Temevasi che la presenza dei Francesi in Italia, massimamente in Toscana e nello stato Romano, giunta a quella loro lingua tanto snella e comoda per gli usi famigliari, avesse a pregiudicare alla purezza ed al candore dell'Italiana favella; timore del tutto vano, perciocchè quale cosa si potesse ancora corrompere in lei, non si vede. Tuttavia Napoleone, il quale, non so per quale strana fantasia, aveva unito Toscana e Roma alla Francia, ed introdottovi negli atti pubblici l'uso della lingua Francese, aveva, già fin dall'anno ultimo, decretato premi a chi meglio avesse scritto in lingua Toscana. La consulta di Roma a fine di cooperare con quello che l'imperatore aveva comandato, a ciò muovendola Degerando, statuiva, che la lingua Italiana si potesse in un con la Francese usare negli atti pubblici; benevola, ma strana permissione in Italia. Volle altresì, che l'accademia dagli Arcadi si ordinasse in modo che e la letteratura Italiana promuovesse, e la lingua pura ed incorrotta conservasse con premi a chi meglio l'avesse scritta o in prosa o in versi, l'Arcadia sedesse sul Gianicolo nelle stanze di Sant'Onofrio. Ordinamento conforme alla fama antica, alle influenze del cielo, alla natura degli uomini, alle Romane usanze fu quello dell'accademia di San Luca, chiamata, per conforto di Degerando, a più magnifico stato. La consulta le dava più copiosi sussidi, l'imperatore più convenienti stanze, e dote di centomila franchi.

Parlando io dei benefizi delle lettere, non voglio passar sotto silenzio l'amorevolezza usata dalla consulta verso il convento di San Basilio di Grottaferrata, unico residuo dell'antico ordine di San Basilio, che primo fra le tenebre del medio evo portò in Europa la cognizione della lingua Greca, e con lei lo studio delle lettere. Nel coro e negli uffizi avevano questi monaci conservato la lingua ed il canto Greco, ma piuttosto per tradizione orale, che per lettera scritta. Ogni vestigio del canto Greco si sarebbe spento, se il convento fosse stato soppresso, ed i monaci dispersi. Supplicato l'imperatore dalla consulta, conservò il convento. Ciò non ostante l'ordine si spense, perchè il secolo a tutt'altro portava, che a farsi frate, ed a cantar greco.

Colla medesima mansuetudine opinò la consulta del convento dei Camaldolesi di Montecorona, Benedettini riformati di san Romualdo. Mi fia dolce raccontar qualche particolarità di Montecorona, poichè in quella tranquilla sede riposerassi alquanto l'animo stanco ed inorridito dalla rappresentazione di tanti tradimenti, espilazioni e morti. Conservava Camaldoli sincera e pura, dopo tanti secoli, la regola di san Romualdo. Tengono i Camaldolesi del cenobita e dell'eremita. Come cenobiti, vivonsi solitari, come romiti, attendono alle opere manuali sì agrarie che domestiche, senza differenza alcuna di padri o di fratelli, di superiori o d'inferiori. Servonsi tra di loro a vicenda, usano la ospitalità, esercitano la carità: la vita loro, anche ai tempi Napoleonici, pacifica e dolce: divoti a Dio, divoti al sovrano, divoti agli uomini, pregavano, obbedivano, soccorrevano. Siede il convento sulla sommità di un monte, ha all'intorno folta foresta, dista da Perugia a quattordici miglia: deserti una volta, campi fioriti adesso per opera delle cenobitiche mani. Naturarono su per quegli aspri monti l'abete; fecerne selva vastissima, magnifici fusti per le più grosse navi. È il convento stimolo a virtù, fonte di proventi, ricovero d'uomini fastiditi del mondano lezzo, ospizio di viaggiatori, largimento di soccorsi: è vita di deserto, testimonio di pietà. Rovinavano i regni, odiavansi gli uomini, infiammavansi gli appetiti, ammazzavansi le generazioni: Montecorona quieto, dolce, umano e benefico perseverava; e se la caduta del papa pose in forse la conservazione di lui, molto è da deplorarsi che l'ambizione dei tempi sia arrivata a turbare quelle sante solitudini. Bene meritò degli uomini infelici e pii la Romana consulta, a ciò movendola Janet, coll'avere addomandato la conservazione di quel pietoso secesso.

