Sul bel principio mandarono dicendo al corpo legislativo, che Pignatelli di Monteleone, e Bruno di Foggia, entrambi di esso corpo, erano aristocrati, perchè avevano reso partito contro la legge dei feudi; perciò volevano, che, chiesta licenza, se n'andassero, e non guardassero indietro; quando no, gli avrebbero ammazzati. Deputati a portar quest'insolente imbasciata furono Luigi Serio, e Gaetano Rossi. Gli accompagnavano cinquecento arrabbiati con le coltella in mano, intuonando che venivano per ammazzar Pignatelli e Bruno, se colle buone non se n'andassero. Fuvvi dentro un gran contrasto, perchè chi voleva cedere, chi resistere, nè potendo accordarsi se ne volevano riparar alle case. Ma gli uomini con le coltella intimavano loro, badassero a far l'ufficio. Poi non contenti al Pignatelli e al Bruno, rintuonarono, che il Doria ministro di marina, come vile per avere domandato i passaporti, avesse congedo ancor esso; quando no, l'ammazzerebbero. Non vi era luogo ad elezione: e però i tre accusati presero congedo da loro medesimi. Altri magistrati accusavano, e quanti ne accusavano, tanti erano esclusi, l'adunanza dell'accademia dei nobili dominava: regnava un'orribile anarchìa. Poi per far vedere, che se atterrivano gli altri, non avevano paura essi, immaginarono un registro, dove tutti, come membri dell'adunanza, avessero a scrivere i nomi loro. Scrissergli in effetto. I più savi consentirono, perchè avendo i nomi di tutti, speravano di potergli avvertire, quando fosse venuta la necessità del doversi salvare, per non cadere nelle mani dei regj. Questo registro divenne poscia, quando i regj si fecero padroni di Napoli, un libro di morte, perchè, trovato, furono giudicati senza remissione tutti coloro, che l'avevano segnato coi loro nomi.

In questo mentre niuna cosa lasciavano intentata per infiammare il popolo. Tutti che portavano il nome di Ferdinando, si sbattezzavano con dire, che non volevano avere in se cosa, che gli assomigliasse ad un tiranno. Cassio, Bruto, Timoleone, Armodio, Catone, ed altri simili nomi andavano per le bocche di tutti. Chi invocava Masaniello, chi il gigante di palazzo: il Sebeto negl'innumerevoli versi parlava, e prediceva gran destino alla Partenopea repubblica. Le tragedie di Alfieri, e le più forti, si recitavano in presenza di un concorso infinito di uditori, e tratto tratto ecco alzarsi un predicatore: quest'era spesso una persona civile, e spesso ancora un idiota, o un prete, o un frate, o un laico. Badate, diceva costui, rivoltandosegli in un momento tutte le genti intente ad udirlo, badate, diceva, o cittadini, che questo caso è caso nostro, o fosse di Bruto, o fosse di Virginia, o fosse di Timoleone. Tutti applaudivano; poi si continuava a recitar la tragedia. Ed ecco un altro predicatore sorgere, e dire, che bisognava ammazzar tutti i tiranni: le Napolitane grida andavano al cielo: così tra il predicare e il recitare si arrivava allo spegnere dei lumi. Fuori poi i discorsi erano ancor più strani, che nel teatro: le novelle che si spargevano, sentivano anch'esse dello stravagante. Gli accidenti favorevoli si esageravano, gli avversi si tacevano; la repubblica era giunta al suo fine, e molti predicavano, ed alcuni credevano, che fosse per essere eterna. Eleonora Fonseca scriveva un monitore, giornale, in cui pubblicava continuamente vittorie di repubblicani, sconfitte di regj, arrivi di flotte soccorritrici di Francia. In piazza di mercato una società, che filantropica si chiamava, aveva a cielo aperto rizzato una scuola per ammaestrar lazzaroni, e per far loro capire, che dolce e bella cosa fosse la repubblica. Per riuscir meglio nell'intento, si mettevano alla medesima condizione con loro, ed ora questa, ed ora a quella taverna andando, se ne stavano con quegl'incolti plebei a piè pari mangiando e bevendo. Usavano i filantropi anche la religione, predicando continuamente, che il vescovo d'Imola Chiaramonti aveva con solenne lettera pastorale inculcato, che le massime democratiche erano massime del Vangelo, e che per esser buoni democrati bastava esser buoni cristiani. Per questo avevano fatto opera, che un Michelagnolo Ciccone, frate, trasportasse