A ciò, e che voglion significare, continuavano gli avvocati dell'apostolica sede, quelle parole, che i vescovi rappresentano la Chiesa universale? Sono eglino forse, i vescovi, i deputati dei fedeli? Forse il mandato di governar la Chiesa, non lo hanno da Dio sotto la superiorità del successore di san Pietro? Non sono eglino i mandatarj del popolo, ma i deputati del signore. Che può dare di spirituale il popolo? Chi ha dato al popolo la facoltà di reggere la chiesa di Dio? Certo nissuno. L'avvilupparsi in parole subdole giova ai nemici della santa sede. Infatti, che voglion dir essi con quelle parole, che la potestà inerente al carattere dei vescovi da Gesù Cristo immediatamente deriva, senza che nessuna umana potestà si possa arrogare il diritto di alterarla in alcun modo? Ma chi non sa, solo che abbia toccato i primi principj della scienza canonica, che altra cosa è il potere dell'ordine, ed altra il potere della giurisdizione? Per l'ordine possono i vescovi conferire la cresima, conferire l'ordine, consecrar le chiese, consecrar gli altari; possonlo sempre validamente, quantunque non sempre legittimamente: per la giurisdizione, quando l'hanno ricevuta dalla santa sede, possono governar le chiese, far regole pel governo loro, appruovar confessori, decretare segregazione di fedeli, e statuire altre simili cose che si appartengono al governo della chiesa confidata loro dal papa. L'ordine è indelebile, la giurisdizione caduca: questa si dà e si toglie da chi ha dritto di dare e di tôrre, nè alcuno di questi audaci impugnatori della sedia apostolica sarà tanto audace, affermavano i teologi di Roma, che pensi e dica, che un vescovo, a cui il papa ha tolto la facoltà di governare una data chiesa, la possa ancora governare legittimamente; il che pruova la necessità del mandato pontificio. Non perisce la giurisdizione episcopale! ma non perisce ella, continuavano a sclamare i Romani canonisti, in un vescovo eretico, non in un vescovo scismatico, non in un vescovo scomunicato? Chi s'ardirà sostenere la contraria sentenza? Da quanto si è ragionato, opinavano, segue, che l'autorità stessa dei metropolitani era delegata, e derivata dai sommi pontefici: tal essere, aggiungevano, la monarchìa cristiana stabilita da Cristo Salvatore, tali gli ordini cattolici, che non si possono impugnare senza eresia; conciossiachè e le memorie antiche, ed il concilio tridentino ugualmente gli confermano.
Del rimanente, a qual fine si narrano tutte queste cose, e che voglion significare? Siano pur salve le gallicane libertà. Forse ne conseguita, che fuori di Francia abbiano ad aver forza, e ad obbligare le genti? Serbinsi in Francia, se tal è l'umore di quel clero e di quei popoli; ma con quale diritto, e con quale ragione volerle trasportare in Italia? Forse per l'Italia stipulava il clero gallicano del 1682? E chi lo dice, e chi lo fa? un decreto di Napoleone, un senatus-consulto di Napoleonici! adunque perchè Napoleone disse, voler Torino, Genova, Milano, Firenze e Roma, tosto hanno queste provincie a diventar soggette delle gallicane libertà, e l'assemblea del 1682 tenuta in Parigi ha ad esser legge per loro? dov'è il mandato di Napoleone per turbare le ecclesiastiche cose in Italia, massimamente in Roma? Chi s'ardirà dire, che un decreto civile abbia effetti ecclesiastici?
