LIBRO VIGESIMOPRIMO

SOMMARIO

Il consolo s'accorda con Roma, e rinstaura la religione cattolica in Francia. Concordato. Discussioni nei consigli del papa su di questo atto. Articoli organici aggiunti dal consolo, e querele del pontefice in questo proposito. Ordini Francesi introdotti in Piemonte, che accennano la sua unione definitiva colla Francia. Menou mandato ad amministrar questo paese in vece di Jourdan. Murat in Toscana. Suo manifesto contro i fuorusciti Napolitani. La Toscana data al giovane principe di Parma con titolo di regno d'Etruria. Il consolo insorge per arrivare a più ampia autorità, ed a titolo più illustre. Fa per questo sue sperienze Italiane, e chiama gl'Italiani a Lione. Quivi il dichiarano presidente della repubblica Italiana per dieci anni con capacità di esser rieletto. Constituzione della repubblica Italiana. Genova cambiata, e sua nuova constituzione. Monumento in Sarzana ad onore della famiglia Buonaparte, natìa di questa città. Il Piemonte formalmente unito alla Francia. Carlo Lodovico, infante di Spagna, re d'Etruria per la morte del principe di Parma. Descrizione della febbre gialla di Livorno. Le bilustri trame di Buonaparte arrivano al loro compimento; si fa chiamar imperatore. Pio settimo condottosi espressamente in Parigi, lo incorona.

