi livido per petecchiali macchie. Niuna cosa esente da dolore, niuna da paura; chi viveva, o aspettava la morte o vedeva morire i suoi. Tal era lo stato della una volta ricca ed allegra Genova, del quale il pensier peggiore era questo, che il soffrir presente non poteva riuscire ad alcun utile suo nè per la libertà, nè per l'independenza.

Era rotta la costanza di tutti: solo Massena non si piegava, perchè aveva la mente fissa nel pensiero di ajutar l'impresa del consolo, e di serbare intatta la fama acquistata di guerriero indomabile. Infine venendogli onorevoli proposte da Keit, e non potendo più bastare quei sozzi e velenosi cibi, che per due giorni tanta era l'estremità del vivere, inclinava l'animo ad un accordo, ma più da vincitore che da vinto. Si accordarono (volle Massena, che l'accordo s'intitolasse convenzione, non capitolazione, e fu forza compiacerlo della sua domanda) che uscisse Massena, che uscissero i suoi uffiziali e soldati in numero circa di ottomila, liberi della fede e delle persone loro; per la via di terra potessero ritornare in Francia, e chi non potesse per terra, fosse trasportato dagl'Inglesi per mare ad Antibo, o nel golfo di Juan; i prigionieri Tedeschi si restituissero; nissuno potesse essere riconosciuto pei fatti passati, e chi se ne volesse andare, fosse in libertà di farlo; dessersi viveri, si avesse cura degl'infermi; Genova a dì quattro giugno si consegnasse alle forze Austriache ed Inglesi. Infatti il nominato giorno le prime occuparono la porta della Lanterna, le seconde la bocca del porto. Poi entravano trionfando con tutto l'esercito Otto, con tutta l'armata Keit, possessione ottenuta per lunga guerra, poi fatta breve per grossa guerra. I democrati più vivi se ne andarono coi Francesi, fra gli altri Morando, l'abate Cuneo, l'avvocato Lombardi, i fratelli Boccardi. Suonaronsi le campane a festa, cantaronsi gl'inni, accesersi i fuochi dei partigiani per amore, più ancora dagli avversi per paura, tutto secondo il solito. Ricomparvero in copia il pane, le carni, gli ortaggi, le grasce, e chi vi si abbandonò senza freno su quel primo fervor della fame, se ne morì: così chi non era morto per lunga inanizione, se ne moriva per improvvisa satolla. Vollero i trecconi e i rivenduglioli starsene sul tirato pei prezzi, a cagione dell'ingordigia del guadagno; ma il popolo infuriato diè loro una tal mano, che presto s'accorsero, che male si stimola la fame. Pruovaronsi i villani dell'Azzeretto a porsi in sul sacco contro i democrati, come dicevano, perchè saccheggiavano anche gli aristocrati; ma Hohenzollern posto a guardia della città da Otto, con militare imperio gli frenava. Creava il capitano Tedesco una reggenza imperiale e reale, a cui chiamava Pietro Paolo Celesia, Carlo Cambiaso, Agostino Spinola, Gian Bernardo Pallavicini, Gerolamo Durazzo, Francesco Spinola di Gian Battista, e Luigi Lambruschini. Frenava la reggenza le vendette prossime a prorompere, comandamento lodevole; veniva sul toccar le borse, comandamento inevitabile, ma crudele nella misera Genova. Del rimanente nissun cenno, nè da parte di Hohenzollern, nè da quella di Melas per l'independenza, nè per la rinstaurazione dell'antico governo; il che dava qualche sospetto. Ciò non ostante gli aristocrati gridavano viva l'imperatore per odio contro i democrati, siccome i democrati avevano gridato viva Francia per odio contro gli aristocrati; servi, ciechi e pazzi gli uni e gli altri, che non vedevano, che dai loro odj privati nasceva la ruina della patria, e la signorìa forestiera.

