Decretava il senato, che si mandassero tre legati ai confederati, supplicandogli, ordinassero che cessassero le offese: domandassero i legati, che il regno d'Italia fosse ammesso a godere l'independenza promessa, e guarentita dai trattati, testificassero quanto il senato ammirasse le virtù del principe vicerè, e quanta gratitudine pel suo buon governo avesse.
Seppesi la deliberazione. Fece la parte contraria, che abborriva dal nome di Eugenio, un concerto. Entraronvi i capi principali dell'armi, le case più eminenti di Milano, principalmente Alberto Litta, che accarezzato da Buonaparte, non aveva mai voluto accettar cariche, preferendo un vivere privato onorevole ad un vivere pubblico abietto. S'aggiunsero i negozianti più ricchi, e fra gli scienziati e letterati i meno paurosi. Il nome dell'independenza era in bocca a tutti, l'amore nel cuore; nè mai in alcun moto che abbian fatto le nazioni in alcun tempo nelle più importanti faccende loro, tanto ardore e tanta unanimità mostrarono, quanta gl'Italiani in questa. Domandavano che si convocassero i collegi elettorali. Era il venti aprile quando, essendo il senato raccolto nella sua solita sede, una gran massa di gente, gridando, a lui traeva: era il cielo nuvoloso e scuro, pioveva leggermente, una apparenza sinistra spaventava gli spiriti tranquilli. I commossi non si ristavano. Eranvi ogni generazione d'uomini, plebe, popolo, nobili, operai, benestanti, facoltosi. Notavansi principalmente fra l'accolta moltitudine Federigo Confalonieri, i due fratelli Cicogna, Jacopo Ciani, Federigo Fagnani, Benigno Bossi, i conti Silva, Serbelloni, Durini e Castiglioni. Le donne stesse, e delle prime, partecipavano in questo moto gridando ancor esse patria e independenza, non Eugenio, non vicerè, non Francesi; una donna De-Capitani, una marchesa Opizzoni, ed altre non poche. Era tutta questa gente volta a bene, ed il male, non che avesse fatto, non l'avrebbe neppure pensato. Ma come suole, incominciavano ad arrivare e da Milano e dal contado uomini ribaldi, che volevano tutt'altra cosa piuttostochè l'independenza. Queste parole scritte andavano attorno: «Hanno la Spagna e l'Alemagna gittato via dal collo il giogo dei Francesi; halle l'Italia ad imitare.» Gonfalonieri a tutti avanti gridava: «Noi vogliamo i collegi elettorali, noi non vogliamo Eugenio». Fuggirono i senatori partigiani del principe, il senato si disciolse. Entrò il popolo a furia nelle sue stanze, il conte Gonfalonieri il primo, e tutto con estrema rabbia vi ruppero e lacerarono. Gridossi da alcuni uomini di mal affare mescolati col popolo, Melzi, Melzi, e già si mettevano in via per andarlo a manomettere. Un amico di lui gridò, Prina: era Prina più odiato di Melzi, ed ecco, che corsero a Prina, e flagellatolo prima crudelmente, l'uccisero con insultar anco al suo sanguinoso cadavere lungo tempo. Cercarono di Mejean e di Darnay; non gli trovarono. La folla frenetica, messa le mani nel sangue, le voleva mettere nelle sostanze. Già le case si notavano, già le porte si rompevano, già le suppellettili si recavano; la opulenta Milano andava a ruba. A questo passo i possidenti ed i negozianti, ordinata la guardia nazionale frenarono i facinorosi, e preservarono la città.
Il vicerè che tuttavia sedeva in Mantova, uditi i moti di Milano, indispettitosi, diè la fortezza in mano degli Austriaci: atto veramente biasimevole, del quale perpetuamente la posterità accuserà Eugenio; imperciocchè gli uomini giusti e grandi non operano per dispetto, nè Mantova era d'Eugenio, ma degl'Italiani: miserabili calate dei Napoleonidi. Napoleone tutto stipulava per se, nulla pe' suoi a Fontainebleau, Eugenio non solo nulla stipulava pe' suoi, ma ancora tutto quel maggior male fece loro, partendo, che potè. Partiva da Mantova per la Baviera, le Italiche ricchezze seco portando. Per poco stette, che le memorie di Hofer nol facessero uccidere in Tirolo, nuovo dolore mandatogli dal fato, che chiamava a distruzione i Napoleonidi.
