Il concordato, opinarono, non essere stato violato in niuna essenziale parte dell'imperatore; qui i prelati si trovarono a un duro cimento, perchè sapevano che il papa aveva protestato contro gli articoli organici di Francia, e più ancora contro quei d'Italia. Trovarono per iscampo, che parecchj articoli, di cui s'era il pontefice querelato, erano massime ed usi della chiesa gallicana. Assai migliorata essere, risposero, la condizione del clero in Francia dopo il concordato, ed in questo avevano i prelati ogni ragione, nè tanto non dissero, che non potessero dire molto più.
Per sentenziare se il papa di suo proprio arbitrio potesse rifiutare le instituzioni, i prelati s'aggirarono per molti ragionamenti; imperciocchè in questo giaceva tutto il nodo della difficoltà: che il concordato, esposero, era un contratto sinallagmatico tra il capo dello stato, e il capo della chiesa, pel quale ciascuno di loro si era obbligato verso l'altro; che era anche un trattato politico di sommo momento per la nazione Francese, e per la chiesa cattolica, che per lui Sua Maestà era investita del diritto di nominare gli arcivescovi ed i vescovi, di cui prima godevano i re di Francia pel concordato concluso tra Leone decimo e Francesco primo, ed era riserbato al papa quello di dare l'instituzione canonica agli arcivescovi e vescovi nominati da Sua Maestà, secondo le forme accordate, rispetto alla Francia, prima del cambiamento di governo, ma che il papa, non di proprio arbitrio, ma secondo i canoni doveva dare la instituzione, che a termini del concordato del millecinquecento quindici egli era obbligato a dar le bolle, od allegare motivi canonici del suo rifiuto; a volere ch'egli potesse rifiutare senza cagione, ed arbitrariamente le bolle, e bisognerebbe supporre, che da nissun trattato fosse obbligato, neanco da quello al quale aveva solennemente ratificato, e potesse mancar della fede data all'imperatore, alla Francia, ed alla Chiesa tutta, alla quale il concordato dell'ottocento uno assicurava la protezione del più potente sovrano del mondo. Aggiungevano i prelati, sapersi il papa queste cose, confessare la verità dei narrati principj, ma negare le instituzioni pei motivi addotti nella sua lettera al cardinal Caprara: insussistenti essere questi motivi, non avere l'imperatore alcuna offesa di importanza fatta al concordato: dei motivi politici non poter loro giudicare; diverse essere le temporali cose, diverse le spirituali; il senatus-consulto, che unì Roma alla Francia, non avere offeso l'autorità spirituale del papa, nè il temporale dominio essere necessario all'esercizio della potestà pontificia; non avere la presa di Roma violato il concordato, nè il concordato aver dato sicurtà al papa di Roma; non come principe temporale, ma come capo della Chiesa avere quel solenne atto stipulato; il principe non esser più, ma essere il pontefice, e la pontificia autorità rimanersi intatta; avere potuto il papa protestare, potuto richiamarsi della Romana possessione, ma non potere usar mezzi per ridurre in atto le proteste ed i richiami, non iscomunicare; dichiarare l'imperatore, che nulla voleva innovare nella religione; protestarsi che voleva l'esecuzione dei patti convenuti; non potere per motivi temporali tirarsi il papa indietro; nè Clemente settimo da Carlo quinto oltraggiato essere venuto a tale estremo. Restava che i prelati parlassero della libertà violata, della perfetta segregazione del pontefice; posciachè il papa di tali ingiurie si era doluto nella sua lettera al Caprara, e sopra di esse principalmente fondava il rifiuto delle bolle. A questo passo con brevissime parole osservarono, che facilmente l'imperatore s'accorgerebbe di tutta la forza e giustizia delle lagnanze del papa. Con questo freddo discorso favellarono prelati cattolici, prelati che da Pio tenevano i seggi loro, dell'atroce caso del pontefice, nè in ciò sono a modo alcuno scusabili; conciossiachè, posto eziandio, che circa la questione canonica l'imperatore avesse ragione, il papa torto, il fatto solo della carcerazione del pontefice rendeva dal canto loro ogni opinare impossibile. Il concordato, che era un vero trattato, supponeva equalità di condizione nelle due parti, e libertà di deliberazione sì nell'una che nell'altra: ma quale libertà di deliberazione fosse in un papa prigioniero, e quale equalità di condizione tra un papa carcerato ed un imperatore carcerante, ciascuno potrà facilmente da per se stesso giudicare. Certamente debbe stare inconcussa la libertà dei principi, debbonsi troncar le strade agli abusi pontificj, e chi arrivasse a stabilir bene questo punto, meriterebbe bene del mondo cattolico, anzi di tutta l'umanità. Ma la carcerazione del pontefice turbava ogni cosa, e prima di trattare la questione canonica, si doveva definir quella della liberazione.
