Ne offre, in ogni modo, la pianta che è questa:
Hanc ratus sum partem meam
- 1. Casa per i custodi del monumento.
- 2. Pianta della chiesa.
- 3. Loggiato.
- 4. Gradinata.
- 5. Strada.
- 6. Piazzale.
- 7. Statua equestre.
- 8. Statue minori.
- 9. Giardini.
- 10. Marciapiedi.
- 11. Balaustrata.
- 12. Lago.
- 13. Barche.
- 14. Tempietto.
- 15. Ingresso.
- 16. Piazzale.
- 17. Strade.
N. B. — I punti isolati che sono in questa pianta, denòtano il luogo ove si dèbbono piantare gli alberi.
L'altra preziosità del concorso è il sig. Arìstide Mariani (n. 197) il quale ha rivestito di creta una faragginosa pignoccata, pinza di roba allegòrica, che poi spiega partitamente in una voluminosa relazione. Ringraziata la sorte per aver potuto misurare le forze in così grande arringo, il sig. Arìstide comincia a distìnguere fra lavori obbiettivi e subiettivi, disserta sui quattro sensi in cui si dèbbono intèndere le scritture de' nostri antichi poeti, fà una passeggiatala tra i Volsci, i Rùtuli, i Greci, i Latini, gli Etruschi, e, ripromettèndosi compatimento se le dèbol leve del suo ingegno non gli permìsero di elevarsi quanto avrebbe meritato la natura dell'àrgomento, nonchè sperando che gli sarà riconosciuta la schietta e calorosa manifestazione dell'ànimo suo, addita, come acconcio monumento, un tessuto ùnico e complesso, intricatìssimo, un vero intreccio dinàmico di linee quale soltanto potrebbe riscontrarsi nella volta celeste, un intreccio insomma da formare ciò che dìcesi una epopèa, il quale cùmolo è il vero monumento da erìgersi al padre della patria.
E, perchè maggiormente risalti la ragionevolezza della sua proposta, egli osserva che archi, templi, colonne, tutto insomma si sfascia e perisce: altro mezzo, quindi, non resta, per salvare nella perpetuità il gran monumento, che di fabbricare addirittura una colossale rovina.
Riconoscendo però di aver detto nebulosamente quanto nebulosamente gli fermentava nella mente e dubitando di aver sognato come sognava l'antica fàvola; — Omero — egli scrive — dice che dalla mente di Giove procede il sogno. Cita quindi i versi di Virgilio: At Venus aetheros inter Dea candida nimbos, e quelli di Dante: Dentro del monte sta dritto un gran veglio, con quel che segue; rimembra, sempre a propòsito, l'avventura di Enèa e Didone, parla dell'odio che è antico quanto l'amore, della caduta dell'impero romano, causata dalla Grecia, fà una giaculatoria di una paginetta a Vènere (E ora, tu, o celeste idàlica Dea ecc.) e se la piglia colla fiera Giunone non sazia della distruzione di Troja, vede ad un tratto un vecchio antico nel mezzo di un arco trionfale e, domandato chi è, si sente a rispòndere dalla falce che è il Tempo, vede ali d'àngelo e ali di pipistrello, l'Italia del nord e l'Italia del sud, la notte con veste coperta di stelle che regge due putti ossìa il giorno clic nasce e il giorno che muore, incontra il radiante cocchio del sole, il carro della libertà, e la quadriga del Cristianèsimo che esce dalle catacombe, si ferma a due acquedotti, con cascatelle di vetro, ermi e diruti, siccome le due arterie maggiori delle passioni umane, scorge pure l'albero de' sogni, il serpe dell'Eternità, poi Vestali che consèrvano il fuoco sacro e Clio che presiede alla storia, e i nemici della patria che precìpitano a capofitto nel bujo di una spelonca, l'Averno dei Greci, nato dal Càos e dalla Notte. — Il solo gruppo dell'Italia risorta — soggiunge il sig. Mariani — che pareggiasse per la fattura il Laocoonte, basterebbe a tramandare epicamente alla posterità l'autore del nostro risorgimento. Fatta quindi un'altra orazione a Giove Statore, si riassume dicendo: nebulosamente ho appena intuito il concetto complessivo del mio lavoro e con màssima fretta impressi nella creta quel lampo di un'idèa forse grande che il mio sogno dettava... Il tempo non mi ha consentito, per ora, di fare di più, e, nel bisogno di calma e di riposo, torno a riveder le stelle.