Giunto a Pavia, fece sua stanza nel palazzo del marchese Botta, ad uso di palazzo imperiale destinandolo, buon grado o malgrado che ne avesse il marchese, che per verità poco si curava di questo Napoleonico onore. Guardie d'onore, studenti addobbati, folle di popolo, arazzi spiegati, fiori sparsi, lumi accesi, applausi infiniti testificavano l'allegrezza dei Pavesi verso chi gli aveva avaramente, e crudelmente posti a sacco. Vide volentieri l'università, che l'ebbe con queste parole, per voce del rettore, e dei professori decani, lodato: «Voi assicuraste due volte colla vittoria, o sire, la sorte d'Italia, e due volte fra i travagli delle armi stendeste la mano generosa alle scienze profughe e mal sicure. Allora fu, che questo tempio sacro alla sapienza venne da voi rialzato all'antico splendore. Chiamati noi sotto l'ombra del vostro scudo all'onorato ministero del suo culto, fummo ognora penetrati da profonda riconoscenza. Il popolo Francese vi pose in capo la corona imperiale; ma gli Italiani vi prepararono quella degli antichi loro re: essi ve la offersero, voi l'accettaste, e la fronte piena d'alti pensieri si fregierà di un duplice diadema. Questo è l'istante, che apre libero il campo alla nostra gratitudine, e che ci guida a depositare a' vostri piedi l'omaggio solenne della nostra comune esultazione. Voi, cui circondano le pacifiche non meno, che le guerriere virtù, accogliete il rispettoso nostro discorso, e vogliate esserci padre, e nume tutelare. Apprenda da voi la posterità, che il genio delle armi unito a quello delle scienze e delle arti forma la felicità delle nazioni. Venite adunque fra noi, benefico e magnanimo eroe: per voi si diffonderanno vieppiù tutte le fonti del sapere. Già l'Italia, l'illustre patria de' Virgili, de' Galilei, de' Raffaelli ingrandisce le sue speranze sotto i potenti vostri auspicj. Il cielo vi formò per le grandi cose, e poichè tutto vi diede, vi conceda ancor lunghi e sereni giorni, onde compiere l'opera della vostra beneficenza, e gli alti destini, che ci avete preparati». Io ho voluto riferire questo discorso elogistico dell'università di Pavia, perchè, sebbene del tutto non sia purgato, è nondimeno a comparazione delle laide e deformi Italiane scritture di quei tempi, limpido e puro di parole, e di stile non isconveniente al soggetto.

Fu magnifico l'ingresso di Napoleone in Milano. Entrava per la porta Ticinese, a cui fu dato nome di Marengo. Gli appresentarono i municipali le chiavi posate sopra un bacile d'oro. Dissero, essere chiavi della fedel Milano; i cuori aversegli già da lungo tempo acquistati. Rispose, serbassero le chiavi; credere, amarlo i Milanesi, credessero, lui amargli. Pervenuto, traendo e gridando lietissimamente una foltissima calca di popolo, al Duomo, il cardinal Caprara, arcivescovo, fattosegli incontro sulla soglia, giurava rispetto, fedeltà, obbedienza e sommessione, augurava conservazione di sì gran sovrano, invocava gl'incliti protettori della magnifica città Ambrogio e Carlo, acciocchè a lui, ed a tutta la sua famiglia salute piena, e contentezza perenne dessero. Terminate le cerimonie del tempio, il palazzo dei duchi ornato a festa, e tutto esultante per l'acquistata grandezza accoglieva il novello re.