La materia, quanto più si va oltre, tanto più si stringe. Non potere, risposero i prelati, aversi il concordato per abrogato, perchè non era già esso una transazione meramente personale fra l'imperatore e il papa, bensì un trattato che costituiva parte del dritto pubblico di Francia, ed in cui si contenevano i principj fondamentali, e le regole del governo della chiesa gallicana; importare adunque, che, quandanche il papa perseverasse, in quanto a lui si atteneva, nel non volerlo eseguire, la sua esecuzione continuamente si addomandasse, e della medesima il sovrano pontefice si richiedesse: ma se il papa tuttavia perseverasse nel ricusar le bolle, doversi protestare contro questo rifiuto illegale, ed appellarne o al papa meglio informato, o al suo successore. Quivi i prelati erano arrivati all'estremo passo; perchè o che il concordato come abrogato, o solamente come sospeso si riputasse, un rimedio diveniva necessario. Ora, stantechè la religione cattolica non può sussistere senza l'episcopato, e l'episcopato non si può avere senza la instituzione canonica, nè senza la giurisdizione unita all'ordine, e stante ancora che la chiesa gallicana, parte tanto nobile e tanto essenziale della Cristianità cattolica, venuta, non per sua colpa, in queste fatali strette, non doveva e non poteva nè abbandonare se stessa, nè lasciarsi perire, nè non trovar modi di conservazione, i prelati opinarono, e così all'imperatore rappresentarono, che si ricercasse quanto negli antichi tempi della chiesa, ed in quelli più vicini si fosse praticato. Descrissero, nei primi secoli della Chiesa, i vescovi essere stati nominati dai suffragi dei vescovi conprovinciali, dal clero, e dal popolo della chiesa che del vescovo abbisognava; essere stata la elezione confermata dal metropolitano, o se del metropolitano si trattasse, dal concilio della provincia: nella serie dei tempi posteriori poi, avere gl'imperatori, o gli altri principi cristiani grandemente partecipato nelle nomine dei vescovi: di grado in grado non essersi più chiamati alle elezioni il popolo ed il clero della campagna, e devolute essere le elezioni al capitolo della chiesa cattedrale, ferma sempre però stando la necessità del consenso del principe, e della conferma del metropolitano, o del concilio provinciale: la disusanza di queste assemblee, le contese frequenti, che nascevano dalle elezioni, la difficoltà di terminarle sui luoghi, il vantaggio che trovavano i principi di trattare immediatamente col papa, avere introdotto l'uso di promuovere queste cause innanzi alla santa sede, e per tal modo essere i sovrani pontefici appoco appoco venuti in possessione del confermare la maggior parte dei vescovi: tale essere stata la condizione delle cose ai tempi del concilio Basileense, di cui la Chiesa di Francia accettò i decreti relativi alla nomina, ed alla confermazione dei vescovi, e statuiti per la sanzione prammatica di Bourges nel millequattrocentotrent'otto; per lei essersi mantenute le elezioni capitolari, e la confermazione, o instituzione lasciata ai Metropolitani: così colla prammatica di Bourges essersi rimediato alla mancanza dell'instituzione pontificia: essere poscia circa un secolo dopo, sorto il concordato fra Leone decimo e Francesco primo, dal quale la nomina del re fu sostituita alla elezione capitolare, e la conferma, od instituzione canonica riservata al papa: per tale forma essersi trasfusa la potestà dell'instituzione dai metropolitani, e dai concilj provinciali nel sovrano pontefice, e le elezioni capitolari nel capo temporale dello stato. Ora adunque, ristringendo il discorso loro, dicevano i prelati, poichè la necessità non ha legge, e la conservazione della chiesa gallicana da ogni umana e divina legge è non solo raccomandata, ma comandata, volersi, persistendo il papa nei rifiuti, tornare all'antico dritto dei metropolitani, non per sempre nè definitivamente, ma temporaneamente e transitoriamente, insino a che piacesse a chi muove a posta sua gli umani cuori, voltar quello del pontefice in meglio verso di quella grande, affezionata, e zelante gallicana chiesa: la prammatica disusata di Bourges avere ad essere il rimedio dei mali presenti. Grave ed enorme passo era questo: però aggiunsero al parer loro i prelati, opinare, che si convocasse un concilio nazionale: non volere i prelati giudicare anticipatamente delle risoluzioni del concilio, ma presumere, che nel caso in cui egli sentenziasse di risuscitare la prammatica, supplicherebbe prima il pontefice, e scongiurerebbelo, che della gallicana chiesa gli calesse, ed a lei la vita coi vescovi ridonasse; ma se nè le preci, nè le supplicazioni potessero vincere l'ostinazione del pontefice, decreterebbe il concilio, per ultima necessità, e per non perire, che la prammatica si rinnovasse.
