Per Roma vi fu maggior magniloquenza. Braschi, oratore della città dei sette colli, favellò dei Scipioni, dei Camilli, dei Cesari, del padre Tevere. «Sussiste ancora, soggiunse Braschi, nipote che era di Pio sesto perseguitato, sussiste quel Campidoglio, sul quale ascesero tanti illustri conquistatori: sussiste, e addita a voi, sire, gloriose vestigia, e seggio degno del vostro nome immortale. Quivi risorge, quivi si rinverde quel serto d'alloro, che Nerva depose nel tempio di Giove. Voi solo potete con l'ombra vostra renderlo sicuro da qualunque insulto nemico, come l'aquila di Trajano dalle offese del Germano, del Parto, dell'Armeno, e del Dace il preservava.»

Braschi a Napoleone signore parlò di Cesare, di Nerva, e di Trajano: avrebbe anche potuto toccare di qualche altro, e non avrebbe spiaciuto a Napoleone, che accusava Tacito di aver calunniato Nerone. Ma come e perchè parlasse di Camillo e di Scipione, io non lo so; perciocchè Napoleone era solito dire, che i tempi di Roma da Tarquinio a Cesare erano episodio, e che i veri e legittimi tempi Romani solo erano gli scorsi sotto i re, e sotto gl'imperatori: così non re dei Romani, ma di Roma chiamò poscia il figliuolo, che ebbe da Maria Luisa Austriaca. A tanto di pazzia era giunto quest'uomo, che dopo di aver distrutto le repubbliche moderne, voleva anche distruggere le antiche. Pure i moderni repubblicani fecero cose di fuoco, e guerre incredibili per lui. Dal canto loro i re, per quel suo odio contro le repubbliche, il fomentarono, e se lo tennero caro credendo, ch'ei fosse venuto loro in concio ad un bel bisogno. Ma gliene cosse loro, e il mondo lo sa, ed eglino i primi per modo che io spesso ne risi, e più spesso ancora ne piansi.

Rispose il sire ai Romani, sempre pensare alle famose geste dei loro antenati: passerebbe l'Alpi per dimorarsi qualche tempo con esso loro: gli imperatori Francesi suoi predecessori avergli scorporati dall'impero, e dati in feudo ai loro vescovi, ma il bene de' suoi popoli non ammettere più alcuna divisione. Sotto le medesime leggi, sotto il medesimo signore aver a vivere Francia ed Italia: del resto, aver loro bisogno di un braccio potente, e lui avere questo braccio, e volerlo usare a benefizio loro: ciò non ostante non intendere, che alcun cambiamento fosse fatto nella religione dei loro padri; figliuolo primogenito della chiesa non voler uscire dal suo grembo: non avere mai Gesù Cristo creduto necessario dotare San Pietro di una sovranità temporale: la Romana sede essere la prima della cristianità, essere il vescovo di Roma capo spirituale della chiesa, lui esserne l'imperatore, volere dar a Dio ciò che è di Dio, a Cesare ciò che è di Cesare.

