Mentre Guglielmo Bentink dominava in Sicilia, Edoardo Pellew signoreggiava i mari Mediterraneo ed Adriatico. Era la terra in mano di un solo, il mare in mano di un solo. Nacquero accidenti, ora in questo mare, ora in quell'altro, ma di poco momento per la superiorità tanto notabile di una delle parti, e la depressione dell'altra. Predarono gl'Inglesi già sin dall'ottocentundici molte onerarie al capo Palinuro. Nell'Adriatico poi, per istringere il presidio di Ragusi, s'impadronirono presso a Ragonizza, di una conserva di navi, anch'esse cariche di vettovaglie. Fatto di maggior importanza fu una battaglia navale combattuta aspramente nelle acque di Lissa, una delle isole antemurali dalla Dalmazia. Vinse la fortuna Britannica: le fregate Francesi la Corona, e la Bellona vennero in poter degl'Inglesi; la Flora si condusse in salvo, la Favorita andò di traverso. Per questa fazione Lissa cadde in potestà degl'Inglesi. Vi fecero una stanza ferma, ed un nido sicuro, dove e donde potevano ritirarsi ed uscire a dominar l'Adriatico. Fu per Napoleone dato avviso al pubblico della fazione di Lissa, ma a modo suo, servendosi del nome del generale Giflenga che era stato presente alla battaglia. Se non si poteva dire che l'imperatore perdesse quando vinceva, molto meno si poteva quando perdeva. Giflenga stette queto, perchè non poteva parlare, quantunque il fatto fosse assai diverso del come fu nella patente lettera di lui descritto.
Già i fati assalivano Napoleone; l'ambizione, che mai non dormiva in lui, gli toglieva l'intelletto. Dome la Francia, la Germania, l'Italia, non poteva capirgli nell'animo che di tutta Europa signore non fosse. La Russia e l'Inghilterra gli turbavano i sonni; quella amica poco fedele, questa nemica costantissima; nè poteva pazientemente sopportare, che queste due potenze gli fossero ostacolo al salire dove i suoi desiderj fossero, non dico sazj, perchè a ciò la natura sua smisurata ripugnava, ma più soddisfatti: mezza Europa non gli bastando, come non mai si fermava la sua cupidigia, la voleva tutta. Parevagli che due grandi imperj, quali erano il suo e quel d'Alessandro, non potessero sussistere insieme nel mondo. Per questo aveva dilatato i suoi confini insino alla Russia, per questo unito alla Francia Amburgo e Lubecca, per questo fortificato Danzica, per questo creato il ducato di Varsavia, per questo teneva ostinatamente stretta ne' suoi artigli la miseranda Prussia, piuttosto ombra di potenza che potenza. Nè ignorava, quanti sdegni contro lui covassero, massimamente in Germania, pel suo insopportabile dominio: l'estrema forza della Russia gli nutriva. Questi pensieri, giunti alla cupidigia dell'esser solo, tanto più gli turbavano la mente, quanto più prevedeva che non poteva domar l'Inghilterra, se prima non domasse la Russia. Qui anche covava, secondochè appare, un pensiero grandissimo, nè a lui ostava, per mandarlo ad effetto, l'amicizia che allora aveva col sultano di Turchìa. Napoleone vincitore della Russia mirava al farsi padrone di Costantinopoli per rintegrare nella sua persona l'imperio d'Oriente, ed anzi tutta la pienezza del Romano impero. Appetiva anche le Indie Orientali a distruzione dell'Inghilterra, e ad acquisto di fama pari a quella d'Alessandro Macedone. Nè che io narri cose fantastiche alcuno sarà per dire: perchè dell'andare per cammino terrestre nelle Indie non solamente si parlò in quei tempi, ma eziandio ne furono prese deliberazioni, e i luoghi esplorati, e le stanze notate, e la lontananza accertata, e tenute pratiche colla Persia. Anzi gli adulatori già spargevano, che l'impresa non aveva in se tanta difficoltà quanta il volgo credeva. Solo ostava la Russia: per questo Napoleone ambiva di soggiogarla, confidando che il vincerla gli metterebbe in seno l'imperio del mondo. Sapevaselo l'Inghilterra, che continuamente stava ai fianchi d'Alessandro, acciocchè dalle infauste e mortali mani si strigasse. A questo fine aveva anche mandato un ambasciatore straordinario ad Ispahan, affinchè tenesse il sofì di Persia bene edificato verso l'Inghilterra.
