Da questi discorsi si vedeva, che poca speranza restava di pace; nè Napoleone era uomo capace di disfare per minacce ciò che aveva fatto, nè l'Austria si voleva tirar indietro dalle sue risoluzioni, sapendo che Alessandro già aveva avviato verso i suoi confini due eserciti ciascuno di cinquanta mila soldati. Insorgeva adunque più vivamente ed a Napoleone rappresentava il suo desiderio d'amicizia con Francia, di pace di tutta Europa; ma essersi violato per gli ultimi accidenti in Italia il trattato di Luneville, promettitore d'independenza per la Italiana repubblica; essersi con nuove rovine di stati independenti spaventata l'Italia: non dovere una sola potenza arrogarsi il diritto di regolare da se gl'interessi delle nazioni con esclusione delle altre; richiedere la Francia dell'osservazione dei patti; richiederla della dignità e dei diritti delle altre potenze; offerire a norma delle condizioni stipulate la concordia, offerirla ora, che con le armi ancora non si contendeva, offerirla quando già si combattesse, e sempre essere parata a convenire, salvi i trattati conclusi, e l'independenza delle nazioni.

Seguitarono queste protestazioni altri discorsi sul medesimo andare da ambe le parti, nei quali e il desiderio di pace, ed il rispetto pei dritti altrui si pretendevano. Intanto le armi si apprestavano. L'imperatore di Francia, che con la celerità aveva sempre vinto, vedendo la nuova lega ordita contro di lui, e la guerra inevitabile, stando coll'animo riposato dal canto della Prussia, che accecata dalla cupidigia di avere l'altrui, falsamente giudicava della natura di Napoleone, ordinò incontanente all'esercito raccolto sulle coste di Francia verso l'Inghilterra, marciasse in Alemagna, soccorresse alla Baviera minacciata dall'Austria, ributtasse la forza colla forza. Poco dopo, descritti nuovi soldati, si avviava egli medesimo verso i campi d'Alemagna, sapendo quanta mole della guerra fossero il suo nome ed il suo valore. Dal canto suo l'Austria commetteva all'arciduca Ferdinando, giovane animosissimo, l'esercito Germanico, dandogli per moderatore della sua gioventù il generale Mack, nel quale l'imperatore Francesco, piuttosto per industri parole che per egregi fatti, aveva molta fede.

Dalla parte d'Italia, le condizioni delle cose militari erano le seguenti. L'Austria, considerato quanta efficacia fosse per avere il nome dell'arciduca Carlo, lo aveva preposto all'esercito Italico, schierato sulle rive dell'Adige. I forti passi del Tirolo erano dati in guardia all'arciduca Giovanni con una grossa schiera congiungitrice dei due eserciti Germanico ed Italico. Si era fatto disegno, che a queste forze si accostasse sbarcando in qualche parte d'Italia, un grosso ajuto di Russi e d'Inglesi, che allora erano raccolti nelle isole di Corfù e di Malta. Ma Napoleone, contuttochè principal cura avesse delle cose di Germania, non pretermise quelle d'Italia, e poichè seppe che l'arciduca Carlo era stato posto al governo della guerra, avendo più fede nella fortuna di Massena che in quella di Jourdan, surrogava il capitano Italico al capitano Germanico. Mandava intanto nuovi soldati, per modo che tra Francesi ed Italiani Massena aveva un esercito fiorito, ed uguale pel numero all'Alemanno, che sommava circa a ottanta mila soldati. Stavasi Massena alloggiato sulla destra dell'Adige, pronto a tentar il passo, come prima fosse dato il segno della battaglia. L'imperatore di Francia, che in tutte le sue guerre poco curandosi delle estremità, ed amando le guerre grosse piuttosto che le sparse, badava sempre al cuore, perchè sapeva che a chi n'andava il cuore, ne andavano anche le estremità, fece disegno d'ingrossare sull'Adige, con mandarvi quella parte che sotto Gouvion San Cyr alloggiava nel regno di Napoli. Il che, perchè con sicurtà potesse eseguire, aveva con sue pratiche, e per mezzo del marchese del Gallo, ambasciadore del re a Parigi, indotto Ferdinando a sottoscrivere un trattato di neutralità. S'obbligava per quest'accordo il re a starsene neutrale durante la presente guerra, a respingere colla forza ogni tentativo fatto contro la sua neutralità, a non permettere che alcuna truppa nemica sbarcasse, o ne' suoi regni entrasse, a non ricettare ne' suoi porti alcuna nave nemica, a non commettere i suoi soldati, o le sue piazze ad alcun ufficiale o Russo, od Austriaco, o d'altra potenza nemica, ed in questo capitolo s'intendessero anche compresi i fuorusciti Francesi; il che particolarmente accennava al conte Ruggiero di Damas. Dalla parte sua Napoleone, fidandosi, come si spiegava, nelle obbligazioni e promesse del re, consentiva a sgombrar il regno dei suoi soldati, ed a consegnare i luoghi occupati agli ufficiali Napolitani. Si obbligava oltre a ciò, e prometteva di conoscere, ed aver per neutrale nella guerra presente, il regno delle due Sicilie. San Cyr marciava verso l'Adige.

