Spaziavano poscia i fomentatori di questi pensieri sull'odioso, come dicevano, dominio dell'Austria; venirne l'Austria con brame di vendetta, venirne con fini d'assoluta potenza; il lungo dominio avere immedesimato col nuovo governo le persone e gl'interessi; non potere questa comunanza rompersi, il che l'Austria farebbe, senza infiniti dolori e ruine; altra essere la natura dei Francesi, altra quella dei Tedeschi; quella più uniforme agl'Italiani, questa più disforme; del resto, potere gl'Italiani stare, se l'independenza fondassero, senza i Francesi; il dominio Austriaco nel regno non potersi fondare senza la presenza dei soldati: eleggessero gl'Italiani tra lo essere stato proprio, o provincia altrui: quei magnifici palazzi novellamente sorti, quei valorosi soldati sì numerosamente formati, quei magistrati sì indissolubilmente radicati, quelle abitudini sì generalmente allignate, quel nome d'Italia sì lungamente in fronte portato, assai indicare che proprietà di se, non d'altrui, che insegne libere, non serve, che denominazione propria, non forestiera, doveva il regno, doveva l'Italia avere, nè comandare agl'Italiani altri che gl'Italiani: essere Eugenio, non Italiano di nascita, ma Italiano di elezione e d'affetto: offerirsi parato a fare quanto in lui fosse per dimostrare ai popoli, quanto la libertà, e l'independenza loro amasse, purchè in termini non pregiudiziali a Francia si consistesse: essere in lui sperienza di stato, sperienza d'armi, età giovenile, ma matura, corpo forte ed esercitato; le moleste cose averle volute Napoleone rigido, le dolci lui; e chente fosse il principe, averlo dimostrato con quella sua risoluzione stessa di conservarsi fedele nell'avversa fortuna a colui dal quale era stato innalzato nella prospera.
Queste insinuazioni dei fidati di Eugenio producevano pochi effetti, perchè i contrari al nuovo stato non si lasciavano svolgere, massimamente nell'imminenza dei pericoli presenti, i favorevoli poco confidavano nelle promesse Francesi. Costoro vedevano occupare tuttavia il primo luogo nella grazia del principe, intromettersi nei consigli più segreti, e l'autorità solo arrogarsi coloro, che nella servitù verso Napoleone più erano stati sprofondati, che al nome d'independenza sempre si erano spaventati, che delle più dure deliberazioni, e dei più rigidi comandamenti dell'imperatore e re erano stati i principali autori, ed i più attivi esecutori. Sapevano ch'essi erano sempre stati consigliatori di amare risoluzioni contro coloro, che per generosità d'animo, e per amore di franchigia, della lor patria altamente sentendo, erano divenuti sospetti: l'aver pruovato il loro giogo acerbo nuoceva alla causa che pretendevano. Due uomini principalmente erano venuti in odio dei popoli nel regno Italico, il conte Prina, ministro delle finanze, carissimo a Napoleone per la sua natura sottile ed inesorabile nel riscuoter le tasse, ed il conte Mejean, segretario del principe, uomo di tratto cortese e soave, ma che, come di scuola Napoleonica, credeva, che a voler che gli uomini siano bene governati, convenga metter loro un duro freno in bocca. Questi discorsi davano grandissimo nocumento alle cose del vicerè: alcuni però speravano, che, rimossa quella mano di Napoleone dalle viscere del regno, si avessero anche a rimuovere quei due consiglieri acerbi, e ad avere più in considerazione i consigli di quelli, che più amavano la moderazione e la libertà d'Italia. Tanto poi si era fatto per l'attività del vicerè, che si era creato un esercito giusto, composto parte di Francesi raccolti dai presidii e dagli scritti dell'Italia Francese, parte di soldati del regno, alcuni veterani, molti novelli. Il vedere queste genti dava qualche sicurtà ai popoli, se non di vincere, almeno di negoziare, e non si disperava dello stato franco. La tempesta intanto di verso il mare, e di verso il Tirolo e l'Illirio si avvicinava.