Dall'altro lato la Russia, che vedeva il cimento inevitabile, pensava che il più presto sarebbe stato il meglio: mezzo mondo era vicino a marciare in guerra contro mezzo mondo; i due imperi apprestavano l'armi con tutte le forze loro. Favoriva l'uno un esercito fioritissimo, massime di Francesi usi a vincere in tante guerre, una esperienza di tanti anni, una perizia finissima, una fama maravigliosa di capitano invitto in chi tanta mole da se solo muoveva: il favorivano la maestria delle insidie nel corrompere, e l'arte squisita di adescar gli uomini: il favorivano la guerra di Turchìa già suscitata contro la Russia, quella di Persia prossima a suscitarsi.
In pro della Russia inclinavano altre sorti: le regioni lontane, e solo assaltabili di fronte, la vastità loro, i deserti immensi, i freddi orrendi. A ciò una infinita divozione dei popoli verso l'imperatore Alessandro, e la costanza de' suoi soldati, dei quali si prevedevano i primi impeti buoni, gli ultimi migliori. Nè gran peso non recava la potenza dell'Inghilterra, che a lei si sarebbe congiunta. Efficace ajuto ancora, per la diversione e per l'esempio, recava alle cose di tramontana la guerra di Spagna e di Portogallo. Le Spagnuole geste risuonavano nel cuore dei Prussiani, ed accendendo ogni animo anche più quieto, gli chiamavano alla liberazione della patria. Gli Spagnuoli, dicevano, gente in questi ultimi tempi poco usa alle guerre, avere volto il viso e l'armi contro il comune tiranno, i Prussiani famosi giacersene inoperosi ed inonorati: cattolici assuefatti all'obbedienza servile insorgere e combattere; protestanti più usi alla libertà, quietamente e pazientemente obbedire: niuna in Ispagna maravigliosa fama essere, avere in Prussia, i più, veduto, in tutti vivere Federigo II: la spada sua lasciata a rispetto del vincitore, essere stata dal medesimo tradotta a scherno, vile trionfo di capitano barbaro: essa chiamare i Prussiani a vendetta: sorgere dalla tomba la voce di Luisa oltraggiata, rimproverare ai Prussiani la loro ignavia. Nè la restante Germania quietava. L'Austria stessa tanto temperata titubava, aspettando il tempo propizio. Che anzi la Baviera, sempre aderente alla Francia per emolazione e paura dell'Austria, seguitava la medesima inclinazione. Tanto era venuta a fastidio la potenza Napoleonica, conculcatrice sì degli amici, come dei nemici, e forse più ancora dei primi che dei secondi. Quanto all'Assia, oltre la comune servitù, era sdegnata dal procedere puerile e superbo di Girolamo Napoleonide. Così nissun voleva star ozioso a vedere l'esito della guerra, e tutti aspettavano l'occasione di scoprirsi. Quest'erano le speranze della Russia.
