L'esercito Italico afflitto dalle disgrazie titubava; i soldati rompevano i freni dell'obbedienza: già la stagione si rendeva propizia. Buonaparte vincitore mandava loro dicendo: «Non odono le legioni le voci dei loro ufficiali; lasciano la diecisettesima sopra tutte, le insegne. Adunque son morti tutti i bravi di Castiglione, di Rivoli, di Newmarket? Avrebbero essi eletto il perire, piuttostochè abbandonar le insegne. Voi parlate di provvisioni manche: che avreste fatto, se come la quarta, e la vigesima seconda leggiere, la diciottesima, e la trigesima seconda grosse, fra deserti, senza pane, senz'acqua, a mangiar ridotte carni di sozzi animali, trovati vi foste? La vittoria, dicevano, ci darà pane, e voi disertate le insegne! Soldati dell'esercito Italico, un nuovo generale vi governa: quando più splendeva la gloria vostra, ei fu sempre il primo fra i primi. In lui fidatevi, con lui andrete a nuove vittorie. Sarammi, così comando, dato conto di quanto ogni legione farà, massime la diecisettesima leggiere, e la sessagesima terza grossa: ricorderannosi della fede, che già ebbi in loro».

Queste parole maravigliosamente accendevano quegli animi valorosi. Era l'esercito Italico, in cui si noveravano poco più di venticinque mila soldati, distribuito nelle stanze al modo che segue. La destra governata dal generale Soult, da Recco in Riviera di Levante per monte Cornua e Torriglio, e dalla Bocchetta per Campofreddo, Stella, Montelegino in riviera di Ponente sino a Cadibona e Savona si distendeva; presidiava Gavi e Genova, in cui alloggiava il generalissimo Massena. La sinistra, che obbediva al generale Suchet, custodiva la riviera di Ponente da Vado fino al Varo con presidj posti nei principali luoghi di monte San Giacomo, Settepani, Santo Stefano, Madonna della Neve, Montecalco, Montegrosso, e nei sommi gioghi dell'Alpi Marittime; fronte certamente troppo lunga per potersi guardare convenientemente con sì poche genti. Ma Genova necessitava i consigli dei Francesi, perchè importava ai disegni ulteriori del consolo, ch'ella si tenesse lungamente, e voleva Massena conservarsi un campo largo per le tratte delle vettovaglie, di cui penuriava, il che l'aveva fatto risolvere a non cedere le riviere, se non quando a ciò fosse sforzato.