Eugenio confermandosi più l'un dì che l'altro ne' suoi disegni e nelle sue titubazioni e vacando sempre ai negozi cogli antichi consiglieri, aveva dato ordine al suo ministro di polizia, che scrivesse una circolare a tutti i prefetti, esortandogli a far sorgere destramente nei popoli il pensiero, che fosse arrivato il tempo di fondar l'independenza: insinuassero altresì, ch'egli si sarebbe fatto capo dell'impresa, e che Napoleone imperatore l'avrebbe veduta volentieri. Ma poscia, avendo paura di se stesso, e temendo che il moto, che si voleva suscitare, tornasse in pregiudizio della Francia, diede ordine che le lettere s'intrattenessero. Così tra il volere e il disvolere non riusciva a nulla, non accorgendosi che chi si mette a simili imprese, non solamente non può regolarle a volontà sua, ma non deve nemmeno curarsi che a volontà sua si possono regolare. A volere fondar la franchezza d'Italia, che era un fatto grandissimo, e' bisognava volerla senza mescolanza di altro affetto, e il voler serbare fedeltà a Napoleone ed a Francia, quando il fine della liberazione d'Italia esigesse altri pensieri, se era cosa onorevole, era certamente puerile. A chi si getta a questi partiti straordinarj è d'uopo il non pensare alle indiavolate cose che ne possono seguire. Odo che si dice, che a queste cose gli uomini onesti non possono consentire. A questo sto cheto; solo dico, che, se così è, gli uomini onesti non si debbono gettare a tali partiti, e nemmeno far vista di volervisi gettare. Questo poi so di certo, che Eugenio, o fosse onestà, o fosse mancanza di cuore, perdè l'impresa.
Giovacchino anch'egli si era travagliato di questa materia, quando ebbe veduto le cose di Napoleone andare in fascio in Germania. Ma varj ed incerti erano i suoi pensieri. Sul principio, quantunque non amasse il vicerè, ed emolasse la sua grandezza, gli aveva mandato proponendo: dividessersi fra di lor due l'Italia, facesserla independente; ch'essi soli, se operassero d'accordo, la potevano preservare dai Tedeschi; che non si sarebbe recato alcun pregiudizio alla Francia, la quale avrebbe avuto l'Italia per alleata. Aggiungeva, che in caso di deliberazione contraria da parte del vicerè, ei sarebbe obbligato di fare quelle risoluzioni che avrebbe stimate più convenienti alla salute sua.
Prestò il vicerè poco orecchio alle proposte del re di Napoli, o che non si fidasse di lui per le antiche emolazioni, o che volesse far da se, o che temesse di pregiudicar Napoleone e la Francia. Caduto Giovacchino dalle speranze di Eugenio, si era deliberato, già insin da quando aveva condotto l'esercito nella Marca d'Ancona, ad appiccare nel regno d'Italia qualche pratica segreta: anzi giungendo i suoi vanti a quei dei Napolitani, pareva che volesse far gran cose. Il generale Pino, antico amico di Lahoz, e soldato di pruovato valore, era venuto in qualche disfavore in corte, sì perchè si sapeva ch'egli era amatore dei viver patrio, sì perchè erano tra lui e Fontanelli, ministro della guerra, emolazioni di fama e di potenza. Vivevasene, dopo le prime battaglie dell'Illirio e del Friuli, che nel seguente libro racconteremo, in condizione privata, alle faccende pubbliche non badando, se non per saperle. Parve stromento opportuno al re di Napoli; il fece tentare; prometteva di condurre i suoi Napolitani all'impresa. Molti entrarono nell'intelligenza. I capi, disperando del vicerè, come troppo Francese, si gettavano alle parti di Giovacchino, il quale come più audace e meno cauto, era capace di fare qualche strepitosa alzata d'insegne. I congiurati tanto operarono, che Pino fu mandato al governo militare di Bologna, luogo atto a poter consuonare coi Napolitani, che, già occupate le Marche, si trovavano vicini.
