Papa Pio prigione in Savona, e come trattato. Sue discussioni con Napoleone circa l'esecuzione del concordato, e l'instituzione dei vescovi. Ragioni addotte dalle due parti contro, ed in favore della facoltà dei pontefici Romani del delegare l'autorità spirituale ai vescovi. Prelati Francesi mandati a trattar col papa a Savona. Il papa non si mostra alieno dal dar l'instituzione fra sei mesi ai vescovi nominati, o di consentire, che fosse data in nome suo dai metropolitani, solo astenendosi da questa concessione pei vescovi suburbani. Concilio di Parigi. Breve del 20 settembre. Il papa ricusa costantemente di rinunziare alla sovranità temporale. Minacce che gli si fanno. Come e quando condotto da Savona a Fontainebleau.
Aveva Napoleone per mezzo del concordato confermata la sua potenza; sì soddisfacendo al desiderio dei popoli, e sì tenendo coll'imperio degli ecclesiastici in freno la parte contraria, alla quale non piaceva quella sua immoderata cupidigia di dominare. Nè trovò in questo la materia renitente: gli ecclesiastici non solamente accorrevano chiamati, ma ancora si offerivano non chiamati, molti per amore della religione, e molti ancora per ambizione, e speranza dei premj. Restava che la religione Romana stessa domasse con depressione dell'autorità pontificia: aveva in ciò un desiderio molto ardente, siccome quegli che era impaziente di ogni potenza forte che a lui fosse vicina. A questo fine, occupate le Marche, si era avvicinato alla pontificia sede di Roma, e sotto colore delle cose di Napoli, mostrava spesso i suoi soldati agli attoniti Romani. A questo fine ancora aveva occupato la Romana città, e trasportato il papa in condizione cattiva a Savona, retribuzione certamente indegna di tanti benefizj. S'accomodavano gli accidenti a' suoi pensieri: perchè, allettati con le ricchezze, e colla potenza i prelati più ragguardevoli, si accorgeva facilmente, che, se per lo innanzi gli era venuto fatto di voltare il papa contro Porto Reale e contro Voltaire, poteva presentemente voltare i prelati contro il papa. Più oltre anzi mirava; e già si motivava, che a lato dell'altar maggiore delle chiese Anconitane la sua immagine si dovesse esporre alla divozione dei fedeli. Da un papa prigione ad un papa spento, da un papa spento ad un autocratore in tanta forza e grandezza pareva facile il passo. Liberato per le vittorie del Danubio da ogni timore, si accingeva all'insolito e pericoloso tentativo. I Russi ed i Britannici modi gli venivano in mente, e gli pareva gran fatto, che quello che Alessandro e Giorgio erano, egli non fosse. Ma non considerava che la opinione cattolica è inflessibile ed indomabile, e che ancor più impossibile è il cambiarla, che lo spegnerla: gli ordini papali poi alla natura sua stessa, e per così dire, alle viscere sue più vitali sono inerenti secondo la credenza della maggior parte dei fedeli.
Era arrivato papa Pio prigione a Savona il dì quindici agosto dell'ottocentonove, se per caso o pensatamente, perciocchè quello era giorno festivo di Napoleone, il lettore giudicherà. Gli furono date sull'arrivare le stanze in casa di un Sansoni, sindaco della città. Accorrevano d'ogni intorno i popoli per vedere il pontefice. Pure gli agenti imperiali osservavano, non senza contentezza, che o fosse timore o fosse opinione, era quivi la moltitudine meno fervorosa, e minore fanatismo, così il chiamavano, mostrava verso il sovrano pontefice, che in Francia, e che la presenza del papa cattivo non alterava punto la obbedienza verso il governo. Parlossi lungamente nei consigli imperiali, se si dovesse permettere che il papa comparisse in cospetto del pubblico, sì coll'uffiziare pontificalmente in chiesa, e sì col dare le benedizioni. Si temeva lo sdegno aperto degli uomini, se vedessero il papa prigioniero, le ire secrete ancor più pericolose, se nol vedessero. Prevalse l'opinione che il papa si mostrasse: ma i soldati erano numerosi nelle Savonesi terre, le spie ancor più numerose, il castello pronto a ritorlo alle genti. Insino a che Napoleone comandasse, erano vietate le udienze al papa, ed a nissuno si permetteva che gli favellasse, se non presenti le guardie. Poco dopo il principe Borghese, governatore del Piemonte e del Genovesato, avutone comandamento da Parigi, ordinava, che il palazzo dove abitava il papa, trasferito nelle stanze nuove del prefetto, si circondasse di guardie, avesse un solo luogo per uscire, non si permettesse a nissuno di entrare; il papa non desse nissuna udienza; su quanto facesse nelle interiori stanze diligentemente si vigilasse e sopravvigilasse; fra i suoi servitori e segretarj segretamente s'inframmettessero uomini dediti a Sua Maestà. Ordinava oltre a ciò Napoleone per mezzo di un Vincent, soprantendente sull'Italica polizia a Parigi, che si guardasse bene agli atti di chi venisse a visitar il papa, e di più, che ogni lettera che gli fosse indiritta, si copiasse e mandasse al ministro della polizia generale, e che medesimamente tutte quelle che da Sua Santità, o da chi appresso a lei serviva, fossero scritte, si copiassero e mandassero al ministro medesimo.