Da un'altra parte Melas, il quale, abbenchè fosse guerriero avveduto e sperimentato, e forse appunto perchè era, non poteva persuadere a se medesimo, che le genti raccolte in Digione fossero una tempesta, che avesse a scagliarsi contro l'Italia, parendogli impossibile, che dopo tante rotte avessero potuto i repubblicani in così poco tempo raccorre genti, ed armi sufficienti per fare un moto di tanto momento su quei campi stessi dove e donde erano stati, pochi mesi innanzi, da lui vinti e cacciati. Non misurava egli bene la prontezza di Buonaparte, nè la docilità dei Francesi a correre là dove il nome suo e la sua voce gli chiamavano. Laonde ei se ne viveva troppo alla sicura su quanto potesse succedere alle spalle, e sul suo destro fianco. Ciò fu cagione, che tutto intento al cacciare il nemico dalle riviere e da Genova, egli indirizzò tutto lo sforzo contro un'ala estrema delle forze Francesi, contro passi difficili, contro rocche sterili, lasciando per tal modo aperto il campo all'avversario allo scendere nelle grasse e facili pianure della Lombardìa con tutto il pondo della mezzana parte delle sue forze. Dagli accidenti, che si racconteranno, sarà manifesto, che Melas commise un gravissimo errore, perchè fosse appunto quello che Buonaparte desiderava che facesse; il che tanto è vero, ch'io sto per credere, che l'aver lasciato le riviere di Genova con presidio sì debole, tanto disteso la sua fronte, e continuato nella possessione della capitale della Liguria, siano stati piuttosto astuzie di Buonaparte per allettar Melas con la facilità dell'impresa a portar la guerra in questi luoghi, che errore od impotenza. Ad ogni modo non si vede, quale grande momento potesse recare all'Austria l'impadronirsi di Genova, che non poteva, e forse non voleva, e delle riviere, che certamente nè poteva, nè voleva conservare. La speranza poi, che il comparire delle Austriache insegne sulle frontiere di Francia fosse per farvi muovere i popoli contro Buonaparte, era del tutto vana, e certamente tale parrà a chi abbia conosciuto la natura di quei tempi. Non in Francia, nè sulle rocche Liguri, ma nelle grasse pianure del Piemonte e della Lombardìa si aveva a giudicare la lite, se a discrezione di Francia o d'Austria dovesse restare esposta l'Italia. Perciò gli Austriaci, che erano padroni dei passi, gli doveano guardare gelosamente, ed anche star grossi nella pianura, non andarsi a sprolungare in un estremo punto del campo di guerra. Andando Melas dall'uno lato contro Genova, dall'altro contro Nizza, voltava le spalle a Buonaparte, che veniva da Digione, caso di guerra molto singolare, che dinotava nel generale Austriaco, o troppa confidenza in se medesimo, o troppa ignoranza dei disegni già pubblicamente accennati dell'avversario, o troppo falsa misura di quanto questi potesse fare in breve tempo con que' suoi Francesi tanto confidenti in lui, tanto pronti alle armi, tanto impazienti delle rotte, tanto gelosi dell'onor militare.

Gli Austriaci, che molto prevalevano pel numero a Massena, erano per modo alloggiati, che tutto il territorio Ligure fasciando, da Sestri di Levante per la sommità degli Apennini opposte a quelle, che occupavano i Francesi, si distendevano fino al colle di Tenda. Governavano a sinistra Otto, poi seguitando a destra Hohenzollern, a Novi, rimpetto a Gavi, ed alla Bocchetta; il generalissimo Melas al Cairo; Esnitz a Ceva all'incontro di Suchet, e finalmente sulla estrema punta destra Morzin fra Cuneo e le falde del colle di Tenda. Accingendosi Melas ad invadere il Genovesato, preambolava con parole dolci ad aspri fatti. «Genovesi, diceva, io vengo nella vostra patria, non per conquistare, nè per soggiogarvi, ma per combattere un nemico, che uguaglianza e libertà promettendovi, vi ridusse, come tanti altri disgraziati popoli, alla miseria ed alla disperazione. L'imperator mio signore non desidera conquiste, solo vuole levarvi dal collo il giogo al quale vi ha posti un intemperante conquistatore; ei vuole che siano salve le proprietà, salva la religione, salvi e felici i popoli. Ei lo vuole, ed ei lo fa: guardate le provincie dalle nostr'armi restituite a libertà. Nè meno tenero egli è della vostra patria. Chiamerò in nome suo al governo i più virtuosi, i più savj cittadini che siano fra di voi. Liberi saranno i porti, libero il commercio, vera ed unica fonte della prosperità vostra: la miseria cambierassi in ricchezza, l'oppressione in libertà; io vincitore, di ciò v'affido e v'assicuro».

Un Azzeretto Genovese, prima ai soldi di Francia, poi a quei d'Austria, faceva similmente in questi giorni preparazione per turbare le cose di Genova. Impetuosamente procedendo, pur troppo acerbe ed immoderate parole gettava contro i Francesi in un suo manifesto, ed esortava i suoi compatriotti a combattergli, ed a vendicarsi in libertà. Le armi dovevano definire, ed alle armi si veniva, perchè non si fece pei Genovesi alcun movimento in favor della lega, secondo le speranze date dal fuoruscito Azzeretto.