I collegi elettorali, adunatisi, crearono una reggenza. Decretarono che le potenze alleate si richiedessero dell'independenza del regno, di una constituzione libera, e di un principe Austriaco, ma independente: alzavano le loro speranze le parole pubblicate dai confederati del volere l'independenza delle nazioni. S'appresentarono Fè di Brescia, Gonfalonieri, Ciani, Litta, Ballabio, Somaglia di Milano, Sommi di Crema, Beccaria di Pavia, legati, a Francesco imperatore a Parigi. Esposte le domande, rispose, anche lui essere Italiano: i suoi soldati avere conquistato la Lombardia: udirebbero a Milano quanto loro avesse a comandare. Entrarono gli Austriaci in Milano il dì ventotto aprile: Bellegarde ne prendeva possessione in nome dell'Austria il dì ventitrè di maggio. Così finì il regno Italico.
Continuava Genova in potestà d'Inghilterra; vivevano i Genovesi confidenti della conservazione dell'antica repubblica. Gli confortavano la rintegrazione promessa dagli alleati di ciascun nel suo, e le dimostrazioni Bentiniane. Ma ecco il congresso di Vienna decretare, dover Genova cedere in potestà del re di Sardegna.
A questa novella il governo temporaneo nel seguente modo favellava ai popoli Genovesi: «Informati, che il congresso di Vienna ha disposto della nostra patria, riunendola agli stati di Sua Maestà il re di Sardegna, risoluti da una parte a non lederne i dritti impreteribili, dall'altra a non usar mezzi inutili e funesti, noi deponiamo un'autorità, che la confidenza della nazione, e l'acquiescenza delle principali potenze avevano comprovata.
«Ciò, che può fare per i diritti e la restaurazione de' suoi popoli un governo non d'altro fornito che di giustizia e ragione, tutto, e la nostra coscienza lo attesta, e le corti più remote lo sanno, tutto fu tentato da noi senza riserva, e senza esitazione. Nulla più dunque ci avanza, se non di raccomandare alle potestà municipali, amministrative e giudiziali l'interino esercizio dell'ufficio loro, al successivo governo la cura dai soldati che avevamo cominciato a formare, e degl'impiegati che hanno lealmente servito, a tutti i popoli del Genovesato la tranquillità, della quale non è alcun bene più necessario alla nazione. Dalla pubblica alla privata vita ritraendoci, portiamo con esso noi un dolce sentimento di gratitudine verso l'illustre generale, che conobbe i confini della vittoria, ed un'intiera fiducia nella provvidenza divina, che non abbandonerà mai i Genovesi.»
Queste furono le ultime protestazioni, le ultime querele, e le ultime voci dell'innocente Genova. Il giorno susseguente, che fu addì venzette dicembre, un Giovanni Dalrymple, comandante dei soldati del re Giorgio, ne assunse il governo: la diede poscia in mano ai legati del re Vittorio Emanuele.