Intanto le dottrine dei partigiani dell'antica disciplina vieppiù si spargevano, le Italiane contrade principalmente ne risuonavano. Coloro che a queste opinioni erano addetti, credevano essere venuto il tempo ch'elleno avessero a prevalere, si rallegravano della diminuzione dell'autorità pontificia, ed affermavano ch'ella era medicina non solamente utile, ma ancora necessaria al corpo infermissimo, come il chiamavano, della Chiesa. La ricordanza del milleottocentuno, e ciò, che era accaduto al concilio di Parigi in quell'anno, non gli rendevano accorti del procedere e delle intenzioni di Napoleone: che il corpo, spargevano, dei vescovi esercenti, rappresentasse la Chiesa, e fosse per rappresentarla finchè ella durasse; che attentato condannabile dei papi degli ultimi tempi fosse l'aver voluto diminuire e frenare la potestà divina dei vescovi; che la potestà inerente al carattere dei vescovi immediatamente, e senza che nissuna umana potestà potesse arrogarsi il diritto di alterarla, derivasse da Gesù Cristo; che non mai potesse la giurisdizione episcopale perire, che i concilj prima del mille non avessero mai voluto riconoscere per veri e legittimi vescovi, se non quelli che dai rispettivi metropolitani erano stati ordinati; che così avevano statuito, così definito i concilj Niceni, tanto venerati in quei primi e purissimi tempi della cristiana comunità; che le massime contrarie solamente dai concilj Lateranensi, concilj quasi domestici dei papi, erano state introdotte; che insomma, continuavano, i metropolitani dovessero dare la giurisdizione ai vescovi; che l'arrogarsi i papi di volerla dar soli, fosse usurpazione; che avesse Dio dato a Pietro il primato d'onore, e la potestà suprema di regolare e mantener sana la disciplina, sana la fede in tutte le chiese che la universale compongono, ma non il privilegio di giurisdizione nel caso di cui si tratta: che la potestà di giurisdizione, per quanto spetta alla transmissione della potestà ecclesiastica, fosse in ciascun vescovo, per diritto ed ordinazione divina, piena, come piena era nel supremo pontefice; così avere ordinato Cristo Redentore nel dare ai vescovi la facoltà di reggere le chiese, così richiedere la sicurezza degli stati, e l'independenza della potestà temporale. È giusto forse, sclamavano, è conveniente, è consentaneo alla divina volontà, che i papi possano, con mettere l'interdetto, o a continuazione dell'episcopato ricusando, turbare le coscienze dei fedeli, sconvolgere le province, e i regni? Non è assurdo il supporre, che Dio non abbia dato a ciascuna società il mezzo di conservarsi sana e salva da se stessa? E che sicurezza, e che salute può esservi, se elleno da un forestiero dipendono? Varj e diversi essere stati i modi immaginati dai principi per preservare gli stati proprj dai pericoli, che a loro sovrastavano pei decreti della Romana sede, ora prammatiche, ora appelli, ora concordati: ma tutti essere stati insufficienti, perchè sempre si lasciò sussistere la radice del male, cioè l'eccessiva ed illegittima potenza dei papi: ripullulare i pericoli e le turbazioni ad ogni Romano capriccio, concepir timore gli animi ad ogni elevazione di papa, un cardinale di più o di meno nel pontificio concistoro poter mandar sossopra una provincia intiera: essere oggimai tempo di strigarsi da questi fino allora inestricabili lacci; la Romana tirannide doversi conculcare, ora che un principe potentissimo il voleva; restituissesi all'episcopato tutta la sua dignità, tutta la sua potenza; l'independenza da Roma sarebbe la libertà universale; sarebbe altresì la purezza delle