Quanto all'Italia, gli umori vi erano diversi, nè sì grande il suo momento, per esser troppo lontana dai campi in cui si dovevano combattere le battaglie, nè dava timore di un moto alla Spagnuola. Inoltre nelle regioni superiori di lei la lunghezza del dominio Napoleonico vi aveva, parte assuefatto gli animi, parte posto in dimenticanza gli antichi sovrani. Nella inferiore poi le crudeltà commesse vi avevano alienato gli spiriti, e se i popolani, specialmente nelle province, non amavano Giovacchino, i nobili l'amavano, grande sussidio al suo governo. Roma e Toscana nel mezzo fremevano ma impotenti; i Piemontesi, uomini armigeri, si contentavano di quelle guerriere sorti. Del regno d'Italia, la parte Milanese dipendeva piuttosto con lieto animo, che mal volentieri dal capitano invitto, per avere una capitale fioritissima, un nome ed un esercito proprio, magistrati ed impiegati del paese, una immagine d'independenza. Del resto la gloria militare di Napoleone quivi aveva cominciato, quivi continuato, i pubblici segni magnifici; eravi sorta una certa nazionale altezza. La parte Veneziana avversa; ma che sperare avesse, e per cui combattere non sapeva. Solo sapeva che per se non poteva combattere: niuna speranza avevano i Veneziani della loro nobil patria, o preda sempre, o compenso di preda.
Risolutisi i due potenti imperatori al venirne al cimento dell'armi, ed al contendere fra di loro dell'imperio del mondo, cominciarono, come si usa, a gareggiar di parole, allegando l'uno contro l'altro piccoli fatti, certamente molto abietti, e molto indegni di tanta mole. Essi sapevano il motivo vero della guerra: tutto il mondo se lo sapeva, quest'era l'impossibilità del vivere insieme sulla vasta terra. Napoleone come più impaziente e più ambizioso, tirandolo il suo fato, assaltava primo; infierì la guerra in regioni rimotissime; desolò prima le sponde del Boristene, poi quelle del Volga: combatterono i Russi a Smolensco, combatterono a Borodina sulla Moscova: prendeva Napoleone Mosca, la prendeva ed insultava: folle che non vedeva che Dio già gli dava di mano! Era fatale, che sui confini dell'Asia perisse la fortuna Napoleonica; arse Mosca, immensa città; cagione e presagio di casi funesti. Una rotta toccata da Murat avvertiva Napoleone che il nemico si faceva vivo, e che quello non era più tempo da starsene nel fondo delle Russie. Gli restava l'elezione della strada al ritirarsi. Pensò di ridursi, passando per Caluga e Tula, a svernare nelle province meridionali della Russia: vennesi al cimento terminativo di Malo-Jaroslavetz, in cui mostrarono un grandissimo valore i soldati del regno Italico. Quivi perirono le speranze di Napoleone, quivi si cambiarono le sorti del mondo, quivi rifulse principalmente la virtù di Kutusoff, generalissimo di Alessandro. Napoleone ributtato con ferocissimo incontro, fu costretto a voltarsi di nuovo alla desolata strada di Smolensco: il Russo gelo spense l'esercito: piange e piangerà eternamente la Francia, piange e piangerà l'Italia il suo più bel fiore perduto per l'ambizione d'un uomo, che con la sua superbia volle tentare il cielo; il cielo mostrò la sua potenza; questa fu la pienezza dei tempi profetizzata da papa Pio. Imparino moderazione e giustizia gli ambiziosi, che si dilettano delle miserabili grida degli straziati uomini.
