Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio. Chiese uno spicchio di noce e un cantuccio di pane e lasciò nel piatto ogni cosa. Il povero figliuolo, col pensiero sempre fisso al Campo dei miracoli, aveva preso un'indigestione anticipata di monete d'oro.
Quand'ebbero cenato, la Volpe disse all'oste:
— Datemi due buone camere, una per il signor Pinocchio e un'altra per me e per il mio compagno. Prima di ripartire stiacceremo un sonnellino. Ricordatevi, però, che a mezzanotte vogliamo essere svegliati per continuare il nostro viaggio.
— Sissignore — rispose l'oste, e strizzò l'occhio alla Volpe e al Gatto, come dire: «Ho mangiato la foglia e ci siamo intesi!...» —
Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si addormentò a colpo, e principiò a sognare. E sognando gli pareva di essere in mezzo a un campo, e questo campo era pieno di arboscelli carichi di grappoli, e questi grappoli erano carichi di zecchini d'oro che, dondolandosi mossi dal vento, facevano zin, zin, zin, quasi volessero dire: «Chi ci vuole, venga a prenderci.» Ma quando Pinocchio fu sul più bello, quando cioè allungò, la mano per prendere a manciate tutte quelle belle monete e mettersele in tasca, si trovò svegliato all'improvviso da tre violentissimi colpi dati nella porta di camera.
Era l'oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era sonata.
— E i miei compagni sono pronti? — gli domandò il burattino.
— Altro che pronti! son partiti due ore fa.
— Perchè mai tanta fretta?
— Perchè il Gatto ha ricevuto un'imbasciata che il suo gattino maggiore, malato di geloni ai piedi, stava in pericolo di vita.