Ora ho io a descrivere Roma Francese. La Romana consulta, come prima prese il magistrato, pensò alla sicurezza del nuovo stato, sapendo quanti mali umori, e quante avverse opinioni covassero: parvegli bene spiare sul bel principio i pensieri più segreti degli uomini: ordinava la polizia; creonne direttor generale Piranesi, uomo molto atto a questo carico; direttori particolari Rotoli, il conte Gherardi, Visconti, Delup-Verdun, Pesse, e Timetei, uomini nei quali i Francesi avevano fede. Ciò quanto ai detti ed ai fatti segreti: quanto agli scritti, anche segreti, fu tolta agl'impiegati del papa la posta delle lettere, e data al direttore della posta di Francia. Nè la cosa fu solo in nome; perchè con dannabilissima licenza si aprivano e si leggevano le lettere, massime quelle che s'indirizzavano a Savona, dov'era il papa. Si usava in questo un rigore eccessivo. I duchi d'Otranto e di Rovigo, e tutti gli agenti loro fino agli ultimi erano in questa bisogna affaccendati, che dentro alle Romane lettere spiassero. Ne lessero delle innocenti, ne lessero delle colpevoli contro la nuova signorìa; ne lessero anche delle ridicole, perchè i belli umori, che ve n'erano in Roma molti, malgrado delle disgrazie, scrivevano a posta lettere indiritte a Savona piene di beffe contro chi le spiava, e contro il maledetto modo di spiarle. Importava che a confermazione della quiete si unisse la forza alle notizie, nè potendo i soldati di Francia essere in ogni luogo, si crearono le guardie, urbana in Roma, provinciali nelle province, legioni chiamandole. Della legione di Roma fu eletto capo il conte Francesco Marescotti, uomo dedito a Francia. Questi ordini furono buoni per impedire i moti politici, non a frenare gli uomini di mal affare, che infestavano l'agro Romano, e le vicinanze stesse di Roma. Trapassossi a partire il territorio con fare i due dipartimenti, di cui chiamarono l'uno del Tevere, l'altro del Trasimeno; nominaronsene a tempo i due prefetti, un Gacone ed un Olivetti. Trassersi gli ufficiali municipali: furono le elezioni di gente buona e savia: faceva la consulta presto, ma faceva anche bene, salvo quella peste della polizia, e gli ordini fiscali, entrambi inesorabili: in questo Napoleone non rimetteva mai dalla sua natura. Ostava alla nuova amministrazione dei comuni l'ordine del buon governo, il quale creato da Sisto quinto, ed attuato da Clemente ottavo, aveva l'ufficio di amministrar i comuni, nè senza grande umiltà loro. La consulta l'abolì; sostituivvi le forme Francesi. Il consiglio municipale di Roma chiamò senato: elessevi personaggi di gran nome, i principi Doria, Albani, Chigi, Aldobrandini, Colonna, Barberini, i duchi Altieri, Braschi, Cesarini, Fiano. Braschi docile a quanto Napoleone volesse, fu nominato maire, o vogliam dire sindaco di Roma. Così andavano persuadendosi, che con un maire di fatto alla Francese, ed un senato di nome alla Romana, Roma sarebbe contenta. Intanto si scrivevano i soldati per le guerre forestiere, anche nella città imperiale e libera di Roma. Nè le leggi civili e criminali di Francia si omettevano; che anzi per ordinazione della consulta si promulgavano sì quanto alle persone, sì quanto alle cose, sì quanto ai dritti, e sì quanto agli ordini giudiziali. Fu chiamato presidente della corte d'appello Bartolucci, un uomo di mente vasta e profonda, di non ordinaria letteratura, e di giudizj e di stato molto intendente. Conosceva Napoleone, predicava la sua ruina inevitabile. Chiamato consigliere di stato a Parigi, vi diede saggi di quell'uomo dotto e prudente ch'egli era.

Le casse intanto più di ogni altra cosa premevano: Janet ne aveva cura. Conservò la imposizione dativa, che doveva gettare un milione e mezzo di franchi, la tassa del sale, il cui ritratto si supputava circa ad un milione, ed il dazio sulla mulenda, che si estimava ad una valuta di circa cinquecento mila franchi. Fra il lusso dei primi magistrati, la miseria del paese, i debiti di ognuno, il frutto di queste tasse non poteva bastare a dar vita alla macchina politica. Miollis si godeva quindicimila franchi al mese, come governator generale, e diecimila franchi pure al mese, come presidente della consulta. Se poi, oltre a tutto questo, toccasse i suoi stipendi di generale di Francia con tutte le sue giunte, io non lo so. Lemarrois, comandante della divisione, aveva per se quindicimila franchi al mese, e per la sua polizia quattromila, pure al mese. I membri della consulta avevano ciascuno tremila franchi al mese. Ma Salicetti non se ne volle stare al ragguaglio dei colleghi, ed ottenne quattromila ciascun mese. Questi aggravi seguitavano le lunghe disgrazie di Roma. Pure buon uso faceva la consulta di un'altra parte del denaro del pubblico. Propose a Napoleone, e da lui impetrò anche facilmente, che si pagasse sufficiente denaro alla duchessa di Borbone parmense, ed a Carlo Emanuele re di Sardegna, che tuttavia se ne viveva in Roma tutto intento alle cose della religione; nobile atto, e da non tralasciarsi nelle storie.