Al suono delle rotte Napoleoniche, la Prussia, procedendo impetuosamente contro l'insopportabile signore, nè aspettato nemmeno d'intendere la volontà del re, insorgeva, e si vendicava cupidissimamente in libertà. Napoleone ritornava nella sua sede di Parigi; ma pei recenti fatti molto era rallentata la fama della sua gloria militare. Murat, sbalordito da accidenti tanto straordinarj, abbandonato l'esercito se ne veniva a Napoli; presene il governo Eugenio vicerè. Aveva Murat mala satisfazione di Napoleone, ed era maravigliosamente commosso contro di lui, perchè gli aveva attraversato i suoi disegni sopra la Sicilia, e perchè non gli era ignoto, ch'egli aveva negoziato con Carolina di cose pregiudiziali al suo dominio Napolitano. Dall'altra parte gli alleati, massimamente gl'Inglesi, si erano deliberati a pretendere ed a metter fuori certe voci che sapevano essere gradite agl'Italiani, sperando con esse di commuovere facilmente tutta la penisola; quest'erano che oggimai era venuto il tempo di dare all'Italia l'essere independente. Pingevano con vivi colori la tirannide di Napoleone, e con immagini lusinghevoli si sforzavano di voltare gli animi a questo pensiero della liberazione. Bentink o tentativamente o sinceramente che sel facesse, si spiegava di questo disegno con parole incitatissime, e dimostrava la Gran Brettagna parata a secondarlo. Conosceva Giovacchino tutti questi umori. Per questo, tornando da Mosca, passò per Milano, dove più che in altri paesi d'Italia questi desiderj si erano accesi, a fine di scoprire che cosa portassero i tempi. Ma siccome leggieri uomo ch'egli era, quantunque portasse ancora impressi in volto i segni del passato terrore, si mise a far gran promesse, ch'egli farebbe e direbbe, e che era tempo da far l'Italia independente, e che egli era uomo da farla, e che la farebbe. Con questi vanti, che pure lasciavano semi, se ne tornava nel regno. Bentink, conosciuto l'uomo, e volendo concordarlo con gli alleati per turbare fin dalla bassa Italia le cose a Napoleone, il confortava ad assumere le insegne di campione dell'Italica libertà. Lodava il suo valore, le armi, i soldati: l'empieva di speranze; affermava, che, dove egli consentisse a congiungergli con quei de' confederati, si toglierebbe ogni dubbio sull'esito finale dell'impresa, che il turbatore e tiranno del mondo sarebbe vinto, che i confederati il saluterebbero re, che sempre il suo trono di Napoli vacillerebbe, se non fosse conosciuto, e riconosciuto dall'Inghilterra e dalla Russia, che a voler esser tenuto e conservato re novello in mezzo a tanti re antichi, e nel cospetto stesso del naturale e legittimo sovrano, a cui era sempre parata l'azione sopra il regno di Napoli, abbisognava il consenso libero di tutti, e che perciò era necessitato a fondarsi con nuove congiunzioni. Che momento recare, che ajuto porgere a lui ancora potevano Napoleone vinto, ed i suoi gelati soldati? Badasse bene, che colla conservazione propria ne andava la salute e la libertà d'Italia: sarebbe il suo nome immortale, cambierebbe l'odioso nome di re intruso in quello di re legittimo e liberatore. Impugnasse adunque quelle Napolitane armi, si separasse dall'amicizia di Napoleone, assumesse quella degli alleati, bandisse, ed asseverasse l'independenza Italiana. Offerirgli l'Inghilterra la volontà pronta ad ajutarlo, e siccome comune sarebbe l'impresa, che avrebbe facilmente felice successo, così comuni ancora sarebbero l'onore e il frutto. A questo modo Bentink tentava Murat, affinchè venisse a questa congiunzione; il negozio andò tant'oltre, che l'Inglese già si era condotto non a Messina, per non dar sospetto a Ferdinando, ma a Catania a fine di avere maggior comodità di certificarsi dell'animo del novello re, di attendere alla pratica, e di concludere l'accordo. Nè era senza speranza di venirne a conclusione, quando Giovacchino ricevè lettere da Napoleone; portavano, magnificate le cose, che i soldati scritti in Francia con volontà obbedientissima marciavano, che gli eserciti s'ingrossavano, che i popoli gli deliberavano con pronto animo grosse sovvenzioni di denari, che la Francia sarebbe presto uscita a campo più formidabile che mai; che insomma il nome e la fortuna dell'imperatore risorgevano. Queste novelle, aggiunta anche la natura facilmente mutabile di Murat, furono cagione ch'egli tagliò inopinatamente ogni pratica, e si deliberò a perseverare nell'aderirsi a Napoleone. Bentink l'ebbe per male, e rimaso senza speranza di averlo congiunto seco, s'indispettì talmente che non ostante che per mitigare con qualche onesto modo l'animo suo, Giovacchino gli mandasse poi in presente una ricca e forbita sciabola, l'Inglese non volle più trattar con lui, nè udire le nuove proposte ch'ei gli venne facendo, quando sopraggiunsero i tempi grossi per Napoleone in Germania. Il che fu cagione che Murat deposto ogni pensiero dell'independenza d'Italia, si voltò finalmente tutto verso l'Austria, sperando in tal modo di fondare la propria grandezza sulla dipendenza altrui.
