Ma siccome quegli che era uomo audace ed operoso, tosto giungeva alle parole i fatti. Ebbe avviso a Livorno, che Genova si guardava solamente da duemila soldati. Parvegli occasione propizia, perchè era sito di unica importanza, sì per la sua grandezza, sì per la comodità dei porto, e sì per l'agevolezza che acquista chi ne è signore, di scendere nelle pianure del Piemonte e della Lombardìa. Inoltre abbondava di armi e di munizioni navali. Pertanto Bentink si accingeva ad espugnarla. Suo pensiero era di mandar le fanterìe per le strade difficili del littorale, le munizioni pei bastimenti sottili, le armi e gl'impedimenti più gravi per le navi grosse. Giunto a Sestri di Levante, udiva che nuovo soccorso era entrato per custodir Genova, per forma che il presidio sommava a seimila soldati, presidio insufficiente alla vastità delle fortificazioni, ma bastante a rendergli molto dura l'impresa: il reggeva Fresia. Si era egli, per opporsi agli sforzi di Bentink, ordinato per modo che distendendosi dai forti Richelieu e Tecla, occupava col centro il villaggio di san Martino, e quindi arrivava colla destra, per uno spazio intricato di giardini e di ville, sino al mare. Non aveva l'avversario speranza di poter impadronirsi della piazza per una lunga oppugnazione con sì pochi soldati: pure molto gl'importava, che, in mezzo a tanti romori, e per non lasciargli raffreddare, Genova si prendesse. Da questo conseguitava, che gli era necessità d'insignorirsene per un assalto vivo. A questo ordinava i suoi, che mostravano un grandissimo ardore, ed una prontezza incredibile a fare quanto egli volesse. Mandava gl'Italiani condotti dal colonnello Ciravegna, soldato pratico ed animoso, che ancor egli sventolava le bandiere dell'independenza, a far opera contro una punta di monte, che sta a sopraccapo ed a fronte del forte Tecla. Spediva un'altra parte degl'Italiani contro il forte Richelieu, mentre un Travera colonnello, dal monte delle Fascie scendendo, con Greci e Calabresi, se ne giva a guadagnare un'eminenza, che al forte medesimo sovrasta. Quest'era lo sforzo che faceva a dritta e nelle parti di sopra; ma sotto e più accosto al mare mandava i fanti Inglesi, sotto la condotta dei generali Montresor e Macfarlane, con ordine di sgombrare, quanto possibil fosse, gl'impedimenti del paese, e di assaltar l'inimico. Succedevano i fatti a seconda de' suoi pensieri. Ciravegna, che combatteva sulla punta estrema a destra, spintosi avanti con singolar valore, cacciava il nemico dall'altura, e s'impadroniva di tre cannoni di montagna, il quale accidente vedutosi dai difensori del forte Tecla, l'evacuarono, in potestà del vincitore lasciandolo. Anche l'eminenza superiore al forte Richelieu fu presa dai Greci e Calabresi. Gl'Italiani ancor essi s'avvicinavano al forte. Non volendo il presidio aspettare l'ultimo cimento, si arrese a patti. Sulla sinistra dei confederati si sostenne la battaglia più lungo tempo, sì per la natura dei luoghi opportuna alle difese, come per la valorosa resistenza dei difensori: pure gl'Inglesi guadagnavano del campo. Finalmente gli assediati, vedendo che per la perdita dei forti Tecla e Richelieu correvano pericolo di esser presi alle spalle, fecero avviso di ritirarsi del tutto dentro le mura, lasciando le difese esteriori in poter dei confederati. Già per opera di Bentink si piantavano le batterìe per fulminare la città. In questo ad accrescere il terrore, arrivava sopra Genova Edoardo Pellew con tutta la sua armata, attelandosi a fronte di Nervi. Ai piccoli cannoni di Bentink si aggiungevano i grossi, e le bombarde di Pellew, per modo che nell'assalto che si vedeva imminente, ogni cosa presagiva un successo prospero a chi assaltava. Si venne in sul convenire: Fresia s'arrese il dì diciotto aprile.

