Queste smodate lodi a viso scoperto con tanta franchezza si ascoltava Napoleone, ch'io non so qual fronte fosse la sua. Alloggiava al palazzo Doria a quest'uopo diligentissimamente preparato. Terminati i complimenti si veniva alle feste. Incominciossi dal mare. Faceva magnifica mostra un tempio, che di Nettuno, o Panteon marittimo chiamarono: eretto sopra un tavolato di navi, senza però che ciò apparisse, perciocchè pareva fondato sopra un verdeggiante suolo, se ne andava sulle marine acque per forza d'ignoti ordigni galleggiando. Una gran cupola aveva per colmo, sedici colonne d'ordine Jonico il sostentavano, le immagini dei marini Dei l'adornavano. Sulle due facce interna ed esterna della cupola si leggeva una inscrizione, parto del padre Solari, la quale significava, i Liguri augurare a Napoleone imperatore e re l'imperio del mare, come già si aveva quello della terra. Opera bella ed ingegnosa fu questo tempio: sopra di lei, condotta che fu in mezzo al porto, sedeva Napoleone, i circostanti festeggiamenti rimirando. Quattro isolette, che rappresentavano quattro giardini cinesi adorni di palme, cedri, limoni, melaranci, melagrani, rinfrescati da zampilli di acque limpidissime, coperti da una cupola listata di più colori, ed adornata da quantità mirabile di campanelli, che messi in moto dal continuo aggirarsi della macchina con dolce concento tintinnavano continuamente, givano con morbide giravolte ora qua, ora là a galla ondeggiandosi. Un numero innumerabile di battelli, burchietti, schifetti, liuti, gondolette in varie guise ed elegantemente ornate, facevano che alla instabilità del mare nuova instabilità di barche e di vele si aggiungesse, e mille variati aspetti ad ogni momento agli occhi dei risguardanti si raffigurassero. S'apriva la regata, o vogliam dire, gara di navi in numero di sei: partite dalle tre porte di mare, due da ciascuna con velocità maravigliosa contesero della vittoria, vinse la bandiera del ponte di Spinola: gli applausi e le grida festose montavano ai cielo. Fecesi notte intanto: diventò più bello lo spettacolo. Lumiere di cristallo, che fra le colonne del galleggiante tempio stavano sospese, subitamente accese gittavano sulle incostanti acque, che con lampi di vario colore gli rimandavano, raggi di abbondante e rallegratrice luce. Le cupolette dei giardini anch'esse illuminate consentivano con la sopravvanzante luce del tempio. Fuochi in aria a forma di stelle, secondochè insegna Vitruvio, si volteggiavano intorno al tempio, ed ai quattro giardini cinesi. Le agili barchette, poste fuori anch'esse i lumi loro, facevano apparire giri, guizzi, e baleni, che con la piena luce dei tempio, e delle isolette da un canto si confondevano, dall'altro a chi d'in sulle spiagge di lontano mirava, l'oscurità della notte con la immagine d'innumerevoli e vaganti stelle tempestavano. Alla dolce vista consuonava un soave ascoltare: imperciocchè dalle cinesi isolette uscivano suoni e concenti giocondissimi mandati fuori dai petti, e dagli appositi strumenti di musici vestiti alla Cinese. Al tempo stesso le mura della città risplendevano per una immensa luminaria; i palazzi e le case quasi tutte avevano anch'esse i lumi accesi a festa: tutto l'anfiteatro della superba Genova con maraviglioso splendore rispondeva ai marini splendori. La torre della Lanterna accesasi ad un tratto da innumerevoli lumi con bel disegno ordinati, trasse a se gli occhi dei festeggianti spettatori, che con intense grida applaudirono. Accrebbe la maraviglia, che bentosto prese a buttar fuoco dalla cima a guisa di volcano, come se veramente volcano fosse. Nè i fuochi artificiati furono la parte meno notabile del magnifico rallegramento; poichè due bellissimi tempj di fuoco sorsero improvvisamente dalle due punte dei moli, ed altri fuochi con mirabile artificio apprestati, ora si tuffavano nelle acque, ed ora più vivi che prima fossero, ne uscivano. Così fra il molle ondeggiare, il vago risplendere, il giocondo suonare, nasceva una scena, a cui niuna può esser pari in dolcezza ed in grandezza.