Napoleone, che riavutosi dagli accidenti di Russia era rientrato in sè medesimo, ed attendeva e provvedeva gagliardamente ad ogni cosa, essendogli diventato buon maestro il timore, e considerato che il rendersi benevolo il papa, e l'accordarsi con lui, avrebbe fatto fondamento grande ai suoi pensieri, e molto giovato a tener fermi nella sua dominazione in sì grave pericolo gli animi degl'Italiani, si ritirava dalle domande di Savona, ed inclinando alla concordia concluse un concordato il dì venticinque gennajo in Fontainebleau. I principali capitoli furono, che sua santità esercerebbe l'ufficio del pontificato in Francia e nel regno d'Italia, in quel modo e conformità che i suoi antecessori l'avevano esercite; che manderebbe ai potentati i suoi ministri, e da loro ne riceverebbe, con le solite immunità e privilegi del corpo diplomatico; che gli si renderebbero i beni non venduti, e che i venduti gli si compenserebbero con una rendita di due milioni di franchi all'anno; il papa, fra sei mesi dalla notificata nomina dell'imperatore instituirebbe canonicamente, in conformità del concordato, ed in virtù del presente indulto, i nominati agli arcivescovadi ed ai vescovati dell'impero di Francia, e del regno d'Italia; che il metropolitano prenderebbe le informazioni preliminari; se fra sei mesi il papa non avesse instituito, il metropolitano instituirebbe egli, o se di metropolitano si trattasse, l'anziano dei vescovi l'instituirebbe; che le sedi mai più di un anno non potessero vacare; che il papa nominerebbe, tanto in Francia quanto in Italia, a sei vescovati, che di comune consenso si sceglierebbero; che i sei vescovati suburbani si restituirebbero, e che il papa ad essi nominerebbe; che i beni non venduti a loro si restituirebbero, ed i venduti si ricupererebbero; che i vescovi assenti dallo stato Romano si rintegrerebbero nelle loro sedi; che di mutuo consentimento si ordinerebbero i vescovati della Toscana e del Genovesato; si conserverebbero, dove il papa sederebbe, la propaganda, la penitenzierìa, gli archivj; che sua maestà rimetterebbe nella sua grazia quei cardinali, vescovi, preti, e laici, che ne erano caduti; che s'intenderebbe, che il santo padre consentiva ai sopra narrati capitoli a cagione dello stato attuale della chiesa, e della speranza datagli dall'imperatore, che soccorrerebbe con la sua potente protezione ai numerosi bisogni che stringevano la religione nei tempi presenti. La sede futura del papa lasciossi in pendente; chi parlava di Avignone, chi di Roma. Se in questo trattato, oltre le concessioni ottenute, il papa ricuperò, come pare verisimile, per un capitolo segreto, la sua Roma, ei sarà manifesto che il carcerato vinse il carceratore. Affrettossi Napoleone di pubblicare l'accordo di Fontainebleau, e ne levò anche, sapendo di quale importanza fosse, un gran grido. Querelossi il pontefice della affrettata pubblicazione gravemente perchè avrebbe voluto, che allora solamente fosse pubblicato quando avesse avuto in ogni parte la sua esecuzione.
