Quest'era l'ultima fine della tragedia che si rappresentava da venti anni addietro, toltone pochi intervalli pieni ancor essi, se non di sangue, almeno di rancori, e di minacce, e d'ambizione, nella dolorosa Italia. Straziata dagli uni, straziata dagli altri, tutti pretendevano promesse di felicità per lei; e peggio, che l'una parte e l'altra si lamentavano ch'ella non si muovesse a favor loro, come se fosse obbligo di lei di rendere amore per dolore. Ora infine si aveva a definire a chi dell'Austria o della Francia dovesse rimanere l'imperio d'Italia; se dovessero prevalere le nuove o le antiche sorti; se il dominio acerbo di Napoleone si dovesse mitigare o no; se l'Austria tornasse a Milano mansueta, come n'era partita, o se sdegnosa per le ingiurie; se Francia od Austria dovessero far dimenticare con le dolcezze di pace le insolenze e le rapine di guerra; se venti anni di novità dovessero o produrre secoli simili a loro, od immergersi, senz'altri segni che quelli delle storie, nel corso rintegrato dei secoli consueti; se a favellar Francese o Tedesco dovessero apparar gl'Italiani; se finalmente le parole soavi, che si dicevano agl'Italiani, fossero per loro o pei padroni; che l'allettare i popoli colle lusinghe per soggettargli fu sempre, ma più nei nostri tempi che in altri, astuzia di coloro che intendono ad appropriarsi l'altrui.

LIBRO VIGESIMOSETTIMO

SOMMARIO

Gli Austriaci condotti da Hiller cingono con forze potenti tutto il regno Italico. I Dalmati ed i Croati insorgono contro i Francesi. Eugenio si tira indietro. Battaglia di Bassano. Eugenio sull'Adige. Mala soddisfazione dei generali e soldati Italiani verso di lui. Nugent coi Tedeschi romoreggia alle bocche del Po. Giovacchino si scopre contro Napoleone e fa guerra al regno Italico. Battaglia del Mincio tra Eugenio e Bellegarde. Bentink sbarca a Livorno, parla d'independenza agl'Italiani, prende Genova, e promette ai Genovesi la conservazione dello stato. Sopraggiungono novelle funestissime per Napoleone; avere i collegati occupato Parigi, lui essere ridotto colle reliquie de' suoi battaglioni in Fontainebleau, avere rinunziato, avere accettato per ultimo ricovero l'Elba isola. Eugenio pattuisce con Bellegarde, e si ritira in Baviera. Stato degli spiriti in Milano. Tutti vogliono l'independenza, ma chi con Eugenio re, chi con un principe Austriaco. Discussioni nel senato in questo proposito. Sommossa popolare; il senato è disciolto; si convocano i collegi, che creano una reggenza, e mandano deputati a Parigi all'imperator Francesco per domandar l'independenza con un principe Austriaco. Esito della loro missione. Genova data al re di Sardegna. Conclusione dell'opera.

