I repubblicani intanto s'imbarcavano. Due navi portatrici di quei di Castellamare, avendo avuto facoltà di uscire, già erano arrivate a salvamento nel porto di Marsiglia. Le altre aspettavano la facoltà medesima, e i venti prosperi. In questo punto ecco arrivare Nelson: aveva egli udito, essere la flotta Francese ricoverata ne' suoi porti; trovandosi per questo esente da timore, passato prima per Palermo, e levatone il re, il ministro Acton, Hamilton, ambasciadore d'Inghilterra, ed Emma Liona, sua donna, dico sua per non dire non sua, aveva voltato le vele verso i lidi d'Italia. Non così tosto dalla sanguinosa Napoli si scoprivano le navi d'Inghilterra, che il cardinale mandava a Nelson deputati, per informarlo delle cose fatte, e dei patti stipulati. Rispose l'ammiraglio, non doversi il trattato concluso coi ribelli mandare ad esecuzione, se prima il re non l'avesse appruovato; risposta veramente incomportabile. Certamente i repubblicani erano rei d'atroci ingiurie verso il re, ma pure avevano pattuito con coloro, che il re medesimo e l'Europa quasi tutta avevano mandato con facoltà di pattuire. Certo nel trattato nissuna riserva di ratifica era stata fatta, ma egli era finale ed assoluto. S'aggiunge, che i patti erano stati offerti dal cardinale e dai confederati, e non domandati dai repubblicani. Il non osservargli dava al fatto dell'avergli offerti, apparenza d'insidia. Di tale risoluzione fu molto dolente il cardinale, che non voleva essere disprezzatore delle sue promesse, e per fare che la fede data si osservasse, andò egli medesimo a bordo della nave dell'ammiraglio, con efficacissime parole esortandolo a consentire. Ma l'Inglese, come se temesse, che la umanità e la fede contaminassero le vittorie, non si lasciò piegare; anzi non potendo rispondere agli argomenti ed alla facondia del cardinale, scusandosi con dire che non sapeva la lingua Italiana, prese la penna, e scrisse da vittorioso la crudele sentenza. Perchè poi non resti ignoto ai posteri il quanto di vituperio sia stato mescolato in queste sanguinose rivolture, io non posso omettere dal debito di narrare, che Emma Liona era presente, quando Nelson contrastava al cardinale, ed ordinava le uccisioni. Se qualcheduno fra chi mi leggerà, sarà per dire, ch'io dico cose troppo gravi, attenda, che nè voglio, nè debbo, nè posso tacerle; perchè se i vizj si biasimano negli umili, non so perchè non si debbano biasimare nei grandi: che se i grandi pretendono che non è bene che si dicano i loro peccati, dirò, che sarebbe molto meglio, che non gli commettessero. So che la moderna adulazione trascorse tant'oltre, che si va affermando, che ogni virtù è in chi è ricco, o potente, o glorioso, ed ogni vizio in chi è il contrario: per me credo, che la verità in tutto debba aver luogo, e che più debbano pubblicamente biasimarsi i grandi quando fan male, che gli umili, perchè i vizj dei primi sono più negli occhi degli uomini, e servono d'esempio. Nelson trapassando dal detto al fatto, ed entrando nel porto con la flotta, dichiarava prigionieri i repubblicani usciti in virtù della capitolazione dai castelli, sì quelli che già si erano imbarcati, e non ancora partiti, e sì quelli che non peranco si erano riparati alle navi. Perchè poi dubbio alcuno non potessero avere del destino che gli aspettava, gli fece incatenare due a due, e riporre in fondo alle navi. Nè contento al tenergli, gli lasciava bersaglio ad ogni oltraggio, e stremava loro i viveri. Pure noveravansi fra di loro uomini, se si eccettuano le opinioni ed i fatti politici in cui consisteva la colpa loro, molto ragguardevoli per dottrina, per legnaggio, e per virtù. Bastava bene ammazzargli, senza trattargli come vili assassini di strada. A tanto di barbarie si è lasciato trasportare un ammiraglio d'Inghilterra. Furono questi portamenti di Nelson dannati da tutti gli uomini diritti e dabbene, perchè, oltrechè se non si voleva trattare coi ribelli, necessaria cosa era il dichiararlo prima, non dopo la capitolazione, sapeva l'ammiraglio, che non senza compenso ed utile sì del re, che degli alleati, e particolarmente dell'Inghilterra era stata la dedizione dei castelli, perchè per lei e furono conservati intieri i castelli, e conservata salva Napoli, e rimosso il pericolo che i Francesi, dei quali egli medesimo stava in apprensione, arrivando con l'armata loro, non conducessero a qualche mal termine le cose dei confederati. Adunque i repubblicani avevano ricompro le vite loro con la concessione di questi vantaggi, i confederati avevano consentito, ed a queste condizioni medesime, e non altrimenti erano entrati in possessione dei castelli. Brutto certamente procedere si è quello di accettare, e di usare i vantaggi stipulati in una convenzione bilaterale, e di non volerne accettare ed adempire i carichi; ma più brutto è, quando il non adempirgli importa umano sangue. Lodisi da chi vuole il vincitore di Aboukir e di Trafalgar; ma noi, a cui più piace il giusto e l'umano che l'ingiusto ed il glorioso, non possiamo non mandarlo alla posterità, se non come uomo che ruppe fede agli uomini per ammazzargli. Il re, che era sul vascello inglese il Fulminante, non sofferendogli l'animo di vedere i supplizi che si preparavano, se ne tornava in Sicilia. Rimase il campo libero a chi voleva sangue.