I discorsi secondo il solito precedevano le armi, moderati dal canto dell'arciduca, più vivi da quello del capitano Napoleonico. Quando poi già le armi suonavano in Alemagna, e già la Baviera era invasa dagli Austriaci, il principe Eugenio, vicerè d'Italia, pubblicava con parole aspre contro l'Austria la guerra. Avere Vienna contro il popolo Francese, contro il popolo Italiano risoluto la guerra: la casa d'Austria, prevalendosi della nobile sicurezza e confidenza di Napoleone imperatore, invadere i territorj di un principe dell'impero, solo perchè fedele ai trattati, amico ed alleato si era conservato all'imperator dei Francesi, ed al re d'Italia: ma non dubitassero, continuava dicendo, Napoleone guidare gli eserciti; sopra di loro lui riposarsi, sopra di lui riposassero, combattere a favor suo Iddio sempre terribile agli spergiuri; combattere la sua gloria, la sua mente, la sua giustizia, il suo valore, combattere finalmente la fedeltà e l'amore de' suoi popoli; saranno, terminava, i nemici vinti.

Già si combatteva aspramente in Germania, quando ancora si riposava dall'armi in Italia; imperciocchè a petizione dell'arciduca, che desiderava, prima di combattere, sapere a qual via s'incamminassero gli accidenti della guerra Germanica, si era fatto tra lui e Massena un accordo, perchè le offese non si potessero cominciare prima dei diciotto ottobre. Grande errore degli Austriaci fu questo, perchè cercar definizione di fortuna in un sol luogo, potendo in molti, non fu mai prudente consiglio. Aggiunge gravezza all'errore la congiunzione di San Cyr con Massena, alla quale per l'indugio si poteva dar luogo prima del combattere. Non commise simile errore Napoleone, che con incredibile velocità dalle spiagge marittime della Picardìa alle sponde del Danubio viaggiando, arrivò, e combattè gli Austriaci innanzi che i Russi giungessero sul campo di battaglia in ajuto loro. Dall'errore dell'Austria nacque, che l'arciduca fu, pei fatti di Germania, prima superato che combattuto.

Già vincevano le Napoleoniche stelle. L'imperatore dei Francesi arrivando in Alemagna innanzi che gli Austriaci avessero avuto tempo di riuscir oltre i passi della Selva Nera, e di fortificargli, si avventava, in ciò mostrando, oltre la celerità, una grandezza di militari concetti straordinaria, contro il nemico tante volte vinto. Trovossi Mack in pochi giorni cinto da ogni parte, segregato da Vienna, ridotto dentro le mura di Ulma. Aveva vinto Napoleone una prima battaglia a Vertinga, una seconda a Gunsburgo. Due accidenti principalmente gli avevano aperto l'adito a queste vittorie, l'aiuto dei Bavari, e l'aver calpestato, stimando più il vincere che l'osservanza della fede, la neutralità della Prussia a Bareit e ad Anspach: il primo fu cagione che i Francesi riuscissero sulla destra ad Augusta ed a Monaco, sulla sinistra a Novoburgo, Ingolstadt e Ratisbona, quinci e quindi alle spalle degli Austriaci. Per tale guisa non solamente furono serrati gli Austriaci, ma fu ancora Mack separato dall'arciduca Giovanni.