Del resto Borghese principe, e Vincent soprantendente volevano e comandavano, che il papa fosse intieramente libero della persona, il che, se pure qualche cosa significa, a chi considera gli ordini precedenti, vuol dire ch'ei non fosse legato con corde. A questo si voleva, perchè si temeva di qualche concistoro segreto, che nissun cardinale in Savona, salvo lo Spina, potesse dimorare: fosse vietato allo Spina stesso di parlare al pontefice, se non presenti le guardie, anzi desiderando mandargli certe delicature di cibi, non gli era permesso, se non con licenza del governo. Un umile uomo, che Ostengo aveva nome, ed era ai servigi del pontefice, per avere scritto un viglietto con lettere di piombo di vetro, fu cacciato nelle segrete, nè gli furono concessi i giudici. Esitava il papa a nominar le persone che dovessero attendere a' suoi servigi, essendo stimolato a farlo da chi aveva mezzo di frenare così gl'infedeli, come i fedeli. Temeva che l'amor suo fosse ad altri cagione di disgrazie, nè in ciò s'ingannò. Pure nominò il prelato Doria-Pamfili, maestro di camera, Soglia cappellano, Porta medico, Ceccarini chirurgo, Moiraghi e Morelli ajutanti di camera, un Campa giovane di florerìa, ed alcuni altri di minor condizione. Se ne viveva il pontefice nel suo Savonese carcere con molta semplicità, nè mai si mostrava sdegnarsi, quantunque avesse tante cagioni di sdegnarsi. Vedeva volentieri il conte Chabrol, prefetto di Montenotte, perchè il conte usava con lui molto umanamente, temperando con dolci modi l'acerbità degl'imperiali comandamenti; della quale dolcezza ed umanità ne ebbe anche le male parole da Parigi. Offertogli, se gli piacesse passeggiare a diporto per la campagna, s'intendeva con le guardie, rispondeva, non poter divertirsi quando la chiesa piangeva. Mandava Napoleone imperatore il conte Sarmatoris di Cherasco a metter grandi mense, a fare addobbi, a mostrar magnificenze, a condur servidori in livrea attorno al papa, e pel papa. Con qual nome chiamare questo imperiale scherno contro il pontefice prigioniero, io non so. Nè so nemmeno perchè Sarmatoris conte, che buon uomo era, accettasse un carico tanto derisorio. Si appresentava lusingando, e con le imperiali profferte. Toccò, sperare, poichè Sua Beatudine aveva aggradito i suoi servigi a Parigi, sarebbe per aggradirgli anche in Savona. Rispose pacatamente, esser cambiati i tempi: allora come a principe e sovrano essersi convenuto l'apparato esteriore, ora come a prigioniero disdirsi: fuori del suo seggio, in paese straniero, stretto da guardie armate, privo de' suoi servitori e consiglieri più intimi e più fidi; prigioniero essere, prigioniero tenersi, da prigioniero voler essere trattato: sciogliessero prima le catene che le pontificie membra strignevano, nella sua pontifical sede il rimettessero, i suoi cardinali gli rendessero, ed accetterebbe i sovrani onori: del resto provvederebbero i fedeli, provvederebbe Iddio, che mai non abbandona i servi suoi devoti. Le medesime cose asseriva, ma con maggiore forza, come a soldato, a Cesare Berthier, generale mandato a Savona da Napoleone per ajutar le spie coll'armi.