Conquistati i castelli di castel Nuovo e di castel dell'Uovo attesero gli alleati all'acquisto di Sant'Elmo, il quale oppugnato gagliardamente qualche giorno venne in mano loro, essendosi il comandante Mejean arreso a patti. Stipulossi fra le due parti, che la guernigione Francese sarebbe prigioniera di guerra del re, e de' suoi alleati; che non servisse contro di loro, finchè non fosse scambiata; che sotto fede si conducesse sopra bastimenti regj in Francia. Quanto ai sudditi del re, che si trovavano nel forte, si convenne che si consegnassero in mano degli alleati. Mejean non potrà sfuggire il carico di aver consentito a quest'ultimo capitolo; perchè se primo suo pensiero era, e doveva essere di salvar i Francesi suoi compagni, e se a tali estremi era giunto che della salute dei repubblicani, che si eran rimessi nella sua fede, non potesse richiedere gli alleati, debito suo era almeno, seguitando l'esempio dei comandanti di Torino, d'Alessandria, e di Cuneo, lasciare che gli alleati quegli uomini da immolarsi si prendessero da per se stessi, non obbligarsi col suo nome sottoscritto a consegnargli. Maggiore biasimo eziandio meritano Tommaso Trowbridge, capitano comandante la nave Inglese il Culloden, e il capitano Baillie, comandante le truppe dell'imperatore delle Russie, per avere richiesto e stipulato, che i repubblicani si consegnassero agli alleati; perchè farsi dar uomini per dargli in mano al boja, era cosa del tutto indegna di uffiziali di Russia e d'Inghilterra. Potevano bene stipulare, ed avrebbe bastato, che fossero dati in mano degli agenti Napolitani. Si aggiunse a patti crudeli una esecuzione più crudele. I repubblicani travestitisi a modo di soldati Francesi, per istare alla fortuna, se non fossero riconosciuti, di salvarsi, essendo riconosciuti, ed anzi indicati da chi gli doveva preservare, vennero in poter di coloro che tanto agognavano il sangue loro; spettacolo miserabile, che commosse a compassione molti degl'inimici.

S'arrendevano in questo alle armi regie Capua e Gaeta, non fatta difesa alcuna d'importanza. Così tutto il regno tornò all'antica divozione, ma rotto, sanguinoso, pieno d'incendj, di rapine, di sdegni e di vendette. Incominciavansi i supplizj, l'infuriata plebe imitava; l'uccidere per tribunali era accompagnato dall'uccidere per anarchìa. Non a età si perdonava, non a sesso, non a grado. Le donne come gli uomini, giovanetti di sedici anni come vecchi di settanta furono uccisi sui patiboli: fanciulli di dodici condannati all'esilio, e dove in nome della legge giuridicamente non si poteva condannare, arbitrariamente si condannava. Un Fiori, un Guidobaldi già altrove nominato, un Damiani, un Sambuci, e massimamente uno Speciale, già stato ordinatore dei supplizj di Procida, erano gli stromenti della barbarie. Piange ancora Napoli, e piangerà lungo tempo i tremendi effetti del furor di costoro, e di coloro a cui piacevano. I più chiari, i più virtuosi s'immolavano i primi. A tanta immanità si aggiungeva nei repubblicani rabbia a coraggio per modo che dissero, e fecero morendo cose degne di eterna memoria. Fora troppo lunga e lagrimevole istoria il raccontare tutti i supplizj; toccheremo solo i principali, e da essi potranno i posteri argomentare, quanta virtù sia stata tolta a Napoli dalle discordie civili.