La parte più malagevole del Romano governo era l'ecclesiastica: aveva il papa, già fin quando le Marche erano state unite al regno Italico, proibito i giuramenti: confermò questa proibizione per lo stato Romano nell'atto stesso della sua partenza di Roma. Richiedeva Napoleone del giuramento anche gli ecclesiastici. Ne nacque uno scompiglio, una disgrazia incredibile. Consisteva la principale difficoltà nel giurare la fedeltà, dell'obbedienza non dubitavano. Ripugnavano alla parola di fedeltà, perchè credevano, che importasse il riconoscere l'imperator Napoleone come loro sovrano legittimo; al che giudicavano di non poter consentire, non avendo il papa rinunziato. Nè si poteva pretendere, che uomini privati, dediti solamente agli uffici religiosi, la maggior parte senza letteratura, alcuni anche senza lettere, investigassero tutte le antiche storie per giudicare da loro medesimi, se la donazione o di Carlomagno o di Pipino fosse valida o no, assoluta o restrittiva, e se fossero validi o no i motivi, con cui Napoleone l'impugnava. Solo questo sapevano, che il papa era sovrano di Roma da più di dieci secoli, come tale riconosciuto da tutto il mondo, e da Napoleone stesso. Ancora sapevano che il papa, non che avesse rinunziato, aveva fortemente e nel miglior modo possibile protestato contro la spoliazione.

Imprendeva a giustificare i giuramenti Dalpozzo, uno della consulta, uomo di gran sapere e di maggiore ingegno. Andò discorrendo, la legge divina prescrivere la obbedienza ai magistrati statuiti dalle leggi dello stato, non avere questo precetto altra limitazione, se non quella che è sempre e di pieno diritto sottintesa, quella cioè, che non si debbe prestare obbedienza alle cose in se stesse, ed assolutamente illecite: non potere l'autorità ecclesiastica derogare nè in tutto nè in parte ad un precetto divino: conseguitarne adunque evidentemente, che debbesi al sovrano un giuramento puro e semplice d'obbedienza e di fedeltà senza alcuna esplicita restrizione: avere l'antico sovrano di Roma preteso proibire ogni giuramento da quello in fuori, di cui diede egli stesso la formola: non potersi certamente questa proibizione stimare precetto della Chiesa, e che quand'anche fosse, ella non obbligherebbe i sudditi ad esporsi, per osservarla, allo sdegno del sovrano, ed alle pene che il rifiuto del giuramento seguiterebbero, perciocchè le leggi della Chiesa, secondo le regole comuni, non obbligano mai sotto grave incomodo; ma nel fatto una tale proibizione altro non essere, che un mezzo concetto dallo spodestato principe di Roma con mire del tutto umane, cioè per turbare il possesso al nuovo governo, e per ricuperare il dominio temporale: non avere in questo il papa operato come capo della Chiesa, nè come vicario di colui, che disse, non essere il regno suo di questo mondo, e che insegnò co' suoi precetti e col suo esempio, che sempre si debbe obbedire ai magistrati stabiliti: adunque, ed unicamente dalla confusione delle due potestà temporale e spirituale in una sola mano, essere nata la opinione erronea che oggidì importava oltre modo di distruggere, pel buon ordine e per la quiete pubblica; le formole del giuramento prescritte agli abitatori dello stato Romano essere quelle stesse, che erano in vigore in tutto l'imperio Francese e nel regno Italico, e secondo le quali più di quaranta milioni di sudditi cattolici non esitavano punto a prestar giuramento ogni qual volta che l'occasione s'appresentava. La formola particolare prescritta ai vescovi ed ai curati, essere stata accordata nel concordato tra il governo Francese ed il papa Pio settimo: i dubbi sparsi nel popolo, che giurando obbedienza alle constituzioni dell'impero, si venisse ad appruovare il divorzio, e così ancora altre insinuazioni di simil sorta, non avere fondamento: sotto il nome di constituzioni dell'impero venire le leggi politiche, che constituiscono la forma del governo, e queste leggi sempre essere distinte dalle leggi civili: oltre a questo, non essere il divorzio comandato dalla legge civile: solo per esse permettersi a coloro, che credevano poterlo usare secondo i loro principj religiosi: già parecchi vescovi dello stato Romano, già un gran numero di curati, di canonici e di altri religiosi, tacendo dei magistrati civili, avere dato un esempio di sommessione e d'obbedienza, ch'altri doveva seguitare: importare che tale esempio si propagasse e dilatasse; volere il governo, ed in ciò porre grandissima cura, che gli ecclesiastici, i quali già si erano uniformati, o sarebbero per uniformarsi a' suoi ordini, fossero onorati con manifesti segni di soddisfazione e di confidenza.