Giovami spaziare alquanto sui sentimenti del papa carcerato. Fulminava Ugo Maret da Parigi, tentava di spaventarlo. Si facesse, comandava, bene capire al papa ed a' suoi famigliari, che dopo la scomunica, il cui fine evidente era di eccitar i popoli alla ribellione, e di far ammazzare con le coltella sua maestà l'imperatore, aveva il governo pontificio fatto l'estremo di sua possa, e consumate tutte le sue armi; se gli facesse osservare, quanto pregno fosse quel capitolo della pace, col quale l'imperatore d'Austria si era obbligato a riconoscere tutte le mutazioni fatte, o da farsi in Italia, se gli facesse riflettere, che ugualmente dai trattati d'Amiens e di Tilsit si deduceva, che l'imperatore Napoleone poteva fare quanto gli piacesse e paresse, per impedire che il papa s'intrommettesse negli interessi terreni, e nell'amministrazione interna de' suoi stati: spesso facessero salire alle sue orecchie questo suono, che le cose temporali non hanno comunanza alcuna colle spirituali, che i sovrani da Dio acquistano la potenza loro, non dai papi, che la chiesa gallicana aveva accettato come dottrina invariabile, le dichiarazioni dell'assemblea del clero del 1682, e che finalmente una scomunica era contraria a tutti i principj della chiesa gallicana: se gli ricordasse, che Pio sesto, ancorachè al suo pontificale seggio fosse stato tolto, ed i suoi stati invasi, ancorachè a' tempi di lui la religione fosse sbandita di Francia, ed il sangue dei vescovi scannati bruttasse gli altari, non era venuto a quell'estremo passo di usare un'arma, che la religione, la carità, la politica e la ragione del pari condannavano. Così Ugo Maret predicava in nome di Napoleone imperatore la religione e la carità a papa Pio. Ma il prigioniero in contesa tanto disuguale, in cui gli avversari ajutavano le ragioni loro con tutto l'apparato delle Europee armi, non se ne stava tacendo, ed opponeva costanza a forza. Dello aver voluto eccitare i popoli alla ribellione, asseverantemente negava, poichè in tale forma aveva scritto l'atto della scomunica, che la sommessione e l'obbedienza alle potestà temporali, la salute delle persone, e la conservazione delle sostanze ne fossero specialmente raccomandate; che non era stato badando se fulminando la scomunica consumasse tutte le armi sue, e tutta la potenza, che solo aveva inteso a far il debito suo, e che del resto per la salute della chiesa si rimetteva nella provvidenza di Dio; che finalmente la politica ecclesiastica non era punto come quella dei governi; che là si trattava sempre secondo la verità e la giustizia, qua secondo le passioni umane. Aggiungeva che se presto non si acconciassero le faccende e l'imperatore colla santa sede non convenisse, vedrebbe il mondo quanto papa Pio fosse capace di fare, nè più oltre spiegava i suoi pensieri, le quali ultime parole tenevano in sentore continuo i palazzi delle Tuillerie e di San Clodoaldo. Raccomandavasi di nuovo alle spie si affaccendassero.