Mandò Giovacchino un Pignatelli ad abboccarsi con Pino a Bologna. Il richiedeva, che col nome, ed autorità sua, che era grande fra i soldati italiani, ne tirasse a se quanti potesse, ed improvvisamente si scoprisse, quando il re si mettesse a cammino per assaltare l'Italia superiore. Queste trame non si poterono ordire tanto copertamente, che Fontanelli, che già sospettava del governator di Bologna, non ne avesse qualche sentore; perciò diede lo scambio a Pino. Giovacchino si trovò ingannato della speranza concetta di fare un moto nel regno d'Italia malgrado del principe vicerè. Andossene Pino a Verona, dove il principe, quando fu risospinto dai confini per le armi Austriache, aveva ridotto i suoi alloggiamenti. Veduto con poca lieta fronte dal principe, anzi interrogato, come sospetto, dal ministro di polizia Luini, se ne venne molto di mala voglia, e dimostrando dispiacenza grandissima, a Milano. Quivi visse privatamente, ed anche oscuramente sino alla commozione, che terminò con funesto fine un regno più lietamente incominciato. Giovacchino si gettava alla parte dell'Austria.
Le armi potenti seguitavano le macchinazioni impotenti. Aveva l'imperatore Francesco, che con grandissima prontezza si era allestito alla guerra, mandato un forte esercito, in cui si noveravano meglio di sessantamila buoni soldati, ai confini, per modo che cingeva tutto il regno Italico da Carlobado di Croazia insino al Tirolo. Obbedivano tutte queste genti al generale Hiller, uomo di grande sperienza per essere già molt'oltre con gli anni, e vecchio ancora di milizia. Militavano con lui non pochi generali di nome, tra i quali principalmente si notavano Bellegarde e Frimont, capitani esperti nell'Italiche guerre. Mandava fuori Hiller un suo militare manifesto, con cui, descritte primieramente le forze e le vittorie della lega, esortava gl'Italiani a levarsi contro il tiranno a generale liberazione d'Europa conquassata sì lungamente da tanti movimenti, ed a cooperazione dei poderosi eserciti che accorrevano in ajuto loro da ogni banda.
Quest'era il nembo che minacciava il regno Italico dai paesi di Settentrione, e d'Oriente. Vers'ostro i confini non gli erano sicuri; perchè gli alleati, facendo grande fondamento sulle sollevazioni dei popoli, si erano accordati, che, mentre gli Austriaci l'assalterebbero dalla parte loro, gl'Inglesi, o coi soldati proprj, o con soldati di ogni paese, massimamente Italiani raccolti in Malta ed in Sicilia, o finalmente con qualche mano di Austriaci, infesterebbero i due littorali dell'Adriatico, tanto dalla parte della Dalmazia e dell'Istria, quanto da quella d'Italia. Sapevano, che massimamente nella Dalmazia e nell'Illirio s'annidavano male disposizioni contro la dominazione Napoleonica, nella prima per le crudeltà usate da qualche generale, e per la cessazione del commercio, nel secondo per l'antica affezione alla casa d'Austria, e per la superbia di Junot governatore, che già pazzamente vi procedeva prima che pazzo diventasse. Intendevano anche a percuotere nei lidi Italiani, entrando per le bocche del Po, per far diversione in favor dello sforzo principale, che calava dalle Alpi Rezie, Giulie, e Noriche. Avevano anche speranza, sebbene il vedessero incerto e titubante, che Giovacchino di Napoli si sarebbe congiunto a loro, sì perchè allora sempre più precipitavano le cose di Napoleone, sì perchè si persuadevano, che avrebbe creduto un gran fatto, che i governi antichi con lui trattassero, lui riconoscessero, ed in luogo di alleato accettassero. Le forze del re di Napoli erano di grande momento all'Austria, perchè andavano a ferire il regno Italico a fianco ed alle spalle, e dove aveva minor difesa; perchè dei futuri casi, nissuno, e nemmeno Napoleone previdentissimo avrebbe potuto immaginare questo, che Giovacchino di Napoli fosse un giorno per muovere le armi contro il regno Italico di Napoleone di Francia.