Bentink, acquistata la possessione di Genova, d'allettamento in allettamento passando, faceva sorgere speranze di franco stato nei Genovesi. Forse credeva che i confederati avrebbero avuto più rispetto a questa condizione, se fosse e fatta sperare con parole e cominciata col fatto, che s'ei fosse stato sul severo, e non avesse parlato d'altro che di conquista. Ordinava pertanto un governo preparatorio: voleva ch'egli reggesse i dominj Genovesi secondo gli ordini della constituzione del novantasette, e insino a che si statuissero quelle modificazioni, che l'opinione, l'utilità, lo spirito della constituzione del 1576 richiedessero: che il governo si spartisse in due collegj, come nella forma antica; che durasse in ufficio sino al primo gennajo dell'ottocentoquindici, tempo in cui i collegj ed i consiglj fossero adunati a norma della constituzione. Questi erano i fatti del capitano d'Inghilterra: i motivi poi pubblicamente detti suonavano, che, stantechè i soldati d'Inghilterra retti da lui avevano scacciato dalle terre di Genova i Francesi, e che importava che alla quiete ed al governo dello stato si provvedesse, considerato ancora, che a lui pareva, che universale desiderio della nazione Genovese fosse il tornare a quell'antica forma, alla quale era stata sì lungo spazio obbligata della sua libertà, prosperità e independenza, e considerato finalmente, che a questo fine indirizzavano i pensieri e gli sforzi loro i principi collegati, che ognuno fosse rintegrato ne' suoi antichi dritti o privilegj, voleva, ed ordinava che quello, che i popoli Genovesi desideravano in conformità dei principj espressi dai collegati, si risolvesse in atto e si mandasse ad effetto. Alle quali cose dando esecuzione, chiamava al governo Girolamo Serra in qualità di presidente, e con lui Francesco Antonio Dagnino, Ipolito Durazzo, Carlo Pico, Paolo Girolamo Pallavicini, Agostino Fieschi, Giuseppe Negretto, Giovanni Quartara, Domenico Demarini, Luca Solari, Andrea Deferrari, Agostino Pareto, Grimaldo Oldoini.

Da tutto questo si vede, se i Genovesi non dovevano concepire speranza di conservare l'onorato nome, e l'essere antico della patria loro; o se qualcheduno dalle parole di Bentinck avesse dedotto questo corollario, che Genova avesse fra breve ad esser data in potestà del re di Sardegna, certamente sarebbe stato tenuto piuttosto scemo di mente che falso loico. Ma Castelreagh trovò non so che dritto di conquista, e l'utilità della lega, motivi appunto di senatusconsulti Napoleonici. Bene era spegnere Napoleone, e meglio sarebbe stato il non imitarlo.