Nè a queste protestazioni si ristava il papa, nè all'accordo dei potentati d'Europa. Si mostrava persuaso, che non più si trattava di separar le cose temporali dalle spirituali, ma bensì di ruinare le une per mezzo delle altre; che i potentati se ne pentirebbono, che già i tentativi erano stati pregiudiziali a quelli che gli avevano fatti, massimamente all'Austria; che del resto, ed intanto in occorrenza di tal forma, come capo e rettor supremo di quanto allo spirito ed alla religione s'apparteneva, non doveva e non voleva starsene ozioso; che anzi un suo debito e volontà era di usare contro i perniziosi disegni tutta la sua pontificale potenza, riposandosi colla speranza in Dio, che supplirebbe a quanto la debolezza sua non poteva effettuare. Affermava poscia, che i sovrani sono eletti dai popoli, e che dopo la loro elezione tengono la loro potenza da Dio; che male si era interpretato l'uso, che una volta avevano i vescovi ed i papi, di mettere nelle cerimonie delle sagre la corona in capo ai sovrani; conciossiachè quest'atto null'altro volesse significare, se non se che, stantechè la potenza, dopo la elezione fatta dagli uomini, veniva da Dio medesimo, egli stesso era quello, che per mano de' suoi ministri incoronava i sovrani. Quest'erano le dottrine della scuola Romana spiegate massimamente, dopo il celebre Gravina, dallo Spedalieri, siccome da noi fu raccontato nel libro secondo delle presenti storie. Che certamente, ed egli il sapeva, soggiungeva il pontefice, le cose di quaggiù sono sempre solite a trascorrere oltre i termini della natura loro, e che per questo spesso divenivano necessarie le riforme, cambiando, e mutandosi continuamente i tempi e gli usi; che in questo Roma aveva sempre mostrato molta agevolezza, consentendo di buon grado alle riforme medesime; che solo si rendeva necessario di non operare a caso ed alla spartita, ma bensì con procedere pensato e metodico; che così l'Austria, dopo alcuni errori a lei funesti, aveva con somma sua utilità operato sotto Pio sesto di santa memoria; che del rimanente egli biasimava, ed altamente dannava quel desiderio sfrenato d'innovazioni, che a quei tempi regnava, desiderio, che invece di riformare ordinando, contaminava rovinando.
Quanto alle quattro proposizioni del clero gallicano, affermava, che erano opinioni ancora in pendente, e che Innocenzo undecimo, al quale si atteneva per dritto pontificio di giudicare, era stato in un punto di condannarle; che il clero di Francia, siccome quello, che era, non tutta la chiesa, ma solamente una parte di lei, non aveva diritto di giudicare da se della potestà della sedia apostolica, nè di limitarla, nè di modificarla, che del rimanente non aveva difficoltà di ammettere la prima, che in ciò consiste, che Dio diede alla santa sede il governo delle cose spirituali, non delle temporali; che i re ed i principi non sono soggetti nelle temporali alla potestà ecclesiastica, e che non si possono per l'autorità delle chiavi di san Pietro deporre, nè dal giuramento di fedeltà esimere i sudditi. Ma quindi passando papa Pio a quello che era il soggetto della controversia, distingueva il diritto di deporre i sovrani, e di dispensare i sudditi dal giuramento di fedeltà, da quello di fulminare una scomunica contro i principi, quando eglino secondo le leggi, ed i canoni della chiesa l'hanno incorsa; che conseguentemente qui non cadeva la dottrina della chiesa gallicana, nè che mai la chiesa di Francia aveva preteso, che il papa non avesse autorità di fulminare la scomunica contro chi l'avesse meritata, che egli aveva bensì scomunicato Napoleone, ma non deposto, nè sciolto i sudditi dal giuramento; che se poi per effetto della scomunica alcuni dei sudditi di lui rimettessero della divozione e fedeltà loro, ciò non al pontefice giusto castigatore, ma al principe colpevole prevaricatore, doveva unicamente attribuirsi; che tale dottrina, bene il sapeva, era del tutto consentanea ai pensieri di Bossuet, quantunque non in tutto con lui consentisse, e che bene era persuaso, che se tutto il clero di Francia fosse assembrato, la dottrina medesima accetterebbe ed approverebbe; che a lui non era ignoto, che ai tempi andati avevano qualche volta i vescovi ed i papi liberato i sudditi dal giuramento, ma solamente quando il sovrano era stato deposto dagli stati del regno e dai grandi, per modo che la dispensa dal giuramento altro non era, se non se la conseguenza di una deposizione fatta da coloro, ai quali aspettava il diritto di farla. Pertanto la deposizione non proveniva dalla dispensa, ma bensì la dispensa dalla deposizione, opera non dei papi, ma d'altrui. Venendo poi all'esempio allegato di Pio sesto, si spiegava con dire, che la tempesta aveva sorpreso improvvisamente quel generoso pontefice, e quando già vecchio e paralitico non aveva più in lui spirito, che intiero fosse; che perciò la debolezza del corpo già più vicino a morte che a vita, aveva in lui nociuto alla prontezza dell'animo; che se dal costume di tutta la sua vita si avesse a giudicare, non si poteva dubitare, che alle novità introdotte da Napoleone nelle cose ecclesiastiche, ed alle usurpazioni di lui nel patrimonio di San Pietro si sarebbe più presto e più acerbamente risentito ch'egli stesso non aveva fatto; che per verità Clemente settimo era stato condotto a duro passo, ma che fu persecuzione che presto ebbe fine, e che quelli stessi che l'avevano perseguitato e cacciato dalla sua apostolica sede, si erano raumiliati, ed avevano da lui chiesto perdono; come le parole avevano suonato, così essere succeduti i fatti, poichè tantosto fu rimesso nella sua Romana cattedra, e restituito alla pienezza dell'apostolica potestà, mentre Napoleone nella durezza e persecuzione sua ostinatamente perseverando, non solo faceva alcuna dimostrazion di volersi ritirare da quanto aveva fatto in pregiudizio dell'autorità ecclesiastica, e dalle sue usurpazioni contro il patrimonio di San Pietro, ma ancora pertinacemente affermava ed apertamente dichiarava, volere di per se stesso e senza intervento dell'autorità pontificia, turbare le sedi vescovili e parrocchiali, e far violenza al pontefice sulle nomine dei vescovi, e tener Roma suddita in sua mano.
