LIBRO VIGESIMOSECONDO

SOMMARIO

Buonaparte creatosi imperatore di Francia, pensa a farsi chiamare re d'Italia. Gl'Italiani gli si rappresentano a Parigi, e il fanno pago di questo suo desiderio. Va a Milano per incoronarsi re. Genova cambiata, ed unita a Francia. Festa che danno i Genovesi all'imperatore e re. Dichiarazione di Scipione de' Ricci vescovo di Pistoja, al papa, ed accoglienza che il pontefice gli fa a Firenze. Astute insinuazioni dei gesuiti ai principi, e loro rinstaurazione nel regno di Napoli. Nuova guerra tra la Francia da una parte, l'Austria e la Russia dall'altra, e sue cagioni. Massena generalissimo di Francia, l'arciduca Carlo generalissimo d'Austria in Italia. Battaglia di Caldiero. Strepitose vittorie di Napoleone in Germania. L'arciduca si ritira dall'Italia: pace di Presburgo. Napoleone toglie il regno a Ferdinando di Napoli, e per qual cagione. Giuseppe, fratello di Napoleone, re di Napoli. Si fa sangue nelle Calabrie. Battaglia di Maida tra Francesi ed Inglesi. Accidenti delle bocche di Cattaro, e ferocia della guerra Dalmatica. La Dalmazia e Ragusi riunite al regno Italico.

La natura di Napoleone era irrequieta, disordinata, solo costante nell'ambizione. Però lungo tempo non stava nel medesimo proposito, sempre mutando per salire. Pareva, e fu anche solennemente, e con magnifiche parole detto da lui e da Melzi, che gli ordini statuiti in Lione per l'Italica fossero per essere eterni; ma non ancora erano corsi due anni, che già manchi, insufficienti, non conducenti a cosa che buona e durevole fosse, si qualificarono. Importava a chi s'era fatto imperatore, che re ancora si facesse. Erano, non senza disegno, stati invitati gl'Italici a condursi a Parigi per cagione di assistere, in nome della repubblica, alle imperiali cerimonie ed allegrezze. Vi andarono Melzi vice-presidente, i consultori di stato Marescalchi, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Costabili, Luosi, Guicciardi; i deputati dei collegi e dei magistrati Guastavillani, Lambertenghi, Carlotti, Dambruschi, Rangone, Caleppi, Litta, Fe, Alessandri, Salimbeni, Appiani, Busti, Negri, Sopransi, Valdrighi. L'imperatore si lasciò intendere che il chiamassero re, e condannassero gli ordini Lionesi: disponendosi la somma delle cose non solo con un comando, ma ancora con un cenno di Napoleone, il fecero volontieri. Melzi certamente non nato a questi vituperj, appresentandosi il giorno diciasette marzo con gli altri deputati in cospetto di Napoleone salito sul trono nel Castello delle Tuilerie, in tali accenti con lingua e concetti servili favellava. «Voi ordinaste, o Sire, che la consulta di stato, e i deputati della repubblica Italiana si adunassero, e l'affare il più importante pe' suoi destini presenti e futuri, cioè la forma del suo governo considerassero. Al cospetto vostro io m'appresento, Sire, per compire appresso a voi l'onorevole carico d'informarvi di quanto ella fece e di quanto ella desidera. Primieramente l'assemblea molto bene ogni cosa considerando, venne in questa sentenza, che impossibile è, se troppo non si vuole dagli accidenti dell'età nostra discordare, le attuali forme conservare. Ebbero le Lionesi constituzioni tutti i segni di ordini provvisorj: accidentali furono, perchè agli accidenti dei tempi fossero rispondenti, nè in se alcun nervo avevano, per cui gli uomini prudenti e durata e conservazione promettere si potessero. Non che la ragione, l'evidenza stringono urgentemente a cambiarla. La qual cosa concessa, e confessata vera, come vera è realmente, la via da seguitarsi semplice diventa e piana: i progressi delle cognizioni, i dettami dell'esperienza la monarchia constituzionale, la gratitudine, l'amore, la confidenza il monarca ci additano. Voi conquistaste, o Sire, voi riconquistaste, voi creaste, voi ordinaste, voi fino a questo dì l'Italiana repubblica governaste; quivi ogni cosa le vostre gesta, la vostra mente, i vostri benefizi rammenta: un unico desiderio poteva essere fra di noi: un unico desiderio è sorto. Noi non preterimmo di maturamente considerare quanto nelle future cose profonda sapienza vostra indicava; ma per quanto gli alti e generosi pensieri vostri coi nostri più bramati interessi s'accordino, facilmente abbiamo a noi medesimi persuaso, che le condizioni nostre tanto ancora non sono mature, che possiamo aggiungere a quest'ultimo grado della politica independenza. L'Italiana repubblica, così porta l'ordine naturale delle cose, debbe ancora per qualche tempo restare impressa della condizione degli stati novellamente creati. Un primo nembo, quantunque leggieri, che l'aere oscurasse, sarebbe per lei d'affanni e di timore cagione. Nella qual condizione, quale maggiore sicurezza, quale più fondata speranza di felicità potrebbe ella, Sire, che in voi trovare? Voi siete ancora necessaria parte di lei. Solo nell'alta sapienza vostra sta, solo a lei s'appartiene il vedere il preciso termine della dependenza tra le gelosie esterne, e i pericoli nostri. Interrogati amorevolmente, rispondiamo sinceramente. Questo è il desiderio nostro, che a voi significhiamo, questa la preghiera, che a voi indirizziamo, che vi piaccia quelle costituzioni darne, in cui i principj già da voi pubblicati, dall'eterna ragione richiesti, alla quiete delle nazioni necessari, statuiti siano e confermati. Siate contento, o Sire, di accettare, siate contento di compire le preghiere, e i desiderj dell'Italica consulta. Per questa mia bocca instantemente tutti ve ne ricercano, e ve ne scongiurano. Se voi benignamente ci esaudite, agl'Italiani diremo, che voi con più forte legamento vi siete alla conservazione, alla difesa, alla prosperità dell'Italiana nazione congiunto. Così è, Sire, voi voleste che la Italiana repubblica fosse, ed ella fu: fate ora, che la Italiana monarchìa sia felice, e sarà».