Così l'Italia, dopo una sanguinosa e varia catastrofe di vent'anni, dalla quale dieci terremoti, e non so quanti volcani sarebbero stati per lei migliori, si ricomponeva a un di presso nello stato antico. Tornava Vittorio Emanuele in Piemonte, Francesco in Milano, Ferdinando in Toscana, Pio in Roma: passò Parma dai Borboni agli Austriaci; conservò Giovacchino il real seggio di Napoli, ma non per durare; le Italiane repubbliche spente: l'acume del secolo trovò, che la legittimità è nel numero singolare, nel plurale no. Solo fu conservato l'umile San Marino, forse per un tratto d'imitazione di più degli andari Napoleonici: la sua esiguità e povertà non eccitavano le cupidità di nissuno. Cedè Venezia a Francesco, Genova a Vittorio. Nè furono i governi di Francesco, di Vittorio, di Ferdinando e di Pio sdegnosi: solo non misurarono la grandezza delle mutazioni fatte nelle menti e nel cuore degli uomini, da sì grandi e sì lunghi accidenti, imperciocchè se esse mutazioni erano, come alcuni pretendono, malattie, richiedevano convenienti rimedj. Giudicheranno i posteri, se i mali che seguirono, debbano agl'infermi od a chi gli doveva sanare, attribuirsi. Felici Giuseppe e Leopoldo, principi santissimi, che vollero consolar l'umanità colle riforme, non ispaventarla coi soldati! Nè ai principi Italiani noi qui parlando, intendiamo accennare instituzioni all'Inglese, alla Francese od alla Spagnuola, le quali a modo niuno si convengono all'Italia; ma bensì riforme che facessero sorgere, a maggior quiete e felicità dei popoli di questa penisola, siccome già abbiam notato nel precedente libro, instituzioni peculiari accomodate alla natura degl'Italiani, cosa del pari facile a concepirsi, che sicura ad eseguirsi. Oltre a ciò la nobiltà esiste in Europa, ed è indestruttibile. E' bisogna pertanto farne stima in un ordinamento sociale tendente allo stato libero, come di un elemento necessario, e darle, come a corpo constituito, quella parte di potestà politica che le si conviene, perchè sia contenta, e non tenti usurpazioni nelle altre potestà della macchina sociale. Ciò eseguito, fia necessario da un altro lato inibirle l'ingresso, e qualunque ingerenza nella potestà popolare, instituita, quanto all'Italia, a modo antico, ma bene e prudentemente inteso, non a modo moderno, che non può esser buono. La divisione tra la nobiltà ed il popolo è nella natura stessa delle cose, e debb'essere ancora nella legge politica. Questa è condizione indispensabile sì per la libertà, e sì per la quiete dello stato, e ad esse niuna cosa è più perniziosa che una nobiltà in aria, ed una potestà popolare composta di conti e di marchesi. Questi principj sono veri, e possibili ad esser ridotti all'atto, o che si viva in monarchìa, o che si viva in repubblica. La chimera dell'equalità politica ha fatto in Europa più male alla libertà che tutti i suoi nemici insieme. L'equalità debb'essere nella legge civile, non nella politica. I principj astratti ed assoluti, in proposito d'ordinamento sociale, son fatti solamente per indicare i fondamenti delle cose, non per esser posti in atto senza modificazione; perchè le passioni, che sono la parte attiva dell'uomo, generano movimenti disordinati, che bisogna frenare. Sono essi principj in economia politica ciò, che sono i geometrici nella meccanica, le passioni, in quella, ciò che l'attrito delle macchine, ed altri accidenti prodotti dalla natura della materia, in questa; e così come si tien conto dell'attrito nell'ordinar le macchine, si dee tener conto delle passioni nell'ordinar la società. L'effetto che si desidera, è la libertà, cioè l'esatta e puntuale esecuzione della legge civile uguale per tutti, ed un'uguale protezione della potestà sociale per ciascuno, sì quanto alle persone, come quanto alle sostanze. Purchè si ottenga questo fine, non si dee guardare alla qualità dei mezzi, e mezzi di diversa natura, secondo la diversità delle nazioni, vi possono condurre. Chi risolvesse bene questo problema, «sino a qual segno ed a qual parte dell'equalità politica si debba rinunziare per meglio assicurare la libertà, e l'equalità civile», farebbe un gran servizio all'umanità. Ma di ciò più ampiamente altri più capaci di noi.
Noi intanto, terminata questa gravosa fatica, alla quale piuttosto per desiderio altrui che nostro ci mettemmo, qui deponiamo la penna, e qui diamo riposo alla mente oggimai troppo travagliata e stanca.