Le cose della religione cattolica erano in gran disordine in Francia. L'assemblea constituente aveva interrotto la unione con la sedia apostolica rispetto alla instituzione pontificia dei vescovi, qual era stata accordata tra Leone decimo, e Francesco primo, e tolto i beni alla chiesa con appropriargli alla nazione. I governi che vennero dopo, massimamente il consesso nazionale, non solamente distrussero gli ordini statuiti dall'assemblea, ma spensero ancora ogni ordine religioso, perseguitarono i ministri della religione, ed alcuni anche sforzarono, cosa nefanda, a rinegare il proprio stato, e le proprie opinioni. Il direttorio continuò a perseguitare i preti, ora confinandogli nell'esiglio, ora serrandogli nelle prigioni, e sempre impediendo loro, massime ai non giurati, che liberamente e pubblicamente celebrassero i riti divini. Fra tante amarezze dell'anime pie, qualche consolazione recavano i preti giurati colle esortazioni, e coi conforti loro: ad essi la Francia debbe restar obbligata della conservazione della fede; della conservazione medesima la sedia apostolica debbe sentir loro obbligo, sebbene abbia cagione di dolersene per la diminuzione da loro introdotta, e pertinacemente sostenuta con le parole, con le opere, e con gli scritti, nella giurisdizione della cattedra di San Pietro. Conservarono eglino la fede, che è la radice, senza la quale ogni religione, non che ogni disciplina ecclesiastica, sarebbe impossibile. Ma la religione senza un culto ordinato, e senza riti accordati con la pubblica autorità, e da lei riconosciuti e protetti, non potrebbe sussistere lungo tempo, la cattolica meno di ogni altra, solita a cattivar gli animi con le pompe e solennità esteriori. Ciò si vedevano gli uomini prudenti, nei quali era entrata la persuasione, che le credenze religiose sono un ajuto efficace alle leggi civili: quest'istesso vedevano gli uomini religiosi, che si dolevano, che quello che nelle menti e nei cuori loro pensavano ed amavano, non potessero in ordinato e pubblico modo manifestare. Era adunque nato un desiderio in Francia di veder ristorati i riti della religione cattolica, e molti Francesi in questo desiderio tanto più s'infiammavano, quanto più difficile sembrava la rintegrazione. Certo pareva, che ove una prima insegna di Cristo si fosse rizzata, là sarebbero concorsi cupidamente, e con amore avrebbero abbracciato coloro, che rizzata l'avessero. Buonaparte non era uomo da non vedersi queste cose, meno ancora da non usarle per edificare la sua potenza, e per arrivare a' suoi fini smisurati. Per questo aveva dato parole di pace, di religione, di rispetto, e d'amicizia verso il papa, quando ritornò, dall'Egitto arrivando, in Francia; per questo tenne i medesimi discorsi quando andò alla seconda conquista d'Italia; per questo le medesime protestazioni accrebbe quando vittorioso nei campi di Marengo se n'era tornato nella sua consolar sede di Parigi. Adunque divenuto libero dai pensieri, che più nella mente sua pressavano, della guerra, applicava viemaggiormente l'animo al negoziare col papa, col fine di venirne con lui ad un aggiustamento in materia religiosa. Offeriva di dare stato, culto, e comodi pecuniari alla religione cattolica, ed ai suoi ministri. Aggiungeva le solite lusinghe, favellando con accomodate parole della mansuetudine, e della santità del Chiaramonti, vescovo d'Imola. Nè tralasciava le consuete dimostrazioni del suo amore verso la religione, e verso i Francesi. Alcuni accidenti ajutavano queste pratiche, altri le disajutavano. Dava favore al consolo un concilio nazionale di vescovi giurati che dipendentemente da un altro tenuto nel novantasette, con suo consentimento espresso era per adunarsi in Parigi il dì di San Pietro. Non solamente ei non impediva che questi vescovi parlassero, ma gl'incitava anche a parlare, quantunque fossero giurati, e contrarj a quella pienezza di potestà, che i papi pretendono spettarsi alla sedia apostolica. Della quale facoltà largamente usando, mandavano circolari esortatorie ai vescovi, e preti loro compagni della chiesa gallicana, acciocchè imitando, come dicevano, quella carità, di cui Gesù Cristo aveva lasciato il precetto e l'esempio, venissero al destinato giorno ad unirsi nel concilio di Parigi. Compissesi, confortavano, l'opera incominciata nel concilio del novantasette, dessesi occasione ed incitamento al rinnovare queste nazionali e sante assemblee presso tutte le altre nazioni della cristianità, assemblee tanto raccomandate, e tanto commendate dalla veneranda cristiana antichità; nodrissesi speranza, che fossero esse il principio di un concilio ecumenico, la di cui convocazione già da più secoli interrotta, sebbene il concilio di Costanza avesse prescritto che ogni dieci anni si convocasse, era santa e necessaria cosa rintegrare. Mandavano al tempo stesso pregando il papa, col quale già il consolo negoziava per venirne allo statuire con lui precetti contrarj, inviasse suoi deputati per certificarsi, quale e quanta fosse la purità della fede loro: con lui si lamentavano di essere stati prima condannati che uditi da Pio sesto; affermavano, per opera loro non essere stato interrotto il corso della potestà episcopale: forse, sclamavano, poter essere loro imputato a peccato l'avere somministrato i sussidj, ed i conforti della religione a sì copioso numero di diocesi, e di parrocchie abbandonate dai pastori loro? Allegavano, che la facoltà di teologia, e di diritto canonico di Friburgo in Brisgovia aveva profferito una sentenza tutta a loro favorevole, sebbene non provocata; imploravano il parere di tutte le altre università cattoliche, offerendosi pronti a dire ed a scrivere quanto loro fosse addomandato a dilucidazione della controversia. Protestavano finalmente, essere figliuoli obbedienti della Chiesa una, santa, cattolica, apostolica, e romana; e con parole efficacissime testimoniavano, nel grembo suo voler vivere, nel grembo suo morire.

