Seppesi Rovigo, che sapeva tutto, queste cose; le disse all'imperatore. Sdegnossene Napoleone: prima cosa, fatto arrestare a furia Dastros, il cacciò nelle segrete al solito: poi fece rimproveri e minacce tali a Portalis, consigliere di stato, perchè le lettere del papa a Dastros erano venute sotto sua coperta, che il povero giovane se ne tornò tutto smarrito e lacrimoso a casa. Ma le Savonesi cose pressavano. Scrutaronsi diligentemente dalla polizia Napoleonica i fogli ai servitori del papa; a Paolo Campa, a Giovanni Soglia, a Carlo Porta, al prelato Doria, al prelato Maggiolo, ad Andrea Morelli, a Moiraghi, a Targhini, cuochi, e valletti. Trovarono lettere del papa per le Astigiane, Fiorentine, e Parigine controversie; trovarono lettere di Dipietro al papa, trovarono suppliche per dispense, modi di condursi ai Romani, descrizioni ed attestazioni di miracoli. Le ferrate porte di Fenestrelle sorbirono Morelli, Soglia, Moiraghi, ed un Ceccarini chirurgo, ed un Bertoni valetto: anche un Petroncini domestico del Doria, fu cacciato nelle segrete. Porta se la passò con una buona ammonizione, e che, se vi tornasse, mal per lui: speravano che scoprirebbe qualche cosa degli affari del papa. Doria fu mandato a starsene co' suoi a Napoli, e badasse a non guardar indietro. Nè Dipietro potè fuggire lo sdegno imperiale: preso a Semur, cambiò l'esilio in carcere.

Dispersi i minori, Rovigo e Napoleone pensavano a quello che fosse a farsi del pontefice; perchè, se gli altri avevano fatto fallo a Napoleone, il papa, pensavano, l'aveva fatto maggiore, e maggiore anche da lui veniva il pericolo. Non sapevano darsi pace, come tra quelle folte tenebre che avevano con tanta cura addensate intorno al pontefice, avesse trovato uno spiraglio a vedere, ed a far veder lume: il prefetto di Montenotte sentì qualche sprazzo della collera suprema. Incominciava a fulminare con grandissimo sdegno contro il papa Bigot di Préameneu: sapere l'imperatore, che il papa aveva scritto al capitolo di Firenze, acciocchè non conferisse la potestà all'arcivescovo nominato; recarsi l'imperatore quest'atto a grave offesa. Adunque vuole il papa tutto sovvertire e mandar sossopra? Adunque non vuol nemmeno che le diocesi siano transitoriamente amministrate dai prelati, che l'imperatore giudica degni della sua confidenza, ed ai quali secondo l'uso i capitoli conferiscono le potestà al tempo delle sedi vacanti? Adunque danna il papa uno stato transitorio, che è in facoltà sua di far cessare, dando le bolle, incontanente? Crede egli, che Sua Maestà sia subordinata ad un capitolo, per forma che il vicario ch'esso capitolo ha eletto, non abbia bisogno di essere riconosciuto dall'imperatore, e che, se riconosciuto non è, o cessasse d'essere, ei conservi il diritto di far funzioni, che sono ad un tempo stesso e temporali e spirituali? Un vescovo canonicamente instituito non può nominare un vicario generale senza l'intervento di un decreto imperiale: come può il capitolo avere maggior diritto che il vescovo? I sudditi dell'imperatore, che il capitolo compongono, non renderebbersi forse colpevoli, se un vicario altro che quello che il loro sovrano loro indicasse, o nominassero o mantenere volessero? Questo vicario capitolare non dovrebbe egli forse per la pace della chiesa cessare di per se medesimo l'ufficio, o se questo motivo, più sacro certamente dell'autorità arbitraria del pontefice, a ciò fare nol risolvesse, la volontà del sovrano non gli torrebbe forse ogni potenza dell'atto, o se ribelle si costituisse, non dovrebbe egli portar la pena della sua ribellione? Avere veduto il papa i sovvertimenti prodotti dalle instruzioni ch'ei non aveva diritto di dare sulla formola del giuramento d'un suddito al suo sovrano; nè poter non preveder quelli, che potrebbero nascere dalla sua lettera al capitolo di Firenze. Nissuna violenza, nissun oltraggio del papa l'imperatore lascerebbe impunito: essere tuttavia parato l'imperatore a venirne a giusti termini d'accordo, solo che il papa, scrivendogli, il facesse certo della sua volontà. Ma se al contrario da una parte perseverasse nel voler lasciar le chiese senza capi instituiti, dall'altra nell'impedir i capitoli, e nel mettergli in caso di ribellione contro il sovrano loro, non vedrebbe più Sua Maestà in questi atti le funzioni del governo pontificale, che tutte sono di pace e di carità, non vedrebbe più sotto un titolo rispettabilissimo, che un nemico protervo; obbligo suo sarebbe di torgli ogni mezzo di nuocere coll'interdirgli ogni comunicazione col clero del suo impero, e con isolarlo, qual ente pericoloso: non potere il prelato Doria aspettarsi altro destino, che quello di Pacca cardinale. Le quali ultime parole dette, non so per qual rispetto, non di Pio, ma di Doria, chiaramente significavano, che di Doria si dicevano, perchè Pio come dette di se le riputasse.

