Questo parlare infinitamente infiammava quegli animi già da per se stessi tanto incitati e valorosi. Partivano il dì diciasette maggio da Martigny per andarne a conquistar l'Italia. Maraviglioso l'ardore loro, maravigliosa l'allegria, maraviglioso ancora il moto ed il fervore delle opere. Casse, cassoni, truogoli, obici, cannoni, carretti ruotati, carretti sdrucciolevoli, carrette, lettiche, cavalli, muli, bardature, arcioni, basti da bagaglie, basti da artiglierìe, impedimenti di ogni sorte, e fra tutto questo soldati affaticantisi, ed ufficiali affaticantisi al par dei soldati. S'aggiungevano le risa e le canzoni: i motti, gli scherzi, le piacevolezze alla Francese erano quelle poche, e gli Austriaci ne toccavano delle buone. Non a guerra terribile, ma a festa, non a casi dubbi, ma a vittoria certa, pareva che andassero. Il romore si propagava da ogni banda: quei luoghi ermi, solitari e da tanti secoli muti, risuonavano insolitamente e ad un tratto per voci liete e guerriere. L'esercito strano e stranamente provvisto, al malagevole viaggio saliva per l'erta alla volta di San Pietro fin dove giunge la strada carreggiabile. Pure spesso erte ripidissime, forre sassose, capi di valli sdrucciolenti si appresentavano; i carri, i carretti, le carrette pericolavano. Accorrevano presti i soldati a braccia, sostenevano, puntellavano, traevano, e più si affaticavano, e più mettevano fuori motti, facezie e concetti, parte arguti, parte graziosi, parte frizzanti: così passavano il tempo e la fatica. I tardi Vallesani, che erano accorsi in folla dalle case, o piuttosto dai tuguri e dalle tane loro, vedendo gente sì affaticata e sì allegra non sapevano darsi pace; pareva loro cosa dell'altro mondo. Inviolati, e pagati per ajuto, il facevano volentieri. Ma più bisogna faceva un Francese, che tre Vallesani. Le parole e i motti, che i soldati dicevano a quella buona gente per la tardità delle opere e per le fogge del vestire, io non gli voglio dire. Così arrivavano i repubblicani a San Pietro, Lannes colla sua schiera il primo, siccome quello che per l'incredibile ardimento il consolo sempre mandava, lui non solo volente, ma anche domandante, alle imprese più rischievoli e più pericolose. Quivi si era arrivato ad un luogo, in cui pareva che la natura molto più potesse che l'arte od il coraggio; perciocchè da San Pietro alla cima del gran San Bernardo, dove è fondato l'eremo dei religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi d'eternale inverno, non si apre più strada alcuna battuta. Solo si vedono sentieri stretti e pieghevoli, su per monti scoscesi ed erti. Rifulse la pertinacia del volere e la potenza dell'umano ingegno. Quanto si rotolava, fu posto ad essere tirato, quanto si tirava ad essere portato. Posersi le artiglierìe grosse nei truogoli, i truogoli sugli sdruccioli, e dei soldati, chi tirava, chi puntellava, chi spingeva: le minute sui robusti e pratichi muli si caricarono. Così, se Jan Jacopo Triulzi montò, e calò con grosse funi di roccia in roccia per le barricate nella stagione più rigida dell'anno le artiglierìe di Francesco primo, tirò Buonaparte quelle della repubblica sui carri sdrucciolevoli, e sulle bestie raunate a quest'intento. Seguitavano le salmerie al medesimo modo tirate e portate. Era una tratta immensa: in quelle volte di ripidi sentieri ora apparivano, ora scomparivano le genti: chi era pervenuto all'alto, vedeva i compagni in fondo, e con le rallegratrici voci gl'incoraggiava. Questi rispondevano, ed al difficile cammino s'incitavano. Tutte le valli all'intorno risuonavano. Fra le nevi, fra le nebbie, fra le nubi apparivano le armi risplendenti, apparivano gli abiti coloriti dei soldati; quel miscuglio di natura morta e di natura viva era spettacolo mirabile. Godeva il consolo, che vedeva andar le cose a seconda de' suoi pensieri, e soldatescamente parlando a questo ed a quello, che in ciò aveva un'arte eccellente, gl'induceva a star forti, ed a trovar facile quello, che era giudicato impossibile. Già s'avvicinavano al sommo giogo, ed incominciavano