il Vangelo in volgar Napolitano, e le massime democratiche principalmente inculcasse. Esortaronsi i parochi ed i preti a raccomandare queste massime dai pulpiti, e il fecero. Un Benoni, frate francescano, uomo nè senza dottrina nè senza eloquenza, in mezzo alla piazza reale, ed a piè dell'albero della libertà, con un crocifisso in mano predicava ogni giorno, facendo continue e vivissime invettive contro il re, contro la famiglia reale, contro la monarchìa. Chiamava ne' suoi discorsi Gesù Cristo, e i Santi; affermava con parole efficacissime che tutti furono democrati, che sempre avevano predicato l'uguaglianza e la fratellevole carità: che sull'uguaglianza e sulla carità fraterna erano fondati tutti gli ordini monastici, massimamente quello del serafico padre san Francesco: e quivi infiammandosi dava col crocifisso la benedizione ai popoli. L'arcivescovo di Napoli ordinava preci per la repubblica; decretava, che nissuno, che avesse macchinato la rovina dello stato repubblicano, potesse ottener l'assoluzione, se non in articolo di morte; chiamava nelle sue pastorali Ruffo scellerato, impostore, nemico di Dio e degli uomini.

In mezzo a tutto questo, essendo giunto il tempo solito del mese di maggio, si fece con molta pompa la processione del Santo. I democrati mandarono dicendo ai custodi, pregassero molto bene, perchè san Gennaro facesse il miracolo, ed essi molto bene pregarono, ed il sangue in men che non fa due minuti, si squagliò: gridarono i lazzaroni, san Gennaro esser fatto democratico.

Ma i rimedi finora raccontati riuscivano insufficienti senza le buone armi. In questo i repubblicani avevano molta fede in Mantoné, ministro della guerra, uomo di animo fortissimo, repubblicano gagliardo, e che appunto pel suo coraggio smisurato errò; egli era per mandato del governo ordinator supremo di quanto s'appartenesse all'armi, ed alla difesa della repubblica. Chiamò a se gli ufficiali e soldati, che erano stati ai servigi del re, offerendo loro vitto e soldo, finchè fossero descritti in corpi regolari. Ma non potendo l'erario bastare a tanto dispendio, oltre le tasse, che per quanto si poteva senza mal umore dei popoli si riscuotevano, poneva mano a rimedi straordinarj. A persuasione di lui, e per ordine del governo s'invitarono gli amatori dello stato nuovo ad offerir doni in oro, od argento coniato o vergato, in sovvenimento della repubblica: fecersi capi di quest'impresa due gentildonne molto ragguardevoli, tanto per la virtù dell'animo, quanto per le forme del corpo; andavano per le case, raccomandavano la repubblica. Di queste pietose donne non tace il nome la storia; furono le duchesse di Cassano, e di Popoli. Raccolsero tanto denaro, che bastò per ordinar tre legioni di veterani; si aggiunsero per maggior sicurezza alcuni nuovi soldati fra coloro, che amavano la repubblica. Dieronsi la prima a reggersi a Schipani, la seconda ad Ettore di Ruvo, la terza ad un Belpuzzi, che aveva veduto le guerre di Buonaparte. Marciavano Schipani contro Sciarpa, Ettore contro Proni, Belpuzzi contro Ruffo. Per sicurezza poi di Napoli, Mantoné ordinava meglio la guardia urbana, e tentava di accalorarla in favore della repubblica. Le diede armi e bandiere con pompa solenne, e per generale primo Bassetta, per secondo Gennaro Serra, per terzo Francesco Grimaldi e Antonio Pineda, uomini valorosi, e nei quali con tutto l'animo confidava. Per avvezzarla agli usi di guerra, la faceva armeggiare ogni giorno. Commetteva alla fede del generale Federici la custodia di Napoli, a Massa Castelnuovo, al principe di Santa Severina castel dell'Uovo. Buoni ordinamenti erano questi, ma la guerra più forte di loro; nè Mantoné o che non sel credesse egli pel gran coraggio che aveva, o che s'infingesse per non ispaventare, non aveva fatto provvedimenti più gagliardi. E siccome era sempre riuscito vincitore contro i regj, che si erano mossi contro la repubblica prima che il cardinale si muovesse, aveva questo moto il cardinale in piccolo concetto, e non pensava, che fosse per avere un fine diverso da quello, che i primi avevano avuto. Per la qual cosa si persuadeva, che le legioni create fossero bastanti