Aveva Melas condotto il grosso de' suoi alle stanze delle Carcare, intendimento suo essendo di spignersi avanti, cacciando gli avversarj dai sommi gioghi a Savona, per separare e disgiugnere in tale modo l'ala sinistra dei Francesi dalla mezza, e dalla destra che combatteva nella riviera di Levante. Ottenuto il quale intento, gli si spianava la strada, essendo questo l'ultimo fine de' suoi pensieri, a serrare Massena dentro Genova, ed a costringerlo alla dedizione. Ma perchè il generale di Francia non potesse far correr gente dalla riviera di Levante in ajuto di quelle che dovevano sostenere l'assalto su quella di Ponente, ordinava a Otto, che assaltasse i Francesi alloggiati sotto la condotta di Miollis, a Recco, Torriglio, Scafera, Sant'Alberto, monte Cornua, monte Becco, e monte delle Fascie. Melas voleva al tempo stesso che Hohenzollern desse dentro ai posti della Bocchetta, e ad ogni modo gli conquistasse. Spuntava appena il giorno dei sei aprile, che i Tedeschi, partendo dalle Carcare divisi in tre schiere, s'incamminavano alle ordinate fazioni. La mezzana condotta da Mitruschi, marciando per Altare e per Torre, si avvicinava a Cadibuona, posto molto fortificato dai Francesi, e chiave e momento principale di tutta quella guerra. Il generale San Giuliano colla sinistra faceva opera d'impadronirsi di Montenotte per quinci accennare contro Sassello, dove alloggiava un grosso corpo di repubblicani. Finalmente la destra, che obbediva ad Esnitz ed a Morzin, passando per le Mallare, ed avvicinandosi alle fonti della destra Bormida, aveva carico di sforzare i passi del monte San Giacomo. Questi assalti con molt'arte ordinati a questo fine tendevano, che per gli Austriaci si occupasse Savona; perchè per tal modo restava smembrato Suchet da Massena. Si combattè dapprima da ambe le parti molto valorosamente a Torre, avendo gli Austriaci il vantaggio del numero, i Francesi del luogo. Finalmente superarono i primi quell'antiguardo, e tutto lo sforzo si ridusse sotto le trincee di Cadibuona. Quivi fu molto duro l'incontro, e la battaglia si pareggiò lungo tempo: ma finalmente fe' dare il crollo in favore delle armi imperiali la mossa di un valoroso battaglione di Reischi, il quale, assaltate di fianco le trincee, costrinse i repubblicani alla ritirata, non senza tale disordine delle ordinanze, che se non fosse stato presto Soult a sopraggiungere con ajuti freschi, sarebbero stati condotti a molta ruina. Ma non potè nemmeno la presenza e l'opera di Soult ristorare la fortuna; perchè gli Austriaci, seguitando l'impeto della vittoria, obbligarono il nemico a ricoverarsi, girando a stento per quelle sommità di monti, al monte Ajuto, munito ancor esso di qualche fortificazione. Volle Melas torre quel nuovo ricetto al nemico, mandò all'assalto Lattermann e Palfi con cinque battaglioni di granatieri, e col reggimento di Spleny. Gli uni e l'altro fortemente urtando, i primi da lato, il secondo da fronte, sloggiarono i Francesi da quel forte sito, e se ne impadronirono. Fecero i repubblicani una nuova testa a Montemoro: Melas, combattendogli da fronte, e girando loro alle spalle ed ai fianchi, dall'una parte verso Vado, dall'altra vesso Arbizzola, e dando perciò loro timore di essere tagliati fuori, gli costrinse a dar indietro col ritirarsi disordinatamente a Savona. Seguitarongli, pressandogli molto alle terga, i vincitori, e con essi alla mescolata entrarono nella città. Soult, non standosene ad indugiare, introdotta nella fortezza quanta vettovaglia potè in quell'improvviso e pericoloso accidente, si ritirava a Varaggio, dopo di aver combattuto piuttosto da vincitore che da vinto gl'imperiali, che già erano scesi ad Arbizzola. Riuscirono molto micidiali quest'incontri alle due parti: i Francesi patirono di vantaggio, trovandosi in minor numero.