a scorgere l'adito, che in mezzo a due monti altissimi aprendosi, dà il varco verso la più sublime cima. Salutaronlo, qual fine delle fatiche loro, con giojose voci i soldati, e con isforzi maggiori intendevano al salire. Voleva il consolo che riposassero alquanto: Di cotesto non vi caglia, rispondevano, badate a salir voi, e lasciate fare a noi. Stanchi, facevano dar nei tamburi, ed al militare suono si rinfrancavano, e si rianimavano. Infine guadagnarono la cima, dove non così tosto furono giunti, che l'uno con l'altro si rallegrarono, come di compiuta vittoria. Accrebbe l'allegrezza il vedere mense appresso all'eremo rusticamente imbandite per opera dei religiosi, provvidenza del consolo, che aveva loro mandato denari all'uopo. Ebbero vino, pane, cacio; riposaronsi fra cannoni e bagaglie sparse, fra ghiacci e nevi agglomerate. I religiosi s'aggiravano fra i soldati con volti dipinti di sedata allegrezza: bontà con forza su quel supremo monte s'accoppiava. Parlò Buonaparte ai religiosi della pietà loro, di voler dare il seggio al papa, quiete e sostanze ai preti, autorità alla religione: parlò di se e dei re modestamente, della pace bramosamente. I romiti buoni, che non avevano nè cognizione, nè uso, nè modo, nè necessità dell'infingere, gli credevano ogni cosa. Quanto a lui, se tratto da quell'aria, da quella quiete, da quella solitudine, da quella scena insolita, si lasciasse, mutandosi, piegare a voler fare per affezione quello che faceva per disegno, io non lo so, nè m'ardirei giudicare; perchè da un lato efficacissima era certamente l'influenza di quella pietà, e di quei monti, dall'altro tenacissima incredibilmente, e sprezzatrice dell'umane cose la natura di lui. Fermossi a riposare nel benigno ospizio un'ora.
Quando parve tempo, comandava si partisse. Voltavano i passi là dove l'Italico cielo incominciava a comparire. Fu difficile e pericolosa la salita, ma ancor più difficile e pericolosa la discesa; conciossiachè le nevi tocche da aria più benigna incominciavano ad intenerirsi, e davano mal fermo sostegno. Oltre a ciò la china vi era più ripida che dalla parte settentrionale. Quindi accadeva, che era lento lo scendere, e che spesso uomini e cavalli con loro, sfuggendo loro di sotto le nevi, nelle profonde valli erano precipitati, prima sepolti che morti. Incredibili furono le fatiche ed i pericoli: poco s'avvantaggiavano. Impazienti del tardo procedere, ufficiali, soldati, il consolo stesso, scegliendo i gioghi dove la neve era più soda, precipitosamente si calavano sdrucciolando fino a Etrubles. Era un pericolo, e pure era una festa: tanto diletto prendevano, e tante risa facevano di quel volare, di quell'essere involti chi in neve grossa, e chi in polverìo di neve. Quelli che erano rimasti al governo delle salmerìe, arrivarono più tardi per gl'incontrati ostacoli. Riuniti a Etrubles, gli uni con gli altri si rallegravano dell'esser riusciti a salvamento, e guardando verso le gelate e scoscese cime, che testè passato avevano, non potevano restar capaci del come un esercito intero con tutti gl'impedimenti avesse potuto farsi strada per luoghi orribilmente disordinati da sconvolgimenti antichi, e potentemente chiusi da perpetui rigori d'inverno. Ammiravano la costanza e la mente del consolo, delle future imprese felicemente auguravano. Pareva loro, che a chi aveva superato il San Bernardo, ogni cosa avesse a riuscire facile e piana. Intanto le aure soavi d'Italia incominciavano a soffiare: le nevi si squagliavano, i torrenti s'ingrossavano, le morte rupi si ravvivavano e si rinverdivano. I veterani conquistatori riconoscevano quel dolce spirare: gridavano Italia: con discorsi espressivi ai nuovi la descrivevano: nei veterani si riaccendeva, nei nuovi si accendeva un mirabile desiderio di rivederla, e di vederla; la esperienza ricordava il vero, la immaginazione il rappresentava e l'ingrandiva; le volontà diventavano efficacissime: già pareva a quegli animi forti ed invaghiti, che l'Italia fosse conquistata; solo pensavano alle vittorie, non alle battaglie.