Molte cose si son dette, e molte ancora si dicono, si continuava a discorrere dalla parte di Roma, sull'abuso dell'autorità pontificia. Certamente errarono i pontefici, che turbarono le province per rispetti temporali, come errarono i principi, che le turbarono per rispetti spirituali: da qual parte in questo sia maggiore il torto, e più si sia errato, non è questo il luogo di dire, e le storie il narrano. Bene non si sa vedere, quali sinistri effetti abbia prodotto negli stati della casa d'Austria, ed in tutta l'Italia, e così anche nella Spagna, e nel Portogallo, l'autorità del papa dell'istituire i vescovi. Neppure si sa vedere qual male sia nato da questa stessa autorità, poichè di questa sola è nato dissidio, e si tratta, in Francia, in Inghilterra, ed in altri paesi della cristianità; imperciocchè, se si eccettuano le discordie nate ai tempi di Luigi decimoquarto, le quali veramente versavano su questo punto della instituzione, non si scorge che alcuna da questa medesima cagione sia nata. Altre ed assai più ampie radici ebbero le controversie Germaniche, dalle quali sorse l'eresia di Lutero. Similmente per altre maggiori questioni, e da quella dell'instituzione assai diverse discordò Arrigo ottavo dalla santa sede, donde risultò la separazione dell'Inghilterra. Senza entrare nei meriti di quelle antiche o dolorose cause, nè diffinire da qual parte fosse la ragione o il torto, questo è certo, che l'instituzione ne è stata o innocente, o piccola parte. Del resto, qual segno, quale apparenza era, che Pio settimo fosse per abusare della facoltà dell'instituzione a fine di turbare lo stato quieto della Francia? Come sarebbe potuto cadere in lui la volontà di turbare la Francia di Napoleone, in lui, che nella sua vecchia età, per aspri monti, nella stagione più rigida dell'anno, a malgrado dei principi d'Europa, contro la sentenza di molti cardinali se n'era andato a Parigi per incoronarlo? Qual presagio aveva dato Pio di se, che altri potesse credere, che volesse assumere o in Francia od altrove un'autorità eccessiva, una dominazione intollerabile? Dicono, guardate nell'avvenire; ma per guardar nell'avvenire, e' bisogna prima guardar nel passato: guardate in questo, e vedrete, dove sia stato l'incomportabile dominio. Nè qui si parla di libertà ecclesiastica, perchè questo discorso non potrebbe piacere a prelati che la vogliono dar in preda all'imperio: solo si osserverà, quale sarà essa per diventare, se la nomina dei vescovi ai principi secolari, e l'instituzione loro ai metropolitani, o ad altri vescovi sudditi di essi principi si appartenessero. Correggevasi la nomina dei principi dall'instituzione pontificia: se l'una e l'altra sono in mano loro, quella immediatamente, questa per mezzo di prelati sudditi, la religione è serva, ed in caso di voglie a lei contrarie, anche in materia di fede, dei principi, non rimarrebbe altro scampo a' suoi ministri, che l'abbominazione dell'eresia, o i tormenti del martirio. Resiste papa Pio, resiste ad un'incomportabile tirannide: la Chiesa debbe restargli obbligata per sempre, i principi ancora, poichè vinto il papa, la cristianità, il mondo è servo: trattare il papa la libertà di tutti.
Già il disegno ordito contro un papa carcerato, era pronto a colorirsi: i soldati e le spie facevano l'opera loro in Savona, i prelati s'accingevano a farla da Parigi. Erano quindici o cardinali, o arcivescovi, o vescovi, Fesch, Maury, Caselli cardinali, gli arcivescovi di Tours, di Tolosa, di Malines, i vescovi di Versailles, di Savona, di Casale, di Quimper, di Monpellieri, di Troja, di Metz, di Nantes e di Treveri. S'aggiunse il vescovo di Faenza. Comandava l'imperatore, che mandassero una deputazione a muovere il papa a Savona. Elessero l'arcivescovo di Tours, ed i vescovi di Nantes e di Treveri. Il concilio nazionale convocato in Parigi pel dì nove giugno, parte ancor egli della macchina imperiale per intimorire il papa, stava pronto a proporgli i termini d'accordo voluti dall'imperatore. Comandava Napoleone ai deputati, che annunziassero al papa, essere convocato il concilio, essere abrogato il concordato a cagione che il papa, una delle parti contrattanti, ricusava di osservarne le clausole; dovere in avvenire i vescovi, come avanti al concordato di Francesco primo, essere instituiti secondo le forme che saranno regolate dal concilio, ed appruovate dall'imperatore: tuttavia mandare l'imperatore i prelati con facoltà di negoziare a Savona; ma queste facoltà non usassero, se non nel caso in cui trovassero il pontefice disposto a convenire: due convenzioni doversi fare, l'una independente dall'altra, e con atti separati: nella prima si trattasse dell'instituzione dei vescovi, ed in questa consentirebbe l'imperatore a tornarne all'esecuzione del concordato, con ciò che però il papa instituisse i vescovi già nominati, ed in avvenire le nomine fossero comunicate al papa, a fine di conseguirne l'instituzione canonica; e che se il papa non avesse instituito nel termine di tre mesi, fosse la nomina comunicata al Metropolitano, il quale dovesse instituire il suffraganeo, e questi ugualmente instituisse l'arcivescovo, se si trattasse dell'arcivescovo. Nella seconda voleva l'imperatore, che si accordassero gli affari generali, ferme stando le condizioni seguenti: il papa tornasse a Roma, se consentisse a prestare il giuramento prescritto dal concordato; se ricusasse il giuramento potesse risiedere in Avignone: quivi avrebbe gli onori sovrani, quivi due milioni per onoranza e per vivere, quivi residenti delle cristiane potenze, quivi finalmente libertà di governar le faccende spirituali, ma tutto sotto condizione espressa, che promettesse di fare niuna cosa nell'impero, che fosse contraria ai quattro articoli del 1682. Se il papa accettasse le narrate condizioni, l'imperatore proponeva molte speranze e faceva molte offerte: s'inclinerebbe volentieri ad accordarsi col papa, sì pel libero esercizio delle sue funzioni spirituali, come per fondare nuovi vescovati, tanto in Francia, quanto nei Paesi Bassi: farebbe inoltre ogni sforzo per proteggere i religiosi della terra santa, per riedificare il santo sepolcro, per dar favore alle missioni, per ordinare la dataria, per restituire gli archivj pontificj; ma prima e soprattutto si tagliasse interamente la speranza al papa di ricuperare la sovranità temporale di Roma; se gli facesse sentire, che il concilio era convocato, e la chiesa di Francia capace di fare quanto richiedessero la salute delle anime, ed il bene della religione.