a frenare i regj nelle provincie, e ritornarle sotto l'obbedienza del governo popolare. Ma ebbe la guerra assai diverso successo; perchè Belpuzzi, conoscendo la impossibilità di far fronte ai regj, che d'ogn'intorno uscendo dai boschi, e calando dalle montagne, l'infestavano, abbandonata l'impresa, se n'era ritornato a Napoli. Ferocemente aveva combattuto negli Abruzzi Ettore di Ruvo, ma assalito ed attorniato da un numero di nemici molto superiore, fu costretto a cercar ricovero contro il furore dei sollevati dentro le mura di Pescara. Schipani rotto da Sciarpa, per ultimo rifugio si era ritirato a Napoli. Così Ruffo vincitore in ogni parte, inondando con le sue genti tutto il paese all'intorno, si era avvicinato alla capitale. Vide allora Mantoné, che i moti del cardinale erano per risolversi non in romori, ma in effetti, che la fortuna minacciava, e che i rimedi ordinari più non bastavano. Preparavasi ad uscir egli stesso contro il nemico con sei mila soldati; creò primieramente per custodia di Napoli una legione di fuorusciti Calabresi, i quali, perchè parteggiavano per la repubblica, cacciati a furia dalle case loro per le armi di Ruffo, si erano riparati nella capitale, uomini fieri, bellicosi, arrabbiati per le ingiurie recenti. I loro compatriotti, che militavano col cardinale, si mostravano disposti a far cose enormi pel re, ma essi erano risoluti a farne per la repubblica delle ugualmente enormi. Erano nel novero di due mila: e perchè ognuno fosse chiaro di quanto valevano, e di quanto si proponevano, pubblicarono, fra le altre, queste parole: «Noi vogliamo sangue; noi cerchiam morte; darla, o riceverla è per noi tuttuno: solo vogliamo, che la patria sia libera, e noi vendicati». Rispondeva loro Mantoné: «Compiacersi nel vedere quei moti generosi degli animi loro, nè poter perire la repubblica, che eroi, come eglino, aveva per difensori».

Erano preti, laici, nobili, plebei, poveri per fortuna, poveri per esiglio; nè volevano dare od avere perdono. Mantoné diè loro in guardia il quartiere di Castel nuovo. Poi detto al principe di Roccaromana, che si dimostrava molto dedito al nuovo governo, creasse un reggimento di cavalli nei contorni di Napoli, egli il faceva.

Partiva Mantoné da Napoli, non senza esimio apparato per impressionar quel popolo, di cui l'immaginare è tanto forte. Era la contrada di Toledo, per dove le partenti truppe passavano, tutta parata in addobbo: la guardia nazionale a piedi schieratasi in fila, quella a cavallo sulla piazza, i regolari rimpetto a Castel nuovo. Seguitavano i prigionieri fatti nella conquista di Castellamare, che preso ai tempi precedenti per una fazione improvvisa dai regj, e dagl'Inglesi, era stato con mirabile prontezza ripreso da Macdonald. Si vedevano le insegne polverose e lacere dagli stromenti di guerra, che ai dì più felici per loro avevano i cattivi portate: suonavano a festa le trombe, suonavano i tamburi. I prigioni con le mani legate al dorso, aspettavano pallidi e tremanti la morte. Le bandiere si gettavano a piè dell'albero della libertà: i prigioni condotti a quel tronco, si apprestavano all'ultimo momento; la lugubre scena muoveva i cuori a compassione; aspettavasi ognuno vedere balzar a terra le teste tronche, quand'ecco un gridarsi grazia da ogni lato: soldati e cittadini ugualmente nel pietoso grido si accendevano. Gli scampati da morte certa, a vita certa risorti, ringraziavano con atti di gratitudine le accolte turbe, baciando l'albero, e viva la libertà gridando. Incontanente da compassionevoli e pie donne fu fatta questua, acciocchè coloro, cui la benignità dei repubblicani aveva salvato, potessero ritornare, come loro fosse a grado, alle patrie loro. L'atto umano pareva promettere dolce destino alla repubblica, perchè la pietà abbellisce i pensieri dell'uomo, e dà speranza, perchè sa di meritar premio. Restava, che, com'era il disegno, si ardessero le insegne regie, ma i democrati impazienti le laceravano a gara, e diedero i pezzi in mano a ciascun soldato: i soldati gli appendevano alle punte delle bajonette, gridando tutto all'intorno in quel mentre infinite voci, muojano i tiranni, viva la repubblica!