Mario Pagano, al quale tutta la generazione risguardava con amore e con rispetto, fu mandato al patibolo dei primi: era visso innocente, visso desideroso di bene; nè filosofo più acuto, nè filantropo più benevolo di lui mai si pose a voler migliorare quest'umana razza, e consolar la terra. Errò, ma per illusione, ed il suo onorato capo fu mostrato in cima agli infami legni, sede solo dovuta ai capi di gente scellerata ed assassina. Non fe' segno di timore, non fe' segno di odio. Morì qual era vissuto, placido, innocente e puro. Il piansero da un estremo all'altro d'Italia con amare lagrime i suoi discepoli che come maestro e padre, e più ancora come padre che come maestro il rimiravano. Il piansero con pari affetto tutti coloro che credono che lo sforzarsi di felicitare la umanità è merito, e lo straziarla delitto. Non si potrà dir peggio dell'età nostra di questo che un Mario Pagano sia morto sulle forche. Domenico Cirillo, medico e naturalista, il cui nome suonava onoratamente in tutta l'Europa, non isfuggì il destino di chi ben ebbe amato in tempi tanto sinistri. Richiesto una prima volta di entrare nelle cariche repubblicane aveva negato perchè gl'incresceva l'allontanarsi delle sue lucubrazioni tanto gradite di scienze benefiche e consolatorie. Gli fecero una seconda volta suonare agli orecchi il nome, e la necessità della patria. Lasciossi, come buon cittadino, piegare a queste novelle esortazioni. Eletto del corpo legislativo, nè cosa vi disse, nè vi fece, se non alta, generosa e grande; ed il gridar per vezzo contro i re e contro gli aristocrati stimava indegno di lui per ragione, il propor cose a pregiudizio d'altri indegno di lui per affetto. La dottrina l'ornava, la virtù l'illustrava, la canizie il rendeva venerando. Ma i carnefici non si rimanevano, perchè il tempo era venuto che una illusione proveniente da fonte buona coll'estremo sangue si punisse, ed alla virtù vera non si perdonasse. Se gli offerse la grazia, purchè la domandasse, non perchè virtuoso, dotto, e da tutto il mondo onorato fosse, ma perchè aveva servito della sua arte Nelson ed Emma Liona. Rispose sdegnato, non volere domandar grazia ai tiranni, e poichè i suoi fratelli morivano, volere morire ancor esso; nè desiderio alcuno portar con se di un mondo che andava a seconda degli adulteri, dei fedifragi, dei perversi. La costanza medesima che mostrò coi detti, mostrò coi fatti: perì per mano del carnefice, ma perì immacolato e sereno, e tra Nelson e lui fu in quella suprema ora gran differenza perchè l'uno saliva nel suo preparato seggio in cielo, l'altro restava nel suo disonorato seggio in terra. Francesco Conforti, per dottrina nelle scienze morali e canoniche a nissuno secondo, a quasi tutti il primo, uomo che una lunga vita aveva vissuto o nelle sue segrete stanze a studiare, o sulle pubbliche cattedre ad insegnare, fe' testimonio al mondo col suo miserando fine che niuna cosa è più inesorabile della rabbia civile e che la gratitudine non ha luogo fra gli sdegni politici. Era Conforti defensore vivissimo delle immunità del regno contro le pretensioni della corte di Roma, e molte cose per comandamento e con singolar satisfazione del governo aveva scritto intorno a questa materia; ma il beneficio si dimentica più presto dell'ingiuria. Preso e legato dagli sbirri in Capua, gli diè di mano il boja in Napoli. Speciale gli mandò dicendo, scrivesse per le immunità del regno, e gli si sarebbe perdonato. Scrisse, e patì morte sul patibolo. Il sapere era incentivo alla ferità di quello Speciale, sitibondo di sangue. Vincenzo Russo, giovane singolarissimo per altezza d'animo, e per eloquenza e per umanità, portò con gli altri supplizio dello aver creduto che gli uomini si potessero condurre con nuove forme di reggimento politico ad un più felice vivere, e dello avere con la lingua, per cui tanto poteva, e con la mano che con ugual vigore secondava la lingua, quella condizione cercato che nella sua mente benevola si era a benefizio degli uomini concetta. Fu preso combattendo contro le genti regie al ponte della Maddalena: il diritto regio domandava la sua morte; l'illusione sua il doveva far compatire, la capitolazione dei castelli conservare. Prevalse il partito più fiero; dopo gli strazj infiniti che nella sua prigione furono fatti di lui, e cui sopportò con