Tornando quindi all'esempio di Pio sesto, aggiungeva, che egli non aveva avuto a fare col direttorio, che fuori della Chiesa essendo, alle leggi della Chiesa nè obbediva, nè si protestava obbediente, ma che egli, Pio settimo, aveva a far con Napoleone imperatore, il quale nella sua qualità di figliuolo primogenito della Chiesa, qualità, che continuamente assumeva e di cui si vantava, si trovava soggetto a tutte le sue regole e leggi; apparire, nè il taceva, che mai nissuno de' suoi antecessori era stato ridotto a quelle ultime strette in cui era egli; e quanto al patrimonio di San Pietro aveva giurato di difenderlo sino a sparsione di sangue, e che così si era risoluto di fare; che i canoni avevano decretato, che chi esso patrimonio offendesse e toccasse, incorresse incontanente nelle censure ecclesiastiche, che ad esse Napoleone imperatore si era confessato soggetto, poichè aveva fatto professione di cattolico; ch'egli le censure medesime fulminando, aveva adempito quell'obbligo al quale per le ecclesiastiche leggi consentite da tutta la Chiesa era tenuto, che non solamente il doveva fare, ma che non poteva non farlo, bene dolersi, e nell'interno del paternale suo animo compiangere, che le prese deliberazioni potessero offendere la Francia, sua figliuola prediletta, e sopra la quale con tanto amore si era versato; ma giudicherebbe ella se fosse per amare meglio un papa prevaricatore, o un papa osservatore de' suoi doveri, un papa innocente ed oppresso, od un imperatore colpevole e persecutore: della elezione non conservare dubbio alcuno; ricordarsi ancora con infinita allegrezza le grate accoglienze, l'affezionato concorso dei popoli, quando in quel nobile reame se n'era andato ad un ministerio, che ogni altra cosa portendeva, piuttosto che ruine: ricordarsi come fra quell'immenso apparato d'armi e di soldati avesse trovato luogo, per la Francese pietà, un umile preticciuolo inerme, solamente perchè la comunanza dei fedeli nella persona sua rappresentava; ricordarsi che dove concorrevano, se non supplici, almeno umili i primi potentati d'Europa, una opinione solamente fondata sul consenso dei popoli devoti a Dio, devoti al suo vicario in terra, devoti all'apostolica sedia tanto avesse potuto, ch'egli non potente fra mezzo ai più potenti, il principale e più onorato seggio si vendicasse: gisse pure onorata, gisse contenta, gisse felice la Francia; che quanto a lui, memore della pietà dimostrata, ogni cosa fuori dell'impossibile avrebbe e consentito ed operato, perchè ella quella pace di coscienza si godesse, che pei meriti suoi le era giustissimamente dovuta.