Stette in queste allegrezze Napoleone sino alle dieci della sera: poi sceso dal marino tempio se ne giva al magnifico palazzo di Girolamo Durazzo, dove trovò nuovi e squisiti onori, nuova e squisita adulazione. Festeggiavano con maggior pompa la servitù, che mai avessero festeggiato a libertà, il che non dee recar maraviglia; la libertà piace a tutti, e nissuno vuol piacere a lei; il dispotismo piace a nissuno, e tutti vogliono piacere a lui. Diessi un festino sontuoso a Napoleone nel palazzo pubblico in quel luogo stesso, dove i maggiori della spenta repubblica tante volte prudentemente e fortemente sulle più gravi faccende di lei avevano deliberato. Intervennero Giuseppina di Francia, Elisa di Piombino. Fu allegra la festa; se mescolata di antiche ricordanze, io non lo so. Cantossi l'inno Ambrosiano nella cattedrale di San Lorenzo. Quivi giurarono nelle parole dell'imperatore l'arcivescovo, ed i vescovi. Poi dispensò le insegne della legion d'onore, più eccelse a Durazzo, Cambiaso, Celesia, Corvetto, Serra, Cattaneo, arcivescovo Spina: presentò con dorate gioje Cambiaso, Durazzo, Corvetto, Gentile: questi furono i premj, e i segni della spenta patria. Comandò che si restituisse la statua d'Andrea Doria; quest'affronto mancava ad Andrea atterrato dai giacobini, rinnalzato da Napoleone. Contento allo aver fatti servi, e veduto comportarsi da servi i Genovesi, se ne tornava Napoleone per Torino ai suo imperiale Parigi. Rimase al governo di Genova il principe Lebrun, il quale temperatamente secondo la natura sua procedendo, diede norma allo stato nuovo riducendolo alla forma di Francia: ordinò con prediletto pensiero l'università degli studj; vedeva i professori volentieri: tra il bene operare ed il buon ricompensare cresceva il zelo ed in chi ammaestrava, ed in chi era ammaestrato; l'università Genovese diventò fiorente. Passarono alcuni mesi tra l'introduzione degli ordini Francesi, e la unione alla Francia: finalmente orando Regnault di San Giovanni d'Angely, decretava il dì quattro ottobre il senato, che i territorj Genovesi fossero uniti al territorio di Francia. A questo modo finì uno dei più antichi stati, non che d'Italia, d'Europa. Gl'innorpellamenti non mancarono nella bocca di Regnault: fra tutti fu lepidissimo il suo trovato, che la Francia distruggeva l'independenza di Genova, questo appunto significavano le sue parole, perchè l'Inghilterra non la rispettava. Fu lieto il principio; per la potenza di Napoleone tornarono in patria i Genovesi, schiavi della crudele Africa.

La repubblica di Lucca anch'essa periva: così si verificava il detto di Napoleone, che le monarchìe non potevano vincere le repubbliche. Diè primieramente Piombino ad Elisa sorella, poi Lucca e Piombino a Bacciocchi ed Elisa. Fossevi in Lucca un senato: soldati non vi si scrivessero, ma tutti fossero soldati; tassa e tributo nissuno vi si pagasse se non per legge. Le cariche, salve le giudiziali, non si potessero conferire se non ai Lucchesi; principi di Lucca fossero Bacciocchi ed Elisa: nella nobile Lucca Bacciocchi dominava.

Animato dall'osare, viemmaggiormente osava Napoleone: avviava Parma all'unione con Francia: le leggi Francesi vi promulgava; già le ambizioni Parmigiane si voltavano alla fonte Parigina, Moreau di san Mery secondava l'imperatore piuttosto per piacere a lui, che a se, perchè amava il comandare assai più che a modesto ed attempato uomo si convenisse; ma dolce era il cielo, dolci gli abitatori, dolce il comandare.