Spuntava appena il giorno diciotto ottobre, termine della tregua, che sapendo già Massena, essersi venuto alle mani in Germania con prospero successo de' suoi compagni, si deliberava a cominciar la guerra. Alle quattro della mattina, dando due assalti uno sotto, l'altro sopra Verona, si accingeva a sforzare sul mezzo il passo.

Imponeva a questo fine a Duhesme ed a Gardanne, che assaltassero il ponte: era murato e rotto; ma Lacombe San Michele, generale d'artiglieria, con un petardo, esponendosi a grave pericolo perchè i Tedeschi fulminavano dalla riva sinistra, rompeva il muro, ed il generale Chasseloup con pari valore riattava il ponte. Passarono i soldati armati alla leggiera: ma fortemente pressati dai Tedeschi correvano grandissimo pericolo. Non indugiò Gardanne a venire in soccorso loro col grosso delle sue compagnìe, e rinfrescò la battaglia. Si combatteva con molto valore e con vario successo da ambe le parti. L'arciduca che aveva il suo campo a San Martino, mandò tostamente nuovi soldati in soccorso de' suoi donde nasceva un più vivo e più generale combattere; Duhesme ancor egli era passato con tutta la sua schiera. Per quel giorno non fu compiuta pei Francesi, ancorchè avessero il vantaggio, la vittoria, e fu loro forza di tornarsene ad alloggiare sulla destra del fiume, conservando però in poter loro la signorìa del ponte. Mancarono in questi fatti dalla parte dei Tedeschi circa tre mila soldati tra morti, feriti e prigionieri, con qualche perdita di cannoni. Nè fu senza sangue la vittoria pei Francesi scemati di un migliajo di combattenti. Massena, o che il ritenesse il forte sito dell'arciduca, o che volesse aspettare che San Cyr l'avesse raggiunto, o che desiderasse prima di cacciarsi avanti, udire i fatti ulteriori di Germania, se ne stette più giorni senza fare alcun motivo d'importanza. In questo gli sopraggiunsero desideratissime novelle: avere tutto l'esercito di Mack, salvo una piccola squadra fuggita sotto la condotta dell'arciduca Ferdinando, deposto le armi, ed essersi dato, il dì diciassette ottobre, vinto e cattivo in mano di Napoleone; il che importava l'annichilazione quasi intiera delle forze Austriache in Alemagna. Napoleone imperatore aveva in questi fatti per arte e per fortuna superato Buonaparte generale e consolo. Cambiavansi le sorti dell'Italica guerra. Fu l'arciduca obbligato a debilitarsi con mandar parte de' suoi in ajuto dell'imperio pericolante del fratello. Sgomentaronsene i Tedeschi, presero animo i Francesi. Massena udito il maraviglioso caso di Ulma, si risolveva, senza frappor tempo in mezzo, ad assaltar l'avversario nel suo forte alloggiamento di Caldiero. Il giorno ventinove ordinava il passo del fiume. Duhesme e Gardanne erano destinati a varcare per l'acquistato ponte, Seras a stanca al passo di ponte di Polo, Verdier a destra più sotto tra Ronco ed Albaredo, luoghi già tanto famosi pei casi di Arcole. Duhesme e Gardanne, passato il ponte, si erano allargati a destra, Seras passato più sopra seguitava ad altro disegno le falde dei monti, ed occupando le alture di val Pantena, che signoreggiano il castello di San Felice, che con le artiglierìe aveva molto nojato i Francesi al passo del ponte, aveva obbligato i Tedeschi a sgombrare da Veronetta. Ciò diede abilità ad altre squadre di passare, massimamente ai cavalli, per modo che gli Austriaci cacciati da tutti i siti, e perfino da San Michele, si ritirarono con grave perdita, sempre però animosamente combattendo, oltre San Martino. I Francesi pernottarono in Vago. Si risolveva l'arciduca a far fronte a Caldiero, piuttosto coll'intento di non cedere la possessione d'Italia senza combattere in una giusta battaglia, che colla speranza di cambiare le condizioni della guerra già troppo preponderanti in favor di Napoleone. Si ordinava la mattina del giorno trenta l'arciduca alla battaglia, sprolungandosi a destra fin sopra alle eminenze di San Pietro rimpetto al villaggio di Fromegna, e distendendosi a sinistra verso l'Adige fin oltre a Gambione. Questi siti erano diligentemente fortificati. Perchè poi in un caso sinistro vi fosse luogo a far risorgere la fortuna, aveva adunato la cavallerìa, ed un grosso corpo di ventiquattro battaglioni di granatieri verso Villanova al bivio, dove la strada di Verona in due partendosi porta da un lato a Monigo, dall'altro a Vicenza.