La vittoria consisteva nella celerità; perciocchè quelli alpestri luoghi erano sterili, il passo del San Bernardo difficile, nè si doveva dar tempo a Melas di arrivare al piano prima che l'esercito vi arrivasse. Importava altresì che il romore già sparso della ritornata dei Francesi non si rallentasse. Perciò il consolo si calava tostamente per le sponde della Dora, e con assalti di poca importanza dati all'antiguardo condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il sito del paese, s'impadroniva facilmente della città d'Aosta e della terra di Chatillon. Ma un duro intoppo era per trovare nel forte di Bard posto sopra un sasso eminente, che, come chiave, serra la strada in quella stretta gola, che quivi forma, restringendosi, la valle. Aveva Pavetti proposto facile al consolo l'oppugnazione di questa rocca, essendo in lui sommo desiderio, che i Francesi passassero per la valle d'Aosta, acciocchè il suo paese fosse il primo ad essere restituito, come credeva, a libertà. Ma il fatto pruovò, che un umile sasso poteva divenire ostacolo ad una gran fortuna. Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente il Tedesco, non voler dare la fortezza. S'avvicinarono i Francesi: entrarono facilmente nella terra di Bard, posta sotto al forte; poi andarono all'assalto; ricevuti con ferocia, abbandonarono l'impresa. Rinnovarono parecchie volte la batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano i capi, e di un'infinita impazienza si travagliavano nel vedere, che una piccola presa di gente, poichè il presidio non sommava che a quattrocento soldati, ed un'angusta roccia interrompessero il corso a tante vittorie.
Pareva loro troppo grave ed insopportabil cosa, che un piccolo Bard arrestasse coloro, cui non avevano potuto arrestare nè la poderosa Mantova, nè i ghiacci eterni dell'enorme San Bernardo. Sapevano che il loro movimento era presentito al piano, e che Melas, lasciata l'inutile impresa del Varo, con presti passi accorreva per puntellare la fortuna pericolante. Nè la valle d'Aosta, sterile e povero paese, era abile a pascere tante genti, massime in quel caso non preveduto: già sorgevano i primi segni della penuria. Pensavano al rimedio, e nol trovavano. Batterono la rocca dalle case della terra, batterono con un cannone tirato sul campanile. Ma essendo il luogo ben difeso, e di macigno, non facevano frutto. Avvisarono, se potessero passare, continuando il forte in possessione dell'inimico. S'innalzava con irregolari gioghi a sinistra della terra di Bard il monte Albaredo, che dai superiori luoghi domina la fortezza, negl'inferiori ne è dominata. Fecero i Francesi, essendo primo autore di questo consiglio Berthier, pensiero di trovar passo per questo monte. In men che non fa due giorni, cavarono gradi nei siti più duri ed erti, alzarono parapetti sugli orli dei precipitosi, gittarono ponti sui precipizi per modo che fu loro aperta la strada al passare, oltre il tiro dei cannoni della fortezza. Fu quest'opera molto maravigliosa, e degna di essere raccontata nelle storie. Gli uomini sicuramente varcavano. Restavano le artiglierìe e gl'impedimenti, che non potevano avviarsi per una strada tanto ripida e stretta. Lannes, che già era arrivato sino ad Ivrea, correva pericolo di essere assalito dagli Alemanni, mentre ancora era privo delle artiglierìe, armi tanto necessarie nelle battaglie dei nostri tempi. Un nuovo assalto dato al forte dal pertinace consolo, aveva avuto sinistro fine. Grave pericolo sovrastava, perchè i tempi non pativano indugio, quando Marmont si avvisava di un nuovo stratagemma. A fine d'impedir il rumore dei carretti, distendeva letame per la contrada principale di Bard, avviluppava con istrame i cerchi delle ruote, e tirando alla dilunga, velocemente e di notte tempo operava, che le artiglierìe riuscissero felicemente oltre alla terra. S'accorgeva il castellano dell'arte usata dagli avversari, e folgorava con grandissimo furore fra il buio della notte; ma la oscurità da una parte, la celerità dall'altra furono cagione, che i repubblicani patirono poco danno in questa straordinaria passata: con tutte le armi allestite e pronte si apprestavano ad inondare il Piemontese dominio. Poco stante Chabran divallatosi dal piccolo San Bernardo costringeva alla dedizione il comandante di Bard, salvo l'avere e le persone, e con fede di non militare sino agli scambi.