Mentre con trionfale pompa scorreva per l'Italia Napoleone, e gl'Italiani stati rovinavano, tornava nella sua Romana sede il pontefice Pio. Parlò agli adunati cardinali delle cose fatte e delle cose sperate, molto beneficio per la religione, e per la Romana chiesa dal suo Parigino viaggio promettendosi. Ordinate le faccende religiose in Francia, aveva desiderato di compor quelle, che più vicino a lui avevano romoreggiato, e gettato anzi larghe radici in tutte le parti d'Italia: quest'erano le differenze tra la santa sede, e Ricci vescovo di Pistoja. Aveva papa Pio sesto gravemente censurato con la sua bolla auctorem fidei le proposizioni del sinodo di Pistoja, massimamente l'ottuagesima quinta; colla quale il sinodo dichiarava aderirsi alle quattro proposizioni del clero di Francia. Quando poi la Toscana se ne viveva sotto la reggenza imperiale fondatavi dai Tedeschi, era stato il Ricci confinato nella sua villa dì Rignano. L'arcivescovo di Firenze instantemente il confortava, e gravemente anche l'ammoniva, si ritratasse. Il vescovo, stando sui generali, affermava, non avere mai avuto le opinioni, che uomini perversi gl'imputavano: essere di mente, come di cuore e di coscienza cattolico. Frattanto morto Pio sesto, ed assunto al trono pontificale Pio settimo, scriveva, per mezzo del prosegretario Consalvi, nuove lettere al nuovo pontefice, protestando della sua riverenza verso l'autorità pontificia, fondata, come diceva, su quella sacra scrittura, della sua adesione a tutte le verità cattoliche, e dell'integrità della sua fede ortodossa. Queste cose scriveva parte perchè, salva qualche restrizione mentale in lui, erano vere, parte perchè la reggenza di Toscana, che procedeva molto vivamente, lo spaventava: erano tempi molto diversi dai Leopoldiani. Non soddisfecero le lettere. Gli si scrisse da Roma, o in modo formale e speciale gli errori del sinodo ritrattasse, o il papa rigorosamente procederebbe contro di lui con le censure. Gli fe' poi sentire da Toscana, che se non accedesse senza indugio alcuno alle domande di Roma, sarebbe stato portato in castel Sant'Angelo, per modo che non vedrebbe più lume. Quest'erano le intimazioni della reggenza. In su questo, vennero novellamente i Francesi ad occupar la Toscana. Compose allora il vescovo una nuova e più lunga apologìa, nella quale ad una ad una esaminando le ottantacinque proposizioni, le affermava ortodosse. Sulla ottuagesimaquinta, e rispetto a quanto s'attiene alla dichiarazione del clero di Francia, protestava, non credere aver fatto ingiuria a quell'illustre chiesa, la sua dottrina accettando: avere il gran Bossuet, al quale la comunione cattolica per tanti segnalati servigj restava obbligata, i quattro articoli difesi e mantenuti: non avergli lui nel suo sinodo, come dogmi addottati, ma come un mezzo potente e sacro per mostrare i limiti, che dividevano le due potestà ecclesiastica e secolare.

Rispetto poi alle regole di disciplina, essersi creduto, come vescovo, asseverava, tenuto a riformar gli abusi: di ciò averne fatto il concilio di Trento espresso precetto. Le medesime protestazioni di obbedienza e di fede fece il vescovo, e le mandò al pontefice, quando passando per Firenze, se n'andava in Francia all'incoronazione. Ma papa Pio, tornando da Parigi, e ripassando per la capitale della Toscana, fece sapere a Ricci, che l'abbraccerebbe volentieri, se prima volesse sottoscrivere una dichiarazione. Voleva, che il Pistojese vescovo dichiarasse, accettare con rispetto puramente, e semplicemente di cuore e di spirito tutte le constituzioni apostoliche emanate dalla santa sede contro gli errori di Baius, Giansenio, Quesnel, e loro discepoli dai tempi di Pio quinto sino ai presenti, e specialmente la bolla dogmatica auctorem fidei, che dannava le ottantacinque proposizioni estratte dal sinodo Pistojese; ripruovare e dannare tutte e singole le proposizioni sopradette nella conformità e significati espressi nella bolla; desiderare, perchè fosse lo scandalo corretto, che la dichiarazione si rendesse pubblica; protestare finalmente voler vivere e morire nella fede della chiesa cattolica, apostolica, romana con sommessione perfetta, ed obbedienza vera a nostro signore papa Pio settimo, ed a' suoi successori, vicari di Gesù Cristo. Ricci stretto dai tempi, e temendo che il rifiuto gli fosse apposto a pertinacia, sottoscrisse. L'aspettavano il papa, e la regina nel palazzo Pitti: il pontefice gittatosegli al collo, l'abbracciava, e fattolo sedere accanto a lui, molto l'accarezzava, della presa risoluzione con esimie espressioni commendandolo. Passate le prime caldezze, consegnava il vescovo nelle mani del pontefice uno scritto, l'importanza del quale era, che per mostrare la obbedienza e sommessione sua alla santa sede aveva volentieri sottoscritto; ma stantechè tutta la sua coscienza riandando, nissuna altra dottrina vi trovava, se non quella che era definita dalla bolla di Pio sesto, per obbligo