Nè dovevano restare senza disturbo le sponde del Mediterraneo, perchè gl'Inglesi, essendo oramai certi delle intenzioni di Giovacchino, si proponevano di far impeto con quei loro soldati moltiformi, e racimolati da ogni paese, nella Toscana, provincia che credevano, non senza ragione, avversa al nuovo stato e desiderosa di tornare all'antico. Venivano con loro Bentink e Wilson generale colle loro pubblicazioni di libertà e d'indipendenza, dico Bentink, che intendeva la libertà, ma pendeva al tirato, essendo di natura piuttosto signoreggevole, e Wilson che amava la libertà, ma pendeva al largo, essendo di natura piuttosto tribunizia. Avevano essi trovato non so che bandiere con suvvi scritto il motto Independenza d'Italia, e dipinte due mani che si toccavano in segno d'amicizia e di colleganza. A questo modo suonava d'ogn'intorno un forte nembo al regno Italico, ed a tutta Italia. Le antiche ricordanze dell'Austria, le nuove parole di libertà, l'allettatrice mostra della padronanza propria, gli epifonemi di pace, di concordia, di felicità, le promissioni di tasse temperatissime, e di abolizione delle leve soldatesche si mettevano in opera per far muovere l'Italia; ma gl'Italiani, che già ne avevano vedute tante, non credevano nè agli uni nè agli altri.
Il vicerè forbiva ancor egli le sue armi. Aveva circa sessanta mila soldati, nei quali erano i veterani Italiani venuti di Spagna, i soldati di nuova leva, e la guardia reale Italiana, bella e valorosa gente; sommavano gl'Italiani circa ad un terzo. I Francesi anch'essi, o raccolti prestamente dai presidj, o chiamati dalla Spagna, con celeri passi accorrevano al sovrastante pericolo. Gli partiva in tre principali schiere; la prima, che obbediva a Grenier, aveva le sue stanze sulle rive del Tagliamento e dell'Isonzo, terre tante volte già combattute, e tante volte ancora gloriosamente conquistate dai Francesi; la seconda retta da Verdier alloggiava a Vicenza, Castelfranco, Bassano e Feltre. La terza, quest'era l'Italiana, posava a Verona ed a Padova: la governava Pino, non ancora stato al governo di Bologna. Una parte di lei sotto l'obbedienza dei generali Lecchi e Bellotti era mandata a custodire l'Illirio: la cavallerìa stanziava a Treviso. Per vigilare intanto sugli accidenti del Tirolo, parte che dava grandissima gelosia, una schiera di soccorso alloggiava in Montechiaro: quando poi divenne il pericolo più imminente, fu mandata, sotto il governo di Giflenga, a combattere in Tirolo contro un corpo d'Austriaci condotto dal generale Fenner. Secondavano tutto questo sforzo dalla Dalmazia, ma piuttosto per difendere che per offendere, pel picciol numero dei soldati, i presidj, la maggior parte Italiani, di Zara, Ragusi e Cattaro. Ora, diventando ad ogni momento la guerra più imminente, pensò il vicerè a spingersi più innanzi, andando a porre il campo principale a Adelsberga, terra poco distante dalla sponda destra della Sava sulla strada per a Carlobado di Croazia, e per a Lubiana di Carniola. Al tempo stesso, allargandosi alla sinistra, mandava una forte squadra a custodire i passi di Villaco e di Tarvisio, avendo avuto avviso che Hiller, fatto un assembramento molto grosso a Clagenfurt, minacciava di farsi avanti, sì per isforzare quei forti passi, e sì per condursi, montando per le rive della Drava, alle regioni superiori dell'affezionato Tirolo.