Emmi caro lo spaziare alquanto sull'ordine della propaganda. Napoleone imperatore, al quale piacevano le cose che potevano muovere il mondo, volle, mettendola in sua mano, conservare la propaganda: Degerando, siccome quegli che si dilettava di erudizione letteraria e di gentilezza di costumi, con l'autorità sua la favoreggiava. Dalla narrazione delle cose appartenenti a quest'ordine chiaramente si verrà a conoscere, ch'ei non meritava nè le lodi dei fanatici, nè gli scherni dei filosofi. Ancora vedrassi quanta sia la grandezza degli Italiani concetti. Era principal fine di questo instituto la propagazione della fede cattolica in tutte le parti del mondo; ma l'opera sua non era talmente ristretta a questa parte, che non mirasse a diffondere le lettere, le scienze, e la civiltà fra genti ignare, barbare e selvagge; che anzi una cosa ajutava l'altra, poichè la fede serviva d'introduzione alla civiltà, e questa a quella. Poteva anche mirabilmente ajutare la diplomazia e la politica: ciò massimamente aveva piaciuto a Napoleone; perciocchè un capo solo reggeva, e muoveva infiniti subalterni posti in tutte le parti del mondo. Il trovato parve bello a Napoleone, nè era uomo da non volersene prevalere, e siccome aveva usato la religione per acquistare la signoria di Francia, così voleva servirsi della propaganda per acquistar quella del mondo. Seppeselo Degerando, il quale scriveva, che per quanto alla politica s'apparteneva, la propaganda, recando in quelle lontane regioni coi semi del nostro culto i nostri costumi, le nostre opinioni, le radici delle idee d'Europa, la narrazione del regno il più glorioso, qualche cognizione delle nostre leggi e delle nostre instituzioni, preparando gli spiriti a certi avvenimenti, che solo s'apparteneva alla vastità dell'imperial mente a concepire, procacciando amici tanto più fidati, quanto più stretti da vincoli morali, e così ancora offerendo tanti, e così variati mezzi di corrispondenza in contrade, in cui il governo manteneva nissun agente, procurandoci notizie esatte sulla natura dei paesi, nei quali i missionarj soli potevano penetrare, aprendo finalmente una via, e quasi un condotto a farvi scorrer dentro coi lumi civili le influenze di un sistema la cui grandezza doveva abbracciare tutto il mondo, era un edifizio piuttosto di unica che di somma importanza. Queste cose erano di per se stesse molto chiare, e se alcuni filosofi, massimamente Francesi, tanto hanno lacerato Roma per avere, come dicevano, fatto servire la religione alla politica, si vede ch'essi non furono alieni dall'imitarla; poichè, divenuta Francia padrona di Roma, indirizzarono i loro pensieri al medesimo fine. Certo è bene, che Napoleone di nissuna cosa più si compiacque, che di questa propaganda: ora per dire qual fosse, ella fu creata dal papa Gregorio decimoquinto; e da lui commessa al governo di una congregazione di quattro cardinali, e di un segretario. Suo ufficio era mandar missionarj in tutte le parti del mondo. Gregorio la dotò di rendite del proprio, e d'assegnamenti considerabili sulla camera apostolica; le conferì immunità e privilegi; volle che ciascun cardinale nella sua esaltazione le pagasse un censo. Ma Urbano ottavo, considerato, che se era utile il mandare missionarj Europei a propagar la fede, maggiormente utile sarebbe il mandarvi uomini del paese convertiti ed ammaestrati nelle pratiche Romane, aggiunse il collegio della propaganda, in cui a spese pubbliche erano ricoverati ed ammaestrati giovani forestieri, massime di origine orientale, acciocchè fatti grandi e addottrinati, ritornassero nei propri paesi a secondare i missionarj apostolici.