di verità e di coscienza era obbligato dichiarare, come dichiarava, non mai avere o creduto, o sostenuto le enunziate proposizioni nel senso eretico giustamente condannato dalla bolla, avendo sempre avuto l'intenzione, che se qualche espressione equivoca fosse trascorsa, questa incontanente fosse ritrattata e corretta. Pregare conseguentemente, soggiungeva, il pontefice, accettasse benignamente questa rispettosa dichiarazione, come un'effusione del suo cuore. Appruovò Pio questa seconda dichiarazione, affermando, non dubitare della purezza cattolica di Ricci, e ne farebbe fede al concistoro. Ciò detto, con nuove dimostrazioni accarezzava il vescovo. Scrissegli Pio da Roma lunghe ed affettuose lettere: avere Ricci, affermava, per aver posposto l'amor proprio alla verità, ed alla cristiana obbedienza, ad essere tramandato con gloria alla posterità, ed il suo nome collocato fra quello degli uomini più illustri. Il lodò nell'allocuzione al concistoro; ma il governo Toscano non lasciò stampar l'allocuzione, perchè non si riaccendessero i fuochi spenti, e le disputazioni non si rinnovassero. A questo modo Pio, vittorioso di Napoleone, trionfava anche di Ricci, due avversari potenti, uno per la forza dell'armi, l'altro per la forza delle opinioni. Tuttavia vi rimasero in Italia semi e radici contrarie. I discepoli di Ricci non solamente perseveravano nelle medesime sentenze, ma predicavano, Ricci non avere apertamente ritrattato. In fatti egli è certo, che il vescovo nelle sue giustificazioni per tal modo, sebbene copertamente, favellò, che facilmente si scorgeva, nodrire opinione avversa all'infallibilità del papa, ed a quella pienezza di potestà, che i curialisti di Roma attribuiscono al Romano seggio.

Mentre pel concordato con Francia aveva il pontefice dato sesto alle faccende religiose di quel regno, un altro pensiero mandava ad effetto, dal quale confidava che dovesse risultare molto benefizio alla sedia apostolica; e siccome per l'accordo fatto con Napoleone aveva posto freno alla setta filosofica, così con un'altra deliberazione voleva medicare dalle radici il male, che credeva provvenire dalla setta che l'impugnava, pretendendo le massime e gli usi della chiesa primitiva. La giurisdizione dà ai pontefici Romani nei paesi esteri la potenza esterna, le informazioni e le insinuazioni la segreta. In quest'ultima bisogna molto efficace opera prestavano i gesuiti, perciocchè dall'una parte in virtù degli ordini loro ogni cosa che spiassero, facevano con diligenti informazioni nota al loro generale in Roma, e questi al governo pontificio; dall'altra consigliando i principi, ed ammaestrando la gioventù, tiravano e chi reggeva e chi era retto là dove volevano, soliti a voltar a fini mondani i mezzi della religione. Ordine potentissimo era questo per comandare ai re ed ai popoli, e che dinota in chi primamente il concepì, un capo gagliardo, ed una cognizione profonda delle cose umane. Napoleone stesso col suo disordinato ed incomposto procedere, non ebbe mai, per farsi padron del mondo, pensiero così forte qual ebbero un fraticello di Spagna, ed un preticello di Roma. Adunque i gesuiti, poichè, quantunque spenti, il loro spirito viveva, gran maestri del saper accomodare i consigli ai tempi, con sagacità maravigliosa spargevano; per questo appunto esser nate le rivoluzioni, per questo la rovina dei reali seggi, per questo imperversare una libertà scapestrata, per questo l'anarchia dissolvere ogni buon ordine, perchè era stata soppressa la società loro; per questo la filosofica e la giansenistica piena avere tutto allagato: a sì potenti e sì ostinati nemici i re soli senza il papa, nè il papa solo senza i re, nemmeno i re ed il papa insieme congiunti non poter resistere, se non s'accosta l'opera ajutatrice, e tanto efficace dei gesuiti: sedurre la filosofia gli animi ardenti ed allegri con torre il freno alle passioni, sedurre il giansenismo gli animi ardenti e rigidi con un'apparenza di santimonia e di austerità: non esser padroni i re dell'ammaestrare i giovani a seconda dei pensieri loro, non esser padrone il papa di piegar uomini male ammaestrati: necessario essere l'ajuto di coloro, che radici buone sanno porre negli spiriti, e di quanto gli spiriti concepiscono, e di quanto le mani fanno, possono essere, e sono diligentemente informati: conspirare il volgo contro i potenti, doversi accordare i potenti per resistere al volgo; nè un modo qualunque al grand'uopo poter bastare; richiedersi il più alto, il più stretto, il più generale: soli a questo fine valere i gesuiti; doversi loro chiamare ad instaurazione della società sciolta, a salute dei principi pericolanti, a rannodamento dell'Europa disordinata: o gesuiti, o rivoluzioni da rivoluzioni; nè altro modo di salvamento trovarsi che in loro. Queste cose spargevano, come se il mondo non sapesse, ch'eglino solo allora si facevano i difensori dei sovrani, quando i sovrani si facevano servi di loro.