Gran fede aveva Napoleone in se, nei prelati, nella forza, poichè si potè persuadere, che un papa a tanto di abiezione potesse venire, che consentisse a tornar suddito là, dove aveva regnato sovrano, che consentisse a giurare obbedienza e fedeltà a Napoleone imperatore con quello stesso giuramento, che sovrano essendo, aveva, come sovrano, coll'imperatore medesimo accordato e statuito; che consentisse a servirgli, per obbligo di giuramento, di delatore e di spia, non eccettuati nemmeno i casi di confessione. Che Napoleone una tale proposizione abbia fatto, certo nissuno sarà per maravigliare; ma che prelati, che portavano in fronte il nome di cattolici, abbiano assunto il carico di significarla, se muove a maraviglia, muove ancora più a sdegno.
I deputati ecclesiastici arrivati a Savona con le cose digerite, ed avuto licenza dal ministro dei culti di favellare al papa, posciachè appunto di questa licenza abbisognavano, se gli appresentarono, e con rispettosi modi s'ingegnarono di renderselo benevolo. Introdotti, ed accolti con significazione grande di amore, vennero nel primo giorno e nei seguenti sul negoziare. Militando sempre le difficoltà della sua carcerazione, rispose, nissuna deliberazione poter fare, nissuna bolla dare, se prima non fosse restituito alla sua libertà, poichè nella condizione, in cui era, privo de' suoi consiglieri naturali, privo de' suoi teologi, privo di libri, di carta, di penne, privo infino del suo confessore, che aveva domandato indarno, nè potendo prendere alcuna informazione sulla idoneità dei soggetti nominati, non potea nulla, non che concedere, esaminare. Non ostante queste prime caldezze del pontefice, speravano i prelati, che appoco appoco o per fastidio della situazione presente, o per timore della condizione avvenire, o finalmente per disperazione di poter cambiare i destini Napoleonici, l'animo suo si sarebbe mitigato, consentendo, se non a tutto, almeno a parte di quanto si domandava. Il modo del negoziare era artifizioso dal canto dei delegati; maggiormente ancora artifiziose erano le fondamenta, sulle quali voleva l'imperatore che si negoziasse. Tutta l'importanza del fatto in questo consisteva, che si provvedesse all'instituzione dei vescovi con fare, che quando in un dato tempo il papa non gli avesse instituiti, i metropolitani avessero facoltà d'instituirgli. Faceva anche un gran momento, che se il papa avesse convenuto coll'imperatore, l'avrebbe purgato dalla scomunica, se non esplicitamente, almeno implicitamente, e pel fatto stesso.
Il papa assalito e conquiso da ogni parte, ritirandosi dalla sua risoluzione di non voler trattare, se prima non fosse libero, incominciò a manifestare le sue intenzioni. Quanto al giuramento, risolutamente negò; quanto alle quattro proposizioni, dalla prima non si mostrò alieno, le tre altre costantemente rifiutò, siccome quelle che gli parevano condannabili. Aggiunse che se accettasse, la Chiesa il chiamerebbe vile, e traditore per fastidio di cattività, che il nome suo ne sarebbe contaminato, che ne concepirebbe un'amarezza incredibile; che del resto, per amor della quiete, nulla avrebbe operato in contrario. Ma venendo al principal soggetto del negoziato, cioè all'instituzione, sclamava, che il termine di tre mesi fosse troppo breve; se consentisse, l'imperatore sarebbe giudice dell'idoneità dei soggetti; che in ultimo il metropolitano sarebbe giudice dei rifiuti della santa sede; che troppo eccessiva mutazione era questa; che un pover uomo, com'era egli, solo e senza consigli non poteva assumersi di farla. Ricordava altresì, e con parole efficaci ed affettuosissime protestava, che sarebbe troppo enorme deviazione, se rinunziasse ai diritti particolari sui vescovi d'Italia, che la sua coscienza ripugnava, che altri sovrani avrebbero domandato le medesime prerogative ed eccezioni, che potrebbe darsi che si nominassero soggetti indegni, o di opinioni sospette nella fede, che la santa sede non sarebbe più la santa sede, che perirebbe il mandato dato da Dio a san Pietro, che nascerebbe l'anarchìa nella Chiesa, ch'ella del tutto si governerebbe a piacere della potestà secolare.