Ed ecco che, saputo ch'era andato a Milano per la corona, il venivano a trovare i deputati dell'Italiche e dell'estere città. Vennevi Lucchesini portatore dei Prussiani onori, e delle Prussiane arti: recava da parte del re Federigo l'aquila nera, e l'aquila rossa a Napoleone: fregiatosene il sire, compariva con loro al cospetto de' suoi schierati soldati. Queste cose si facevano per pungere l'Austria, perchè a questo tempo il re Federigo, a ciò confortato da Lucchesini e da Hagwitz, si era risoluto, con quale prudenza e felicità il mondo stupidito se l'ha veduto, a secondare in tutto e per tutto i disegni di Napoleone imperatore. Vennevi Cetto, inviato di Baviera, Beust, inviato dell'arcicancelliere dell'impero Germanico, Alberg mandato da Baden, Benvenuti balì mandato dall'ordine di Malta: mandovvi la montagnosa Vallesia il landamanno Augustini: mandovvi l'adusta Spagna il principe di Masserano, Lucca un Cotenna ed un Belluomini, Toscana un principe Corsini ed un Vittorio Fossombroni: tutti venivano ad onoranza, ed a raccomandazione appresso al potente e temuto signore.

Maggior materia era sotto i deputati della Ligure repubblica. Aveva mandato il senato Genovese Durazzo doge, cardinale Spina arcivescovo, Carbonara, Roggieri, Maghella, Fravega, Balbi, Maglione, Delarue, Scassi, senatori. A loro maggiori carezze, più squisiti onori si facevano. Studiavansi il ministro Marescalchi, ed il cardinale Caprara a soddisfar loro con mense, con udienze, con complimenti. Le medesime gentilezze usavano i ministri di Francia: ad ogni piè sospinto veniva dato dell'altezza serenissima al doge, e di ambasciatori straordinari ai senatori. Il signore stesso sempre gli guardava con viso benigno, e si allargava con loro in melliflue parole. Brevemente, fra tanto festeggiare non erano i Liguri legati la minor parte della comune allegrezza. Le quali cose considerando coloro, che la natura di Napoleone non conoscevano, chiamavano i Liguri fra tutti gli uomini felicissimi, e felicissime sorti argomentavano per la piccola repubblica. Ma quelli a cui era noto l'umore, stimavano che vi fosse sotto qualche disegno, e dubitavano di qualche mal tratto. I Liguri legati stessi, quelli almeno che non erano nella trama, perciocchè alcuni vi erano, di tanti onori ed accattamenti si maravigliavano, e gli animi non avevano del tutto sgombri da timore. Ammessi all'udienza del signore, il videro sereno e lieto. Con esso lui dell'acquistato imperio si rallegrarono, il commercio della prediletta Liguria instaurasse, supplicarono. Rispose umanamente, conoscere l'amore dei Liguri, sapere aver soccorso gli eserciti di Francia in tempi difficili; non isfuggirli le angustie loro; prenderebbe la spada e gli difenderebbe: conoscere l'affezione del doge, vederlo volentieri, veder volentieri con lui i Liguri senatori: anderebbe a Genova; senza guardie come fra amici v'anderebbe. Dopo l'udienza furono veduti ed accarezzati dall'imperatrice, e da Elisa principessa, sorella che era di Napoleone, sposata ad un Baciocchi, creato principe anch'egli. Tutti mostravano dolce viso ai Liguri legati nella Napoleonica corte.