Crebbero a dismisura gli sdegni, quando si scoverse l'affare di Dastros. Sclamava il Parigino ministro, la pontificia lettera esser fonte di ribellione; girare il papa le incendiarie faci all'intorno; parlare di concordia, suscitare la discordia. Poi per bocca imperiale comandava al prefetto di Montenotte, badasse bene a non lasciare trapelar lettere, nè per dentro, nè per fuori della papale stanza, e non mancasse; parlasse più risolutamente al papa; gl'intuonasse alle orecchie, che dopo la fulminata scomunica, ed il procedere suo a Roma, che tuttavia continuava a Savona, l'imperatore il tratterebbe come meritava; che tanto era oramai il secolo oltre nei lumi, che sapeva distinguere le dottrina di Gesù Cristo da quelle di Gregorio settimo.

I fatti seguitavano le minacce. Per dispetto, e per speranza di ottener concessioni col terrore, ordinava l'imperatore, che ogni apparato esteriore si sbandisse dall'abitazione pontificia: trovarono i rigidi comandamenti diligenti esecutori. Camillo Borghese principe toglieva le carrozze al papa, toglievagli Sarmatoris e gli altri servitori, sopprimeva ogni segno di rispetto, gl'interdiceva penna ed inchiostro, gl'intimava per ordine di Napoleone imperatore, che gli era fatta inibizione di comunicare con alcuna chiesa dell'impero, nè con alcun suddito dell'imperatore sotto le pene di disubbidienza tanto per lui, quanto per loro; che cessava di essere l'organo della Chiesa colui che predicava la ribellione, colui che aveva l'anima tinta di fiele; che poichè niuna cosa il poteva far savio, se gli faceva a sapere, che sua Maestà abbastanza era forte, perchè potesse far quello che i suoi antecessori avevano fatto, e deporre un papa.

Si credeva a Parigi che i comandamenti ripetuti avessero maggior forza. Per la qual cosa Bigot di Préameneu novellamente inculcava, si intimasse a Pio, che per cagion sua i cardinali, ed i vicari generali perdevano la libertà, i canonici le prebende; che queste occulte trame erano indegne di un papa; ch'egli sarebbe cagione delle disgrazie di tutti coloro, che avrebbero a far con lui; che dichiarato nemico dell'imperatore doveva quietamente starsene, e poichè da sè si chiamava carcerato, operare come se fosse carcerato, nè avere con nissuno pratica o corrispondenza; che gran disgrazia era per la Cristianità lo avere un papa così ignorante di quanto è dovuto ai sovrani: che del resto, non sarebbe la pace dello stato turbata, e che il bene si farebbe senza di lui.