costanza ineffabile, fu dato in preda al carnefice. Non mutò volto, non fe' atto alcuno indegno di lui; serbò, non solo la equalità dell'animo, ma ancora la serenità. Pareva che non a morte, ma a miglior vita andasse, e certo andava. Giunto là dov'ei doveva dare il sospiro estremo, rivoltosi alle circostanti e feroci turbe che l'insultavano: «Questo disse, non è per me luogo di dolore, ma di gloria: qui sorgeranno i marmi ricordevoli dell'uomo giusto e saggio: pensa, o popolo, che la tirannide ti fa ora velo agli occhi, e inganno al giudizio: ella ti fa gridar viva il male, muoja il bene; ma tempo verrà, in cui le disgrazie ti renderan la mente sana; allora conoscerai, quali siano i tuoi amici, quali i tuoi nemici. Sappi ancora che il sangue dei repubblicani è seme di repubblica, e che la repubblica risorgerà, quando che sia, e forse non è lontana l'ora, come dalle sue proprie ceneri la Fenice, più possente e più bella di prima». Mentre così diceva, il boja lo strangolò. Nè giovò a Pasquale Baffi la dolcezza incredibile della sua natura, la straordinaria erudizione, l'essere uno dei primi grecisti del suo tempo, nè l'avere pubblicato una traduzione, col testo dei manoscritti greci di Filodemo trovati sotto le ceneri di Ercolano. Letterato di primo grado, fu dannato anch'egli all'ultimo supplizio da chi non aveva altre lettere che del saper sottoscrivere una sentenza di morte. Data la condanna, un suo amico, affinchè con morte volontaria sfuggisse la violenta, gli offerse oppio. Ricusò il funesto dono, sdegnosamente affermando, non essere in potestà dell'uomo il far getto volontario della propria vita; voler andare all'incontro del suo destino, comunque crudele fosse; non ispaventarlo la morte, non disonorarlo il patibolo; Dio esservi rimuneratore delle buone opere; nell'altra vita prima opera meritoria essere il conformarsi di buon grado alla volontà sua; appresso a lui non avere accesso gli odj, non le intemperanze dei tiranni; giusto essere Iddio, e mansueto e pietoso, ed accorre nel grembo suo volentieri gli uomini giusti, mansueti e pietosi; venisse pure il carnefice, il troverebbe rassegnato e pronto. In cotal modo filosofando e bene amando, Pasquale Baffi morì. Fu Mantonè, antico ministro di guerra, condotto alla presenza di Speciale, e quante volte era interrogato da lui, tante rispondeva: «Ho capitolato». Avvertito, apprestasse le difese, rispose: «Se la capitolazione non mi difende, avrei vergogna di usare altri mezzi». Condannato a morte, camminava, col capestro al collo, in mezzo a' suoi compagni, con fronte alta e serena: poi volti gli occhi intorno, e scortigli tutti, non vedendo fra di loro Bassetta: «Oh, disse, perchè con noi non è»? Fugli risposto, aversi salvata la vita col disvelare e denunciare repubblicani nascosti, o non conosciuti. «Ah, soggiunse, assassino vile de' tuoi fratelli! siatemi voi testimonj, ch'io la viltà sua aveva scoverto, e il volli far uccidere pochi giorni sono. Ma vi so dire ch'ei non godrà lungo tempo il frutto de' suoi tradimenti: ei morrà infame, poichè onorato non ha saputo morire». Così detto, Mantonè, tra sdegnoso e generoso, co' suoi compagni che costanti al par di lui la sua costanza ammiravano, se ne marciava al patibolo. Salite, senza mutare nè viso nè atto le fatali scale, dimostrò che l'uomo quantunque percosso dalla fortuna, è più forte di lei, e che non lo spaventa la morte. I raccontati supplizj, siccome d'uomini, partorirono maraviglia insieme e pietà in coloro che non ancora di ogni affetto umano si erano dispogliati; ma più maraviglia che pietà. Il seguente, siccome di donna, mosse più a pietà che a maraviglia: pure a grandissima maraviglia strinse i circostanti. Eleonora Fonseca Pimentel, donna ornata di ogni genere di letteratura, ed ancor più di virtù, da Metastasio lodata, e da lui anche amata, fu, per avere scritto il Monitore Napolitano, condannata a perder la vita sulle forche piantate in piazza di mercato. Chiamata al supplizio, domandava e beveva caffè, poi marciava in sembianza di donna maggiore della disgrazia. Giunta al luogo che era per lei l'ultimo in cui viva insistere dovesse, incominciò a favellare al popolo; ma i carnefici, temendo di tumulto, le ruppero tostamente il femminile e tenero collo con le corde loro, e troncaronle ad un tratto le eloquenti parole.