Presa in Monza la ferrea corona, e non senza solenne pompa a Milano trasportata, si apriva l'adito all'incoronazione. La domenica ventisei di maggio, essendo il tempo bello, ed il sole lucidissimo, s'incoronava il re. Precedevano Giuseppina imperatrice, Elisa principessa in abiti ricchissimi; ambe risplendevano di diamanti, dei quali in Italia meno che in qualunque altro paese avrebbero dovuto far mostra. Seguitava Napoleone portando la corona imperiale in capo, quella del regno, lo scettro, e la mano di giustizia in pugno, il manto reale, di cui i due grandi scudieri sostenevano lo strascico, in dosso. L'accompagnavano uscieri, araldi, paggi, ajutanti, mastri di cerimonie ordinari, mastro grande di cerimonie, ciamberlani, scudieri pomposissimi. Sette dame ricchissimamente addobbate portavano le offerte; ad esse vicini con gli onori di Carlomagno, d'Italia, e dell'imperio procedevano i grandi ufficiali di Francia e d'Italia, e i presidenti dei tre collegi elettorali del regno. Ministri, consiglieri, generali accrescevano la risplendente comitiva. Ed ecco Caprara cardinale affaccendatissimo, e rispettoso in viso, col baldacchino, e col clero accostarsi al signore, e sino al santuario accompagnarlo. Non so se alcuno in questo punto pensasse, avere da questo medesimo tempio Ambrogio santo rigettato Teodosio tinto del sangue dei Tessalonici; ma i prelati moderni non la guardavano così al minuto con Napoleone. Sedè Napoleone sul trono, il cardinale benediceva gli ornamenti regj. Saliva il re all'altare, e presasi la corona, ed in capo postolasi, disse queste parole, che fecero far le maraviglie agli adulatori, cioè a tutta una generazione: Dio me la diede, guai a chi la tocca. Le divote volte in quel mentre risuonavano di grida unanimi d'allegrezza. Incoronato, givasi a sedere sopra un magnifico trono alzato all'altro capo della navata. I ministri, i cortigiani, i magistrati, i guerrieri l'attorniavano. Le dame specialmente, in acconce gallerìe sedute, facevano bellissima mostra. Sedeva sopra uno scanno a destra Eugenio vicerè, figliuolo adottivo. A lui siccome a quello a cui doveva restare la suprema autorità, già guardavano graziosamente i circostanti. Onorato e speciale luogo ebbero nell'imperial tribuna il doge, ed i senatori Liguri; stavano con loro quaranta dame bellissime e pomposissime. Giuseppina ed Elisa in una particolar tribuna risplendevano. Le volte, le pareti, le colonne sotto ricchissimi drappi si celavano, e con cortine di velo, con frange d'oro, con festoni di seta s'adornavano. Grande, magnifica, e maravigliosa scena fu questa, degna veramente della superba Milano. Cantossi la solenne messa, giurò Napoleone; ad alta voce dagli araldi gridossi: «Napoleone primo imperatore dei Francesi, e re d'Italia è incoronato, consecrato, e intronizzato; viva l'imperatore e re». Le ultime parole ripeterono gli astanti con vivissime acclamazioni tre volte. Con questo splendore, e con quel di Parigi oscurò e contaminò Buonaparte tutte le sue Italiane glorie; conciossiachè a colui, che od in pace, od in guerra, non per la patria, ma per lui s'affatica, anzi questo nell'abbominevole suo animo si propone, di servirsi dei servigj fatti a lei per soggettarla, e porla al giogo, il mondo e Dio faran giustizia; sono queste azioni scelerate, non gloriose. Se piacquero all'età, dico, che l'età fu vile. Terminata la incoronazione andò il solenne corteggio a cantar l'inno ambrosiano nell'ambrosiana chiesa. La sera, Milano tutta festeggiava: fuochi copiosissimi s'accesero, razzi innumerevoli si trassero, un pallone aereostatico andava al cielo; in ogni parte canti, suoni, balli, tripudj, allegrezze. A veder tante pompe si facevano concetti d'eternità; già gli statuali si adagiavano giocondamente sui seggi loro.