Frattanto Esnitz aveva assaltato monte San Giacomo custodito da Suchet, che virilmente vi si difendette qualche tempo. Ma le rotte di Cadibuona e di monte Ajuto, colla occupazione di Savona, rendendo le sue condizioni molto pericolose, fe' sgombrare i suoi da quel forte sito, abbandonando anche gl'importanti posti di Settepani, Santo Stefano, e la Madonna della Neve. Fece una valida resistenza a Melogno Seras: poi fu costretto a ritirarsi, ma minaccioso e contrastante, le mosse retrograde degli altri seguitando. Entrarono gli Austriaci vittoriosi in Vado. Suchet per le terre di Finale, Gora, Bardino, la Pietra, e Loano indietreggiava fino a Borghetto.

Nè meno felicemente si era combattuto per gli Austriaci in riviera di Levante, ed alla Bocchetta; perchè Otto assaltando con molto impeto monte Cornua, dopo grave contrasto, il superava. Superarono medesimamente gli Austriaci monte delle Fascie, costringendo i Francesi a ritirarsi insino a Quinto. I posti di Torriglio e di Scafera vennero anche in potestà degl'imperiali, essendosi ritirati i repubblicani, che gli difendeveno, a Prato. Così la Sturla sotto, il Bisagno sopra separavano i due nemici, e gli Austriaci dall'eminenza del monte delle Fascie vedevano, ed erano veduti da Genova; il che era cagione di terrore agli addetti alla parte Francese, di conforto a coloro che parteggiavano per gli Austriaci e per l'antico governo.

Fortissimo era l'alloggiamento dei Francesi alla Bocchetta, e molto ardua la sua espugnazione, avendo voluto assicurarsi di quella strada facile ed aperta contro il nemico, che venisse dai piani della Lombardia. Gli assaltava Hohenzollern coi due reggimenti di Kray e d'Alvinzi condotti dal generale Rousseau, e l'una dopo l'altra, non senza però molto contrasto e sangue, si recava in mano, conquistando tutte le trincee e le artiglierìe che le guernivano. Per questa fazione acquistarono gli Austriaci il passo nella valle della Polcevera, con la facoltà di stringere più da vicino Genova. Rannodaronsi i Francesi a Pontedecimo.

