A tutti questi maneggi gran momento arrecavano gli scienziati ed i letterati, siccome quelli che avevano molta autorità sui popoli, massimamente in Francia, dove erano uniti in certa spezie di congregazione, non per legge, ma per uso. Per la qual cosa il consolo gli accarezzava, gli arricchiva, gl'ingrandiva. Adulava l'instituto, e l'instituto lui. In questo non tutti andavano allo stesso modo. Alcuni s'accostavano a lui per gli allettamenti, altri per fin di bene, credendo, o che egli andasse per se, o che il potessero tirare colle persuasioni a volere la libertà. Piacemi fra questi nominare Cabanis, nel quale se fosse maggiore o il ben pensare, o il ben dire, o il bene scrivere, o il ben fare, io distinguere non saprei: certo tutte queste qualità erano in lui molto eminenti. Questo edifizio degli scienziati e dei letterati molto il puntellava, parendo a tutti, che a chi piacevano gli uomini civili, dovesse anche piacere la civiltà, e con lei la libertà, la quale sarebbe il compimento, e quasi il fiore della civiltà, se gli avari e gli ambiziosi non la guastassero.
Grande flagello, da che aveva principiato la rivoluzione, era sempre stata la guerra della Vendea, nella quale con infinito furore combattendo e repubblicani e regj, avevano sterminato popolazioni intiere, desolato paesi altre volte fioritissimi, commesso quello che solo commettono nelle civili discordie, e forse neanco in queste gli uomini arrabbiati gli uni contro gli altri. La forza non l'aveva potuta spegnere, perchè irritava, le tregue nemmeno, perchè mal fide: ormai si nominava guerra interminabile. S'accorgeva il consolo, quanta grazia acquisterebbe fra i popoli, se pacificasse quelle terre rosse di tanto sangue Francese: applicovvi l'animo, venne a capo dell'impresa. Fra il terrore del suo nome, l'apparato de' suoi soldati, le promesse di osservar la fede, le speranze segretamente date di voler procedere più oltre, vennero i capi della Vendea ad una onesta composizione: la concordia tornava sulle rive dell'insanguinato Ligeri; Parigi maravigliato vedeva i capi della Vendeese guerra. Ammiravano i popoli il consolo pacificatore, uguale nel far le guerre, uguale nel far le paci.
Forti amminicoli a quanto macchinava, pensava che fossero gli uomini di chiesa tanto maltrattati dal direttorio. Volle tirargli, e il fece agevolmente. Diè patria ai preti fuorusciti, libertà ai carcerati, sicuro vivere ai nascosti. Queste cose faceva apertamente, molte altre prometteva segretamente: i preti tutti, anche quelli che col crocifisso in mano avevano concitato le Vendeesi popolazioni contro i repubblicani, amavano e fomentavano la sua grandezza. S'aggiunse, che onorò con pietosi uffizj Pio sesto, papa morto, che aveva perseguitato vivo. Ordinava per lui solenni esequie in Valenza di Delfinato; il chiamava giusto, virtuoso, santo; affermava, avere per forza, e per mali consigli fatto guerra a Francia. Questo favellare maravigliosamente piaceva a coloro, che sentivano ancora di religione, massimamente ai ministri di lei. Già non solo vincitore e riformator generoso del governo, ma ancora instaurator pio dell'antica religione di Francia il chiamavano. Vacando il trono pontificale per la morte di Pio sesto, eransi a questo tempo adunati i cardinali in conclave a Venezia per intendere alla elezione del nuovo pontefice. Temeva il consolo, che si creasse, dovendo la elezione farsi in luogo suddito all'Austria, un pontefice troppo aderente a questa casa con pregiudizio degl'interessi di Francia e proprj. Perciò andava moltiplicando ne' suoi segni di affezione verso la religione, e nutriva con grandi speranze i ministri di lei. Si poteva facilmente pronosticare da questi primi favori, ch'ei voleva venirne, quanto alle faccende ecclesiastiche, ad ordini legittimi e definitivi. Ciò era cagione che i cardinali raccolti in Venezia non disperassero di Francia, e non consentissero ad innalzare al pontificato un cardinale, che si fosse dimostrato troppo contrario a lei. Si aggiungeva a favore di Francia e del consolo, che non senza grave sospetto stavano i cardinali intorno alle intenzioni dell'Austria rispetto al patrimonio della chiesa. Le dimostrazioni da lei fatte di aver voluto far correre a Roma Froelich, lo avere lui penato a ratificare la convenzione conclusa tra Garnier, gl'Inglesi ed i Napolitani, e molto più il desiderio, anzi la volontà evidentemente scoperta dall'Austria di serbarsi le legazioni, gli avevano messi in sentore. Perlocchè desideravano di assicurarsi dell'Austria per mezzo dell'amicizia di Francia. Questi umori erano astutamente fomentati dal consolo e gli dettero facilità di fermare le cose di Roma. Oramai si era accorto, che invece di combattere contro l'Europa e la santa sede, era arrivata la stagione, in cui egli poteva combattere, della santa sede servendosi, contro l'Europa; e siccome si era pruovato, che il gridare libertà senza religione aveva avuto cattivo fine, si risolveva a gridare libertà con religione insino a tanto che le radici della sua potenza essendo ferme, potesse spegnere la prima, e muovere a suo talento la seconda: tutto si volgeva a sua grandezza.