Mentre con lusinghe e con onori s'intrattenevano in Milano il doge, ed i Liguri legati, per un concerto con gli aderenti più fidi, un empio fatto si tramava. Sollevava Napoleone a cose nuove la travagliata Liguria. Vi si spargevano prima parole, poi aperti discorsi intorno alla necessità dell'unione con Francia. Questo avevano significato le parole di Napoleone, quando pochi giorni prima favellando al suo senato in Parigi aveva detto, nissuna nuova provincia dover essere aggiunta al suo impero. Allegavasi per suggestione e comandamento di lui da uomini prezzolati nelle Liguri province, allora essere stata perduta la independenza, quando fu fatta la rivoluzione; d'allora in poi essere stata sotto diversi nomi, e reggimenti diversi Genova serva; aver lo stato più pesi, che portar possa da se; potergli portare facilmente congiunto con Francia; sperarsi invano che il potente non manomettesse il debole; di ciò manifeste testimonianze aver dato l'Austria, che venne come amica, la Francia come alleata; ripugnare la natura umana, sempre superba, ai moderati desiderj, nè la giustizia regnare in chi troppo può; essere cangiate le sorti d'Europa; preponderare oltre modo la Francia, già abbracciare stringere da ogni parte pel Piemonte unito, e pell'Italico regno obbediente l'esile Liguria; che starsi a fare, che non si domanda l'unione a Francia! Giacchè non più si può comandare da se, savio consiglio essere il comandare con altrui; le umili Genovesi insegne non rispettarsi sui mari dai barbari buttati fuori dalle caverne Africane, rispettarsi le Francesi, i Napoleonici segni avere a render sicuri i Liguri navilj; così una sola deliberazione politica essere per fare ciò che le antiche armi della repubblica più non potevano. A queste parole si aggiungevano le adulazioni sulla felice condizione di esser posti al freno di Napoleone eroe. Le giurisdizioni domandavano l'unione con Francia, supplicava il senato Napoleone, la decretasse.

Avendo le arti e i comandamenti del signore di Francia e d'Italia sortito l'effetto loro, acciocchè dai Genovesi s'implorasse quello, che l'imperatore aveva ordinato che implorassero, comparivano al suo cospetto in Milano il dì quattro giugno i Liguri legati. Girolamo Durazzo doge, serbato dai cieli a veder ii fine della sua nobil patria, ed al quale erano state celate le arti usate in Liguria, dopochè egli era venuto a Milano, tutto pallido e sgomentato in cotal guisa orava: «Portano i Liguri legati ai piedi di Vostra Maestà Imperiale e Reale i voti del senato e del popolo Ligure. Prendendo il carico di rigenerar questo popolo, voi vi addossate anche quello di farlo felice. A questo solo il possono condurre la sapienza ed il valor vostro. Le mutazioni introdotte nei popoli vicini, da loro intieramente segregandoci, rendono la condizione nostra infelice, e necessariamente richieggono la nostra unione con questa Francia, che voi tanto glorificate. Questi sono i desiderj del popolo Ligure, questi ei manda ad esprimere all'augusto cospetto vostro, questi per noi vi prega di esaudire. Le ragioni che a questa deliberazione ci muovono, pruovano all'Europa, ch'ella non è l'effetto di alcun impulso straniero, ma bensì il necessario risultamento della nostra condizione presente. Degnatevi, o Sire, udire benignamente la voce di un popolo, che nel tempi più difficoltosi sempre si mostrò affezionato alla Francia: unite all'imperio vostro questa Liguria, primo campo delle vostre vittorie, primo grado del trono, sopra il quale vi siete per la salute di tutte le civili società seduto. Siate, supplichiamovene, verso di noi tanto benigno, che consentiate a darci la felicità, che dall'esser vostri sudditi deriva: nè più devoti, nè più fedeli potrebbe la Maestà Vostra trovarne.»

Dettesi queste umili parole dal miserando doge, e porti i suffragi del Ligure popolo al signore, rispondeva Napoleone: essere da lungo tempo venuto a parte delle faccende del Liguri, a buon fine sempre averle indirizzate; essersi accorto, che per loro era impossibile, che qualche cosa degna dei padri loro facessero: l'avara Inghilterra chiudere a piacer suo i porti, infestar i mari, visitar le navi: le Africane rapine andare ogni ora più crescendo: essere servitù nell'independenza Ligure: essere necessità ai Liguri di unirsi ad un popolo potente: adempirebbe i loro desiderj, gli unirebbe al suo gran popolo volentieri, memore dei servigi prestati: tornassero nella loro patria: visiterebbegli fra breve, suggellerebbe la felice unione in Genova.