Oltre i comandamenti del ministro dei culti, e del principe governatore del Piemonte, perciocchè tutto il governo Napoleonico era mosso contro il prete di Savona, intuonava dalle sponde dell'investigatrice e dispotica Senna la polizia, si guardasse bene dentro e fuori della pontificia abitazione; si stillasse tutto, si spiasse tutto; niuna cosa, per minima che fosse, trapelare, o, per usare le parole stesse, filtrare potesse, senza che la polizia la sapesse; si guardasse attentamente al grande, si guardasse colla medesima gelosìa al minuto; non si prestasse fede di tutto a tutti, ma solo ai più fidi; se alcuno mentisse, fosse punito; se alcuno dicesse la verità, fosse ricompensato; vigilante fosse la investigazione, e continua, ma invisibile, fosse anche proteiforme; fossero gli agenti di tutte le lingue, di tutte le forme, di tutti i mestieri, varj ed infiniti i pretesti, ma sempre naturali, perchè il lambiccato svela l'arte; si usasse ogni astuzia, ogni strattagemma, ogni scaltrimento; superassersi in astuzia, queste parole stesse portavano le lettere, i preti, anche i più maliziosi; si avesse l'occhio massimamente alle strade da Savona a Torino, perchè là era il marcio; si guardasse addosso ai pedoni molto diligentemente, e per ogni parte si ricercassero; non mancherebbero i pretesti per non dar sospetto; ora si motivasse di un vagabondo, ora di uno scappato di galera, qui si cercasse un soldato fuggitivo, là un truffatore condannato, poi un po' di scusa velerebbe il segreto: le Savonesi terre desolate dalla polizia. Voleva ancora, essa polizia, si procurasse, che pei concorsi d'uomini o di alta o di bassa condizione, gli autorevoli e di buona favella intendessero alle persuasioni, dicendo, che l'imperatore aveva ragione, il papa torto; che più amava l'imperatore la religione, che il papa l'amasse. Insinuava altresì, che le sacristìe ed i confessionali farebbero servizj grandi, se si facesse sentire ai curati instrutti, ed ai preti giurati, che la loro obbedienza e sommessione erano conosciute, e che sarebbero anche premiate; se qualche canonico, o se qualche regolare passato a vita secolare compiangesse o titubasse, se gli facesse tosto suonare all'orecchie l'interesse personale, la perdita delle pensioni, e che la polizia sapeva tutto; se qualcheduno ricalcitrasse, si mettesse in luogo dove gli passerebbe voglia; finalmente con ogni sorta di cortesi dimostrazioni, tanto in pubblico, quanto in privato si accarezzassero, ed al ministro dei culti si raccomandassero gli ecclesiastici che si mostrassero più fedeli, che usassero l'autorità loro per ridurre i compagni a fedeltà, e che predicassero che ogni potestà temporale viene da Dio, e che il Vangelo insegna e raccomanda l'obbedienza e la sommessione verso i principi; ponessesi mente ad operare che tutti gli spiriti s'imbevessero di quest'opinione, che l'imperatore non tornava mai indietro, che per la sua munificenza infinita sempre premiava chi fedelmente e devotamente il serviva, ma che per la sua giustizia mai non perdonava a chi denigrasse, a chi ricalcitrasse, a chi dissidj e discordie seminasse.

Queste che abbiamo raccontate, furono le cautele poste in opera dai Napoleonici per murare il papa, e per fare, che nissuno sapesse, o dicesse, o facesse altro che quello che piaceva a Napoleone. Arti veramente perfette erano queste, e da servir per esemplare a chi ama il comandare da se. L'imperatore veduto che nè le persuasioni, nè le minacce, nè gli spaventi, nè la strettezza del carcere non avevano potuto piegare l'animo del pontefice, e credendo, per le opinioni dei popoli, di non potere da se, e senza che gli estremi mezzi prima si fossero tentati, fare questa gravissima mutazione, che i vescovi di Francia, e di tutti i paesi sudditi a lui più non ricevessero la instituzione canonica della sede apostolica, si era risoluto ad usare più efficacemente il sussidio del consiglio ecclesiastico adunato in Parigi. Opinava, che il parere di ecclesiastici di grado o di dottrina, fosse per operare fortemente in favor suo sulla mente dei popoli, caso che per la necessità delle cose si avesse a rompere quel legame, che congiungeva l'episcopato Francese alla Chiesa di San Pietro.