dottrine cattoliche; perciocchè l'avere mescolato le cose temporali con le spirituali, che fu fonte di tanti scandali, e di un deplorabile scisma, essere stato opera di Roma; fosse la religione tutta spirituale, e non turberebbe gli stati, nè darebbe cagione ai malevoli di denigrarla, e più imperio avrebbe e quelli stessi che in lei non credevano, rispettata l'avrebbero: la cristianità cattolica tuttavia piangere la perduta Germania, la perduta Inghilterra; tale doloroso smembramento alla prepotenza di Roma, alle usurpazioni dei papi, alle temporali cupidigie loro doversi certamente ed unicamente scrivere: tornassesi adunque, predicavano, a quel sistema, che stabilito da Cristo e dagli apostoli aveva durato per tanti secoli nella primitiva Chiesa, che gli uomini più pii, più dotti, più esemplari avevano sempre inculcato, e coi più intensi desiderj loro chiamato: da lui solo poter derivare la purezza della religione, e la incolumità degli stati. Vivevano ancor fresche, massime in Italia, le onorate memorie di Leopoldo e di Ricci: non pochi ecclesiastici, anche di prima condizione, e per dottrina e per virtù compitissimi, vi seguitavano le medesime vestigia, e sostenevano le medesime dottrine; non per ambizione nè per desiderio di servire a chi allora tutti servivano, e principalmente gli avversari loro, ma per convinzione propria, per ritirar la Chiesa, come credevano, all'antica sua constituzione, per riformarne gli abusi, per rinstaurare e confermare la libertà dei principi offesa dalla potenza immoderata dei papi.
Queste sparse dottrine piacevano a Napoleone, perchè gli davano occasione d'intimorire il papa e speranza di ridurlo a sua volontà; nè dispiacevano agli arcivescovi ed ai vescovi amatori dell'independenza: quel Romano giogo già pareva loro grave ed intollerabile; quel diventar papi essi sommamente a loro arrideva. Le cose andavano a satisfazione di Napoleone in quanto si atteneva agli ecclesiastici dei suoi stati.
Vinceva il papa non solamente per la costanza, ma ancora per la disgrazia, sempre potente nel cuore degli uomini. Nè i suoi teologi tacevano, benchè Napoleone si fosse sforzato di por loro un duro freno in bocca. Difendevano la sedia apostolica e Romana, non solamente contro le dottrine di Porto Reale e di Pistoja, ma ancora contro le allegazioni del consiglio ecclesiastico. Avere, andavano ragionando, Cristo fondatore sopra Pietro fondato tutto l'edifizio della religione; a lui avere dato primato d'onore, a lui primato di giurisdizione, per lui tutta l'autorità della Chiesa, e per lui solo potersi e doversi tramandare, e trasfondere in altrui: avere per verità Cristo salvatore posto i vescovi a governar la Chiesa, ma non per se medesimi, nè independentemente da Pietro, ma per mandato suo, e sotto la sua dipendenza: Pietro essere il fonte di tutti i rivi, lui il fonte di ogni ecclesiastica potestà; avere per la necessità dei tempi in quei primi secoli, fra una religione contraria, fra le persecuzioni continue, fra un popolo padrone del mondo, che altri Dei confessava ed adorava, fra tante nazioni diverse, e nel vasto campo d'Asia, d'Africa e d'Europa, avere prima gli apostoli per instituzione divina, poscia i vescovi per instituzione apostolica usato la loro autorità senza mandato espresso di Pietro, ma però lui consenziente, imperciocchè non è da credersi, che per condurre una così gran mole, gli apostoli ed i loro successori non si siano accordati, acciocchè a questo ed a quello, senza confusione e senza conflitto, questa o quella provincia fosse di consenso comune devoluta: ciò non ostante rimanere fisso ed