Lo spavento è mal consigliero, perchè fa velo al giudizio. Alcuni principi mossi dall'artifizioso parlare desideravano i gesuiti, non pensando che per diventar padroni dei popoli, si facevano servi di altrui. Nè anco in questo vi era sicurezza alcuna, poichè solamente le monarchìe cattoliche, in cui vivevano i semi e le radici gittate dai gesuiti, rovinarono per rivoluzioni, non le protestanti, dov'erano ignote le dottrine e le arti loro. Del resto nissuno più apertamente e più tenacemente dei gesuiti sostenne la dottrina, che fosse lecito uccidere certi re. Supplicava il re Ferdinando di Napoli al papa, acciocchè per ammaestrare la gioventù del suo reame nelle rette e salutevoli dottrine, come diceva, vi rinstaurasse, siccome già in Russia aveva fatto, la compagnia di Gesù. Il pontefice facilmente gliene consentiva; un Gabriello Gruber la ordinava; misera condizione degli uomini, che non san trovar rimedio ad un eccesso, se non coll'eccesso contrario. Così fu principiata la risurrezione dei gesuiti dannati da un papa, e da tutti i re, e fu principiata da un re, attivo cooperatore della soppressione, e da un papa uscito dai benedettini, nemici acerrimi dei gesuiti; opera, come strana nel principio, così immensa nel risultamento. Se ciò fia con utile dell'umana società i nostri nepoti il vedranno; ma se si debbe giudicare del futuro dal passato, pensieri sinistri debbono annuvolar la mente degli uomini savj, che amano la quiete degli stati, l'independenza dei principi, la libertà dei popoli.

Mentre il pontefice s'ingegnava di confermare la potenza novellamente riacquistata, nuove ferite si apprestavano alla sanguinosa Europa. L'assunzione di Napoleone al trono imperiale di Francia, aveva sollevato gli animi di tutti i potentati, e dato loro cagione di temere nuovi sovvertimenti, e nuova servitù. Solo la Prussia se ne contentava e se ne rallegrava, perchè credeva, che più stabile fondamento all'ingrandimento dei suoi stati fosse la nuova potenza di Napoleone, che l'antica dell'Inghilterra e della Russia. Due cose massimamente si scorgevano nell'esaltazione ed incoronazione di Napoleone; era la prima, che per loro si veniva a torre ogni speranza del veder restituiti i Borboni, l'altra che avendo acquistato l'autorità imperiale, aveva ridotto in mano sua maggiore forza a far muovere i popoli della Francia dovunque egli volesse; nè che fosse per usarne moderatamente, da nissuno si confidava, manco dall'Austria. Oltre a questo si pensava, che non fosse prudente di dar tempo a Napoleone, onde mettesse radici sul suo imperio. Si portava opinione, che i repubblicani di Francia, e gli amatori del nome Borbonico a quell'imperiale capriccio di Napoleone si fossero risentiti, e divenuti meno inclinati ad ajutarlo, quando si venisse ad una nuova mossa d'armi. Si conosceva ch'egli non era uomo da non usare efficacemente la sua fresca potenza per solidarla, e che se gli si desse tempo, sarebbe stato non che difficile, impossibile il frenarlo. Nè egli pel desiderio ardentissimo del comandare troppo s'infingeva. Il suo procedere già era da imperatore d'Occidente. Questo voler significare, argomentavano, quegl'onori di Carlomagno offerti il giorno dell'incoronazione tanto a Parigi, quanto a Milano, questo la corona ferrea dei Lombardi, questo i motti che metteva fuori già fin d'allora, che l'Italia fosse vassalla del suo impero. Aggiungevansi nella mente dell'imperatore Alessandro alcune ragioni particolari di tenersi mal soddisfatto dell'imperator Napoleone, delle quali la principale consisteva nella uccisione del duca d'Anghienna, giovane di sua età, e da lui specialmente conosciuto, ed amato. Da questi motivi era sorto nelle principali potenze d'Europa il desiderio di una nuova collegazione a difensione comune, ed a conservazione degli antichi stati contro la Francia, il cui fine era o di accordarsi con Napoleone, se qualche termine di buona