Già tutta l'Italia era sottratta dall'imperio di Napoleone: solo restava la parte che si comprende tra il Mincio, il Po e le Alpi. Ma la somma delle cose per lei si aveva piuttosto a decidere sulle rive della Senna, che su quelle del Po. Già sinistri romori si spargevano per Napoleone: poscia le certe novelle arrivavano, essere i confederati, conducendo con esso loro tutto lo sforzo d'Europa, entrati trionfalmente in Parigi, compenso dato da chi regge il cielo a chi regge la terra delle conquistate Torino, Napoli, Vienna, Berlino e Mosca. Era oltre a ciò vociferazione in ogni luogo, che Napoleone errasse colle reliquie dell'esercito per le Sciampagnesi campagne. A ciascuna ora a cose immense aggiungeva la fama cose immense; nè ugual peso di umane moli si era agitata nel mondo, dappoichè Scipione vinse Annibale, Belisario Totila, Carlo Martello i Saraceni, Subieschi i Turchi. Poco stante si udiva, restituirsi i Borboni in Francia, Napoleone ridotto in Fontainebleau rinunziare all'imperio, dire l'ultimo vale a' suoi veterani soldati, accettare per estremo ricetto l'umile rupe d'Elba isola. Raccontare ai contemporanei sì fatti accidenti fora opera superflua, poichè la piena fama ne risuona ancora frescamente nelle orecchie loro: raccontargli degnamente ai posteri, fora opera superiore all'eloquenza, nè io mi vi accingerei, che conosco l'umile mio stile, ed il mio tarpato ingegno. Solo dirò, che per le armi più si fece che si sperasse, che colle parole più si promise, che si attenesse, che la prosperità fe' dimenticare le affermazioni della paura, e che le vecchie voglie sormontarono le necessità nuove. Pure si liberò l'Europa da una volontà sola, e da un dominio soldatesco; e chi guarderà indietro insino al principio di queste storie, e tutti gli accidenti da noi raccontati andrà nella memoria sua riandando, sentirà meraviglia, terrore, pietà, dolore, e contentezza insieme. Gli uomini straziati, le opinioni stravolte, le società sconvolte, la forza preponderante, la giustizia offesa, l'innocenza condannata, le adulazioni ai malvagi, le persecuzioni ai buoni, la licenza sotto nome di libertà, la barbarie sotto nome di umanità, la politica sotto nome di religione, e con queste virtù civili eminenti, ma rare, esempi lodevoli, ma scherniti, valore di guerra egregio, ma in favore del dispotismo, l'Europa infine divenuta scherno e vilipendio a se stessa. Se rinsavirà, non si sa, perchè ancor si sente la puzza degli andamenti Napoleonici: vive l'ambizione in chi comanda, vive in chi obbedisce, e se fia possibile l'unire la libertà al principato, è incerto. Da tutta questa lagrimevole tela, come dai ricordi antichi, almeno questo utile ammaestramento si avrà, che chi, come Buonaparte, da suddito si fa padrone della sua patria per farla serva, o il ferro ancide, o la forza atterra.

Come prima pervennero in Italia le novelle della presa di Parigi, e della rinunziazione di Napoleone, pensò il vicerè a pattuire per la sicurezza delle genti Francesi, nè si conveniva, che poichè i Borboni, ai quali erano le potenze amiche, si trovavano rintegrati in Francia, i Francesi combattessero contro di loro. Inoltre desiderava il vicerè, con facilitare le condizioni ai Borboni ed ai potentati, avvantaggiare le proprie, e fare in modo che gli alleati usassero contro a lui meno inimichevolmente la vittoria. A questo fine, uscito da Mantova, si abboccava con Bellegarde, l'uno e l'altro accompagnati da pochi soldati. Convennero che si sospendessero le offese per otto giorni, che intanto i soldati Francesi che militavano col vicerè, passate le Alpi, ritornassero nell'antiche sedi di Francia; che le fortezze di Osopo, Palmanova, Legnago, e la città di Venezia si consegnassero in mano degli Austriaci; che gl'Italiani continuassero ad occupare quella parte del regno, che ancora era in poter loro; che fosse fatto facoltà ai delegati del regno di andar a trovare i principi confederati per trattare di un mezzo di concordia, e che se i negoziati non riuscissero a felice fine, le offese tra gli alleati e gl'Italici non potessero ricominciare, se prima non fossero trascorsi quindici giorni, da che i primi si fossero scoperti delle intenzioni loro. La convenzione di Schiarino-Rizzino, che in questo luogo appunto si concluse addì sedici aprile, spegneva del tutto il regno Italico. Perchè, segregati i Francesi dagl'Italiani, nasceva una tale disproporzione di forze tra gl'Italiani ed i Tedeschi, che il capitolo, il quale dava quindici giorni di indugio alle ostilità, era piuttosto derisione che sicurezza.