Mantoné, condotte le repubblicane squadre alla campagna, sbaragliava e fugava facilmente i corridori dell'esercito regio; ma quando più oltre si fu spinto, si accorse, che per lui, nè pe' suoi altro scampo non restava, se non quello di tornarsene prestamente là, dond'era venuto. Il suo ritorno in Napoli costernava le genti: per ultima speranza aspettavano quello che fosse per partorire il valore di Schipani; ma ebbero tosto le novelle, ch'egli, che per aver udito la ritirata di Mantoné, si era condotto alla torre dell'Annunziata, combattuto quivi aspramente dai Russi, dai regj, e da una parte de' suoi soldati medesimi mutatisi a favore del re, era stato preso, dopo di aver veduto lo sterminio quasi intiero de' suoi compagni. Sentissi a questo momento ancora, che Roccaromana aveva bene levato ed ordinato, siccome dal ministro ne aveva avuto il carico, il reggimento di cavalli, ma che invece di farlo correre in ajuto dei repubblicani, l'aveva condotto al cardinale, dal quale aveva avuto le grate accoglienze. Il precipizio era evidente: tolta tutta la campagna, ed insultando già da ogni parte le genti del cardinale vincitore, tutta la difesa della repubblica, e di tanti uomini che avevano seguitato la sua fortuna, era ridotta nella sola città di Napoli, non sicura, nè per concordia di cittadini, nè per nervo di soldati. Non si trattava più di vincere, ma solo di conseguir patti, onde, sfuggita la morte, si acquistasse facoltà di andar esulando per terre inconsuete e lontane. Decretava il direttorio, essere la patria in pericolo. Ritiravasi col corpo legislativo ai castelli Nuovo, e dell'Uovo: quel di Sant'Elmo più forte, e che dominava Napoli, era in mano del presidio Francese lasciatovi da Macdonald: un terrore senza pari occupava le menti. La legione Calabra sola non si spaventava, perchè dal vivere al morire, purchè si vendicasse, non faceva differenza. Parte stanziava in Napoli, parte presidiava il castello di Viviena, per cui Ruffo doveva passare per venir a dar l'assalto alla città dal lato del ponte della Maddalena. Si risolvevano i repubblicani a morire da uomini forti: Spartani volevano essere, e Spartani furono: ma gli Spartani avevano uno stato ed una patria, essi non avevano più nè l'una ne l'altra. Perciò perirono senza frutto, in ciò molto più da ammirarsi, che gli Spartani non furono, perchè erano sicuri, che quell'invitta virtù non solamente non sarebbe proseguita con laude nel paese loro, ma ancora vi avrebbe incontrato il biasimo. Udissi tutt'ad un tratto nella spaventata Napoli un romore, come di tuono; tremò la terra; pure il Vesuvio non buttava: veniva dal forte di Viviena. Lo aveva il cardinale con tutte le sue forze assaltato: vi si difenderono i Calabresi, non come uomini, ma come lioni. Pure i regj, combattendolo da tutte parti con le artiglierìe, l'avevano smantellato, e non una, ma più brecce, e piuttosto una ruina di tutte le mura apriva l'adito ai vincitori. Entraronvi a forza ed a furia: gente disperata ammazzava gente disperata, nè solo i vinti perivano. Nissuno s'arrendè, tutti furono morti: date, a chi gli uccideva, innumerevoli morti. Restavano una mano di pochi: la rabbia gli trasportava; feriti ferivano, minacciati ferivano, ammoniti dello arrendersi ferivano. Pure l'estrema ora giungeva. Anteponendo la morte di soldato alla morte di reo, nè sofferendo loro l'animo di venir in forza di coloro, che con tanta rabbia abborrivano, un Antonio Toscano, che gli comandava, e che già stava con mal di morte per le ferite e pel sangue sparso, strascinossi a stento, e carpone al magazzino delle polveri, e con uno stoppaccio acceso postovi fuoco, mandò vincitori, vinti, e rovinate mura all'aria: atto veramente mirabile, e degno d'eterna memoria nei secoli. Tutti perirono; questa fu la