Non tutti i condannati morirono sul patibolo, ma chi più crudelmente, chi meno. Un Velasco, minacciato da Speciale, che il farebbe morire sulle forche, rispose: Vile carnefice non avrai tu la mia vita. Ciò detto, diè un salto per la finestra, e si sfracellò per terra. Narrasi d'un Niccolò Fiani, che già stando sul punto di salire al patibolo, uomini barbari se l'abbian preso e fatto a pezzi, e strappatogli il cuore, abbiano il cuore, e le sparse viscere, e le lacerate membra portato a trionfo per la città. Un Pasquale Battistessa impiccato, e portato in chiesa, ivi diè segni di vita. Rapportato il compassionevole caso a Speciale, mandò dicendo, il finissero: come Speciale aveva comandato, così fu fatto. Io non so se mi narri storie d'uomini o di fiere.

Morirono in Napoli per l'estremo supplizio e tutti con invitto coraggio Ignazio Ciaja, Ercole d'Agnese, cittadino di Francia, ma originario di Napoli, Giuseppe Logoteta, dotto e virtuoso uomo, Giuseppe Albanese, Marcello Scotti letterato eruditissimo, ed autore del catechismo dei marinarj, un Troisi, sacerdote piissimo e dottissimo, con molti altri, ornamento e fiore delle Napolitane contrade. Fu anche affetto coll'ultimo supplizio Ettore di Ruvo, condotto, come abbiam detto, da Pescara a Napoli sotto fede del cardinale. Morì, qual era vissuto, indomito, animoso, ed imperturbabile. Come nobile, fu condannato ad aver il capo mozzo. Volle essere decapitato supino, per veder la mannaia, che gli doveva tagliar il collo.

La terra di Napoli era fumante di sangue, le acque del mare ne furono parimente penetrate e tinte. Il principe Francesco Caraccioli, primo onore e primo lume della Napolitana marinerìa, amato dal re, stimato dal mondo, dopo più di otto lustri impiegati ai servigi del regno, fece ancor esso una compassionevole fine. Si era Caraccioli, ed in questo certamente il suo fallire fu enorme, perchè il re gli era affezionato, molto travagliato in favore dello stato nuovo. Fatta la capitolazione dei castelli, e vedendola rotta, si era ritirato a Calvirano, pregando il duca di questo nome, acciocchè per sicurezza della sua vita minacciata dai regj, che da ogni parte il circondavano, gli fosse mediatore presso il cardinale, allegando, sperare, che l'avere obbedito per forza alcuni giorni alla repubblica Francese, non sarebbe per prevalere a quarant'anni di fedelissimo servizio. Non avuta risposta favorevole, se ne fuggiva ai monti. Scoperto da un suo domestico, fu condotto, legate le mani al dorso, e indegnamente maltrattato da villani ferocissimi (sì deplorabili mutazioni di fortuna partoriscono le rivoluzioni) a Nelson, che tuttavia stanziava nel porto di Napoli. Convocava l'ammiraglio incontanente a bordo della sua nave il Fulminante un consiglio militare, composto di uffiziali di marina Napolitani, e presieduto dal conte di Thurn, a cui diede facoltà ed ordine di giudicare, se Francesco Caraccioli fosse reo di ribellione contro il re delle due Sicilie per avere combattuto la fregata Napolitana la Minerva. Allegò l'accusato per discolpa, averlo fatto per forza, ma nol potè pruovare. Dannavalo il consiglio a morte. Nelson comandava, s'impiccasse all'antenna della Minerva, il suo corpo si gettasse al mare. Il misero principe pregava dicendo, essere vecchio, non aver figliuoli che fossero per piangere la sua morte, per questo non desiderare la vita: solo pesargli il morire da malfattore; pregare, il facessero morire da soldato. Le compassionevoli preghiere non furono udite. Volle il condannato pregare d'intercessione la donna, che era a bordo del Fulminante; ma Emma Liona non si lasciò trovare. Il capestro adunque, come piacque all'Inglese, strangolò il principe Caraccioli; il suo corpo gettato al mare. Così fu mandato a morte da Nelson un principe Napolitano, prima suo antico compagno in pace, poi suo nemico generoso in guerra: ed il giudizio di morte venne da una nave del re Giorgio. Poi, che vuol significare quella pressa di giudizio e di morte? Non era il re vicino? Non a lui si doveva ricorrere? Perchè intercludere la strada alla grazia? Si temè l'amore, non il rigore del re. Da un'altra parte, perchè gettare il corpo ai pesci? Non era vicino il lido? Non pronti i parenti e gli amici a raccogliere le amate reliquie? Adunque un principe Caraccioli, un servitor del regno per quarant'anni, un ammiraglio di Napoli, un uomo che per un sì lungo corso d'età era stato ed amato e riverito da Europa, non trovò sepoltura, se non nella bocca dei voraci mostri del mare! Non saziò la sua morte il crudo Inglese, volle ancora, che s'incrudelisse contro quell'onorato volto, contro quelle membra insensibili! Queste sono le glorie di Nelson nel golfo di Napoli.