Era giunto il momento dell'ultimo vale fra gli antichi compagni: i soldati di Francia salutavano commossi, abbracciavano piangenti i soldati d'Italia: a loro migliori sorti auguravano; ultimo grado di disgrazia chiamavano, che la disgrazia gli separasse; offerivano gli umili abituri loro in Francia; venissero; si ricorderebbero dell'avuta amicizia, delle comuni battaglie, della con le medesime armi acquistata gloria; fuorichè Italia non sarebbe, tutto parrebbe loro Italia, la medesima amicizia, la medesima fratellanza troverebbero; voler essi con le povere facoltà loro pagare all'Italia il debito di Francia. Così con militare benevolenza addolcivano i soldati di Francia le amarezze dei soldati d'Italia. Questi all'incontro ai loro partenti compagni andavano dicendo: gissero contenti, che se l'Alpi gli separerebbero, l'affezione e la ricordanza dei gloriosi fatti insieme commessi gli congiungerebbero; conforto loro sarebbe il pensare, che chi conservava la patria si ricorderebbe di chi la perdeva; la disgrazia rinforzare l'amicizia; avere per questo l'amore dei soldati Italiani verso i soldati Francesi ad essere immenso; vedrebbero quello che in quell'ultimo eccidio fosse per loro a farsi per satisfazione propria, e per onore dell'insegne Italiche; ma bene questo credessero, e nel più tenace fondo dell'animo loro serbassero, che, come gli avevano veduti forti nelle battaglie, così gli vedrebbero forti nelle disgrazie: queste speravano di mostrare al mondo, che se più patria non avevano, patria almeno di avere meritavano. Che Eugenio, e che Napoleone a noi, dicevano? Gloriosi, gli servimmo, benefici, gli amammo, infelici, fede loro serbammo: ma per l'Italia i nomi diemmo, per l'Italia combattemmo, per l'Italia dolore sentimmo: il dolerci per sì dolce madre fia per noi raccomandazione perpetua a chi con animo generoso a generosi pensieri intende.

Partivano i Francesi, alla volta del Cenisio e del colle di Tenda incamminandosi: gli ultimi segni di Francia appoco appoco dall'Italia scomparivano; ma non iscomparivano nè le ricordanze di sì numerosi anni, nè il bene fatto, nè anco il male fatto, quello a Francia, questo a pochi Francesi attribuendosi: non iscomparivano nè i costumi immedesimati, nè le parentele contratte, nè gl'interessi mescolati: non iscomparivano nè la suppellettile dell'accresciuta scienza, nè gli ordini giudiziali migliorati, nè le strade fatte sicure ai viandanti, nè le aperte fra rupi inaccesse, nè gli eretti edifizj magnifici, nè i sontuosi tempj a fine condotti, nè l'attività data agli animi, nè la curiosità alle menti, nè il commercio fatto florido, nè l'agricoltura condotta in molte parti a forme assai migliori, nè il valor militare mostrato in tante battaglie. Dall'altro lato non iscomparivano nè le ambizioni svegliate, nè l'arroganza del giudicare, nè l'inquietudine degli uomini, nè l'ingordigia delle tasse, nè la sottigliezza del trarle, nè la favella contaminata, nè l'umore soldatesco: partiva Francia, ma le vestigia di lei rimanevano. Non venti anni, ma più secoli corsero dalla battaglia di Montenotte alla convenzione di Schiarino-Rizzino. La memoria ne vivrà, finchè saranno al mondo uomini.