Sani ed irrefragabili erano i principj del Dalpozzo, quanto all'obbedienza, e siccome gli ecclesiastici non dubitavano di giurarla al nuovo stato, e di più di giurare di non partecipar mai in nissuna congiura o trama qualunque contro di lui, così un governo giusto e buono avrebbe dovuto contentarsene. Ma Napoleone esigeva il giuramento di fedeltà, sì perchè gli pareva che un tal giuramento implicasse la riconoscenza di sovrano legittimo, ed in tal modo effettivamente, come abbiam detto, l'intendevano l'intimatore e gl'intimati, sì perchè volevano fare scoprir i renitenti, per avere un pretesto di allontanargli da Roma, dove gli credeva pericolosi. Vi era, in questo, troppa scrupolosità da una parte, troppo rigore dall'altra. Perciocchè gl'intimati potevano intendere la parola fedeltà non oltre il senso dell'obbedienza, e Pio VI medesimo nel novantotto aveva definito, che si potesse giurare fedeltà a quel governo, che era stato creato dagli occupatori del suo stato, e che era incompatibile con la sua sovranità temporale, cioè, alla repubblica. Del resto, noi non intendiamo dannar coloro, che sinceramente credendo di non potere, senza trasgressione, prestar il giuramento, anteposero la coscienza al carcere ed all'esilio, la materia aveva in se molta difficoltà. La Romana consulta procedeva cautamente. Operando alla spartita, cominciò dai vescovi. Alcuni giurarono, altri ricusarono. Giurarono quei di Perugia, Segni e Anagni: ricusarono quei di Terracina, Sezze, Piperno, Ostia, Velletri, Amelia, Terni, Acquapendente, Nocera, Assisi, Alatri. Aveva il vescovo di Tivoli giurato; ma pentitosi e condottosi a fare il pontificale nella chiesa del Carmine il giorno di San Pietro, con molte lagrime fece, dopo il Vangelo, la sua ritrattazione: i gendarmi se lo pigliarono, ed in Roma carcerato alla Minerva il portarono. Tutti i non giurati, suonando loro d'intorno le armi dei gendarmi Napoleonici, chi in Francia, chi a Torino, chi a Piacenza, chi a Fenestrelle furono condotti. Fu anche portato via da Roma, come non giurato e troppo divoto al papa, un Baccolo Veneziano, vescovo di Famagosta, uomo molto nuovo, e di natura facetissima. I carceratori non sapevano darsene pace, perciocchè più lo sprofondavano nell'esilio e nella miseria, e più rideva e si burlava di loro, tanto che per istracchezza il lasciarono andare come pazzo. Ma ei tornava in sul dire e in sullo scrivere cose tanto singolari a Genova, a Milano, a Venezia, che era forza ai Napoleoniani di spiare continuamente quello che si facesse. Insomma era questo Baccolo una gran molestia agli spiatori di Napoleone, e diè che fare a tutti dal duca di Rovigo fino all'umile Olivetti, ch'era stato surrogato a Piranesi: solo che udissero nominar Baccolo, tosto si scuotevano e risentivano. Spedita la faccenda dei vescovi, richiederonsi dei giuramenti i canonici. Sperava Janet, che giurerebbero facilmente, avendo grossi benefizj e morbida vita. Molti giurarono; molti ancora non giurarono. Dei due capitoli di San Giovanni e di San Pietro in Roma, tutti ricusarono, salvo Vergani e Doria. Quei di Tivoli e di Viterbo, tre soli eccettuati, giurarono. Giurarono quei di Subiaco, ad instigazione dei Tivolesi; ma si ritrattarono. Ricusarono quei di Canepina, ricusarono quei di Cori: i gendarmi s'affaccendavano. Molto maggiore difficoltà avevano in se i giuramenti dei curati, massimamente di quei di Roma, uomini d'innocente vita, e d'evidente vantaggio dei popoli, non solamente pei sussidj spirituali, ma ancora pei temporali. Rappresentò la consulta, che in questo opinava saviamente, che s'indugiasse. Napoleone, che per la sua natura pertinace amava meglio usare ogni estremo, che allentare un punto solo delle sue deliberazioni, mandò loro dicendo, che voleva i giuramenti da tutti, ed obbedissero. Nelle province la maggior parte ricusarono; i gendarmi se gli portarono. Dei Romani, i più si astennero: tre giurarono, quei della Traspontina, di Santa Maria del Carmine fuori di porta Portese, della Madonna della Luce in Trastevere: i renitenti portati via, o se infermi ed impotenti all'esilio, serrati in San Calisto; i consenzienti accarezzati. Nasceva dagli esilj una condizione lagrimevole, che gli ufficj divini per la mancanza dei pastori s'interrompevano. Napoleone, posta la falce nella messe ecclesiastica, a suo modo vi rimediava. Sopprimeva di propria autorità i vescovati e le parrocchie dei vescovi, e dei parochi non giurati, e secondochè gli aggradiva, gli univa ai vescovati e parrocchie dei giurati, turbando in tale modo di per se, la giurisdizione spirituale come voleva, ed a chi voleva.