Grande fu la strage nella capitale, sì pei giudizj, sì per la rabbia popolare. Non fu minore nelle province: perironvi in modo sempre violento, spesso crudele, quattromila persone, quasi tutte eminenti o per dottrina, o per legnaggio, o per virtù; carnificina orribile.

Io già feci, scrivendo queste storie, sì frequenti accoppiamenti d'idee dolci e terribili o di virtù e di patiboli, o di fede e di tradimenti, o d'innocenza e di vizj, che non so se il lettore me ne comporterà ancora un altro. Pure, se fia ch'ei debba muovere a sdegno ed a compassione i nostri posteri, io il mi racconterò. Domenico Cimarosa, cui tutta la generazione proseguiva con infinito amore per le sue mirabili melodìe, ed a chi chiunque non era straniero alla delicatezza del sentire, era obbligato di tanti affetti soavi pruovati, di tante tristi ed annuvolatrici cure scacciate, non trovò grazia appo coloro che reggevano le cose di Napoli con le ire, e le ire coi supplizj. Pregato, egli aveva composto la musica per un inno repubblicano, opera di un Luigi Rossi. Venuta Napoli in mano dei sicarj di Ruffo, furono primieramente le sue case saccheggiate, anzi il suo gravicembalo, fonte felicissimo di canti amabili, gittato per le finestre a rompersi sulle dure selci; poi egli medesimo cacciato in prigione, dove stette ben quattro mesi, e vi sarebbe stato anche di più, se i Russi ausiliarj del re non fossero giunti a Napoli. Saputo il caso, e non avendo potuto ottenere dal governo Napolitano, al quale l'avevano domandata, la sua liberazione, generale ed ufficiali corsero al carcere, e l'Italico cigno liberarono. Così in una Italia, in una Napoli la salute venne a Cimarosa dall'Orsa. Mi vergogno per l'Italia, rendo grazie alla Russia. Pure il misero Domenico, quantunque fosse posto in libertà, tra per l'afflizione dell'animo, ed i patimenti del corpo al tempo della sua carcerazione, se ne morì poco dopo a Venezia, dove era stato chiamato per comporre un'opera.

Riconquistata la sanguinosa Napoli, premiava il re con magnifici doni coloro, che l'avevano tornata a sua divozione. Investì il cardinale Ruffo della badìa di Santo Stefano, che ha una valuta all'anno di cinque mila ducati di regno: davagli oltreacciò il possesso in proprio di un'altra tenuta con rendita di circa cinquemila ducati. Queste furono le dimostrazioni del re utili al cardinale. Del resto ei non ebbe più grazia, e gli fu tolto il governo delle faccende, a ciò instigando il re Acton per gelosia, Nelson per dispetto, perchè il cardinale aveva voluto che si osservassero i patti. Fu a Palermo eretto un tempio alla gloria, nel quale entrando in mezzo a plausi infiniti Nelson, gli fu posta dal principe Leopoldo, figliuolo del re, una corona d'alloro in capo. Il presentava il re con una spada gioiellata, duca di Bronte chiamandolo. Diegli inoltre una rendita di sei mila once di Napoli. Nè mancarono i presenti per Hamilton ambasciadore; Emma Liona ebbe ancor essa i suoi.