Terminato il favellare, e fattosi avanti Melzi, l'atto dell'Italiana consulta espresse: il governo della repubblica Italiana fosse monarcale, ed ereditario: Napoleone primo re d'Italia si dichiarasse: le due corone di Francia, e d'Italia in lui solo, non ne' suoi discendenti o successori, potessero essere unite: insino a tanto che gli eserciti Francesi occupassero il regno di Napoli, i Russi Corfù, gl'Inglesi Malta, le due corone non si potessero separare: pregassesi Napoleone imperatore, passasse a Milano per ricevere la corona, e statuire leggi definitive pel regno.

Rispose Napoleone con voce forte, ma chioccia, come l'aveva, aver sempre avuto il pensiero di creare libera e independente la nazione Italiana; dalle sponde del Nilo avere sentito le Italiane disgrazie; essere, mercè del coraggio invitto dei suoi soldati, comparso in Milano, quando i suoi popoli d'Italia ancora il credevano sulle spiagge del mare Rosso; ancora tinto di sangue, ancora cosperso di polvere, sua prima cura essere stata l'ordinare l'Italiana patria: chiamarlo gl'Italiani a loro re; volere loro re essere, volere questa corona conservare, ma solo fintantochè gl'interessi loro il richiedessero: deporrebbela, quando fosse venuto il tempo, sopra un giovane rampollo volentieri, al quale del pari che a lui sarebbero a cuore la sicurezza e la prosperità dei popoli Italiani. Nè questa fu la sola dimostrazione, ch'ei fece in questo proposito.