Il generale di Francia aveva partito i suoi in tre schiere: la mezzana condotta da Gardanne, la destra da Duhesme, la sinistra da Molitor. Un grosso ordinato alle riscosse, e composto dai granatieri di Partonneaux, e dai cavalli di D'Espagne e di Monnet, se ne stava accampato in poca distanza alle spalle. Massena, avendo inteso che le fazioni ordinate di Seras e di Verdier avevano avuto il fine ch'egli si era proposto, si deliberava ad attaccare la battaglia. Il primo a far impeto fu Molitor: assaltò furiosamente, e furiosamente ancora fu risospinto. Fecersi avanti Gardanne e Duhesme, e ben tosto si cominciò a combattere su tutta la fronte da ambe le parti. Gardanne spingendosi avanti con estrema forza, faceva piegare la fortuna in favor suo; perchè, cacciati da luogo a luogo i Tedeschi, ancorchè fortemente contrastassero, s'impadroniva, avventandosi con le bajonette, di Caldiero. La qual cosa vedutasi dalle due ali estreme, si scagliarono ancor esse con forza contro il nemico, ed il costrinsero a piegare: ma rannodatosi sulle eminenze, vi faceva una ostinata difesa; tuttavia la giornata inclinava del tutto a favor dei Francesi. Erano le quattro della sera: l'arciduca mandò avanti il retroguardo, che, come narrammo, serbava alla ricuperazione della battaglia; ne era reintegrata, e le cose si mantenevano in modo bilanciate che non più in una, che in un'altra parte pendevano. Massena, veduto il nuovo rincalzo, mandava innanzi anch'esso il suo retroguardo: la zuffa divenne acerbissima e mortale; perchè così i granatieri ed i cavalli Tedeschi, come i granatieri ed i cavalli Francesi, che novellamente erano entrati nella mischia, facevano egregiamente il debito loro. Prevalse finalmente la cavallerìa di Francia: resistevano ancora i granatieri dell'arciduca, ma quei di Partonneaux, dato mano alle bajonette, con tale vigorìa gl'incalzarono, che gli obbligarono a dar indietro. Così i Tedeschi, lasciando la vittoria in potestà di chi poteva più di loro, cedettero del campo, e si ritirarono alle batterie, che l'arciduca aveva piantate sopra le eminenze che torreggiano oltre Caldiero. Fu notabile questo fatto d'armi per la somiglianza dei disegni orditi dai due avversi capitani, perchè ambidue ordinarono le ordinanze con una prima fronte, e con una schiera di riserbo, ed ambidue in lei posero un grosso nervo di granatieri, ed un battaglione fiorito di cavallerìa. Perderono gli Austriaci trenta cannoni, e tremila cinquecento soldati: i Francesi circa millecinquecento. Si portarono egregiamente tutti i generali di Massena: si dolse l'arciduca di Wukassowich, che trovandosi a campo a Campagnola, e standovi, come pare, a mala guardia, si lasciò fare un assalto improvviso addosso, il che disordinò i disegni del generalissimo d'Austria: tal'è l'incertezza delle guerriere sorti; imperciocchè questo era quel Wukassowich, che meritò tante lodi in queste storie di perito, animoso, e vigilante capitano.

Mentre si combatteva a Caldiero, aveva l'arciduca mandato a sua destra verso i monti una colonna di cinquemila soldati sotto la condotta d'Hillinger col proposito di circuire e di combattere i Francesi alle spalle. Questa mossa aveva ordinato, o che non sapesse che Seras assai forte marciava su quelle medesime terre, o che credesse potere più lungo tempo resistere a Caldiero. Ne nacque un grave accidente a danno delle forze Austriache. Seras oltre procedendo, ed intromettendosi tra Hillinger e l'arciduca, tagliò fuori la squadra segregata, e la ridusse alla necessità dell'arrendersi.