Gli rappresentavano i deputati i mali imminenti della Chiesa, le perdite irreparabili delle prerogative della santa sede, le calamità di tanti suoi aderenti. Rispondeva Pio, alzando gli occhi al cielo, e sclamando, pazienza: nol permettere la coscienza, non avere con chi consigliarsi, il capo della Chiesa essere in vincoli. Per far novella pruova di vincere gli scrupoli e la costanza del pontefice, i deputati pregarono il vescovo di Nantes, siccome quegli che aveva maggior dottrina e fermezza in queste materie, che gli altri, distendesse uno scritto da presentarsi al papa. Il fece in lingua Francese, il tradusse in Italiano il vescovo di Faenza. Era la sostanza, che, poichè Napoleone non voleva cedere, il papa doveva di necessità cedere egli. Insomma i deputati in questo loro scritto ammonivano, e fortemente richiedevano il papa della clausola dei metropolitani: pretendevano che non era necessaria una lunga discussione, nè bisogno di consiglieri per decidere, se la santa sede conserverebbe o perderebbe per sempre, rispetto ai vescovi di Francia, il diritto d'instituzione. Intendevano per vescovi di Francia, non solamente quei di Francia, ma ancora quelli del regno d'Italia, del Piemonte, di Parma, di Toscana, e dello stato Romano stesso. Offerivano finalmente, vedesse Sua Beatitudine, se nei luoghi vicini fosse qualche prelato, in cui avesse fede: specificavano dello Spina, come se in quei tempi e nel carcere di Savona qualcheduno potesse libero essere, e liberamente consigliare.
Mossero oltre la cattività e la segregazione, i ragionamenti dei deputati l'animo del pontefice per l'aspetto dei mali avvenire, e sebbene sempre fosse titubante, ed ora si ritraesse, ed ora tornasse, cominciava a non mostrarsi alieno dall'accordar con loro la clausola domandata: solo voleva allargare il tempo dell'instituzione da darsi dai metropolitani sino a sei mesi, che l'imperatore avesse un termine necessario per le nomine, siccome egli l'aveva, parendogli, che se questa necessità s'imponesse a lui, non al principe, l'equalità fra le due parti fosse rotta; nel che aveva ragione, anche secondo i deputati; conciossiachè se l'interruzione dell'episcopato non debbe essere in potestà del papa, non debb'esser nemmeno in potestà dei principi.
Restava l'impedimento della scomunica, per la quale l'imperatore era stato separato dal consorzio della Chiesa. A questo passo i deputati, che già vedevano incerto e vacillante il pontefice, siccome quelli che bene avevano imparato alla scuola Napoleonica i tempi morbidi per incalzare, e temendo di dare causa d'indegnazione a Napoleone, se non riuscissero a fare la sua volontà a Savona, si gettarono tutti addosso a Pio, e il pressarono, e l'aggirarono, e gli diedero di mano da tutte parti. Che cosa essere, dicevano, questa scomunica? Non autentica in Francia, non accettata nè da accettarsi mai; non mai la Francia si scosterebbe dalle massime gallicane: pessimi effetti avere lei prodotti fra i popoli, anche fra le persone più aderenti, e divote alla sedia apostolica: a tutti esserne doluto, come di cosa molto pregiudiciale al papa ed alla Chiesa; i cardinali, non solo i rossi, ma ancora i neri (con questo nome chiamavano i cardinali o esiliati o carcerati) non avere mai cessato di comunicare in divinis con Sua Maestà, aver loro cantato in memoria delle imperiali vittorie, avere cantato ogni festa nell'imperiale cappella. Già il pontefice titubava: per espugnarlo del tutto, i deputati se gli pararono innanzi, ammonendolo, che partivano: badasse bene ai mali soprastanti: solo, sarebbene tenuto verso Dio e verso gli uomini: per lui essere stato, che le piaghe della Chiesa non si sanassero: partivano; farebbe il concilio; avrebbe nuove da Parigi.