Il vicerè, acconce le cose sue coll'Austria, già feceva pensiero di ritirarsi negli stati del re di Baviera, col quale era congiunto di parentado pel matrimonio della principessa Amalia. Ma ecco arrivar novelle, o vere o supposte, che Alessandro imperatore consentirebbe a conservargli il regno, sì veramente che i popoli il domandassero. Accettava Eugenio le liete speranze: fecersi brogli; incominciossi dall'esercito ridotto in Mantova. L'intento parte ebbe effetto, parte no; ma l'importanza consisteva in Milano capitale. Viveva in questo momento il regno diviso in tre sette: alcuni desideravano il ritorno dell'Austria con niuna o poca differenza dall'antica forma: gli altri pendevano per l'indipendenza, ma chi ad un modo, e chi ad un altro: conciossiachè chi l'amava con aver per re il principe Eugenio, e chi l'amava con avere per re un principe di un altro sangue, quand'anche fosse di casa Austriaca; quest'era la parte più potente. Aveva mandato il vicerè certamente con poca prudenza, il conte Mejean a Milano a trattare coi capi del governo, affinchè in favore di lui si dichiarassero. Molto anche vi si affaticava un Darnay, direttore delle poste, personaggio poco grato ai popoli. Ad accrescere disfavore alla cosa s'aggiunse, che a secondare le intenzioni del vicerè si erano intromessi, per opera di Mejean, e per inclinazione propria, i Transpadani, o Estensi, come gli chiamavano: Bolognesi, Ravennati, principalmente Modenesi e Reggiani, erano venuti in disgrazia dei Milanesi, perchè questi si erano persuasi che nelle faccende eglino si fossero arrogata molta maggior parte di quanto si convenisse. Melzi favoriva il disegno, il propose in senato. Vi sorse un gravissimo contrasto, principalmente intorno a quella parte in cui si trattava del principe Eugenio. Paradisi, ed altri Estensi, uomini d'inveterata fama, di gran sapere e di molta autorità, con efficacissime parole instavano in favor del principe. Nei cambiamenti politici, dicevano, più facilmente ottenersi il meno che il più; essere consueto l'imperio d'Eugenio, già dai principi d'Europa riconosciuto: solo volersi, che fosse independente da Francia, e questo appunto essere il fine della presente deliberazione; abbenchè intorno a questo non occorresse, allegavano, molto travagliarsi, perchè spento Napoleone, la franchezza del paese nasceva da se, e chi volesse credere, che Eugenio da Francia Borbonica ancora dipendesse, come da Francia Napoleonica, massimamente se tra la Lombardìa e la Francia s'interponesse il Piemonte tornato, come già si motivava, sotto il dominio dei principi di Savoja, meriterebbe di essere tenuto piuttosto scemo, che acuto. Adunque l'indipendenza, continuavano, essere non solo sicura, ma ancora necessaria con Eugenio: queste considerazioni la natura stessa dettare, le Parigine novelle confermare. Se un altro principe si addomandasse, che sicurtà si avrebbe d'impetrarlo? In deliberazioni di tanto momento, meglio dover fidarsi i collegati in chi è già per loro provato, da loro conosciuto, che in chi per loro fosse ignorato: nell'uscire da sconvolgimenti tanto stupendi, in tanta tenerezza di un fresco ordine in Europa, come sperare che in un regno d'Italia, pieno di umori diversi, importante per la sua situazione, un principe di natura ignota sia per essere accordato? Udire all'intorno, continuavano a discorrere gli oratori favorevoli al vicerè, susurrarsi il nome di un principe Austriaco: ma quivi appunto avvertissero bene, e bene considerassero gli avversarj, massime coloro che favellavano di libertà e di signorìa paesana, a qual partita si mettessero. Da un principe Austriaco adunque aspettavano il viver libero e franco, da un principe Austriaco congiunto di sangue coll'antico sovrano del regno, nodrito nelle massime del comandare assoluto, timoroso necessariamente di Vienna, sovrano di Milano solamente in apparenza? Di chi sono questi soldati, che ora ci minacciano? Austriaci. Quali soldati in Milano il condurrebbero? Austriaci. Quali soldati sulle frontiere nostre