Ma primo ed universale desiderio della Francia tanto rotta e sanguinosa, era la pace. Questa inclinazione assecondava il consolo, non che sperasse di ottenerla con tutti, ma l'offerirla a tutti gli pareva confacente a' suoi pensieri. Questo ad ogni momento inculcava, per questo essere venuto dall'Egitto, abborrire la guerra, abborrire i conquistatori, pregare Iddio, che gli concedesse tanto di vita, che potesse dar pace alla Francia, pace all'Europa afflitte; solo per questo desiderar di vivere, la guerriera gloria essergli venuta a tedio, solo piacergli la pacifica. Questi discorsi faceva con sì efficaci parole, e con fronte tanto pietosa, che tutto il mondo credeva che fossero sinceri.
Pensava, che a' suoi fini molto valesse, e fosse molto ricercata dalle cose presenti, se non la pace, la offerta almeno della pace all'Inghilterra. Scriveva una molto bene elaborata lettera al re Giorgio: la guerra avere forse ad essere eterna? Non esservi forse alcun modo di finirla con qualche onesta composizione? Due nazioni grandi e potenti dovere forse porre in non cale la ricchezza dello stato, la felicità delle famiglie? Non sentir loro, non toccar con mano, la pace siccome è la cosa più desiderata di tutte, così ancora essere la più gloriosa? Sapere, che la Francia, e l'Inghilterra potevano per la potenza loro ancora molto tempo straziarsi, ma sapere ancora, che il destino di tutte le nazioni pendeva dal fine di una guerra, per cui tutto il mondo ardeva. Rispose acerbamente per bocca del ministro Grenville il re Giorgio, avere la Francia desolato la terra, avere i medesimi principj e le medesime cagioni a partorire i medesimi effetti; essersi servita dei trattati di pace, dei trattati d'alleanza a distruzione degli amici, e degli alleati suoi; non sapersi, se il governo nuovo prodotto da una rivoluzione nuova fosse per cangiar d'opere, ed offerisse maggiore sicurtà a chi trattasse con lui; non potersi fidare in proteste generali di desiderj pacifici; non vane parole, ma l'esperienza sola poter convincere altrui, che altro si voleva adesso, da quello che si era voluto prima; desiderare il re la pace, ma sicura per se, sicura pe' suoi alleati; solo, e fidato mezzo di sicura pace essere il rimettere in Francia quella stirpe di principi, che per tanti secoli l'avevano governata con prosperità dentro, con dignità fuori; nondimeno ciò accennare solamente il re alla Francia, non richiedernela; non volere, nè pretendere prescrivere forma di reggimento, o capi ad una nazione grande e potente; solo volere la sicurezza sua, solo volere la sicurezza de' suoi alleati; essere per venir volentieri ad un accordo, quando giudicasse di poter convenire con sicurezza, ma per ancora non conoscersi sufficientemente i principj del nuovo governo, non congettura probabile potersi fare dalla stabilità sua. A questo modo furono abbandonati i ragionamenti della concordia tra Francia ed Inghilterra. Pure ciò conseguì il consolo, che la continuazione della guerra s'imputasse non a lui, ma al re Giorgio.