Desiderava Napoleone, solito a fare prima le cose, poi a volere che gli si consentissero, che il senatus-consulto dell'unione dello stato Romano al suo impero sortisse il suo effetto, anche per consentimento del papa. Non gli era nascosto, che ove il pontefice accettasse le condizioni proposte, facendosi abitatore di Parigi e suo pensionario, avrebbe dovuto finalmente consentire a quanto egli volesse nell'argomento della giurisdizione ecclesiastica; perciocchè la forza del pontefice tutta era fondata sull'opinione, e quando diventasse vile in cospetto degli uomini, avrebbe perduto coll'opinione quell'antico suo fondamento; che certamente avrebbe avuto parte di viltà, se in vece di viversene padrone con isplendore a Roma, o carcerato con onore in Savona, avesse accomodato l'animo a vivere suddito in Parigi. Per la qual cosa gli agenti imperiali continuamente e con esortazioni vivissime cercavano di muoverlo, acciocchè rinunziasse al dominio temporale, accettasse i milioni, abitasse il palazzo arcivescovile di Parigi. Certamente pareva a quei tempi la potenza di Napoleone inconquassabile: le paci di Tilsit e di Vienna, il matrimonio coll'arciduchessa, esercito invitto, vincitore, innumerabile, la fondavano. Niuna speranza rimaneva al pontefice di risorgere; il sapeva, il credeva, il diceva, ma vinse la coscienza: ricusò Pio le imperiali proposte. Che sapeva ben egli, affermava, ciò che volevano fare; che questi disegni, e se n'era accorto, già fin d'allora covavano, quand'egli era andato a incoronar Napoleone a Parigi; che già fin d'allora vi si racconciava il palazzo arcivescovile per la stanza dei papi; che vedeva chiaramente che era nato il pensiero di far i papi viaggiatori, e fors'anche primi elemosinieri degl'imperatori: papi di Francia volersi, non papi di Cristianità: del resto non volere, protestava, il palazzo di Parigi: sarebbe un nuovo carcere: non la potestà temporale, ma San Pietro avere fissa la sua sede in Roma; avere ciò dimostrato colla sua venuta in quella veneranda città, averlo dimostrato colla sua dimora, averlo dimostrato col suo martirio; il sangue dell'apostolo avere indicato, e santificato il luogo dell'apostolica sedia; volere Pio successore quella, o nissuna: non disfarebbe col consenso suo Pio ciò, che Cristo stesso Salvatore per mezzo di Pietro aveva fatto, che nè giuramento presterebbe, nè pensione accetterebbe; sarebbe vile agli occhi suoi, vile al mondo, se quel prestasse, se questa accettasse: essere il senatus-consulto la servitù della Chiesa: volersi mandar ad effetto le macchinazioni dei filosofi, rendere il papa tanto suddito, quanto i vescovi in Francia: che si mirava evidentemente alla distruzione della religione; che non potendo assaltarla di fronte, perchè la impresa era troppo difficile, la volevano assaltar di fianco: non mai i sacerdoti del paganesimo essere stati tanto dipendenti dalla potestà temporale, quanto i preti d'oggidì; volersi anche mettere sotto il giogo il papa: presumere che tali disegni non provenissero dal consiglio ecclesiastico raunato in Parigi, perchè se ciò fosse, tosto il separerebbe dalla comunione sua: in mezzo a tante turbazioni, o tanti sovvertimenti sperare, che Dio fosse quello che avesse a salvare la sua Chiesa: che del resto non poteva più riconoscere, qual figliuolo primogenito, l'usurpatore dei beni della santa sede, che già, e pur troppo aveva sopportato, che già gli era venuta a schifo la sua pazienza; che la sede di Roma non poteva operare come gli altri sovrani; ch'ei potevano rinunziare secondo gli accidenti a parte dei loro diritti col pensiero di riacquistargli, quando che fosse, ma che doveva il papa operare in coscienza; i trattati di Roma spirituale essere santi, e di buona fede ripieni.
Così papa Pio tormentato dai Napoleonici i suoi pensieri spiegava. Quanto poi a quello ch'egli in quei tempi tanto per lui lagrimevoli desiderasse fare, i ricordi dell'età non lasciano luogo a dubitazione. L'animo suo era di addomandar sempre i beni temporali della santa sede, ma di non mai far cosa che tendesse a volergli riacquistare per forza: solo questo chiedeva e richiedeva, che libero fosse, e libero lasciato tornare a far il papa nella sua Roma; che farebbe anche il papa in una grotta, che farebbelo nelle catacombe; che se alla parsimonia ed ai pericoli della primitiva Chiesa gli fosse duopo tornare, con piena rassegnazione vi tornerebbe, nè ciò fora anco grave a chi non mai tanto felice era stato, quanto, quando semplice fraticello essendo, in un umile chiostro le dottrine teologiche insegnava.