La benignità della stagione permetteva oggimai il guerreggiare: Napoleone, fatta con gran prestezza una nuova congregazione di soldati, e promettendosi più che mai del futuro, ricompariva forte ed audace sui campi Germanici. Combattè i Russi, combattè i Prussiani in duri incontri; combattè anche con estremo valore gli Austriaci voltatisi contro di lui per gli sdegni antichi, e per le disgrazie nuove. Ma la rotta di Lipsia pose fine alla sua potenza: la Germania intera, mutato procedere con la fortuna, corse con impeto infinito a libertà: i popoli Alemanni facevano a gara in quest'impresa, che santa chiamavano, e coll'armi in mano delle lunghe ingiurie si risentivano. Le Francesi terre sole furono ricovero al vinto Napoleone. Così il lungo fastidio dell'imperio Napoleonico, e lo sdegno universale avevano tolto di mezzo le difficoltà, che altre volte avevano disturbato il desiderio comune. Una gran tempesta cambiatrice di destini sovrastava all'Italia. Aveva Napoleone, che non si era punto ingannato dell'avvenire, mandato il principe Eugenio in Italia, perchè ordinasse le cose alla imminente guerra. Era il principe veduto con qualche amore dai popoli del regno, non che si mostrasse acceso nel desiderio dell'independenza, che anzi in questo era assai docile nel servire alla volontà del padre, ma perchè era di natura facile e temperata. Pure in quest'ultimo caso tanto si mostrò acerbo nell'eseguire il mandato di Napoleone, sì nel far correre i soldati delle nuove leve, sì nel riscuotere i denari dai popoli, che l'amore convertissi in odio. Prima però di narrare i successi dell'armi in Italia, è mestiero descrivere i maneggi politici, che specialmente rispetto a lei si trattavano in questi tempi. Primieramente quando ancora Napoleone era a Dresda, gli alleati, ai quali l'Austria già si era accostata, gli proponevano che restituisse le provincie Illiriche, che ristorasse a libertà le città anseatiche, che consentisse a nominare, d'accordo con gli alleati, sovrani independenti pei regni d'Italia e d'Olanda. Domandavano altresì, che evacuasse la Spagna, e rimandasse il papa a Roma: susseguentemente credendo, che per le rotte avute si fosse renduto più facile alla concordia, il richiedevano, senza però, che questa fosse condizione indispensabile, che rinunciasse alla confederazione Renana, ed alla mediazione della Svizzera. Quello spirito altiero, che sempre si empiva di pensieri vani, e presumeva della sua fortuna sopra il consueto degli uomini ragionevoli, non volle piegar l'anima; risolutamente ricusò le proposte. Quanto all'Italia, corse fama che i confederati, non avendo potuto persuadere il desiderio loro a Napoleone, si voltassero a tentar l'animo d'Eugenio vicerè, offerendogli di riconoscerlo re del regno d'Italia, se volesse congiungersi con loro ad impresa comune per la liberazione d'Europa: cosa, che il principe non avrebbe potuto fare senza voltar le armi contro la Francia, e contro il padre. Vogliono che Eugenio rispondesse, non esser padrone di se medesimo, non avere la potestà sovrana; solo essere delegato e mandatario, non potere senza taccia d'infamia, non che accettare, udire le proposte; non avrebbero gli alleati nè stima nè fede in lui, se a quello che da lui richiedevano acconsentisse. Se fu vera, bella risposta fu certamente questa, e se Eugenio avesse perseverato sino alla fine nella medesima illibatezza di posporre l'utile all'onesto, non potrebbero i posteri dargli biasimo d'importanza.
Ma peggiorando vieppiù per la rotta di Lipsia le condizioni dell'imperator Napoleone in Germania, Eugenio cominciò a pensare ai casi suoi, e procedendo con dubitazione, frutto o della lunga servitù, o di disegni più cupi, o di affezione verso Francia, metteva fuori parole che dinotavano in lui la volontà di abbracciar l'independenza: essere cambiati i tempi, spargevano i suoi più fidi; dover essere l'Italia independente, ma unita a Francia, non unita ad Austria, non ad Inghilterra; ciò volere, ciò desiderare Napoleone; salvassersi le sorti di Francia, fossero quelle d'Italia quali e quante dovevano essere. Napoleone tocco da sventura, non essere più Napoleone trionfatore; lui la prosperità avere fatto rigido signore dei popoli, lui l'avversità fare spontaneo comportatore di libertà; pigliassero gl'Italiani quella occasione, che la fortuna offeriva loro di vendicarsi a libertà sotto il potente e temperato dominio della Francia.