inconcusso questo principio, che Pietro aveva un mandato ordinario e perpetuo, gli apostoli un mandato straordinario e caduco da finirsi in loro, o nei successori loro immediati; che quello aveva avuto un mandato per istabile fondamento, e perpetuo governo della Chiesa, questi un mandato temporaneo per la necessità dei tempi; che, cessata questa necessità, tornava il mandato sparso negli apostoli e loro successori immediati al fonte comune, vale a dire ai successori di Pietro; che così la Chiesa nata da un solo tornava in un solo: mirabile, e divino artifizio. Del rimanente anche nella più rimota antichità apparire i segni della trasfuzione del mandato di Pietro nei rettori delle altre chiese del mondo: l'ordine stesso dei metropolitani confermare questa verità; perchè a quei tempi antichissimi era il mondo diviso, per rispetto alla cristianità, in Oriente ed Occidente; due erano nel primo i metropolitani, quei di Alessandria e di Antiochia, uno nel secondo, quel di Roma; comunicavano il mandato ecclesiastico; cioè l'ordine e la giurisdizione, la qualità e il luogo, i due metropolitani d'Oriente ai vescovi delle loro rispettive province, il metropolitano d'Occidente, successore di san Pietro, a quelli d'Occidente; ma i primi da Pietro nell'origine prima avevano ricevuto le potestà loro: imperciocchè aveva governato egli stesso la chiesa d'Antiochia, ed a lei dato un successore, quando venne a fondare e governare quella di Roma: rispetto alla chiesa d'Alessandria, avere Pietro mandato a governarla san Marco, suo discepolo, ma se la origine scopre il mandato, gli accidenti posteriori il confermano; perchè i Romani pontefici, successori di Pietro, ai metropolitani d'Oriente mandavano il pallio, segno della conferita autorità; essi metropolitani addomandavano la comunione ai pontefici di Roma, e senza la ottenuta comunione non si credevano legittimi. Sonsi anche veduti Romani pontefici deporre metropolitani d'Oriente, o patriarchi, perchè con questo nome poscia si chiamarono: a tutti questi segni, affermavano i curialisti di Roma, riconoscersi la superiorità Romana fin dai tempi primitivi; dal che si deduce la pienezza e la perpetuità del mandato nei papi, la dipendenza e la delegazione nei metropolitani. Ne conseguita altresì, che poichè tutta l'autorità spirituale consiste nella facoltà del trasmettere il mandato di Cristo, il diritto di confermare e d'instituire tutti i vescovi della Chiesa è supremo, e divino e conseguentemente inalienabile, imperscrittibile, non soggetto a interruzione, ad eccezione, e cessazione alcuna, e che a lui niuna potenza che sia, nemmeno quella della Chiesa può portar diminuzione, che se qualche modificazione fu introdotta in qualche tempo, massime nei primitivi, ciò o per determinazione, o per consentimento dei sommi pontefici avvenne.
Rispetto poi alla Francia particolarmente, i Romani teologi insistevano dicendo, assai più manifesta essere la trasmissione del mandato di san Pietro nelle chiese di questo reame, che in qualunque altro; perchè i papi, rispetto a lui, non solamente erano papi, ma ancora metropolitani, essendo metropolitani d'Occidente, e se qualche metropolitano particolare pel miglior governo delle chiese di questa vasta provincia fu creato, lui essere stato creato per autorità pontificia: della nominazione ed instituzione di vescovi fatte dai papi nelle Gallie, anche senza l'intervento dei metropolitani, e dell'autorità regia stessa, aversene esempj, e se si vedono nominazioni, vedersi anche deposizioni; il che dimostra la pienezza dell'autorità pontificia in Francia in tutti i tempi.