composizione a beneficio dell'independenza dei consueti sovrani con lui si potesse trovare, o di venire con esso lui al cimento dell'armi, quando ancora era tenero su quel suo sovrano seggio. Nè l'Inghilterra mancava a se stessa, non solo per l'antica nimicizia, ma ancora pel pericolo che pareva sovrastare al cuore stesso del suo stato; conciossiachè avesse Napoleone raccolto un esercito molto grosso sulle coste della Picardìa e della Normandìa, minacciando d'invasione i tre regni. Nè era privo di un sufficiente navilio, avendo allestito, oltre alla grosse navi di guerra, una quantità considerabile di legni minori. Secondavano le intenzioni dell'imperatore con calore grandissimo i popoli di Francia con proferte di denari e di navi. Guglielmo Pitt, che a questo tempo reggeva i consiglj del re Giorgio, aveva questo moto in poco concetto, conoscendo, che pel prepotente navilio d'Inghilterra difficile era l'approdare, più difficile l'acquistare piè stabile nell'isola, prima che le sorti fossero definite. Ciò non ostante l'apparato di Francia travagliava la nazione, ed interrompeva i traffichi. Per la qual cosa intendeva con tutto l'animo a suscitar nuovi nemici, e ad ordinare una nuova lega contro la Francia. A questo fine, e già fin del mese d'aprile era stato concluso a Pietroburgo tra la Russia e l'Inghilterra un accordo, col quale si erano obbligate ad usare i mezzi più pronti ed efficaci per formare una lega generale, e che per conseguire quest'intento adunassero cinquecentomila soldati, non compresi i sussidj d'Inghilterra; il fine fosse d'indurre, o costringere il governo di Francia alla pace, e ad una condizione in Europa, in cui nissuno stato preponderasse sopra gli altri; evacuasse Napoleone l'Annoverese e la settentrionale Germania, rendesse independenti l'Olanda e la Svizzera, restituisse il re di Sardegna con qualche accrescimento di territorio, desse sicurezza al re di Napoli, sgombrasse da tutta Italia, compresa l'isola d'Elba. Già la Svezia e l'Austria erano entrate in questa lega. Prima però che all'aperta rottura si venisse, sì per vedere se ancora qualche modo di onesta composizione vi fosse, e sì per aver comodità di fare i necessarj apprestamenti, e di dar tempo agli ajuti di Russia di arrivare, si deliberarono gli alleati a mandare a Parigi il barone di Novosiltzoff, perchè le proposte loro vi recasse, e di un accordo conforme l'imperator Napoleone sollecitasse.

Già era l'inviato dei confederati giunto a Berlino, quando sopraggiunsero le novelle dell'unione di Genova all'imperio di Francia; accidente contrario alle dichiarazioni di Napoleone, ed agli interessi dell'Austria in Italia. Arrestossi a tale improvvisa notizia Novosiltzoff, donde, fatto sapere all'imperatore Alessandro il fatto, era tostamente richiamato a Pietroburgo. Per questo medesimo accidente, e pel caso di Lucca, che poco dopo si seppe, l'Austria più strettamente si congiungeva con la Russia. Incominciarono i discorsi politici soliti a precedere le guerre. Mandò dicendo l'Austria a Napoleone, desiderare cooperar con la Russia e con l'Inghilterra al fine di un onesto e securo pacificamento d'Europa: ciò avere desiderato prima della unione di Genova e di Lucca, ciò ancora e molto più desiderare dopo. A tali mortificazioni si risentiva Napoleone: rispondeva, poco sperare dalla Russia, e dall'Inghilterra; l'Austria potere sforzarle a consigli pacifici, perchè per venir contro Francia dovevano passare pe' suoi territorj: ma non potersi fidar dell'Austria; armare lei in Polonia, ingrossare fuor di misura in Italia, empiere il Tirolo di soldati: se pur pace volesse, tirasse indietro dal Tirolo Italiano e Tedesco i reggimenti novellamente mandati, cessasse ogni fortificazione nuova; restituisse al pacifico numero i soldati posti alle stanze nella Stiria, nella Carintia, nel Friuli, e nei territorj Veneti; dichiarasse all'Inghilterra, volersene star neutrale.