Trattavasi in queste controversie principalmente della elezione dei vescovi, cioè quanto al temporale, se la elezione fatta dal popolo fosse valida, come quella fatta dai re e da altri capi di nazioni, e quanto allo spirituale, se, perchè il filo della successione episcopale non fosse interrotto, fosse necessaria l'instituzione del pontefice Romano, o se bastasse quella fatta da un altro vescovo. Trattavasi poi anche di quest'altro punto, se gli ecclesiastici dovessero vivere per le sole obblazioni dei fedeli, o se dovessero possedere beni in proprio, e se dottrina eretica fosse il mantenere che la potestà temporale, pei bisogni generali dello stato potesse por mano senza il consenso del Romano pontefice nei beni della chiesa. Non era punto nè incerta, nè ignota la opinione dei vescovi giurati adunati in Parigi intorno alle annunziate questioni, poichè ognuno sapeva, che sentivano contro le dottrine della Romana sede. Nè solo queste opinioni in Francia erano sorte, ma a loro non pochi uomini dottissimi, e di ogni religiosa virtù ornati in Italia si erano accostati; conciossiachè, tacendo del Ricci, vescovo di Pistoja, che più vivamente di tutti procedeva, nella medesima sentenza erano venuti i professori Degola, Zola, Tamburini, Palmieri, e con loro Gautier, prete Filippino di Torino, Vailua canonico d'Asti, con molti altri sì Toscani, che Napolitani, che dal Ricci, o dai fratelli Cestari avevano le medesime dottrine imparato. Non dubitava Gautier di affermare, quale principio incontrastabile, che le elezioni dei vescovi sono di diritto divino, od almeno di apostolica constituzione, che sì fatto modo di elezione venne statuito dagli apostoli stessi, e servì di esemplare alla disciplina praticatasi universalmente nella chiesa nei secoli posteriori intorno ad un articolo di tanta importanza: allegava il Filippino a confermazione della sua dottrina, che l'elezione di San Mattia era stata fatta, non da San Pietro solamente, ma da tutti i discepoli adunati nel cenacolo, che sommavano a centoventi: finalmente usciva con dire, che se in fatto il pontefice Romano usava da più secoli la facoltà di instituire i vescovi, per mera usurpazione ne usava. Da tutto questo concludeva, che il papa doveva riconoscere, e confessare per veri e legittimi vescovi coloro, ch'erano stati creati in conformità degli ordini stabiliti dall'assemblea constituente di Francia. Voleva adunque Gautier, ed esortava i vescovi, andassero, non ammessa scusa alcuna, o pretesto in contrario, al concilio di Parigi per ingerirsi in quella gran causa, perchè pareva a lui, che chiunque diritto e senza prevenzione mirasse, avesse a venire in questa sentenza, che l'innocenza, la ragione, la giustizia, secondo i sani principj dei canoni stessero intieramente in favore dei pastori ordinati a norma della constituzione del clero di Francia; che essi veri e legittimi pastori fossero, siccome quelli che erano stati eletti dal popolo cristiano, ed appruovati e constituiti nelle loro chiese dai rispettivi metropolitani secondo i canoni primitivi dalla venerazione di tutto l'universo confermati, e contro i quali nissuna consuetudine potrebbe prevalere. A queste opinioni con l'autorità sua, e con gli scritti dava favore Benedetto Solaro, vescovo di Noli, mostrando gran desiderio di recarsi al concilio Parigino.

Pure da un'altra parte la Romana curia ardentemente impugnava le medesime dottrine: Pio sesto pe' suoi brevi dei dieci marzo e tredici aprile del novantuno, le aveva solennemente condannate, affermando, e costantemente asseverando, che la potestà di compartire la giurisdizione ecclesiastica secondo la disciplina da più secoli venuta in costume, e dai concilj, ed ancora dai concordati confermata, non apparteneva neppure ai metropolitani; che anzi questa potestà era alla fonte, dond'era derivata, ritornata, siccome quella che unicamente nell'apostolica sede ha la sua stanza, che presentemente al Romano pontefice spettava il provvedere di vescovi ciascuna chiesa, come spiega il concilio di Trento; dal che ne conseguitava che niuna legittima instituzione di vescovi può esservi, eccetto quella che dalla sedia apostolica si riceve; così avere statuito la Chiesa universale debitamente adunata in concilio; così avere constituito il concordato concluso tra Leone decimo pontefice, e Francesco primo re di Francia; dal che si vedeva, che sebbene solamente dal secolo decimoquinto i pontefici successori di San Pietro instituissero nelle sedi loro i vescovi, incontrastabile nondimanco era in questa materia il diritto loro, perciocchè vicarj di Cristo essendo, in se tutta avevano raccolta la potestà data da Dio in terra pel governo della chiesa; e se i vescovi erano posti a reggere le chiese particolari, ciò solamente potevano fare, quando dal supremo ed universal pastore ne avevano ricevuto il mandato.