cagione del tuono, e dello spavento di Napoli. Ruffo, espeditosi dall'intoppo del forte, passava, e si accingeva a dar l'assalto alla capitale da tre bande, al ponte della Maddalena, al canto di Forìa, ed a Capodimonte; ma il principale sforzo era alla Maddalena. I repubblicani carcerarono come ostaggi alcuni sospetti, e condussero in castel Nuovo, ed in Castel dell'Uovo un fratello del cardinale, ed i parenti degli ufficiali dell'esercito regio. Passarono per le armi i fratelli Bacher con quattro lazzaroni mescolati in congiure. Poi partiti in tre schiere se ne givano contro Ruffo. Writz gli conduceva alla Maddalena, Bassetta a Forìa, Serra a Capodimonte. Caracciolo con le navi sottili accostatosi al lido, batteva di fianco le genti del re. Animavansi con vicendevoli conforti l'un l'altro: quella essere l'ultima fatica loro, o morte, o vittoria; dover lasciare un testimonio al mondo di quanto possa la virtù, che vuole la libertà; vita di servi non esser vita; non esser morte lo scampare dalla servitù; e se dai fati contrarj era fisso, che l'opera loro non potesse più giovare alla libertà ed alla patria, gioverebbe almeno la memoria. Con queste voci diedero dentro ai regj: sorse una furiosissima zuffa alla Maddalena: repubblicani e regj eleggevano piuttosto il morire, che il cedere. Dalla parte dei primi Luigi Serio, vecchio di sessant'anni, combattendo nella prima fronte con un suo nipote, e con una gioventù indomita, che animava con l'esempio e coi conforti, fu morto, e con lui il nipote ed i giovani. Writz, Svizzero, valorosamente travagliandosi con tutte le sue forze in pro dell'adottiva patria, ora qual generale comandando, ed ora qual soldato combattendo, faceva dubbia la vittoria. Finalmente ferito di piaga mortale, e portato in castel Nuovo, quivi mandava fuori l'ultimo spirito.

I repubblicani, massimamente quei Calabresi inferociti, non punto sbigottitisi alla morte del loro prode e fedele capitano, continuavano a menar le mani, ed a tener lontani dalle dilette mura le genti regie. Dal canto loro Bassetta e Serra ottimamente facevano il debito loro. Non inclinava ancora la sorte da alcun lato, perchè prevalevano i repubblicani di rabbia, ed avevano il vantaggio del luogo: i regj sopravanzavano di numero, e di truppe regolari. Mentre così stava dubbia la lance, ecco sorgere grida di viva il re alle spalle dei democrati. Erano una moltitudine di lazzaroni, che stimolati dai partigiani del governo regio, si levarono a romore. Rivoltaronsi addosso a loro i repubblicani, e gli ammazzarono tutti. Ma Ruffo, usando l'occasione che gli si era aperta, perchè i nemici assaliti alle terga avevano rimesso dalle difese, entrava per viva forza, ed inondava la città, solo a lui contrastando quei Calabresi indomabili. Quivi il raccontare le cose che seguirono, parrà certamente impossibile, se si farà a considerare quella rabbia immensa, le ingiurie fatte, il sangue sparso, il sangue caldo, la natura estrema di quei popoli, l'immanità della più parte dei combattenti, da nissuna civiltà temperata. Primieramente, il castello del Carmine, che domandava i patti, fu preso per assalto, e tutto il presidio senza pietà passato a fil di spada. Carnificina più grande e più orribile si faceva per le contrade. Vi si uccidevano gli uomini a caccia per diletto, come se fossero stati fiere; nè età, nè sesso, nè condizione, nè grado si risparmiavano. Uccidevansi i repubblicani per odio pubblico, i non repubblicani per odio privato; nè quei carnefici si contentavano di uccidere, che ancora volevano tormentare. Varj erano i generi delle morti: il ricco ammazzato sugli atrj de' suoi palazzi, il povero sulle scalee, e sulle porte delle chiese: chi era lacerato, vivente ancora, a brani a brani, chi strangolato, chi arso. Ardevano qua e là