Lessersi i voti. A cagione che la Liguria non ha forza sufficiente per mantenere la sua independenza, che gl'Inglesi non riconoscono la repubblica, che chiuso è il mare dai Barbari, la terra dalle dogane, supplicare il senato all'imperatore e re, la Liguria al suo impero unisse. Seguitavano le condizioni: si soddisfacesse dallo stato ai creditori Liguri, come a quei di Francia: si conservasse il porto franco di Genova; nell'accatastare si avesse riguardo alla sterilità delle terre Liguri, ed al caro delle opere; si togliessero le dogane e le barriere tra la Francia e la Liguria; si descrivessero i soldati solamente all'uso di mare; si regolassero per modo i dazi sugli introiti e sulle tratte, che i proventi e le manifatture della Liguria ne sentissero beneficio, le cause sì civili che criminali si terminassero in Genova, od in uno dei dipartimenti più vicini dell'impero; gli acquistatori dei beni nazionali fossero indenni e sicuri nel possesso, e nella piena proprietà di loro. Avviluppossi Napoleone, rispondendo, nelle ambagi, perchè dei patti della dedizione solo voleva osservar quelli ch'ei voleva, non quelli che volevano i Liguri. Intanto desiderando mitigare l'acerbità del fatto con un uomo di temperata e prudente natura, mandava a Genova il principe Lebrun, arcitesoriere dell'impero, perchè lo stato nuovo ordinasse a seconda delle leggi Francesi.

Restava, che con le feste si celebrasse la perduta patria. Arrivava Napoleone il dì trenta di giugno a Genova, tratto dal diletto di udire le Genovesi adulazioni, e di vedere popoli servi. Tutta la città si muoveva per vederlo. Veniva dalla Polcevera: l'incontrava la cavallerìa a Campo Marone; le campane suonavano a gloria, i cannoni rimbombavano, le fregate e i legni minori sorti nel porto esultando mareggiavano: chi traeva alle ambizioni si componeva nei sembianti; le Genovesi donne attentamente il guardavano per giudicare di che cosa sapesse; del popolo chi si maravigliava, chi diceva arguzie da marinaro. Succedevano le adulazioni dei magnati. Michel Angelo Cambiaso, creato sindaco da Lebrun, si appresentava con le chiavi: Genova superba per sito, essere ora superba per destino, disse: darsi ad un eroe: avere gelosamente e per molti secoli custodito la sua libertà: di ciò pregiarsi; ma ora molto più pregiarsi, le chiavi della città regina in mano di colui rimettendo, che savio e potente più di ogni altro valeva a conservargliela intatta e salva. Rispose benignamente, restituì le chiavi. Spina, cardinale arcivescovo, sulla soglia della chiesa di San Teodoro aspettandolo, col sacro turibolo l'incensava. Luigi Corvetto presidente del consiglio generale, venuto alla presenza del signore, favellava, avere lui liberato il buon popolo di Genova, averlo in figliuolo adottato; essere quivi in mezzo a' suoi figliuoli, dimenticare il Genovese popolo le passate calamità; ogni altro affetto in questo solo affetto comporsi dello amore dell'imperatore e re; per questo essere i Genovesi sudditi deditissimi; per questo i doveri più sacri affortificarsi dalle affezioni più dolci: non isdegnasse, pregava, la semplicità delle parole loro: eroe, sovrano, e padre, in buon grado accettasse il tributo dell'ammirazione, dell'amore, e della fedeltà loro. Poscia a nome proprio, e di Bartolomeo Boccardi, uomo di non mediocre ingegno, e stato sempre dedito alla parte Francese, Luigi Corvetto medesimo pregava felicità per la sua patria, chiamando Napoleone più grande di Cesare, e confortandolo a cambiare l'antica cesarea divisa in quest'altra venni, vidi, felicitai. Piacque la squisita lusinga: Luigi Corvetto fu creato consiglier di stato. Bene ne occorse ai Liguri, che, perduto l'antico nome, trovarono in Corvetto chi affettuosamente gli amava, chi prudentemente gli consigliava, e chi utilmente appresso al signor del mondo gli avvocava, non a sdegni, nè ad antichi rancori in tempi tanto solenni servendo, ma solamente al benefizio dei suoi compatriotti risguardando.