sovrasterebbero? Austriaci. Conoscono essi queste terre, le conoscono e le bramano. Se mancheran le cagioni, non mancheranno i pretesti, e ad ogni piè sospinto l'illuvie Tedesca inonderà il regno: cagioni e pretesti saranno, il non obbedire puntualmente e sommessamente a quanto da Vienna si sarà comandato. Ora quale independenza vi possa essere con un timore perpetuo non si vede. A chi ricorrerebbero questi partigiani d'Austria, a chi ajuto domanderebbero? Forse all'Inghilterra avara, che fa traffico di tutti? ai principi assoluti d'Europa, che più temono una constituzione che un esercito? alla Francia indebolita, e che non vuol camminare se non con Napoleone, e che con Napoleone più camminare non può? concorrerebbero al principe Austriaco tutti gli amici dell'antico reggimento d'Austria, concorrerebbero gli amatori dell'imperio illimitato, concorrerebbero i malcontenti, e se gl'interessi nuovi, se la libertà nascente, se le opinioni radicate da vent'anni in mezzo a tanto diluvio di elementi contrarj si potessero conservare salve, ogni uomo prudente potrà giudicare. Chi sarebbe naturalmente, e quasi per intima necessità nemico della libertà dei regno? Certo sì veramente l'Austria. A qual modo puossi la libertà difendere dagli assalti forestieri? Certo sì veramente coi soldati e colle armi. Ora, chi affermare potrebbe, che un principe Austriaco fosse per apprestar armi e soldati Italici per ostare alle cupidigie dell'Austria? parere, anzi esser certo, che il regno di un principe Austriaco sarebbe, non independenza, ma dipendenza, non libertà, ma servitù, non quiete, ma discordia e turbazione. Vienna, non Milano reggerebbe. Con Eugenio re ogni via appianarsi, con un principe forestiero non Austriaco ogni difficoltà crescersi, con un principe Austriaco molte difficoltà torsi, ma fondarsi la servitù. Valessero adunque, concludevano, le virtù di Eugenio, valesse il suo amore per l'Italia, valesse la contratta abitudine di lui, valessero i felici augurj testè venuti da Parigi: essere pazzìa in tante tenebre non seguitar quel lume solo, che la fortuna appresentava davanti. Se qualcheduno desiderasse di viaggiar senza filo in un laberinto, senza bussola in mare, senza lume in un abisso, sì il facesse; ma nè desiderarlo, nè volerlo fare gli Estensi, i quali credevano, che con danno sempre si fa spregio della fortuna.

Dalla parte contraria acerbissimamente contrastavano i senatori Guicciardi e Castiglioni, principalmente quest'ultimo, che con molto empito procedeva in queste cose, e mescolava doglianze gravissime degli Estensi: a loro si accostavano molti altri Milanesi di nome, di ricchezza e d'alto legnaggio. Non potere restar capaci, dicevano, come con Eugenio si potesse aver la independenza, come si potesse aver la libertà. Sarebbe Eugenio più ligio, e più dipendente dall'Austria, che un principe Austriaco stesso: perchè non avendo parentela, nè connessione con altro potentato d'Europa di primo grado, là sarebbe obbligato a cercare per l'interesse della conservazione propria gli appoggi, dove gli troverebbe: nè altro potrebbe esservene per lui che nell'Austria, perchè in lei sola potrebbe sperare, come vicina e potente, di lei sola temere. Credere forse gli avversarj, ch'ei nol farebbe per altezza d'animo? Ma oltrechè non mai i principi credono di derogare alla dignità loro, in qualunque modo soggettino i popoli, purchè gli soggettino, quali sono i segni del pensare onorato d'Eugenio? Forse lo aver dato la metà del regno in potestà di Bellegarde? Forse i secreti abboccamenti avuti con lui, di cui più si sa, che non si dice? Forse lo avere spogliato il reale palazzo di Milano? Forse i donativi promessi per queste stesse perniziose e fatali trame? Forse Mejean e Darnay qua mandati a subornar gli spiriti, Mejean e Darnay, non solo sostenitori acerbi e tenacissimi di tirannide, ma ancora denigratori assidui di quanto havvi nel regno di più alto, di più nobile, di più generoso? Forse la elevazione dell'animo di Eugenio pruova lo sprezzo fatto di quei