orribili roghi, e gli uomini gettati a furia dentro, vi si abbruciavano. Godevano i barbari, a guisa di veri cannibali, e facevano le loro tresche, le loro grida, le loro danze festevoli intorno. Un prete venuto con Ruffo, si vantava di aver mangiato carni di repubblicani abbrustolite. Si spargeva voce ad arte da coloro che si dilettavano degli oltraggi e del sangue, che i repubblicani avevano sui corpi loro stampata l'immagine della libertà. Per questo, prima di uccidergli, i meno impetuosi all'ammazzare, gli spogliavano, e così spogliati in mezzo agl'improperj ed alle battiture gli conducevano per la città. Donne virtuose e pudiche, e pel grado loro ragguardevolissime, furono barbaramente e fra gli scherni di una ignobil plebe condotte a questo supplizio, in cui il manco era il dolore del corpo. Vedeva Ruffo queste cose, e non volle o non potè frenarle. Cercavano e chi era reo, e chi era innocente di repubblica, scampo a furore tanto barbaro. Chi fuggiva in abito di donna, e questo ancora nol salvava; chi fuggiva sotto cenci da lazzarone, e non si salvava. Ma quelli, a cui la fortuna aveva aperto uno scampo per le contrade, gliel toglieva per le case; conciossiachè i padroni ne gli cacciavano, sapendo, che se gli ricettassero, le case loro sarebbero saccheggiate ed incese, ed essi uccisi. Vidersi fratelli chiuder le porte ai fratelli, spose a sposi, padri a figliuoli. Fuvvi un padre, il quale per dimostrare il suo amore pel re, scoperse, e diè in mano il proprio figliuolo alla furibonda plebe, comperando in tal modo la salute propria col sangue della sua creatura. Risospinti dalle case i miseri perseguitati si nascondevano nelle fogne, donde di notte tempo e di soppiatto uscivano, cacciati dalla fame e dalla puzza. Se ne accorsero i lazzaroni; si mettevano in agguato alle bocche, come se aspettassero fiere al varco, e quanti uscivano, tanti ammazzavano. Felice chi moriva senza tormenti. Come se la ferocia di quella plebe senza freno avesse bisogno di maggiore stimolo, le si fe' credere, che i repubblicani avessero risoluto d'impiccare, se avessero potuto, la sera del giorno precedente tutti i lazzaroni. Fu olio a fiamma. Cercarono diligentemente in tutte le case; e sfortunata quella, in cui fosse rinvenuta o corda, o spago, o simili: dicevano, essere i capestri apprestati; onde senz'altro dire tormentavano, saccheggiavano, uccidevano. Un Cristoforo macellaro, che per uso del suo mestiere aveva corde in casa, fu straziato con orribili tormenti, poi la sua testa tronca portata a dileggio di popolo sopra la punta di una bajonetta per la città: l'avevano cinta tutta di corde, e gridavano, esser miracolo di sant'Antonio (correva appunto la festa di questo santo) perchè si era dato voce, che il santo fosse stato quello, che avesse rivelato a scampo dei lazzaroni il tradimento dei capestri. Dichiararono sant'Antonio protettore di Napoli, e degradarono san Gennaro come giacobino, e protettor di giacobini. Pensi il lettore quale immagine di città fosse quella, in cui una plebe barbara correva per le contrade e per le case, mescolando gli scherni alle crudeltà, ed in cui si ardevano uomini vivi, e le carni loro si mangiavano. Qualche consolazione arreca all'animo sconfortato dal vedermi un volto simile a quello di queste fiere, il pensare che atti generosi sorsero in mezzo a tale desolazione; perchè non mancarono padroni di casa che a pericolo degli averi e delle persone loro scamparono da morte le vittime destinate. Durò lo stato orribile due giorni. Infine si risolvè il cardinale, o perchè la umanità finalmente il movesse, o perchè volesse attendere all'assedio del castelli, fazione impossibile a tentarsi in tanto scompiglio, a frenare il furore dei suoi; Napoli atterrita per le morti, diventò lagrimosa pei morti.