Nè più si ristavano i difensori dell'apostolica sedia all'argomento addotto della prammatica di Bourges, perchè lei nulla e di niun valore, per essenziale vizio della sua origine, predicavano, siccome quella, che per l'autorità secolare ed incompetente del re era stata concertata e pubblicata: che se poi nulla la chiamavano per vizio originario, nulla maggiormente la predicavano per decreto della Chiesa universale, perchè il quinto concilio Lateranense l'aveva abrogata, annullata, ed anzi dichiarata scismatica. Ora mettendo anche caso, che non fosse viziata d'origine, e che tutta si potesse riferire all'autorità ecclesiastica, cioè ad un concilio nazionale di Francia, l'autorità di un concilio nazionale può forse prevalere a quella di un concilio universale? Può la decisione di una parte più forza avere che la decisione del tutto? Forse nei concilj particolari risiede la infallibilità? Forse non negli ecumenici? La chiesa gallicana stessa, il clero del 1682 è forse mai trascorso a dire una simile enormità? Non ha egli forse definito al contrario, che la infallibilità risiede nel concilio universale unito al papa? Se questo è vero, come è verissimo, come si potrà sostenere la proposizione, che la prammatica di Bourges non sia scismatica? Come ciò sostenere il clero di Francia senza contraddire a se medesime? La lateranense condanna pruovare l'errore del consiglio ecclesiastico, e la necessità del mandato pontificio per acquistare la giurisdizione episcopale. Del resto avere il concordato di Leone decimo e Francesco primo abolito la prammatica, nè potersi a modo niuno risuscitare; avere il concilio tridentino, cioè la Chiesa universale, appruovato il concordato medesimo, e l'autorità pontificia, come indispensabile per l'instituzione canonica dei vescovi, in solenne modo confermata e definita. Nè valere il dire, che il concilio tridentino non sia stato accettato in Francia, quanto alla disciplina, perchè il mandato immortale dei successori di san Pietro non è regola di disciplina, bensì instituzione divina, e perciò attinente al dogma. Oltre a ciò il re di Francia, cioè la potestà secolare sola non volle accettare, cioè pubblicare il concilio di Trento, ma il clero gallicano l'accettò veramente, e presso ai re continuamente insistè, perchè il pubblicassero.
Nè maggior valore avere, continuavano, l'allegazione della necessità, perchè egli è evidente, che per ministrare un rimedio straordinario, anche nel caso di necessità, si richiede la facoltà di ministrarlo: senza una tale facoltà il rimedio sarebbe veleno, e darebbe morte, non vita. Ora certamente il clero gallicano non ha facoltà di modificare, molto meno di annullare quello, che supponendo eziandio che non fosse d'instituzione divina, è stato dichiarato, definito e decretato dalla Chiesa universale: in simili casi, non da se, ma dalla provvidenza si debbono aspettare i rimedj.
Dicono e sostengono i prelati del consiglio ecclesiastico, che il governo della Chiesa non è arbitrario, che il papa debbe uniformarsi ai canoni, e ne appellano al concilio. Ma quando il papa per venirne all'esecuzion del concordato fatto con Napoleone, non avuto riguardo alcuno ai canoni, usava un'autorità insolita ed inudita, e non ostante, come dichiarò egli medesimo, i concilj, anche i generali, deponeva senza accusa e senza processo tutti i vescovi di un regno, cioè della Francia, questi medesimi prelati, ora tanto gelosi delle gallicane libertà, non esse libertà invocarono, non dei papali arbitrj si lamentarono, non al concilio appellarono; che anzi benignissimamente, e volonterosissimamente si assisero su seggi dei deposti, ed ora si servono dell'autorità, che il papa, a pregiudizio dei deposti, loro diede, per impugnarlo e per predicare, che niuna potestà è independente dai canoni. Allora non domandarono un concilio ecumenico, allora non l'assenso della Chiesa, quando si trattava di acquistar cariche, emolumenti ed onori: ma se allora errarono, e sono inconcussi i canoni, inconcusse le libertà gallicane, come non sono eglino o ignoranti, o impostori, poichè per errore e partecipazione loro non vi sarebbe più in Francia, da dieci anni indietro, giurisdizione legittima, e tutti i vescovi, e tutti i curati intrusi vi sarebbero? Rinunziarono per l'adesione loro al concordato, alle loro libertà, riconobbero implicitamente la superiorità del papa sui canoni, riconobbero la sua infallibilità, ed ora l'impertinente viso loro alzano contro quel medesimo papa, di cui predicarono sì altamente la potenza! Credono essi adunque, che il papa debba, a grado della cupidigia e dell'ambizione loro, ora condannare ciò che appruovava, ed ora appruovare ciò che condannava? Si lamentano del procedere arbitrario del papa? Adunque credono, che solo il loro imperatore, da essi tanto adulato, abbia questa facoltà al mondo di essere arbitrario? Piacciono loro gl'imperiali capricci, non piacciono le pontificali sentenze: nemici del loro capo innocente sono, adulatori del loro tiranno sono: amano meglio uno scomunicato, che un papa.