LIBRO VIGESIMO

SOMMARIO

Il consolo passa con ordine mirabile il gran San Bernardo, vince a Marengo, l'Italia superiore in suo potere. Governi provvisorj del Piemonte, di Genova e di Milano. Conclave in Venezia: assunzione del cardinal Chiaramonti al pontificato, e sua rinstaurazione in Roma. Arti di Buonaparte con lui. Malta presa dagl'Inglesi. Moti di Toscana. Nuova guerra tra Austria e Francia. Battaglia del Mincio tra Bellegarde e Brune, ritirata del primo. Passaggio del monte della Spluga eseguito con mirabile coraggio ed arte da Macdonald. Nuovi successi prosperi dei Francesi. Pace con Napoli, Austria e Spagna. Tutto il mondo, salvo l'Inghilterra, in concordia con Francia.

Buonaparte intanto, cambiatore di sorti, si avvicinava, l'imperio d'Austria in Italia inclinava al suo fine. Aveva il consolo con maravigliosa celerità ed arte adunato il suo esercito di riserva in Digione, donde accennava ugualmente al Reno ed all'Italia. Ma avendo Moreau combattuto prosperamente in Germania contro Kray, gli fu fatto abilità di condursi su quei campi, in cui tuttavia vivevano i segni e le memorie delle sue fresche vittorie; cosa, che gli era cagione di somma incitazione, perchè la gloria lo stimolava, ed era sicuro di trovarvi forti aderenze. Adunque mentre lo sconsigliato Melas se ne stava martirizzandosi contro le sterili rocche dell'estrema Liguria, si avvicinava Buonaparte alle Alpi, tutto intento alle fazioni d'Italia. Varj, molti, e potenti modi aveva di condurre a prospero fine la sua impresa: soldati prontissimi a volere qualunque cosa egli volesse, generali esperti e valorosi, artiglierìe formidabili, cavallerìa sufficiente. Aveva apprestato per pascere i soldati sull'erme solitudini delle Alpi, biscotto in grande abbondanza, e per tirar su e giù secondo i casi le artiglierìe per quei sentieri rotti, stretti, ed ingombri di nevi e di ghiacci, certi carretti a modo dei traini sdrucciolevoli, che si usano in quei paesi per scendere dai nevosi gioghi. Nè questo fu il solo trovato di Buonaparte e di Marmont, che soprantendeva alle artiglierìe, per facilitar loro il passo per luoghi fino allora alle medesime inaccessi, perchè scavarono, a guisa di truogoli, tronchi di alberi grossissimi a fine di potervele posar dentro, come in un letto proprio, e per tal modo trasportarle a dorso di muli a traverso le montagne. Denaro sufficiente aveva rammassato per le necessità de' suoi fin oltre l'Alpi; poi si confidava nell'Italia. Per muovere le opinioni degl'Italiani aveva chiamato a se la legione Italiana capitanata da un Lecchi, la quale fuggendo il furore Tedesco per le rotte di Scherer, si era riparata in Francia, bella e buona gente. Per conoscere poi i luoghi, conduceva con se gl'Italiani, che più ne erano pratichi, e siccome l'intento suo era di varcare il gran San Bernardo, così si consigliava specialmente con un Pavetti di Romano in Canavese, giovane di natura molto generosa, e che camminava con molto affetto in queste bisogne della libertà.

Rammentava quindi il consolo, essendo gran maestro dell'allettare, che tornava in Italia per fondare in Cisalpina una regolata libertà, dar la pace a Napoli ed a Toscana, ristorar la religione, proteggere i preti, rimettere sul debito seggio il pontefice di Roma. A tutti poi parlava di pace, di umanità, di fin di mali, di un secolo che doveva incominciare a salute ed a felicità d'uomini. Passò per Ginevra: mostrovvisi tanto mansueto, e disposto a voler ridur le cose a forme buone e consentanee alle antiche, che gli aristocrati Ginevrini presi alle dolci parole, pigliarono animo a favellar dell'independenza, e della restituzione dell'antico stato, essendo a quel tempo Ginevra unita a Francia, e parte di lei; ma la cosa non allignò; che anzi rispose loro per forma che s'accorsero che se amava prendere, amava anche serbare. Poi tornò sulle mansuetudini, e che sarebbe contento morire, purchè la pace vedesse. Appariva sì mogio, sì pallido e sì macilento, che pareva a tutti, che stracco il corpo e l'animo per tante sue fatiche a pro di Francia e d'Europa, dovesse far tosto pace, se pure la voleva vedere. Poi lusinghevolmente procedendo, domandava di Saussure, di Bonnet, di Senebier; tacque di Rousseau. Disse, voler rimettere in onore le scienze e le lettere calpestate dalla guerra. Maravigliavansi i Ginevrini, vedendo tanto amore di dottrine pacifiche in un soldato, perchè non penetravano l'umore, nè si accorgevano, ch'egli, siccome quegli che voleva far andar il secolo a ritroso, il voleva secondare, finchè ne fosse padrone.