A questo tempo furono soppressi nello stato Romano i conventi sì di religiosi, che di religiose; i forestieri mandati al loro paese, i paesani sforzati a depor l'abito. Mandaronsi i soldati a far uscire le monache, tempo ventiquattr'ore: le valide d'età e di salute mandate alle case loro, le vecchie ed inferme in quattro conventi. L'aspetto di Roma a questi giorni compassionevole: gendarmi, che si portavano vescovi, canonici, parochi giovani, parochi vecchi, sani o malati, o dal contado a Roma, o da Roma all'esilio. Piangevano gli esuli, piangevano le famiglie degli esuli: i Romani colli risuonavano di querele e di pianti.

Intendeva la consulta a consolare la desolata Roma. Ciò s'ingegnava di fare ora con ordinamenti convenienti al luogo, ora con ordinamenti non convenienti, e sempre con animo sincero e buono. Pensava alle scienze, alle lettere, all'agricoltura, al commercio, alle arti. Ordinò, che con denaro del pubblico si procacciassero gli stromenti necessari alla specola del collegio Romano; condusse a fine i parafulmini della basilica di San Pietro stati principiati da papa Pio, ebbe speciale cura delle allumiere della Tolfa, e delle miniere di ferro di Monteleone nell'Umbria, nelle quali si era cessato di cavare ai tempi delle ultime guerre civili, quantunque il ferro sia assai più arrendevole e dolce di quello dell'isola d'Elba. Gente perita, denaro a posta addomandava; due allievi Romani mandava alla scuola delle mine, due a quella della veterinaria, due a quella delle arti e mestieri in Francia, semi di utili scienze nell'ecclesiastica Roma.