Erano tra Francia ed Inghilterra odio vivo, interessi diversi, vicinanza gelosa, pace difficilissima: molto diverse condizioni passavano tra Francia e Russia. Era l'Austria alleata naturale dell'Inghilterra, la Russia per caso. Ciò si sapeva il consolo; neanco ignorava quali freddezze corressero allora tra Francesco e Paolo. L'avere l'Austria voluto por piede in Roma, il non aver voluto rimettere il re di Sardegna, l'essere stati i suoi soldati aspramente trattati da Froelich, l'avere l'arciduca Carlo abbandonato, correndo verso il Reno, Suwarow in grave pericolo nella Svizzera, il manifestare in ogni cosa il desiderio di un dominio universale in Italia, avevano raffreddato l'ardore di Paolo, e fattolo indispettire contro il suo alleato, ancorachè egli medesimo non avesse avuto l'animo alieno dallo avere un seggio sicuro, per servirsene come di emporio e di scala, nel regno di Napoli, effetto, che aveva tentato di conseguire per recenti negoziati col re Ferdinando. Questa mala disposizione dell'imperatore Paolo verso l'imperatore Francesco astutamente fomentava Buonaparte, vivamente rappresentando al primo l'ambizione del secondo: volere, diceva, oltre gli stati di Venezia, datigli in compenso dei Paesi Bassi, tenersi ancora lo stato di Milano, e Mantova, ambidue conquistati in gran parte col valore, e col sangue dei soldati Russi, nè contento a questo, appetire le tre legazioni del pontefice; avere altresì capriccio sul Piemonte, e per questo avere ostato a Suwarow, quando voleva restituire al suo antico seggio il re Carlo Emanuele; quanto a lui non fare altro disegno sopra l'Italia, se non quello di ridurla alle condizioni di Campoformio, di render sicura la independenza del pontefice e del re di Napoli, di dare sesto conforme, ed ordini più monarcali alla Cisalpina, di rimettere in Piemonte il re di Sardegna, quando non si trovasse altro mezzo di un onesto compenso. Quanto all'Inghilterra, rammentava il suo insolente dominio sui mari, la generosità di Caterina dell'averlo voluto frenare, la libertà del Baltico, e la franchigia dei neutri ai tempi di guerra con magnifiche parole commendando. Aggiungeva a tutte queste insinuazioni certe espressioni, che indicavano a Paolo la sua intenzione di dar compimento alle pratiche incominciate per mezzo del conte d'Entraigues della rinstaurazione dei Borboni. A sì fatte promesse e protestazioni si lasciava muovere Paolo: il consolo, per fargli dar la volta intieramente, pagava, provvedeva di tutto punto, e rimandava liberi al loro signore i soldati Russi fatti prigionieri nelle guerre di Svizzera e d'Olanda. Parve atto generoso, ed arra conveniente dei disegni avvenire. Da tutte queste cose mosso il sovrano di Russia, voltando lo sdegno, siccome quegli che era subito nelle sue risoluzioni, da Francia contro Inghilterra, nè vedendo, perchè era di animo sincero, quello che covasse sotto alle lusinghevoli parole del consolo, il riceveva nella sua amicizia, e si riduceva alla sua volontà, dichiarando, non voler più partecipare nella lega, e richiamava in Russia le sue genti, che ancora stanziavano in Germania. Poscia, accendendolo vieppiù le speranze dategli, rinnovava contro la potenza marittima dell'Inghilterra i patti della lega del Nord, cacciava da Pietroburgo gli agenti del re Giorgio, imputando agl'Inglesi l'esito infelice della spedizione d'Olanda. Così Paolo, scostandosi dall'amicizia d'Austria e d'Inghilterra, si precipitava in quella di Francia. Parve a tutti, ed era veramente questa mutazione di grandissima importanza, e fu forte sostegno all'esaltazione del consolo.
Rappacificatosi Buonaparte coll'imperatore Paolo, pensava a confermarsi l'amicizia della Prussia. Non gli accadde di sforzarsi molto in queste faccende, perchè, pieno sempre in tutte le sue azioni d'incredibile simulazione e dissimulazione, ora con dare intenzione del non essere alieno dal riporre i Borboni, ed ora col rappresentare l'ambizione dell'Austria, ottenne facilmente che Federigo Guglielmo, perseverando nell'amicizia fermata in Basilea, consentisse alle ultime mutazioni fatte in Francia, e lui come capo del governo francese riconoscesse.