Sommava il numero degli allievi per l'ordinario a settanta; i Cinesi, essendo loro riuscito contrario l'aere di Roma, furono trasportati in un seminario e collegio fondati per questo fine a Napoli. Innocenzo duodecimo, ed altri pontefici furono liberali verso la propaganda di nuovi benificj: uomini privati altresì con donazioni, e legati l'arricchirono. Le diede monsignor Vires il bellissimo palazzo in Roma: il cardinale Borgia, morto a Lione nell'ottocent'uno, le lasciò una parte de' suoi beni. Quattro erano gli ordini della propaganda, destinati alla propagazione della parola del Vangelo: occupavano il primo i vicarj apostolici, o arcivescovi, o vescovi, o prefetti delle missioni, il cui carico era lo scrivere le lettere, e la direzione delle fatiche apostoliche. Subordinati ai vicarj collocavansi nei secondi i semplici missionarj. Venivano in terzo luogo i collegi, le scuole, i monasteri. Cadevano nel quarto i semplici agenti amministrativi ed economici. La propaganda diede principio alla sua opera col fondare arcivescovi e vescovi nelle antiche chiese, due patriarchi, l'uno pe' Caldei, l'altro pei Siriaci, vescovi e vicarj apostolici nelle isole dell'Arcipelago, nell'Albanìa, nella Servia, nella Bosnia, nella Macedonia, nella Bulgaria, nella Mesopotamia, nell'Egitto, a Smirne, ad Antiochia, ad Anticira. Mandava due vescovi, vicarj apostolici, a Constantinopoli, uno pel rito Latino, l'altro per l'Armeno. Un gran numero ne destinava in Persia, nel Mogol, nel Malabar, nell'India oltre e qua del Gange, nei regni di Siam, di Java, di Pegù, in Cochinchina, nel Tonchino, nelle diverse province della China. Nè ometteva, parendole che fosse messe d'importanza, gli stati uniti d'America. Vicarj apostolici, e vescovi mandati dalla propaganda, seminavano le dottrine del Vangelo in quelle regioni d'Europa, che dalla chiesa Romana dissentivano. Questi tentativi e questi sforzi della comunanza cattolica, stimolavano le dissidenti a pruovarsi ancor esse a propagare la religione e la civiltà fra le nazioni ancor barbare e selvagge. Mandarono pertanto, gl'Inglesi massimamente, agenti loro nell'Indie Orientali, e nelle isole del mare Pacifico, dalla quale pietosa opera molte nazioni furono dirozzate, e ridotte alla condizione civile. E se i papi mescolarono la politica, come fu scritto, in questi conati religiosi, resterà a vedere, se la Russia e l'Inghilterra siano esenti da questa pecca. Per ajutare i vescovi ed i vicarj apostolici, s'erano instituiti a luogo a luogo, e più numerosi là dove i Cattolici vivevano in più gran numero, i prefetti ed i parrochi: questi avevano sede fissa e gregge permanente: i missionarj, che erano il secondo grado, comprendevano nel mandato loro vaste province, conducendosi ora in questo luogo ed ora in quello, ma sempre nella provincia destinato a ciascun di loro, secondochè i bisogni della fede da loro richiedevano. La elezione dei missionarj si faceva ordinariamente fra i sacerdoti del clero secolare. Era a loro raccomandato, e specialmente comandato dalla propaganda, che a niun modo nè sotto pretesto qualsivoglia si mescolassero o s'intromettessero negli affari temporali, meno ancora nei politici dei paesi, cui erano destinati ad indagare e ad ammaestrare. Solamente era solita la propaganda ad insegnarvi le scienze profane e le arti utili, affinchè con esse potesse volgere a se gli animi, e cattivarsi l'attenzione, e la benevolenza degli uomini ignari di quelle incolte regioni. Dipendevano i missionarj del tutto da lei, ed ella gli spesava con le sue rendite. Aveva creato sei scuole, o collegi in Egitto, quattro nell'Illirio, due in Albania, due in Transilvania, uno a Constantinopoli, parecchi in diverse contrade non cattoliche d'Europa. Erano questi collegi mantenuti col denaro della congregazione: mille scudi all'anno pagava ai vescovi d'Irlanda per le scuole cattoliche di quel regno; i collegi Irlandese, Scozzese, Greco, e Maronita di Roma da lei medesimamente dipendevano. Finalmente ciascun ordine di religiosi aveva un collegio separato pe' suoi missionarj, così questi stessi missionarj avevano dipendenza dalla propaganda, in quanto spettava alla bisogna delle missioni. Gli allievi dei collegi, ciascuno secondo il suo merito, erano creati sul finire degli studi o vescovo, o prefetto, o curato, o semplice missionario. Gli agenti o procuratori a niuna bisogna religiosa attendevano, ma solamente, essendo distribuiti nei luoghi più opportuni, al mandar le lettere e i fondi necessari per tener viva dappertutto macchina sì vasta.