Mentre a questo modo il grosso dei soldati di Francia sboccava per Ivrea, non erano state oziose le genti più lontane, anzi concorrendo dal canto loro all'adempimento del principale disegno, erano pervenute ai luoghi ordinati dal consolo. Era Bethancourt sceso dal Sempione, e fattosi padrone di Domodossola. Moncey venuto a Bellinzona accennava a Lugano, ed alle sponde del Ticino e dell'Adda. Thureau poi più prossimamente romoreggiando alla capitale del Piemonte, era comparso a Susa, e camminando più avanti, si era mostrato ad Avigliana, avendo fatto una buona presa di Austriaci, che si erano pruovati a serrargli il passo dall'erto ed eminente sito, sul quale stava, prima della guerra, fondata la fortezza inespugnabile della Brunetta. Tale tempesta da tutte parti sovrastava, per l'invitto pensiero del consolo, a quel tratto di paese, che si comprende fra la Dora riparia e l'Adda. Ma il principale sforzo sorgeva da Ivrea. Si proponeva il consolo di marciare a stanca celeremente per arrivar più presto, che per lui si potesse, a Milano. Confidavasi, nè senza ragione, di trovar quivi seguito, viveri e ricchezze; e siccome sopraggiungeva improvviso, così sperava di poter sorprendere e sopraffare i corpi sparsi degli Austriaci, che a tutt'altra cosa pensavano fuori che a questa. Aveva anche fondamento di credere, che gli sarebbe venuto fatto, accostandosi all'Adige, di tagliar fuori Melas dal suo sicuro ricetto del Tirolo. Molto bene considerate erano queste cose, e meglio ancora fu quella di mandar Lannes verso Chivasso, per indurre in Melas la persuasione, ch'ei fosse per far impeto contro Torino. Ordito in tal modo il disegno, lo mandava ad esecuzione. Temendo gli Autriaci di Torino, avevano accostato un antiguardo al ponte della Chiusella, a dirittura del quale avevano piantato quattro bocche da fuoco per non lasciar guadagnare questo passo al nemico. Essendo questo ponte molto stretto e lungo, dura impresa era il superarlo. Avvicinatosi Lannes, ordinava ai più valorosi, il passassero velocemente. Fecerne pruova; ma i cannoni Tedeschi fulminarono sì furiosamente a scaglia, e dai fianchi i feritori leggieri tempestarono con sì fatta grandine, che i Francesi tornarono indietro laceri e sanguinosi. Nuovamente cimentatisi, nuovamente perdevano. Rinnovò due altre volte la pruova Lannes, e due altre volte ne uscì colla peggio. Ostinavasi, ma non aveva rimedio. Pavetti allora, che ottimamente conosceva i luoghi, perchè la battaglia si commetteva quasi sotto alle mura di Romano, sua patria, fece accorto il generale di Francia, che a sinistra del ponte era un passo facilmente guadoso, offerendosi di condurre egli medesimo la fazione. Guadò con felice ardimento il fiume: si mostrava improvviso sulla destra del nemico; diè mano a bersagliarlo aspramente; restava mortalmente ferito dalle sue armi l'Austriaco Palfi, che vicino al ponte se ne stava animando i suoi. Questo accidente diè cagione di vincere ai Francesi, perchè gli Austriaci sforzati a dar indietro, lasciarono libero il passo del ponte. Rannodaronsi col retroguardo sull'altura di Romano, e vollero far testa; ma assaliti dai Francesi cresciuti d'animo e di forza, abbandonarono il campo. Nè miglior esito ebbe uno sforzo fatto da Keim con la cavalleria, nel piano che si frappone tra Romano e i colli di Montalenghe; onde fu aperta la strada a Lannes fino a Chivasso, dove trovò conserve considerabili di vettovaglie, opportuno ristoro alle