Massena, che prevedeva che non avrebbe potuto tenersi lungamente in Genova, se gl'imperiali fossero troppo vicini alla mura, perchè più presto gli sarebbero mancate le vettovaglie, fece pensiero di allargarsi. Siccome poi era uomo generoso e d'animo invitto, non contentandosi al volersi acquistare un campo più largo, benchè fosse molto inferiore pel numero dei soldati al nemico, si deliberava a far opera di rompere gli Austriaci sulle alture sopra Savona per ricongiungersi con l'ala governata da Suchet. A questo fine gli mandava dicendo, che attendesse ad assaltar il nemico, ed a ricuperare i luoghi perduti di Settepani, Melogno e San Giacomo. Perchè poi Otto non potesse mandar soccorsi a Melas, ordinava a Miollis, che si sforzasse di cacciar gli Alemanni dal monte delle Fascie, dal monte Cornua, e da altri luoghi circonvicini. Riusciva a Miollis felicemente l'impresa. Fecero gli Alemanni grave perdita in questo fatto di morti, feriti e prigionieri. Ma l'evento della guerra, ed il destino di Genova erano per giudicarsi nella riviera di Ponente. Pensava Massena a riuscire, rotti i Tedeschi sui monti, nelle vicinanze del Cairo, dove Suchet doveva venire a congiungersi con lui, se avesse potuto superar le alture, sopra le quali i nemici si erano fortificati. Marciava Massena inferiormente più accosto al mare per assaltar Montenotte, Soult superiormente, e a destra per impadronirsi di Sassello, quindi del monte dell'Armetta, poi di Mioglio, e del ponte Invrea. Quivi avrebbe potuto unirsi a Massena venuto da Montenotte. Così uniti speravano di poter marciare verso il Cairo, confidando anche di trovarvi Suchet. Soult, percosso in sul primo giungere un corpo Austriaco, che posto a Nostra Donna dell'Acqua il poteva battere sul suo fianco destro, ed avendo vinto, e cacciato sino alle sponde del torrente Piotta oltre i monti, superava ogni ostacolo, s'impadroniva di Sassello, e più oltre procedendo recava in poter suo la cresta importante del monte Armetta. Ripreserla i Tedeschi, racquistaronla i Francesi dopo un gagliardo scontro: in questi impetuosi e spessi affrontamenti si spargeva molto sangue. Restava superiore Soult, che in tutti questi fatti sostenne le voci di capitano forte, ed esperimentato alla guerra. Nè più altro impedimento gli restava a superare per arrivar al compimento del suo disegno per al Cairo, se non se i posti di Mioglio, e di ponte Invrea. Vi sarebbe anche riuscito, come pare non potersi dubitare, se la fortuna si fosse scoperta tanto favorevole a Massena, quanto si era scoperta a lui. Ma le cose succedettero sinistramente nella parte condotta dal generalissimo. Si era Melas mosso, non presumendo che tanta audacia s'allignasse nei Francesi, che potessero far pensiero di attaccarlo, per andare ad assaltar Voltri col fine di congiungere le sue genti con quelle di Hohenzollern, e di serrare Genova. Trovò che i Francesi lo avevano prevenuto, che Soult già tanto si era inoltrato, che il suo fianco sinistro non era più sicuro, e che correva pericolo, che le due ali di Massena e di Suchet si unissero sulle rive della Bormida; il che gli sarebbe stato di gravissimo pregiudizio. Gli sopravvennero in questo punto le ingratissime novelle, che la squadra di San Giuliano, ferita con molta gagliardìa da Soult alla Veirera, aveva patito molto danno, e retrocedendo frettolosamente era stata costretta a ritirarsi a ponte Invrea. In questo pericoloso punto Melas, non turbata la mente, nè diminuito l'animo, si appigliava prestamente ad un partito, che solo il poteva riscuotere dal mal passo in cui era ridotto. Avvisò che l'evento della battaglia pendeva dalla schiera di Massena, e che se gli fosse venuto fatto di obbligarla a ritirarsi rotta e sconquassata, sarebbe stato Soult obbligato a tornare indietro. Riuscì la fazione, come l'aveva preveduta. Riscontratosi con un corpo assai grosso di Francesi a Stella, lo rompeva, non senza molta uccisione. Poi seguitandolo fino a Croce, e combattendo di bel nuovo in questo secondo sito lo sbaragliava. Al tempo medesimo Lattermann, viaggiando sulla spiaggia, s'impadroniva di Varaggio, che era stato l'alloggiamento principale, donde poco innanzi Massena era partito per andare alla fazione di Montenotte. Penò molto Massena, dopo questa rotta, a condursi a sicuro luogo in Cogoletto; perchè gli fu forza, essendo la strada a riva il mare in potestà di Lattermann, camminare per luoghi erti e montuosi. Melas, conoscendo, che il non dar respiro a Massena, era un vincere Soult, mandava prestamente Lattermann ad assalir Cogoletto. I granatieri di San Giuliano ferirono con molta forza i Francesi già stanchi e diradati, e già gli facevano piegare. Gli bersagliavano al punto stesso gl'Inglesi accostatisi al lido colle loro barche armate di artiglierìe. Finalmente venne a precipitarsi contro di loro la cavalleria Austriaca. Pressati da tutte bande, non poterono resistere, e disordinati si ritirarono precipitosamente ad Arenzano, ma piuttosto per modo di posata, che d'alloggiamento stabile.