L'Austria restava sola sul suo continente contro la Francia. Tentava il consolo l'animo dell'imperatore Francesco, offerendogli di tornare alle stipulazioni di Campoformio, con quel di più, che si negozierebbe per sicurezza delle monarchìe, e delle possessioni Austriache in Italia. Ripugnava l'Austria al rinunziar del tutto ai frutti delle ultime vittorie, e le pareva cosa enorme, conservando gli stati Veneti, che gli erano stati dati in ricompensa del Brabante, il non conservare lo stato di Milano, antica sua possessione, riconquistata principalmente per gli sforzi e pel sangue de' suoi soldati. Nè si fidava punto delle promesse di Buonaparte, siccome quella, che avendo avuto con lui molti e spessi negoziati, conosceva di che sapesse. Non gli sfuggiva oltre a ciò, che il rimettere Buonaparte nello stato di Milano, importava il rendere incerta e vacillante la possessione degli stati Veneti, e che con un uomo tanto attivo, glorioso e superbo, qual era veramente il consolo, non poteva senza pericolo consentire allo spartimento con esso lui della signorìa d'Italia. In mezzo a tutti questi pensieri si accostarono le instigazioni dell'Inghilterra molto intenta a difficoltare queste pratiche, perchè vedeva nel mondo quieto la sua ruina. Offeriva denaro, e cooperazione sulle coste di Francia. Per le quali cose, e considerato altresì, che i veterani di Buonaparte erano periti o di peste in Egitto, o di ferro in Italia, si risolveva Francesco a ricusare la concordia, ed a voler pruovare, che cosa seco portasse la fortuna della guerra. Godeva Buonaparte parimente dell'offerta, e della rifiutata pace, perchè non aveva sincero desiderio di convenire coll'Austria. Così fermando la maggior parte del mondo in suo favore, confermava in Francia i contenti, cattivava gli scontenti, e parte con fatti, parte con isperanze conseguiva, che l'universale dei Francesi amasse il suo governo, desiderasse la sua grandezza, e volentieri si disponesse a fare quanto ei desiderasse: precipitavano i popoli a tutte le sue volontà. Tutta Francia correva alle nuove sorti, e se Buonaparte generale l'aveva fatta gloriosa in guerra, tutti confidavano, che Buonaparte consolo la farebbe e gloriosa in guerra e felice in pace.
Quanto alla guerra ottimamente considerati furono i suoi consigli: mandava nuove genti, quasi tutte veterane, a Moreau confermato da lui al governo dei Renani, il quale doveva sostenere il pondo degli Austriaci in Germania. Dall'altro lato, avendo sempre più i pensieri accesi alla ricuperazione d'Italia, inviava in Liguria Massena, acciò facesse pruova di tener lontano il nemico dalle frontiere di Francia, e conservasse il possesso di Genova, fino a tanto che egli medesimo con un forte esercito arrivasse nelle pianure d'Italia. Congregava molti soldati veterani, e molti nuovi in Digione, donde pensava, secondochè gli mostrasse il tempo e le occasioni, o di condursi in Germania, se Moreau abbisognasse del suo ajuto, od in Italia se il generale dei Renani combattesse felicemente. Di questo aveva grande speranza per la perizia di Moreau, e la fortezza delle genti accolte sotto a lui. Per la qual cosa il suo principale intento era di condurre le genti adunate in Digione, che col nome di esercito di riserva chiamava, nei campi d'Italia, pieni ancora della fama di tante sue vittorie. A questo modo adunque ordinava la guerra contro l'Austria, che nel corno destro estremo guidasse i repubblicani Massena, nel sinistro Moreau, nel mezzo prima Berthier, poi egli stesso. Certamente nè pruovati, ne più eccellenti, nè più famosi capitani di questi non erano mai stati al mondo, e da loro aspettavano gli uomini maravigliati fatti maravigliosi.
Essendo la guerra imminente gridava con la vincitrice voce Buonaparte a' suoi soldati: «Quando promisi la pace, in nome vostro la promisi: voi siete quegli uomini medesimi, che conquistaste la Olanda, il Reno, l'Italia, voi quelli stessi, che già vicini, sforzaste alla pace la spaventata Vienna. Soldati, avete voi ora ben altro carico, che quello di difendere le frontiere vostre: ite, invadete, conquistate i nemici territorj. Voi foste già tutti a molte guerre, voi sapete che per vincere, e' bisogna soffrire: in poco d'ora non si possono ristorare i danni di un cattivo governo. Dolce sarammi, a me, primo magistrato della repubblica, il poter dire alla Francia attenta, questi sono i più disciplinati, i più bravi sostegni, che si abbia la patria. Sarò, soldati, quando fia venuto il tempo, sarò con voi. Accorgerassi l'Europa, che voi siete quella valorosa stirpe, che già tante volte a maraviglia la costrinse». Così aggiungendo impeto a valore, faceva uomini fortissimi alle battaglie.