sue stanche genti. Avendo conseguito Lannes l'intento di far correre Melas a Torino, volgeva improvvisamente le insegne a mano manca, e camminava con passo accelerato a seconda della sinistra del Po alla volta di Pavia. Tutto lo sforzo dei Francesi accennava a Milano. Marciavano Murat, Boudet e Victor contro Vercelli; marciava sull'istessa fronte più basso Lannes, e superiormente spazzava il paese la legione Italiana di Lecchi, che da Chatillon di Aosta per la via di Grassoney camminando, era venuta a Varallo, poi ad Orta, donde aveva cacciato il principe di Loano, che vi stava a presidio con una mano di Tedeschi. Tutta questa fronte di un esercito bellicoso, spingendosi avanti, guadagnava Vercelli, dove passava la Sesia: poi contrastava invano Laudon, che era accorso, entrava in Novara, e s'apprestava a varcar il Ticino. L'ala sinistra intanto s'ingrossava per essersi Lecchi congiunto a Sesto Calende con Bethancourt disceso da Domodossola. Laudon postosi a Turbigo intendeva ad impedire il passo del fiume; ma Murat, che guidava l'antiguardo, dato di mano a certe barche lasciate a Galiate, guadagnava la sinistra sponda, e cacciava da Turbigo, non senza però qualche difficoltà, il generale Tedesco. Al tempo medesimo la sinistra ala si rinforzava vieppiù per la giunta delle genti di Moncey, che venute sui laghi di Lugano e di Como, avevano incontrato Lecchi a Varese. Per queste mosse ottimamente eseguite, come erano state ottimamente ordinate, già era la capitale della Lombardia posta in potestà dei Francesi. Entrava in Milano il dì due di giugno con le più elette schiere Buonaparte vincitore. Io non sono per raccontare le allegrezze che vi si fecero, perchè nelle rivoluzioni il governo ultimo è sempre stimato il peggiore, il nuovo il migliore. Nè la signoria dei Tedeschi vi era stata mansueta, non perchè troppo grave fosse di sua natura, salvo i confinati alle bocche di Cattaro, ma perchè avendo voluto rimettere del tutto le cose nello stato pristino, aveva turbato infiniti interessi ed opinioni. Eransi i reggitori persuaso, che fosse impossibile che i Francesi tornassero; e però a seconda di questa credenza governandosi, prepararono le occasioni ad altre rivoluzioni.
Riordinava Buonaparte la Cisalpina repubblica. Volle, che i riti della religione Cattolica pubblicamente si celebrassero, e la religione si rispettasse, e chi il contrario facesse, severamente, anche colla pena di morie, se il caso il richiedesse, fosse punito; che fossero salve le proprietà di tutti, che i fuorusciti rientrassero, che i sequestri si levassero, che le cedole del banco di Vienna si abolissero, e valor di moneta più non avessero. Lasciati in Milano questi fondamenti della sua potenza, applicava di nuovo i pensieri alla guerra, che quantunque bene principiata fosse, non era ancor terminata. Melas sulla destra del Po si conservava tuttavia intiero, nè sapeva il consolo ancora, che Massena fosse stato costretto a cedere in Genova alla fortuna dei confederati. Per questo motivo, credendosi più sicuro di quanto egli era veramente, aveva fatto correre da' suoi il Lodigiano, il Cremonese, il Bergamasco, il Cremasco, nei quali paesi erano stati veduti con molta contentezza: poi suo intento era di passare subitamente il Po; ed in questo modo mozzare a Melas ogni strada al ritirarsi. Lannes frattanto, per una subita correria, aveva preso Pavia: trovovvi munizioni abbondanti da bocca, e quantità considerabile di armi.