Restavano ad espugnarsi i castelli, a questa espugnazione applicò l'animo il cardinale, piantò una batterìa nella contrada di Toledo per battere i repubblicani, che avevano un alloggiamento a San Ferdinando, una all'Immacolata per battere castel Nuovo, ed una terza alla punta di Posilippo per battere quel dell'Uovo, che sebbene sia poco altro che una vecchia casa a guisa di fortezza, è di gran momento pel suo sito; perciocchè chi ne è padrone può battere con vantaggio, ed impadronirsi di castel Nuovo. Veduto il pericolo, i repubblicani che erano dentro a castel dell'Uovo si accordavano con quelli di castel Nuovo, e di Sant'Elmo per fare tutti uniti una fazione notturna contro la batterìa di Posilippo. Accozzavansi le due colonne uscite da castel Nuovo e da castel dell'Uovo, ma quando giunsero alla strada che salendo mette a Sant'Elmo, scambiarono in mezzo all'oscurità della notte per nemici quella dei loro compagni, che scendeva della fortezza. Si diè mano da ambe le parti al trarre, furonvi parecchi morti di qualità dalle due bande: ciò fu cagione di molto spavento. Finalmente riconosciutisi gli amici con gli amici, e riunitisi, e ripreso animo, se ne andarono con incredibile audacia alla fazione. Tanto fu l'ardire e la prestezza loro, che uccise le guardie, e sopraggiungendo improvvisi alla batterìa, la presero, arsero i carretti, chiodarono i cannoni, e tornarono sani e salvi ad incastellarsi. Le truppe di Ruffo sorprese, e spaventate a sì inopinato accidente, si davano alla fuga; già il cardinale aveva messo all'ordine i carri, e la sua carrozza stessa per andarsene. Ma accortosi della pochezza del nemico, e che i repubblicani già si erano riparati ai castelli, se ne rimase, continuando nell'opera dell'espugnazione. Dalla parte loro i repubblicani conobbero, che stante il numero soprabbondante dei nemici che gli combattevano, e le popolazioni contrarie, niuna speranza rimaneva loro della vittoria. Perciò consultarono fra di loro, se dovessero tentar la fuga con aprirsi con le armi in mano il varco fra i nemici. Un Renzi, vecchio ufficiale di molto valore, e il principe de Gennaro altro ufficiale di gran cuore, che s'apparteneva ancor esso alla truppa assoldata, opinava pel tentativo. Una contraria sentenza manifestarono altri, o meno confidenti nella impresa loro, o più nella clemenza del vincitore. Con questi assentiva massimamente Ignazio Ciaja, che solito ad abbellire colla innocente e placida fantasia tutte le umane cose, abbelliva ancora quell'estrema sventura. A costoro non sofferiva l'animo il lasciar fra le mani di un nemico crudele i vecchi, le donne, ed i fanciulli, che avevano in sì lagrimevol caso seguitato la fortuna loro. Prevalse la opinione di questi ultimi, nè si fece più motivo alcuno per iscampare: solo attesero, il meglio che poterono, alla difesa dei castelli, ed a star pazienti ad aspettare che cosa portassero i fati a salute od a rovina loro.

La fazione della punta di Posilippo, la ferocia dei repubblicani Calabresi, l'atto disperato del comandante di Viviena, ed il coraggio smisurato dimostrato in tutti i fatti dei democrati avevano dato molto a pensare a Ruffo: si era persuaso, che senza molto sangue, e forse senza lo sterminio di tutta la città non avrebbe potuto riuscir a fine della sua impresa. Il castel Sant'Elmo avrebbe potuto, dominando Napoli, ruinarlo da capo in fondo. Questo castello era per verità in mano dei Francesi, e particolarmente del comandante Mejean, col quale il cardinale aveva avuto qualche pratica, e sopra cui se ne viveva con molta sicurtà. Ma vi erano anche non pochi Napolitani, amatori della repubblica, i quali, uomini disperati essendo, ed in caso disperato ritrovandosi, potevano facilmente fare qualche risoluzione molto pregiudiziale a Mejean medesimo, ed alla città. Oltre a ciò avevano i repubblicani in mano loro nei castelli i prossimi congiunti del cardinale, nè poteva restar dubbio, stante la rabbia loro, e le mortali ingiurie corse fra le due parti, che nell'ultimo furore non gl'immolassero, ove l'estremo dei tempi fosse arrivato. Finalmente consideravano gli alleati, massimamente gl'Inglesi, che cooperavano