Quanto alla congregazione in Roma, aveva cinque parti, la segreterìa, dove si scrivevano le lettere, ed a questa parte appartenevano anche gl'interpreti; gli archivi, che comprendevano la librerìa ed il museo, entrambi pieni di cose curiosissime; la stamperìa tanto celebre per la varietà e la bellezza de' suoi caratteri; il collegio degli allievi; la computisterìa: in quest'ultima si tenevano i conti, e le ragioni della congregazione. Le rendite sommavano a trentatremila trecento novantasei scudi romani all'anno, che sono centosettantottomila seicentosessanta franchi. I fonti erano i luoghi de' monti, i livelli pagati da Napoli, da Venezia, e dai corpi religiosi, e finalmente i censi dei cardinali novellamente creati. Ma la ruina universale aveva addotto la ruina di quest'instituzione, con avere o del tutto annientato parte delle rendite, o ritardato la riscossione delle sussistenti: s'aggiunse la rovina del palazzo devastato nel mille ottocento. Adunque ella sussisteva piuttosto di nome che di fatto, quando Napoleone s'impadronì di Roma; poi, i frutti dei monti non si pagavano, la computisterìa per comandamento imperiale sotto sigilli, gli archivi portati a Parigi. Volle Degerando rimetterla in istato, e che si aprissero intanto i pagamenti: l'imperatore stesso aveva dichiarato per senatus-consulto, volere la sua conservazione, e doterebbela coll'erario imperiale. Ma distratto primieramente dai gravi pensieri delle sue armi, poscia dai tempi sinistri che gli vennero addosso, non potè nè ordinare la macchina, come era necessario, nè far sorgere quel zelo a propagazione degl'interessi politici, che per amore della religione, per le esortazioni dei papi, e per la lunga consuetudine era sorto nei membri della congregazione a tempi pontificii. Così sotto Napoleone ella non fu di alcuna utilità nè per la religione, nè per la politica: solo le sue ruine attestavano la grandezza dell'antico edifizio, e la rabbia degli uomini che l'avevano distrutto. Portati via gli archivi per arricchirne Parigi, si voleva privar Roma anche dei tipi delle lingue orientali, che si trovavano raccolti nella sua stamperìa: eranvi i tipi di ventitrè lingue d'Oriente. Domandava la stamperìa imperiale di Parigi, che le si mandassero le madri per supplire con loro ai punzoni alterati. Grave perdita sarebbe stata questa per Roma, dove l'erudizione, e la letteratura orientale erano, come in sede propria, coltivate. Pregò Degerando, che o si gittassero con le madri i punzoni a Roma, o si mandassero a Parigi, non tutte ma solamente quelle dei punzoni alterati. Fu udito benignamente; a lui restò la città obbligata della conservazione di opere di gran valore per la erudizione e per le lettere.

Le opere di musaico, peculiar pregio di Roma, perivano; perchè pei danni passati poco si spacciavano, ed anche mancavano i fondi per le spese degli smalti e degli operai. La principale manifattura, che serviva di norma alle altre, era attinente a San Pietro, e si sostentava colle rendite della sua fabbrica: per la necessità dei tempi, mancando la più gran parte delle rendite, non che il musaico si conservasse, pericolava la basilica. Fu proposto di commetterlo all'erario imperiale, ma perchè Napoleone, che non amava lo spendere a credenza, non si tirasse indietro, fu d'uopo alla consulta l'inorpellare la cosa con dire, che il musaico pagato dall'imperatore non servirebbe più solamente ad abbellire San Pietro, ma che protetto dal più grande dei monarchi, adornerebbe il palazzo del principe, ed i monumenti dell'imperiale Parigi. «Che bel pensiero sarebbe, diceva la consulta, l'immortalare con opere di musaico il quadro dell'incoronazione dipinto da David, e gli altri tre, che dalle maestrevoli mani di questo grande artista erano per uscire?» A questi suoni Napoleone si calava, e pagava. Restava che, poichè si era provveduto all'opera, si avesse cura degli operai. Essendo la lavorerìa loro addossata al colle del Vaticano, ed in parte sotterranea, e perciò molto malsana, troppo spesso infermavano, e sovente il vedere perdevano. Oltre a ciò gli armadi e gli scaffali, in cui si conservavano gli smalti, infracidavano, le tele dipinte che si portavano a copiarsi, dall'umidità si guastavano. A questo modo era testè perito con rammarico di tutti un bel quadro del pittore Camuccini. Decretò la consulta, trasportassersi gli opificii nelle stanze del Sant'Officio.

Concedutosi dall'imperatore un premio di ducentomila franchi ai manifattori di Roma, volle la consulta, che fossero spartiti a chi meglio filasse o tessesse la seta o la lana, a chi meglio conducesse le opere dei merletti, a chi meglio addensasse i feltri, a chi meglio conciasse le pelli, a chi meglio stillasse l'acquarzente, a chi meglio lavorasse di maioliche, o di vetri, o di cristalli, o di carta, a chi più, e miglior cotone raccogliesse sulle sue terre, a chi piantasse più ulivi, a chi ponesse più semenzai di piante utili. Si venne anche sul capriccio dello zucchero dell'uve, e della saggina di Caffrerìa. Ma papa Pio, che conosceva Roma ed i Romani suoi, si stringeva nelle spalle, quando udiva queste novelle, e dal suo carcere di Savona sclamava, che bene e con frutto si sarebbero favoreggiate in Roma le manifatture attinenti alla erudizione ed alle belle arti, ma che sarebbe tempo ed opera perduta il dar favore alle altre: perciocchè la natura degli uomini, le consuetudini, le opinioni, il cielo stesso ripugnavano.

I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i preziosi capi d'arte, che adornavano i conventi, ed erano molti e belli, diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione loro dalla consulta una congregazione d'uomini intendenti, e giusti estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond, l'abbate Fea, e Tofanelli, conservatore del Campidoglio.

Conservando Roma odierna, si poneva mente a scoprire l'antica: almeno così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca il poteva fare. Si ordinarono le spese del cavare nei luoghi più promettenti. Sarebbesi anche, come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero guastato l'intenzione.