Entrò il giorno seguente l'imperatore in senato. Taleyrand, ch'era uomo molto ambidestro, e capace di pruovar questa con molte altre cose ancora, pruovò, che per allora l'unione della corona d'Italia a quella di Francia era necessaria. Lessesi l'accettazione: poi Napoleone prese a favellare, pretendendo parole di moderazione e di temperanza. «Noi vi chiamammo, o senatori, disse, per darvi a conoscere tutto l'animo nostro intorno agli affari più importanti dello stato. Potente e forte è l'impero di Francia, ma più grande ancora la moderazione nostra. La Olanda, la Svizzera, l'Italia tutta, la Germania quasi tutta conquistammo: ma in fortuna tanto prospera misura e modo serbammo. Di tante conquistate province quello solo ritenemmo, che necessario era a mantenerci in quel grado d'autorità e di potenza, nel quale fu sempre la Francia posta. Lo spartimento della Polonia, le province tolte alla Turchìa, la conquista dell'Indie, e di quasi tutte le colonie hanno a pregiudizio nostro dall'un dei lati fatto ir giù la bilancia: l'inutile rendemmo, il necessario serbammo, nè mai le armi per vani progetti di grandezza, nè per amore di conquista impugnammo. Grande incremento alla fertilità delle nostre terre avrebbe recato l'unione dei territorj dell'Italiana repubblica: pure dopo la seconda conquista, l'independenza sua a Lione confermammo; ed oggidì più oltre ancora procedendo, il principio della separazione delle due corone statuiamo, solo il tempo di lei, quando senza pericolo pei nostri popoli d'Italia effettuare si possa, assegnando. Accettammo, e sulla nostra fronte l'antica corona dei Lombardi posammo: questa rattempreremo, questa rinstaureremo, questa contro ogni assalto, finchè il Mediterraneo non sia restituito alla condizione consueta, difenderemo, e questo primo Italico statuto a poter nostro sano e salvo conserveremo».

Creava l'imperatore Eugenio Beauharnais, figliuolo dell'imperatrice sua moglie, principe: poi, suo figliuolo adottivo chiamandolo, vicerè d'Italia il nominava. Creava Melzi guardasigilli del regno. Decretava, anderebbe a Milano, e la corona reale, la domenica ventisei di maggio, prenderebbe. Messosi in viaggio con grandissimo seguito di cortigiani, perchè voleva far illustre questa sua gita con apparato molto superbo, e più che regio, e festeggiato con grandissimi onori per tutta Francia, arrivava Napoleone il dì venti aprile a Stupinigi, piccola ed amena villa dei Reali di Sardegna, posta a poca distanza da Torino. Quivi concorsero a fargli onoranza i magistrati; Menou verso di lui umilissimo si mostrava. Ad alcuni parlò benignamente, ad altri superbamente, secondochè era da Menou Egiziaco susurrato. Riprese con parole aspre l'arcivescovo Buronzo, accusandolo di serbar tuttavia fede al re di Sardegna: tolse dalla carica Pico, presidente del tribunale, e lo voleva anche far ammazzare, perchè, come diceva, l'aveva tradito nelle faccende Veneziane. Infine trascorse in parole sdegnosissime contro i giacobini, chiamandogli scelerati, e più quelli che l'avevano servito: in ciò era stimolato particolarmente da Menou, che parlava come se non fosse mai stato giacobino egli. Aggiunse il sire, che gli avrebbe fatti arar dritto, e chi non avesse arato dritto, avrebbe a far con lui. Tutte queste cose disse, e fece con modi tanto plebei, che tutti restarono persuasi, che se aveva la forza non aveva la dignità, e che novizio ancora, male sapeva portare il nuovo imperio. Vennero a trovarlo a Stupinigi i deputati di Milano per fargli omaggio, re loro, rigeneratore loro, padre loro chiamandolo. Rispose onorevolmente, gli avrebbe in luogo di figliuoli: raccomandò loro, fossero virtuosi, l'attiva vita, la patria, e l'ordine amassero. Dell'ordine parlava per dar contro ai giacobini, credendo che questa fosse buona arte per adescare i re. Terminò minacciosamente dicendo, che se alcuno avesse concetto gelosia pel regno d'Italia, aveva una buona spada per disperdere i suoi nemici; il che era vero. I buoni Milanesi stupivano a quelle sì vive dimostrazioni, ed argomentavano, che il placido e grasso vivere fosse giunto al fine. Visitato Moncalieri, corse la collina di Torino: esaminata Superga, entrò trionfalmente nella reale città. Abitò il palazzo del re, con molto studio e diligenza a questo fine restituito ed addobbato dal conte Salmatoris. Correvano i popoli Piemontesi a vedere l'inusitato spettacolo: si maravigliavano, non del caso, che già ne avevano veduti tanti, ma della superbia. Arrivava in questo mentre papa Pio a Torino, tornando da Francia. Fu fatto alloggiare nella reggia con Napoleone: stettero molte ore ristretti insieme: Pio sperava. Napoleone lusingava, pubblicamente stretto accordo mostravano, l'imperatore ne godeva, perchè sapeva qual effetto sulla opinione dei popoli partorisse l'amicizia di un papa. Visitò le pubbliche singolarità, con incredibile imperturbabilità parlando di quel che sapeva, e di quel che non sapeva: ma che dicesse bene, o che dicesse male, tutti sempre applaudivano. Parlò con facilissima loquela di musica, di medicina, di leggi, di pittura: volle vedere la tavola d'Olimpia, pinta da Ravelli, pittore di nome. Lodò l'opera, ma notò qualche difetto: tutti fecero le maraviglie del quanto se ne intendesse. Il papa festeggiato, anche da Menou Abdallah, se ne partiva alla volta di Parma.