Grande e magnifico era il disegno di Buonaparte per riconquistar l'Italia. Suo proponimento era di varcare col grosso dell'esercito il gran San Bernardo col fine di calarsi per la valle di Aosta nelle pianure Piemontesi. Ma perchè altre genti con questa parte consuonassero, e giunte al piano potessero e muovere i popoli a romore contro l'Austria, e congiungersi con lui a qualche importante fatto, aveva ordinato che il generale Thureau dalla Morienna e dall'alto Delfinato, pei passi dei monti Cenisio e Ginevra, con una squadra di tre in quattromila soldati si calasse a Susa, e più oltre anche, secondo le opportunità, procedesse per dar timore al nemico intorno alla sicurezza di Torino, e per ajutare lo sforzo, ch'egli intendeva di fare sulle sponde della Dora Baltea. Al tempo medesimo comandava al generale Moncey, che pel San Gottardo scendesse a Bellinzona con un'eletta schiera di circa dodicimila soldati, col pensiero di mettere a romore i paesi, che nelle parti superiori al piano di Lombardia si comprendono fra il Ticino e l'Adda. Parendogli altresì, che fosse necessario di turbar le contrade fra il Ticino e la Sesia, imponeva al generale Bethancourt, che facesse opera di varcare il Sempione, e di precipitarsi per Domodossola sulle sponde del lago Maggiore là dove, restringendosi, apre di nuovo l'adito alle acque correnti del Ticino. Siccome poi non ignorava quante e quali difficoltà ostassero al passo di un grosso esercito pel gran San Bernardo, commetteva ad un corpo di circa cinquemila soldati, che passasse il piccolo San Bernardo, ed andasse a raccostarsi col grosso nella valle di Aosta. Tutte le raccontate genti insieme unite sommavano circa a sessantamila combattenti. Così il consolo tutta la regione dell'Alpi abbracciando, che si distende dal San Gottardo al monte Ginevra, minacciava invasione al sottoposto plano del Piemonte e della Lombardia. Dall'altra parte sperava che Massena, tenendo fortemente Genova, e Suchet la riviera, avrebbero trattenuto Melas, finchè egli potesse arrivare a combatterlo sui fianchi ed alle spalle. Magnifica, come abbiamo detto, e maravigliosa opera fu questa del consolo, ma che gli poteva venire rotta con grande precipizio, se Moreau avesse combattuto infelicemente sul Reno, o se Melas più accorto, o più attivo, o meglio informato fosse stato.

Lusingati con discorsi di umanità, di pace, e di civiltà quei Ginevrini tanto ingentiliti, se ne giva il consolo alla stupenda guerra. Erano le genti già adunate tutte a Martigny di Vallese sul Rodano, terra posta alle falde estreme del San Bernardo. Guardavano con maraviglia, e con desiderio quelle alte cime. Diceva loro Berthier, quartiermastro: «Vincono i soldati Renani gloriose battaglie: contrastano gl'Italici con valore estremo ad un nemico sopravanzante di numero. Accendetevi, e riconquistate, emolandogli, oltre l'Alpi, quelle terre già testimonie del Francese valore. Soldati nuovi, ecco che suona il segno delle battaglie: ite, e pareggiate i veterani tante volte vincitori: da essi imparate a sofferire, da essi a superare le fatiche inseparabili della guerra. Vi segga sempre in mente questo pensiero, che solo col valore, solo colla disciplina si vincono le guerre. Soldati, Buonaparte è con voi; vien'egli a vedere i nuovi trionfi vostri: a Buonaparte pruovate, che siete sempre quegli uomini valorosi, che condotti da lui sì famoso nome e sì luminosa gloria acquistaste. La Francia, e la umanità di pace vi richieggono: voi pace alla Francia ed alla umanità con le forti destre date».