Inoltre, a ciò consigliato, e stimolato principalmente dal consiglio ecclesiastico, si era deliberato a convocare un concilio nazionale a Parigi; acciocchè considerasse la necessità presente, e proponesse i mezzi di rimediarvi. Dava favore a questo suo pensiero, oltre la maggior autorità di un concilio, la speranza che i vescovi Italiani chiamati all'assemblea, siccome nutriti, la maggior parte, nelle dottrine che abbracciate in Italia da molti dotti canonisti, avevano negli ultimi tempi trovato una principal sede in Pistoia, avrebbero deliberato in favor d'un'opinione, che, quanto alla trasmissione dell'episcopato, pareva conforme agli usi antichi della Chiesa primitiva.

Ordinate in tal modo le cose, e sicuro di quello che dovesse avvenire, Napoleone stimolava il consiglio ecclesiastico; acciocchè desse principio a quanto si era ordinato. In primo luogo rispondeva il consiglio, non senza molt'arte, a quesiti fatti con maggior arte. Quanto all'articolo, se il governo della Chiesa fosse arbitrario, dichiarò che non era; che quanto alla fede, la santa scrittura, la tradizione, ed i concili servivano di regola; e quanto alla disciplina, l'universale reggevano i decreti della Chiesa universale, la particolare quelli delle Chiese particolari; il che il consiglio non diceva senza cagione. Aggiunse, che la disciplina particolare era sempre stata rispettata dalla Chiesa universale, piena di carità e di condiscendenza. Ragionò, che Dio aveva dato a san Pietro, ed a' suoi successori il primato d'onore e di giurisdizione; ma i consiglieri ecclesiastici, procedendo con questa generalità, e non venendo a nissuna particolarità, non si spiegavano, in che cosa consistesse questo primato di giurisdizione, perchè in ciò appunto stava tutta la difficoltà della materia venuta in controversia; che Dio diede al tempo stesso agli apostoli, continuavano i consiglieri, la facoltà di reggere le Chiese, con subordinazione però al capo degli apostoli: dal che ne risultava, che ove questa subordinazione non si offendesse, avevano i successori degli apostoli pieno mandato di governar le Chiese.

Non potere, statuirono, il papa ricusare il suo intervento negli affari spirituali per cagione dei temporali, quando questi di tale natura non siano, che non impediscano il pontefice di far uso della sua autorità liberamente, e con piena independenza: convenirsi, che nel concistoro intervengano cardinali di ogni nazione, ma dello speciale modo non convenirsi deffinire, dovendosi lasciare qualche libertà al papa nella elezione de' suoi consiglieri; nè in ciò potersi andar più oltre che il concilio Basileense ebbe prescritto, cioè eleggesse il papa cardinali di tutte le nazioni, quanto più comodamente fare si potesse, e secondochè se ne trovassero dei degni. Ma prelati tostamente contraddissero a questa soluzione, nè potevano fare altrimenti, dichiarando, veramente avere l'imperatore raccolti in se stesso tutti i diritti del richieder cardinali, che competevano ai re di Francia, ai principi del Brabante, ai sovrani della Lombardìa, del Piemonte, e della Toscana; dal che ne conseguitava, che, eccettuati i cardinali degli stati ereditarj d'Austria, dovendo presto aggiungersi i diritti di Spagna, tutti i cardinali gli avrebbe nominati egli; e che independenza di papa e di concistoro fosse quella, ponendo eziandìo che il papa si restituisse a Roma, ed al dominio temporale, nissuno è, che nol veda.