Gli Austriaci cignendo con largo circuito tutta la fronte dell'esercito Italico, avevano un grandissimo vantaggio, il quale ed all'occorrenza presente, ed alla natura loro sempre circospetta molto bene si conveniva. Sicura era la loro ala destra pei fatti succeduti in Germania, ed ultimamente per l'adesione della Baviera alla lega dei principi uniti contro Napoleone. In questo ancora molto momento recavano i Tirolesi pronti ad insorgere contro il nuovo dominio, per modo che l'Austria stessa per rispetto della Baviera, nuovo alleato, era costretta a tenergli in freno, acciocchè non facessero qualche incomposta variazione. Ma la inclinazione loro rendeva sicuro il loro paese alle forze Austriache, e dava sospetto al vicerè, perchè potevano offenderlo a mano manca ed alle spalle. Nè meno avvantaggiata condizione avevano gli Austriaci sulla loro sinistra: posciachè sapevano che le popolazioni Dalmate e Croate, essendo infense ai Francesi ed agl'Italiani loro confederati, erano pronte a sorgere contro i presenti dominatori; popolazioni armigere, e però di non poca importanza, massimamente in una guerra, alla quale i popoli, non che i soldati, si chiamavano. Hiller s'avvisava di condurre per modo la guerra, che facendosi innanzi con le sue ali estreme, mentre il grosso seguitava nel mezzo a seconda, ma più tardamente e più prudentemente, desse continuamente timore al vicerè di essere circuito ed assaltato alle spalle. Questa forma di guerreggiare doveva necessariamente far prevalere la fortuna degli Austriaci, perchè procedendo cautamente nel mezzo, non davano agli avversarj occasione di venire ad una battaglia campale, dalla quale solamente potevano sperare, se la vincessero, di redimersi da quel pericoloso passo, al quale erano ridotti. Da questo anche ne risultava, che si richiedeva, a voler riuscire a buon fine, nel capitano Francese maggior prudenza che audacia, piuttosto arte di andar costeggiando l'inimico per impedirgli la campagna, e difficoltargli, in quanto si potesse fare senza tentar la fortuna, i passi, che coraggio d'affrontarlo; insomma piuttosto volontà di conservar l'esercito intatto, in qualunque luogo ei si fosse, che desiderio d'avventurarlo, perchè in lui, non nei paesi occupati, consisteva la salute, o se non la salute, almeno le condizioni più onorevoli del regno. Ma il vicerè, siccome giovane, figliuolo di Napoleone, e tocco ancor egli dal vizio dei tempi, cioè di far chiaro il suo nome con fatti sanguinosi, disprezzando il consiglio più salutifero, amò meglio fare sperienza della fortuna, consumando inutilmente i soldati in piccole fazioni, che poco o nulla importavano alla somma della guerra, che fuggendo l'occasione di combattere, ritirargli intieri a' luoghi più sicuri, ed interi ancora conservargli insino a che la fortuna avesse definito, che cosa volesse farsi di Napoleone in Germania ed in Francia. Quel sangue Francese ed Italiano, sparso nell'ultima Croazia e nell'estrema Carniola, accusano Eugenio o d'ambizione, o d'imperizia, o d'imprudenza.

Correvano i Dalmati, inclinava verso il suo fine agosto, contro i presidj, i Croati contro gl'Italiani. Zara, Ragusi e Cattaro tenuti da deboli guernigioni, romoreggiando nimichevolmente i popoli d'intorno, e tenendo infestata la campagna, cedettero facilmente. Una presa di Croati, avvalorata da qualche battaglione d'Austriaci, urtando contro Carlobado, facilmente se ne impadroniva. Gli Austriaci ed i Croati più oltre procedendo, s'insignorirono di Fiume, ritiratosene il generale Janin, impotente al resistere. I Croati, che erano stati arruolati sotto le insegne Francesi, dai loro signori segregandosi, ritornavano alle antiche insegne d'Austria. Mentre a questo modo felicemente si combatteva per gli Austriaci verso l'Adriatico, mandavano pel corso della superiore Drava grossi squadroni verso il Tirolo sotto la condotta di Fenner. Giunti a Brissio scendevano per le rive dell'Adige, con intento di andar a battere nelle Veronesi e nelle Bresciane regioni. Al tempo stesso si veniva alle mani sul mezzo: fu preso e ripreso Crinburgo con molto sangue da ambe le parti. In questi fatti mostrò molt'arte e molto valore Pino, molto valore e poca arte Bellotti: combattè felicemente il primo a Lubiana, infelicemente il secondo a Stein. Sorse un gravissimo contrasto a Villaco, donde gli Alemanni volevano aprirsi l'adito al passo di Tarvisio per scendere a seconda della Fella nel cuore del Friuli. Erano i Francesi accorsi al pericolo, e dopo un feroce combattere, in cui la città fu presa e ripresa parecchie volte, e finalmente arsa per opera dei Tedeschi, restarono vincitori: corse il vicerè con molta virtù in soccorso della città consumata. Gli Austriaci, seguitando il consiglio loro, si allargavano sulle corna. Trieste, preso e ripreso più volte, venne in potestà loro; già tutta l'Istria loro obbediva. Dalla parte superiore precipitandosi dalle Alpi Tirolesi minacciavano di far impeto contro Belluno, e più alle spalle le armi loro suonavano nelle regioni vicine a Trento. Conoscendo ed usando il vantaggio, avevano passato la Sava a Crinburgo ed a Ramansdorf, per dove facevano sembianza di condursi, per Tolmino, nelle regioni superiori del Friuli. Anche contro Villaco preparavano un grande assalto.