Melas, che per la perdita di Milano aveva conosciuto, quanto la sua condizione fosse pericolosa, ed il nemico forte, avvisandosi che il suo scampo non poteva più venire se non da una battaglia risoluta, e da una vittoria piena, voleva tirar la guerra nei contorni di Alessandria, per cagione dell'appoggio che quivi aveva della cittadella, e del forte di Tortona. Venuto adunque in Alessandria, chiamava a se Esnitz arrivato dalla riviera, mandava Otto divenuto libero per la dedizione di Genova, a Piacenza, affinchè s'ingegnasse d'impedire il passo del fiume ai Francesi. Ma Murat fu più presto di Otto; perchè, sebbene fortemente fosse combattuto, passava, e s'impadroniva di Piacenza. Al medesimo punto Lannes varcava a Stradella; e si poneva a campo a San Cipriano. Otto ritirava i suoi a Casteggio ed a Montebello. Combattessi in questi due luoghi il dì nove giugno una battaglia asprissima, segno ed augurio di un'altra assai più aspra, più famosa, e più piena di futuri accidenti. Occupava Otto col grosso delle sue genti Casteggio, avendo piantato su certi colli a destra forti batterie, e collocato a sinistra più al piano i suoi cavalli. Una piccola squadra di ultimo soccorso stanziava a Montebello. Urtarono i Francesi condotti da Watrin con grandissimo impeto i Tedeschi, fu loro risposto con uguale costanza; vario fu per molte ore l'evento, perchè parecchie volte i repubblicani s'impadronirono dei colli eminenti a Casteggio, e parecchie volte ne furono risospinti. Finalmente gl'imperiali restarono superiori per opera massimamente della cavalleria, la quale sbucando da certe siepi, di cui si era fatta quasi una fortezza, aveva dato la carica al nemico. Watrin si ritirava rotto e sanguinoso, e sarebbe stata perduta la battaglia pei Francesi, se non fossero sopraggiunti battendo, e mandati da Lannes i generali Chambarlhac e Rivaud. Venendo quest'ultimo a parte della mischia, frenava l'impeto dei vincitori, ed incuorando i soldati di Watrin gli menava di nuovo contro il nemico insultante: pure si difendevano i Tedeschi ostinatamente. In questo fortunoso punto arrivava con una grossa squadra di buoni soldati Lannes, ed entrando impetuosamente, come sempre soleva, nella battaglia, sforzava il nemico a piegare, e cacciandolo del tutto da Casteggio, l'obbligava a ritirarsi a Montebello. Quivi Otto più fiero di prima rinnovava la battaglia, e faceva di nuovo le sorti dubbie; che anzi le sue già principiavano a prevalere, quando Buonaparte, che era sopraggiunto, ordinava a Victor, caricasse con sei battaglioni la mezzana schiera del nemico. In questo punto divenne furiosissimo l'incontro, perchè gli Austriaci difendevano il ponte con numerose artiglierìe che buttavano a scaglia, ed i Francesi con le bajonette andavano alla carica per ispuntargli. Durò un pezzo questo combattimento di fuoco e di ferro: si vedeva che i soldati di Otto stavano alla dura molto fortemente. All'ultimo arrivarono sugli estremi del campo i generali Geney e Rivaud, e fecero inclinare la fortuna in favore di Francia, perchè per le mosse loro si trovava Otto quasi circondato da ogni banda. Si ritirava in Voghera, lasciato un presidio di circa mila soldati nella fortezza di Tortona. Morì in questo fatto, e fu presa gran gente agli Austriaci, ma la metà meno di quanto portarono gli scritti di Berthier. Morì anche gran gente ai Francesi; e poco meno che agli Austriaci; pochi restarono prigionieri. Questa fu la battaglia di Casteggio, che durò dalle sei della mattina sino alle otto della sera.
Superata l'asprezza dell'Alpi con arte e costanza, corsa la Lombardia con prestezza, fatto risorgere il nome di Cisalpina in Milano, sollevati a gran cose gli animi dei popoli con una impresa inusitata, restava che per una determinativa battaglia i presi augurj si adempissero, e si confermasse in Buonaparte il supremo seggio di Francia, e l'imperio assoluto d'Italia. Assai presto fu l'acquisto di questo paese fatto da Kray, Suwarow, e Melas: restava che si vedesse, se il capitano di Francia non fosse abile a riconquistarlo più presto ancora. Aveva Melas, come abbiam narrato, raccolti i suoi nel forte alloggiamento tra la Bormida ed il Tanaro sotto le mura d'Alessandria. Grosso di circa quarantamila soldati, fornitissimo di artiglierìe, fiorito di cavallerie sceltissime, provvisto di veterani, era molto abile a combattere di tante sorti. Nè mancava in lui l'ardire, o l'arte, nè la memoria delle recenti vittorie. Sapeva altresì, di quanto momento fosse la battaglia che soprastava.