Dai discorsi civili si venne alla rappresentazione delle armi. Volle Napoleone vedere i gloriosi campi di Marengo, e quivi simulare una sembianza di battaglia. Rizzossi un arco trionfale sulla porta d'Alessandria per a Marengo con gli emblemi delle Italiche, Germaniche, Egiziache vittorie. Sul campo stesso del combattuto Marengo l'imperial trono s'innalzava. Compariva Napoleone in una carrozza molto splendida, e tirata da otto cavalli: non conobbe, quanto più grande sarebbe stato, se in quei medesimi luoghi si fosse rappresentato con modestia e da soldato; ma la vanità guastava la gloria. Stavano i soldati schierati, molti memori delle portate fatiche in questi stessi Marenghiani campi: Francesi, Italiani, Mamalucchi, sì fanti che cavalli: s'accostavano le guardie nazionali, tutte in abito, ed in bellissimo ordine disposte: magnifica comparsa poi facevano le guardie d'onore Milanesi venute a Marengo per onoranza del nuovo signore. Stavano appresso gli ufficiali di corte, i ciamberlani, le dame, i paggi, e molti generali in abiti ricchissimi. Splendeva il sole a ciel sereno: i raggi ripercossi, e rimandati in mille differenti guise da tanti ori, argenti, e ferri forbiti, facevano una vista mirabile. Una moltitudine innumerevole di popolo era concorsa: l'Alessandrina pianura risuonava di grida festive, di nitriti guerrieri, di musica incitatrice. Napoleone glorioso venuto al trono, e postovi l'imperatrice a sedere, scendeva dall'imperiale cocchio; e montato a cavallo s'aggirava per le file degli ordinati soldati. Le grida, gli applausi, i suoni di ogni sorta più vivi e più spessi sorgevano, ed assordavano l'aria. Terminate la rassegna e la mostra, ivi a sedersi sull'imperiale seggio ancor egli, essendo in lui conversi gli occhi della moltitudine, tutti imperatore e vincitore di Marengo con altissime voci salutandolo. Seguitava la battaglia simulata fra due opposte schiere, moderando le mosse e gli armeggiamenti Lannes, che dopo i nuovi ordini imperiali era stato creato maresciallo. Durò dalle dieci della mattina sino alle sei della sera con diletto grandissimo di Napoleone; la quale terminata, dispensò a parecchi soldati o magistrati le insegne della legion d'onore, nuovo allettamento pe' suoi disegni creato da lui novellamente, siccome quegli che ottimamente conosceva i repubblicani de' suoi tempi. Sceso poscia dal trono gettava le fondamenta di una colonna per testimonianza alle future genti della Marenghiana vittoria: ivi si fermarono le gloriose ricordanze. Arrivava Napoleone con tutti i grandi della corona il dì sei maggio a Mezzana-Corte sulla sponda del Po, dove passato il fiume sopra non so quale estemporaneo Bucintoro, fra le innumerevoli acclamazioni dei popoli, che sulle due opposte rive tripudiavano, sulle terre del suo Italico regno entrava. L'aspettavano in solenne pompa, il ricevettero, il lodarono il prefetto dell'Olona, il guarda-sigilli Melzi, il maresciallo Jourdan, che stava al governo dei soldati francesi alloggiati nel regno Italico. Rispose secco in un momento, in cui massimamente il suo cuore sarebbe dovuto aprirsi, e spander fuori da tutte le vene fonti d'affezione.