Non era più in potestà del vicerè il resistere, ed appariva che se più oltre si fosse ostinato starsene sulle sponde della Sava e della Drava, correva pericolo che gli fosse vietato il ritorno. Avevano gli avversarj maggior numero di soldati, ed i popoli amici: erano al vicerè minori forze, ed i popoli avversi. Fermossi prima sull'Isonzo qualche giorno, poscia sulla Piave, combattendo sempre valorosamente, sempre inutilmente. A questo modo l'Illirio, staccato per la forza dell'armi Napoleoniche dal suo antico ceppo d'Austria, se ne tornava per la forza dell'armi di Francesco imperatore alla consueta dominazione. I costumi a niun rispetto si convenivano coi Francesi, poco con gl'Italiani. Oltre a ciò vi aveva Napoleone conservato i dritti feudatarj, dandogli in preda a' suoi soldati, o magistrati più fidi: piacquero a quegli antichi repubblicani, e gli riscuotevano con duro imperio, senza lasciar neppure scattar un soldo.

Le stanze della Piave non si potevano conservare. Già gli Austriaci scesi a Bassano sotto la guida del generale Eckard vi avevano fatto una testa grossa, ed insistendo alle spalle davano timore di estrema rovina al vicerè, se presto non si ritirasse. Quivi comparve evidente l'imprevidenza del principe del non essersi ritirato più maturamente; perchè per avere la ritirata sicura, fu costretto di combattere a Bassano una battaglia molto grave. Durò due giorni, il trentuno ottobre ed il primo novembre. Rifulse in questo fatto egregiamente il valore di Grenier. Vinse la fortuna Francese ed Italiana. Entrarono i vincitori, e pernottarono nella sanguinosa città. Perdettero i Tedeschi circa un migliajo di soldati, nè fu senza sangue la vittoria agli Eugeniani, perchè i Tedeschi combatterono acerbamente. Acquistò Eugenio facoltà di ritirarsi più quietamente sull'Adige: marciava indietro, parte per Padova, parte per Vicenza, andando ad alloggiarsi a Verona, ed a Legnago. In mezzo a questa ritirata, grave in se stessa, e che portendeva cose ancor più gravi, perchè già più della metà del regno Italico era signoreggiata dalle armi Austiache, i soldati Francesi ed Italiani, ma più i primi che i secondi, si portarono molto lodevolmente, astenendosi dalle rapine e dagli oltraggi; procedere tanto più da commendarsi, che la maggior parte credevano, che più non sarebbero tornati là, donde venivano. Nè è da tacersi, che i Tedeschi a questo tempo stesso, se si eccettuano le parti rannodate, in cui erano preste le munizioni, vivevano di rapina, ora qua ora là scorrazzando, secondochè gli portava o la necessità della guerra, o la cupidità del sacco; frutti tante volte calpestati della feconda Italia, tante volte riprodotti, tante volte ricalpestati. Resta, che siccome la sua bellezza e fertilità destano gli appetiti forestieri, desiderino gl'Italiani, che ella fera e selvaggia diventi; perchè forse i deserti preserveranno quello, che l'innocenza non preserva.

Sulle Veronesi sponde incominciavano a manifestarsi fra gl'Italiani mali semi contro il vicerè; colpa piuttosto sua che di loro. Eugenio o che prevedesse dai nugoli minacciosi che giravano attorno, che più gli convenisse mostrarsi Francese che Italiano, o che troppo facili orecchie prestasse ad alcuni, che presso a lui in molta grazia e suoi consiglieri più intimi essendo, intendevano ad innalzar se medesimi a pregiudizio degl'Italiani, si era lasciato uscir di bocca, già insino in Prussia dopo le disgrazie di Russia, parole di cattivo concetto verso i generali Italiani. Nè il suo disprezzo nelle semplici parole contenendosi, era trascorso sino agli atti: delle quali cose tenendosi eglino molto offesi, siccome quelli che erano parati a tollerare alcuna ingiuria o indegnità, massimamente Pino, che siccome di maggior nome, sentiva più vivamente degli altri, avevano appoco appoco sparso una mala contentezza fra i soldati: dal che ne seguivano nel campo sinistre mormorazioni, ed anche atti aperti di sdegno contro il principe. Le disgrazie inasprivano viemaggiormente le ferite in quegli animi fieri e bellicosi. Gl'imputavano il contaminato onore dell'armi Italiane, ed il sangue inutilmente sparso. Già il nome di forestiero, pessimo augurio, nelle bocche dei soldati andava sorgendo, ed i consiglieri detestavano.