Dall'altra parte il consolo combatteva su quelle Italiche terre, già piene di tanta sua gloria; i suoi ufficiali giovani, confidenti e valorosi con incredibile ardimento anelavano al confermare i gloriosi destini di Francia; i soldati, alcuni veterani, molti nuovi non avevano tanto uso di battaglie quanto i Tedeschi, ma l'ardore e la confidenza supplivano a quanto mancasse all'esperienza. Di numero erano inferiori agli avversari, e di cavallerìe, e di artiglierìe. Giravano adunque assai dubbie le sorti. Melas, ancorchè fosse sorpreso da tanta e sì improvvisa piena, e vinto alla Chiusella ed a Casteggio, pareva non ostante possedere maggiore probabilità della vittoria. Nè si potrebbe bastantemente lodare l'arte e la prestezza, colle quali, quando ebbe piena contezza dell'intento del consolo, aveva adunato il suo esercito nei campi d'Alessandria. Doveva il consolo presumere, perchè non ignorava che l'avversario aveva fortificato con trincee ed artiglierìe le rive della Bormida, e scelto luogo propizio al combattere, che appunto in quel campo volesse dare la battaglia. Pure avvisando, certamente contro ogni probabilità, che Melas volesse ritirarsi verso Genova, aveva mandato il generale Desaix, testè arrivato dall'Egitto, a Rivalta sulla strada per Acqui; che anzi questi, obbediente ai comandamenti, già aveva spinto la schiera di Bondet più vicino ad Acqui. Grave errore fu questo, perciocchè ei doveva rannodarsi, non ispartirsi, trovandosi col nemico sì vicino e sì grosso; per lui stette ad un punto, che tutta la fortuna di Francia perisse nei campi di Marengo. Oltre a ciò, e per una risoluzione nè ragionevole nè sana, aveva mandato la schiera di Monnier, che con quella di Boudet componeva l'ala sinistra governata da Desaix, a Castelnuovo di Scrivia, per modo che tutta quest'ala si trovava spartita e scomposta in un momento di tanta importanza. Occupava Melas con un antiguardo il villaggio di Marengo posto oltre Bormida nella vicinanza d'Alessandria. Il consolo, fattolo assaltare da Gardanne, lo recava in suo potere, avendo i Tedeschi fatto astutamente debole resistenza. Il quale accidente avrebbe dovuto far accorto Buonaparte, che pensiero di Melas non era di girsene lontanamente a Genova, ma bensì di cimentar la fortuna vicino ad Alessandria. Tuttavia, essendo tenacissimo ne' suoi concetti, persisteva nel credere che i Tedeschi volessero incamminarsi verso la Liguria. Finalmente gli esploratori, che gli recavano le novelle da Rivalta e dalle rive del Po, il tolsero d'inganno, certificandolo che la gran lite era per deffinirsi nell'Alessandrino, non nella Liguria. Ordinava a Boudet ed a Monnier, che prestamente si ricongiungessero coll'esercito principale: pure trovandosi già lontani, potevano arrivare a sorte terminata.
Il dì quattordici giugno alle cinque della mattina Melas varcava, fulminando, l'augurosa Bormida. Esnitz coi fanti leggieri, e col maggior nervo delle cavallerìe, muovendosi a sinistra degli imperiali, marciava contro Castel-Ceriolo per la strada che porta a Sale, perchè intento del generalissimo Austriaco era di riuscire alle spalle dei Francesi da quella parte per tagliargli fuori da Pavia e da Tortona, donde avevano corrispondenza con l'altre loro genti alloggiate sulla sponda sinistra del Po. Keim, coi soldati di più grave armatura muoveva l'armi contro il villaggio di Marengo, per cui passa la strada per Tortona; quest'era la schiera di mezzo. Una terza, che era la destra sotto la condotta di Haddick con un grosso di granatieri ungari guidati da Otto, doveva fare sforzo, seguitando la destra sponda della Bormida all'insù, per riuscire a Fregarolo, e consentire verso Tortona con la mezzana. Si prevedeva, e quest'era il pensiero delle due parti, che si sarebbe conteso massimamente della possessione di Marengo, perchè quello era il sito, alla conservazion del quale indirizzavano i Francesi tutti i loro movimenti. Precedeva le camminanti squadre d'Austria un apparato formidabile di artiglierìe, che furiosamente tuonando significavano, quanto duro e quanto micidiale fosse per essere l'incontro. A tanto impeto non erano i Francesi pari in quel primo tempo della battaglia, perchè Monnier si trovava lontano a destra, Desaix a sinistra, per improvvidenza del consolo.