alla conquista di Napoli col cardinale, che si erano ricevute novelle dell'essere uscita al mare la flotta di Brest, e comparsa allo stretto di Gibilterra, donde le era facile navigare nelle acque di Napoli, e condurre a mal partito le navi Inglesi, che stanziavano all'isola di Procida, e nel mare vicino. Considerate, e maturamente ponderate tutte queste cose, stimando, che non si convenisse mettere i repubblicani nell'ultima disperazione, si deliberarono gli alleati ad offerir loro patti, perchè i castelli e la città si conservassero salvi, e fosse rimosso il pericolo, che sovrastava al navilio d'Inghilterra. Il cardinale per mezzo del comandante di Sant'Elmo mandò dicendo ai repubblicani, che se volessero patteggiare, vi si sarebbe volentieri risoluto. Rappresentò loro Mejean quello, che era vero, cioè che oramai ogni difesa era inutile, e che migliore e più savio partito era il serbar la vita a tempi migliori per la repubblica, che il perire senza frutto per lei: accettassero i patti, esortava, che loro si venivano offerendo. I repubblicani, consultato fra di loro, inclinarono l'animo al partito più ragionevole, e risolvendosi al trattare, proposero in un modello scritto le condizioni per mezzo delle quali promettevano di lasciare castel Nuovo, e castel dell'Uovo, non potendo stipulare per Sant'Elmo, come in potestà di Francia. Parvero sulle prime al cardinale le condizioni superbe, penava al ratificarle. Infine strignendo il tempo, temendo vieppiù della vita de' suoi congiunti, e moltiplicando gli avvisi dello avvicinarsi della flotta Francese, con pari consentimento degli alleati si risolvette ad accettarle. Furono quest'esse: fossero Castelnuovo, e castel dell'Uovo dati in potere dei comandanti del re delle due Sicilie, e dei suoi alleati il re d'Inghilterra, l'imperatore di tutte le Russie, e la Porta Ottomana, e così parimente ad essi fossero consegnate le munizioni da guerra e da bocca con le artiglierìe, ed altri arnesi, che si trovassero nei forti; uscisse il presidio onorevolmente a modo di guerra; le persone e le proprietà, sì mobili che stabili, di ognuno che si appartenesse ai due presidj, si serbassero salve ed inviolate; potessero le persone medesime ad elezione loro imbarcarsi sopra bastimenti di tregua, che loro sarebbero forniti, per essere trasportate a Tolone, o potessero ancora rimanersi in Napoli, dove nè esse nè le famiglie loro potessero a modo niuno essere molestate; le medesime condizioni fossero, e s'intendessero concedute a tutti coloro fra i repubblicani che nelle battaglie succedute fra loro, e le truppe del re, o de' suoi alleati fossero stati fatti prigionieri; l'arcivescovo di Salerno, i cavalieri Micheroux e Dillon, ed il vescovo d'Avellino ditenuti nei castelli, si consegnassero al comandante di Sant'Elmo, e vi restassero come ostaggi, insino a tanto che si avessero le novelle certe dell'essere i repubblicani arrivati a Tolone; tutti gli altri ostaggi o prigioni per ragion di stato, si rimettessero in libertà, tosto che la capitolazione fosse sottoscritta; non isgombrassero i repubblicani dai castelli, se non quando ogni cosa fosse presta all'imbarcargli. Fu la capitolazione approvata, e sottoscritta dal cardinal Ruffo in qualità di vicario generale del regno, da un Kerandy per l'imperatore di tutte le Russie, da un Bonieu per la Porta Ottomana, e da un Foote pel re d'Inghilterra. Non s'indugiò a dar mano all'esecuzione dei patti. Da una parte gli ostaggi nominati dai repubblicani si condussero in Sant'Elmo, dall'altra entrarono i regj nei due castelli. Il cardinale, a nome del re, e come vicario generale del regno di qua dal Faro, pubblicò per tutto il reame un editto, per cui perdonava ogni colpa e pena ai repubblicani, promettendo piena ed intiera salute a tutti coloro che restassero, e facoltà d'imbarcarsi per Marsiglia a tutti quelli che amassero meglio, lasciando la patria, andarsi a vivere in lontane e forestiere contrade. Mandava espressamente il trattato a Pescara, in cui tuttavia si teneva Ettore di Ruvo, affinchè cedesse la piazza a Proni, e se ne venisse con tutti i suoi a Napoli, scortato per sua sicurezza dai regj.