soldati, di cui egli era capitano pagato e richiedente? Gl'Italiani fatti scherno di un giovane di prima barba, e che nome non ha, se non da chi ne ha uno odiosissimo! Dicano l'altezza d'Eugenio le prezzolate ed udite spie, dicanla gli esilj dei più generosi cittadini, dicala la tirannide sul parlare e sullo scrivere usata. Non è punto da dubitare adunque, che siccome egli non abborrirebbe per natura dal più dimesso partito, così ancora per necessità il piglierebbe, e più sarebbe certamente governato austriacamente il regno da Eugenio, che da un principe Austriaco. Certo sì, che i comandamenti arriverebbero da Vienna, non dal reale palazzo di Milano. Di ciò già manifesti segni essere le umili cortesìe usate a Bellegarde, le cedute fortezze, i messi mandati al campo dell'imperatore Francesco, i messi mandati alle Parigine trattazioni; dimostrarlo quelle medesime proposte, che allora andavano su per le panche senatorie. Che se poi di Austriaco principe si trattasse, ancorchè questo fosse l'estremo partito che solo la necessità dovrebbe indurre, non visse beata e da se medesima la Toscana sotto un principe Austriaco lungo tempo? Duri e renitenti certamente essere i principi Austriaci, sclamavano i sostenitori di questa sentenza, al giurare liberi patti, ma esserne anche fedeli osservatori, se giurati gli abbiano; i Napoleonidi non del pari, perchè corrivi al giurare, corrivi al violare, delle promissioni non si curano, se non per l'utilità. Udite, udite, vociferavano, che di Prina si parla per mandarlo delegato, che di Paradisi si parla per mandarlo delegato! Sì per certo, Prina, amatore tanto tenero di libertà, Paradisi, che a qualunque più pericoloso partito si getterebbe piuttosto che sentir odore Austriaco, e ben sanne il perchè! Questi sono i mezzi dell'independenza, questi i difensori della libertà. Del resto le nazioni, non le parti o le sette fanno le mutazioni degli stati, nelle importanti ed uniche occorrenze. Chi potrà affermare, che gl'Italiani vogliano Eugenio per re? Forse i soldati che lo odiano? Forse i cittadini che non l'amano? Il chiamarlo sarebbe stimato macchinazione di pochi, non volontà di tutti, nè tanto sono i principi collegati ignoranti degli umori che corrono, che queste evidenti cose non sappiano.

Tutta la nobiltà Milanese Eugenio impugna, ed un vivere libero pretende: tutto il popolo mosso, che a queste mura grida intorno e minaccia, solo perchè ha udito susurrare della confermazione di Eugenio, della continuazione, se non del dominio, almeno delle consuetudini di Francia. Generose armi stanno in mano de' principi collegati, generose cagioni gli muovono, a generose cose intendono, nè questo momento ad alcun'altra età si rassomiglia. Proponete loro, non quello che pochi vogliono, ma quello che vogliono tutti, proponete loro una risoluzione grande, non la domanda di un principotto, docile allievo di un tiranno, proponete loro un vivere largo e generoso, non una vita piena di spie e di carceri, e sarete esauditi. Questo vogliono gl'Italiani, questo vogliono i principi alleati, questo vogliono i cieli che non han sommosso il mondo, perchè continui a regnare in Milano Napoleone Buonaparte sotto nome di Eugenio Beauharnais. No, sclamavano vieppiù infiammandosi, non vogliamo Eugenio, no, non vogliamo Prina, nè Mejean vogliamo, nè Darnay: bensì vogliamo un principe, che collegato di sangue con qualche ceppo potente d'Europa, non abbia bisogno di adulare e di concedere per sussistere: vogliamo un principe, che giuri libertà per conservarla, non per ispegnerla; vogliamo un principe, che conosca, e sappia, e senta quanto nobile sia questo Italico regno, quanto generosi questi Italici abitatori, quanto alte sorti a lui ed a loro siano dai cieli favorevoli preparate: assai e pur troppo di Francia avemmo, assai e pur troppo di Napoleonici capricci pruovammo: ora in tanta aspettazione di cose, in tanta sollevazione di mondo, altrove si volgano gl'Italiani consigli, che l'avere sofferto dee dar luogo al godere; non a nuovo sofferire.