A queste dottrine della curia Romana, come le chiamavano, non potevano star forti, nè udirle pazientemente gli avversarj, e con parole e con iscritti e con allegazioni di testi, e con sequele di ragionamenti continuamente le combattevano. Nè ciò facendo, del tutto modestamente procedevano: perciocchè, quantunque usassero discorsi artifiziosamente umili verso il pontefice, mescolavano nondimeno motti acerbi, e sentenze ancor più acerbe, quando favellano della potestà pontificia, e le disputazioni, come di teologi, s'innasprivano. Insomma, siccome per la constituzione civile del clero ordinata dall'assemblea constituente pareva loro avere vinto una gran causa, così con tutti i nervi, e con tutte le forze loro tentavano di riconfermare la conseguita vittoria.

Queste contese teologiche molto piacevano al consolo, e gli dimostravano una grande opportunità, perchè non dubitava che il papa, temendo ch'ei non fosse per gettarsi in grembo agl'impugnatori della santa sede, avrebbe mostrato più docilità nel concedere ciò che desiderava; perciò questi umori non solo favoriva, ma incitava. Questi erano gli accidenti favorevoli al consolo; ma per natura, e per uso, e per massima amava egli molto più il governo stretto e monarcale del papa, che il governo largo e popolare degli avversarj, e gli pareva che gli ordini papali, rispetto alla potestà unica ed universale, fossero un grande, utile e maraviglioso pensamento. Chiamava i giansenisti gente di molta fede, e di ristretti pensieri; nè gli pareva che la constituzione del clero, siccome cosa antiquata e cagione di molte disgrazie, si potesse utilmente rinfrescare. Un nuovo e vivace pensiero, e più conforme ai desiderj dei popoli, gli pareva che abbisognasse.

Da un'altra parte cadevano in questa materia molte e gravi difficoltà. La principale forza del consolo era posta ne' suoi soldati e non istava senza qualche timore, che quell'apparato religioso, al quale da sì lungo tempo erano disavvezzi, e quel comparir di preti, cui avevano e con fatti perseguitato, e con motteggi lacerato, non paresse avere agli occhi loro qualche parte di ridicolo, cosa di somma importanza in Francia. Temeva altresì su quei primi principj la setta filosofica, nemica al papa, assai più potente di quella che impugnava la larghezza dell'autorità pontificia. Egli aspettava dalla prima gran favore e gran sussidio. Ma più di tutto questo travagliava l'animo suo la faccenda dei beni della chiesa venduti dai precedenti governi; perchè l'ottenere del papa la confermazione di queste vendite era di sommo momento, e sapeva che il pontefice ripugnava al fare in questo proposito alcuna espressa dichiarazione. Pure la tranquillità dei possessori era fondamento indispensabile della sua potenza. Non pochi dei giurati erano di gran nome, e di qualche autorità, e il consolo gli voleva vezzeggiare: ma l'impetrare dal papa, che non solamente gli assolvesse, e nel grembo suo gli riaccettasse, ma ancora, come desiderava, che ai primi seggi della gallicana chiesa gli sollevasse, appariva intricato, e malagevole argomento. La medesima difficoltà sorgeva per gli ecclesiastici della parte contraria, che avevano conservato i seggi loro anche ai tempi dell'esiglio, ed ai quali non avrebbero forse voluto rinunziare, parte per insistenza nell'antiche opinioni, parte per affezione alla famiglia reale di Francia.

Nè mediocre impedimento alla definizione del trattato recava il capitolo della celebrazione dei riti cattolici; perciocchè essendo i medesimi andati in disuso da sì lungo tempo, non era senza pericolo di scandalo, in mezzo a popolazioni iniette di usi e di opinioni contrarie, il volere che tutto ad un tratto pubblicamente, e secondo tutti gli usi della chiesa si celebrassero: si temeva che nascessero enormità, dalle quali i fedeli ricevessero maggiore offensione, che edificazione. Ripugnava adunque il consolo, malgrado che il papa insistesse per ogni larghezza di culto pubblico, a questa condizione, volendo indugiare a tempo più propizio i desiderj di Roma.